28 febbraio 2018

Sabato sera, domenica mattina (Karel Reisz, 1960)

Sabato sera, domenica mattina (Saturday Night and Sunday Morning)
di Karel Reisz – GB 1960
con Albert Finney, Rachel Roberts
***

Visto in divx.

Operaio in una fabbrica di biciclette a Nottingham, il giovane Arthur (Albert Finney) lavora tutta la settimana soltanto per svagarsi e divertirsi nei weekend, fra bevute di birra al pub, sessioni di pesca nel canale con il cugino Bert (Norman Rossington) e spensierate frequentazioni femminili. Spirito ribelle e anticonformista, insofferente alle regole e alla disciplina e "arrabbiato" contro il sistema, Arthur ha una relazione segreta con Brenda (Rachel Roberts), moglie di un suo collega di lavoro (Bryan Pringle), che si complica quando la donna rimane incinta. Ma nel frattempo il ragazzo incontra e comincia a frequentare la più giovane Doreen (Shirley Anne Field), sua coetanea, iniziando a prendere in considerazione l'idea di sposarsi, qualcosa che finora aveva sempre escluso. Intriso di realismo e realizzato con grande libertà creativa, l'esordio cinematografico (dopo due brevi documentari) di Reisz, nato in Cecoslovacchia ma trasferitosi in Inghilterra in tenera età per sfuggire alle persecuzioni naziste, è uno dei titoli chiave del Free Cinema britannico, corrente cinematografica da lui stesso fondata insieme a Lindsay Anderson e Tony Richardson e caratterizzata da una maggiore libertà artistica (sia formale che contenutistica) e da una forte attenzione ai temi sociali. Proprio come i cineasti francesi della contemporanea Nouvelle Vague, Reisz è stato critico e cinefilo prima di diventare regista: e la mano leggera (il ritmo da commedia sincopata, suggerito anche dalla colonna sonora del jazzista John Dankworth) ma attentissima alla caratterizzazione dei suoi personaggi, e ancor più alla loro relazione con l'ambiente circostante, si rivela perfetta nel ritrarre il contrasto fra un lavoro quotidiano duro e alienante e i momenti di evasione festivi: un contrasto che di fatto è importante nel determinare il carattere e l'identità di Arthur (per esempio in confronto alla vicina pettegola che non fa niente tutto il giorno se non ficcanasare negli affari degli altri). Proprio il desiderio di "autodeterminazione" di Arthur, per quanto egocentrico, lo porta a scontrarsi con un mondo conformista e opprimente, che si perpetua e si autoprotegge (il suo supervisore sul lavoro lo accusa di avere "tendenze rosse"). In opposizione con il tono svagato e demistificante, l'ambiente proletario e la fotografia in bianco e nero (ispirata al neorealismo italiano) contribuiscono a dare spessore alla pellicola.

26 febbraio 2018

Il filo nascosto (Paul T. Anderson, 2017)

Il filo nascosto (Phantom Thread)
di Paul Thomas Anderson – USA 2017
con Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Lo stilista Reynolds Woodcock (Day-Lewis), apprezzatissimo creatore di abiti d'alta moda per clienti reali e altolocate, trova nella giovane cameriera Alma (Krieps) una nuova fiamma, musa e modella. La ragazza si trasferisce a vivere a casa sua, ma deve fare i conti con la difficoltà di stare al fianco di un artista così ambito e con le molte spigolosità ed eccentricità quasi patologiche del carattere dell'uomo. Tanto infatti Woodcock è meticoloso, pianificatore e dedicato al suo lavoro, tanto è ossessivo, insofferente ai cambiamenti e dipendente dalla sorella Cyril (Lesley Manville), sua ingombrante assistente, che lui chiama "la mia tale-e-quale". Non riuscendo ad "addomesticarlo" e a smussarne gli spigoli e le idiosincrasie con l'amore e la dolcezza, Alma dovrà ricorrere alle maniere forti, puntando sul suo lato infantile e rendendolo inerme e bisognoso della sua assistenza... Ambientato nella Londra degli anni cinquanta, il primo film girato da Anderson fuori dagli Stati Uniti racconta una relazione di coppia dove i rapporti di forza sono alternativamente asimmetrici (un soggetto che ricorda – si pensi ai funghi velenosi! – "La notte brava del soldato Jonathan"), mescolando tensione drammatica/romantica a una certa ironia: l'ottima costruzione dei personaggi (straordinari i tre attori principali) lo eleva al di sopra dei suoi limiti, che stanno essenzialmente nella regia ingessata e monotona, incapace di scalare le marce e di salire di tono. Il titolo fa riferimento all'abitudine di Woodcock di cucire, all'interno dei suoi abiti, un messaggio nascosto e significativo, in analogia con i tratti caratteriali che si celano all'interno delle persone, invisibili agli estranei ma ben noti a chi ci convive e impara a conoscerli. Le musiche di Jonny Greenwood rievocano Beethoven.

24 febbraio 2018

Un americano a Parigi (V. Minnelli, 1951)

Un americano a Parigi (An American in Paris)
di Vincente Minnelli – USA 1951
con Gene Kelly, Leslie Caron
**1/2

Rivisto in TV.

Jerry Mulligan (Gene Kelly), un pittore americano residente a Parigi, si innamora della giovane Lisa (Leslie Caron), ignorando che la ragazza è promessa sposa all'amico Henri Baurel (Georges Guétary). E nel frattempo deve guardarsi dalla "avances" della ricca Milo Roberts (Nina Foch), sua mecenate che vorrebbe andare oltre il semplice sostegno economico. La Parigi degli artisti – oltre al pittore Jerry e al cantante Henri, c'è anche il pianista Adam (Oscar Levant) – e dei sogni romantici fa da sfondo a uno dei più celebri musical americani, vincitore di sei premi Oscar (fra i quali miglior film, sceneggiatura, scenografia e colonna sonora), che lanciò – insieme a "Cantando sotto la pioggia", uscito l'anno seguente – la stella di Gene Kelly, qui attore, cantante, ballerino e coreografo. Il titolo, naturalmente, deriva dal poema sinfonico di George Gershwin, le cui musiche punteggiano tutta la pellicola e accompagnano il numero di ballo più memorabile, quello nel finale, un lungo climax di 17 minuti in cui Jerry "entra" letteralmente in disegni e dipinti ispirati alle opere di Toulouse-Lautrec, Renoir e di altri artisti francesi. Da ricordare però anche altre sequenze: quella sulla riva della Senna (con il balletto a due fra Jerry e Lisa, che ispirerà una scena analoga di "La La Land") o la festa al circolo studentesco, dove tutti vestono abiti in bianco e nero. A parte il fascino nostalgico e l'ambientazione, la pellicola è però un po' sopravvalutata: storia e personaggi sono fin troppo semplici e poco approfonditi, e non tutti i numeri musicali sono di alto livello. Diciamo pure che è Gene Kelly, con il suo entusiasmo, la sua energia e il suo tip tap, a tenere a galla il tutto.

23 febbraio 2018

Il delitto di Giovanni Episcopo (A. Lattuada, 1947)

Il delitto di Giovanni Episcopo
di Alberto Lattuada – Italia 1947
con Aldo Fabrizi, Yvonne Sanson
**

Visto in divx.

A cavallo fra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento, l'umile ragioniere e archivista di stato Giovanni Episcopo (Aldo Fabrizi) si lascia circuire dallo spregiudicato avventuriero Giulio Wanzer (Roldano Lupi), truffatore sfrontato e prepotente, che si finge suo amico, lo introduce alla "bella vita" e lo sfrutta economicamente. Quando Wanzer, per sfuggire alla giustizia, è costretto a trasferirsi in Argentina, a Giovanni rimane se non altro Ginevra (Yvonne Sanson), la ragazza che lui gli aveva fatto conoscere. I due si sposano, ma il matrimonio è infelice, visto che Ginevra non si accontenta certo della misera vita da impiegato del marito. Ne nasce comunque un bambino, Ciro (Amedeo Fabrizi, figlio di Aldo anche nella vita reale): e sarà per proteggere lui e la sua famiglia che il timido Giovanni non esiterà a uccidere Wanzer, tornato dopo sette anni in Italia con l'intenzione di riprendersi Ginevra... Da un romanzo "in stile russo" di Gabriele D'Annunzio (sceneggiato da Lattuada insieme allo stesso Fabrizi, a Suso D'Amico e a un giovane Federico Fellini, alla sua prima collaborazione con il regista), un misto fra melodramma e storia d'appendice, reso appena più interessante dagli interpreti e da un contesto non ancora del tutto neorealistico ma che ne sfrutta diverse caratteristiche (ambientazione povera, scenari, bambini). In ogni caso Lattuada dimostra di trovarsi a suo agio come "cantore degli umili". L'intera vicenda è raccontata in flashback e in soggettiva dal protagonista, come se si trattasse della sua confessione. Fra i comprimari si riconosce un giovane Alberto Sordi (con i baffi), ma fra le comparse ci sono anche Silvana Mangano (una delle ballerine) e Gina Lollobrigida (una delle invitate alla festa), entrambe ancora sconosciute e praticamente agli esordi.

21 febbraio 2018

In nome della legge (Pietro Germi, 1949)

In nome della legge
di Pietro Germi – Italia 1949
con Massimo Girotti, Charles Vanel
**1/2

Visto in divx.

Il giovane magistrato palermitano Guido Schiavi (Massimo Girotti) viene inviato come pretore a Capodarso, una cittadina nella zona più rurale, aspra e brulla della Sicilia. Onesto, idealista e ostinato, dovrà far fronte alle resistenze della popolazione locale, legata alle antiche tradizioni. E il suo zelo nel riaprire i tanti procedimenti pendenti e in sospeso, nell'applicare le leggi e nel mostrarsi incorruttibile e inflessibile gli metteranno contro tutti. Anche perché deve vedersela da un lato con la povertà dei contadini e dei minatori che sfocia inevitabilmente nella criminalità, e dall'altro con la ricchezza del barone Lo Vasto (Camillo Mastrocinque), proprietario delle terre e della solfatara locale, che si protegge con l'arroganza e la corruzione; e poi c'è la mafia, guidata dal "massaro" Turi Passalacqua (Charles Vanel), che dispensa la propria protezione, la propria giustizia e la propria legge, mal tollerando quella dello stato. Tratto da un romanzo autobiografico, "Piccola pretura", scritto l'anno precedente dal magistrato-letterato Giuseppe Guido Lo Schiavo, il film fece discutere per la descrizione non del tutto negativa della mafia stessa (composta da "uomini d'onore" che a modo loro proteggono il territorio e si battono contro la criminalità) e soprattutto per un finale "ideologicamente ambiguo". Ma nonostante qualche ingenuità e qualche passaggio eccessivamente romantico, ha il merito di descrivere – per la prima volta al cinema? – una situazione reale e difficile (e un'atmosfera opprimente, fra omertà, intimidazioni e ricatti) in maniera coinvolgente e accattivante, a metà strada fra il neorealismo italiano e il western fordiano (con i dovuti adattamenti, il film potrebbe essere benissimo ambientato in un villaggio di frontiera del sud-ovest americano, "isolato dalla natura e dal deserto"). Fra i tanti personaggi che ruotano attorno al protagonista – il maresciallo Grifò (Saro Urzì), l'avvocato Faraglia (Umberto Spadaro), il giovane Paolino (Bernardo Indelicato)... – la storia d'amore con la baronessa Teresa (Jone Salinas) è quasi una distrazione. Alla sceneggiatura hanno collaborato anche Mario Monicelli, Federico Fellini e Tullio Pinelli. Nella realtà Capodarso corrisponde a Barrafranca, in provincia di Enna, ma il film è stato girato a Sciacca. Ottimi gli incassi e il riscontro della critica (Girotti e Urzì furono premiati ai Nastri d'Argento). Germi, al suo terzo film, ritrae per la prima volta la Sicilia: lo farà in molte altre pellicole, dai successivi "Il cammino della speranza" e "Gelosia" ai capolavori "Divorzio all'italiana" e "Sedotta e abbandonata".

19 febbraio 2018

La forma dell'acqua (Guillermo del Toro, 2017)

La forma dell'acqua (The Shape of Water)
di Guillermo del Toro – USA 2017
con Sally Hawkins, Michael Shannon
***

Visto al cinema Colosseo, con Giovanni e Sabrina.

A Baltimora, nei primi anni sessanta, l'umile, muta e sognante Elisa (Sally Hawkins) lavora come addetta alle pulizie nel laboratorio scientifico-militare dove è tenuta prigioniera una stupefacente creatura anfibia, catturata in Sudamerica dove era adorata dagli indios come un dio. Pur essendo entrambi privi della parola, i due entreranno in contatto e si innamoreranno. E la ragazza lo aiuterà a fuggire e a recuperare la libertà. Una fiaba romantica, fantastica e vintage, che illustra come superare le barriere dell'incomunicabilità e della solitudine: attraverso l'empatia e l'amore (anche se i primi approcci avvengono per mezzo del cibo e della musica, e l'acqua rimane un elemento che avvolge tutto e accomuna in più punti di due protagonisti). Con una trama forse non originalissima (chi ha detto "Free Willy"?) ma comunque ricca di spunti, e uno stile che ricorda "Il fantastico mondo di Amelie" e i lavori di Tim Burton (ma superiore a entrambi, visto che riesce ad evitare tutte le trappole della melassa o della retorica), Del Toro realizza una sorta di sequel non ufficiale de "Il mostro della laguna nera", il classico monster movie degli anni cinquanta di cui il regista è un fan sin dall'infanzia (e in effetti, per un breve periodo, è stato in trattativa con la Universal per realizzare proprio un remake di quel titolo), immaginando che la storia d'amore fra la bella e la bestia vada a buon fine. Proprio l'ambientazione temporale – siamo in piena guerra fredda (si citano i missili su Cuba e il primo uomo nello spazio, permettendoci di collocare la vicenda nel 1962 o subito dopo: e in effetti gli scienziati vogliono studiare il mostro nella speranza di scoprire qualcosa che consenta di vincere la corsa allo spazio con i sovietici, fino ad allora in vantaggio; nel cinema sotto la casa di Elisa si proiettano "La storia di Ruth" (1960) e "Martedì grasso" (1958), ma non è detto che siano prime visioni) – viene usata in più modi: come collegamento metafilmico al materiale di ispirazione ("Il mostro della laguna nera", appunto), come ausilio alla caratterizzazione dei personaggi, come sorgente di spunti narrativi, ma anche come elemento estetico e creativo (i colori, la musica, la cultura di quell'epoca, con tutte le sue ingenuità e contraddizioni). Da segnalare anche la sequenza onirica in cui Elisa e il mostro ballano sul set di un musical cinematografico (in bianco e nero), un omaggio a "Seguendo la flotta" con Fred Astaire e Ginger Rogers (la canzone è "You'll Never Know" di Alice Faye). Ma le citazioni cinefile sono numerosissime (oltre a quelle già citate, Giles guarda in televisione film con Shirley Temple, Betty Grable... e Ed il mulo parlante), anche indirette (le scarpette rosse di Elisa) o autoreferenziali (Del Toro aveva già ritratto una creatura anfibia in "Hellboy").

L'amore, l'emarginazione, la solitudine e le apparenze (umane o meno) sono temi che caratterizzano, nel bene o nel male, tutti i personaggi: da Giles (Richard Jenkins), anziano pittore gay e vicino di casa di Elisa, innamorato di un giovane barista e che deve lottare con i pregiudizi (i suoi e degli altri), a Zelda (Octavia Spencer), logorroica collega di Elisa, persona marginalizzata e "invisibile" per eccellenza negli Stati Uniti di quel periodo (donna, nera, povera); dal colonnello Strickland (Michael Shannon), che dirige la base con il pugno di ferro, quanto mai conformista in un periodo in cui ogni devianza era vista con sospetto (e infatti la sua famiglia, la sua casa, la sua automobile sembrano uscite da brochure pubblicitarie di quegli anni), a Bob/Dimitri (Michael Stuhlbarg), la spia russa infiltrata fra gli scienziati, che aiuta Eliza a far fuggire il mostro dal laboratorio. Oltre che romantica, la pellicola è nostalgica, emozionante e coinvolgente, ma mai melensa (anzi, non si tira indietro di fronte ad argomenti come il sesso – uno degli elementi che ci parlano della solitudine di Elisa è il suo rituale di masturbazione mattutino, naturalmente nella vasca piena d'acqua: quella stessa vasca dove farà poi l'amore per la prima volta con la creatura; per il "cattivo" Strickland, invece, il sesso è un atto di dominazione e di controllo, tanto che tappa la bocca alla moglie mentre fanno l'amore, e manifesta interesse anche per Elisa solo perché è muta). E non mancano brevi tocchi di gore (le dita staccate di Strickland, il cui andare in cancrena simboleggia la caduta progressiva dell'uomo verso il baratro; il gatto divorato), per ricordarci che si tratta comunque di un film per adulti. Certo, l'idea che anche un laboratorio segreto come quello in cui è custodito il mostro abbia bisogno di addetti alle pulizie è al tempo stesso realistica e da nerd (ricorda la discussione in "Clerks" sugli operai impiegati nella costruzione della Morte Nera). Nonostante un cast di nomi poco noti (sotto il costume della creatura anfibia si cela Doug Jones, habitué per personaggi simili nei film di Del Toro), il film ha riscosso un enorme successo di critica, vincendo a sorpresa il Leone d'Oro alla Mostra di Venezia (dove raramente vengono premiati film di genere) e conquistando ben tredici nomination agli Oscar (mi resta il sospetto che, se fosse uscito negli anni ottanta, se le sarebbe sognate): l'unico lavoro di Del Toro ad avere in precedenza ricevuto un tale riscontro critico era stato "Il labirinto del fauno" nel 2007 (che vinse tre Oscar sui sei nomination). Fondamentale la fotografia di Dan Laustsen, che dona una suggestione acquatica a ogni scena (anche nella scelta dei colori, persino per l'automobile di Strickland!), così come la colonna sonora di Alexandre Desplat.

17 febbraio 2018

Grosso guaio a Chinatown (J. Carpenter, 1986)

Grosso guaio a Chinatown (Big Trouble in Little China)
di John Carpenter – USA 1986
con Kurt Russell, Dennis Dun
***

Rivisto in divx.

Il camionista Jack Burton (Kurt Russell), di passaggio a San Francisco, rimane coinvolto in una faida tra bande rivali di Chinatown quando la ragazza del suo amico cinese Wang Chi (Dennis Dun) viene rapita e il suo camion, il "Pork-Chop Express", viene trafugato. Dietro a tutto ci sono però misteriose forze soprannaturali: lo stregone Lo Pan (James Hong), infatti, intende sposare la fanciulla (che ha gli occhi verdi, una rarità in Cina) per riacquistare la forma corporea che gli era stata sottratta da un demone due millenni prima. Per sconfiggerlo, Jack e Wang ricorreranno all'aiuto del santone locale Egg Shen (Victor Wong), nonché a quello dell'avvocatessa Gracie Law (Kim Cattrall). Divertente pastiche di azione, avventura esotica e ironia, che occhieggia alla narrativa pulp (Fu Manchu) e alle coeve pellicole di Spielberg e Lucas (come la saga di Indiana Jones). Fra arti marziali e mistiche creature del folklore cinese (si pensi alle "tre bufere", gli sgherri di Lo Pan che controllano gli elementi atmosferici), con copiose ispirazioni da fumetti, film e serie tv di ambientazione orientale ("Zu" di Tsui Hark, "Samurai"), il protagonista Jack Burton si trova come un pesce fuor d'acqua, non capisce molto di quello che accade e fa la figura del personaggio imbranato e maldestro, oltre che sarcastico e vanaglorioso. A tutti gli effetti è una "spalla", mentre il vero eroe è l'amico Wang (per la cui parte Carpenter aveva inizialmente pensato a Jackie Chan). Memorabili molte delle sue uscite ("Sei pronto? – Sono nato pronto!", "L'uomo coraggioso ama sentire la natura sulla pelle. – E l'uomo saggio ama usare l'ombrello quando piove", "Calma, ho la situazione in pugno. Ho bevuto un filtro. Vedo quello che gli altri non vedono", "In casi come questi, il vecchio Jack dice sempre: basta adesso"). Un film con uno spirito da B-movie, decisamente leggero e autoironico, che garantisce un divertimento senza tempo. Nonostante la coppia Carpenter-Russell fosse reduce da successi come "1997: Fuga da New York" e "La cosa", la pellicola fu maltrattata dalla distribuzione con conseguente flop al botteghino, salvo essere rivalutata in seguito come cult movie. Per la delusione, il regista abbandonò le major di Hollywood e per i suoi progetti successivi si rivolse al cinema indipendente. La colonna sonora, come sempre, è dello stesso Carpenter (ma è meno memorabile di altre). Curiosità: la prima versione della sceneggiatura (poi completamente riscritta da W.D. Richter) era ambientata nel vecchio West.

15 febbraio 2018

Ender's game (Gavin Hood, 2013)

Ender's Game (id.)
di Gavin Hood – USA 2013
con Asa Butterfield, Harrison Ford
***

Visto in TV.

In un futuro non precisato, il giovane Ender Wiggin (Butterfield) è uno dei tanti bambini che vengono addestrati per combattere contro i Formic, una razza di extraterrestri insettoidi che cinquant'anni prima avevano attaccato la Terra e quasi sterminato l'umanità, salvatasi solamente per l'azione eroica del "leggendario" comandante Mazer Rackham (Ben Kingsley). Agli ordini del colonnello Graff (Harrison Ford), i ragazzini – scelti per le loro menti agili, perché abituate ai videogiochi – sono sottoposti a una serie di prove sempre più competitive: e ben presto risulta evidente che proprio Ender è un leader naturale e un perfetto statega, destinato a diventare il comandante che guiderà l'intera flotta terrestre nella battaglia decisiva contro gli alieni. Quasi tutta la pellicola è incentrata sull'addestramento e sulla crescita del protagonista, un personaggio eccezionale e fuori dagli schemi, geniale ma introverso, ribelle (quanto basta) verso l'autorità ma dotato del carisma necessario per farsi seguire dai suoi compagni. E il film sfugge le trappole della retorica bellica per affrontare molti temi degni di nota: la disumanità e l'irrealtà della guerra, che si confonde con gli scenari virtuali dei videogames; i videogiochi stessi, così come altri giochi di strategia, usati come metodi di addestramento per forgiare le abilità di comando, l'elaborazione delle strategie e la capacità di lavorare in team; la giovane età dei bambini mandati in guerra, resa accettabile soltanto facendo loro credere che si tratta solamente di un gioco. Ma dopo tante simulazioni, come si comporteranno di fronte alla realtà? Dal romanzo "Il gioco di Ender" di Orson Scott Card (uno dei capisaldi della letteratura fantascientifica degli anni ottanta), un film che prometteva di essere un action movie fracassone come molti altri, ma che alla resa dei conti si è rivelato assai meno stupido e molto più interessante del previsto, oltre che focalizzato e coerente: peccato solo che a dirigerlo non ci fosse un regista di maggior spessore (ma Hood, quanto meno, se la cava bene con la sceneggiatura, nel difficile compito di adattare e "semplificare" il testo originale di Card). "Quando capisco davvero il mio avversario, abbastanza profondamente da poterlo battere, in quel preciso momento comincio ad amarlo", è la frase chiave, citata anche in apertura. Asa Butterfield convince nei panni del protagonista e forse ha un futuro come attore (il che non può essere garantito, invece, per gli altri interpreti bambini). Viola Davis è la psicologa dell'esercito, Abigail Breslin la sorella (e riferimento emozionale) di Ender.

14 febbraio 2018

Gioco d'amore (Sam Raimi, 1999)

Gioco d'amore (For Love of the Game)
di Sam Raimi – USA 1999
con Kevin Costner, Kelly Preston
**

Rivisto in TV.

Billy Chapel (Costner), veterano giocatore di baseball dei Detroit Tigers, è ormai giunto quasi alla fine della sua carriera. Mentre sul campo si batte contro i rivali di sempre, i New York Yankees, ripensa agli alti e bassi del suo rapporto con Jane (Preston), giornalista newyorkese con cui "fila" da oltre cinque anni senza mai aver avuto il coraggio di instaurare una relazione seria. Inning dopo inning, battitore dopo battitore, durante quella che per uno stanco e dolorante Billy sta per diventare una "partita perfetta" (così si definisce un incontro in cui un lanciatore non concede nemmeno una base agli avversari), una serie di flashback ci racconta i momenti fondamentali della storia d'amore con Jane, dal primo incontro all'istante in cui la ragazza gli comunica di aver deciso di lasciarlo e di partire per Londra. E nel corso dei ricordi, che si sovrappongono agli eventi della partita, Billy capirà finalmente quanto la donna è importante per lui (e, contemporaneamente, che è ormai giunto il momento di appendere il guantone al chiodo). Un meccanismo a incastro moderatamente interessante (che ricorda quello che Danny Boyle userà in "The Millionaire") e tanta, tantissima retorica a sfondo sportivo (ma nonostante questo, la parte sul baseball è decisamente la migliore della pellicola: molto efficaci, per esempio, gli istanti in cui Billy "sgombra la mente" per isolarsi dall'ambiente dei tifosi ostili) fanno da contraltare a una trama romantica noiosa e piena di cliché (e sì, lo sport come metafora della vita è uno di questi). Puro veicolo per Costner, il film non presenta alcuna traccia dello stile dinamico di Raimi, che dirige in modo professionale ma del tutto anonimo. Nel cast anche John C. Reilly (l'amico ricevitore), J.K. Simmons (l'allenatore) e Jena Malone (la figlia teenager di Jane).

13 febbraio 2018

I lunedì al sole (F. León de Aranoa, 2002)

I lunedì al sole (Los lunes al sol)
di Fernando León de Aranoa – Spagna 2002
con Javier Bardem, Luis Tosar
***

Visto in divx.

Ogni giorno è uguale agli altri a Vigo, sulla costa della Galizia, per un gruppo di operai rimasti disoccupati dopo la chiusura del cantiene navale per il quiale lavoravano. A tenerli a galla ci sono l'orgoglio, la dignità, l'amicizia e la solidarietà: ma non tutti affrontano la difficile situazione nello stesso modo. Santa (un Javier Bardem barbuto), disnivolto sindacalista, sotto processo per aver distrutto un lampione durante le proteste per la chiusura del cantiere, ciondola senza far nulla in particolare, si barcamena con piccoli lavoretti, sogna di emigrare in Australia ("Laggiù tutto è al contrario di qui") e cerca di tenere unito in qualche modo il piccolo gruppo di amici. José (Luis Tosar) soffre per dover dipendere economicamente dalla moglie Ana (Nieve De Medina), che lavora al mercato del pesce; Lino (José Angel Egido) continua a presentarsi a colloqui di lavoro, nonostante gli manchino i requisiti richiesti (soprattutto l'età e le competenze informatiche); Reina (Enrique Villén), che ha trovato un impiego come sorvegliante in un cantiere vicino allo stadio, permette agli amici di entrarvi di notte per poter guardare a sbafo le partite; Amador (Celso Bugallo), quello caduto più in disgrazia, passa le giornate a bere e a filosofare; e infine Rico (Joaquìn Climent), con i soldi della liquidazione, ha aperto un bar che funge da punto di ritrovo per tutti gli altri, aiutato dalla giovane figlia Nata (Aìda Folch). Una pellicola corale ed episodica, con l'obiettivo di descrivere una situazione sociale e un'atmosfera proletaria più che una storia vera e propria (non c'è una trama o una conclusione precisa). Delicata, intensa, mai melodrammatica, con una sceneggiatura ricca di piccoli episodi e momenti significativi (la serata di babysitteraggio, con una rilettura "sociale" della fiaba della Cicala e della Formica; i tentativi di riemergere e di riappacificarsi con il mondo; il funerale dell'amco suicida) che fa emergere l'umanità di personaggi sconfitti eppure mai disposti ad arrendersi: una delle migliori pellicole sul tema della disoccupazione (dai toni più leggeri ed equilibrati rispetto, per esempio, alla durezza e al manicheismo di un Ken Loach), nonché il film che ha rivelato (anche internazionalmente) il regista. Ottimi tutti gli interpreti. Nella colonna sonora, fra le altre, si sentono Tom Waits, "La mer" e "Volare" in versione spagnola.

12 febbraio 2018

L'uomo che non è mai esistito (R. Neame, 1956)

L'uomo che non è mai esistito (The Man Who Never Was)
di Ronald Neame – GB 1956
con Clifton Webb, Gloria Grahame
**1/2

Visto in divx.

Per far credere ai tedeschi che lo sbarco delle truppe alleate provenienti dall'Africa avverrà in Grecia, e non in Sicilia come pianificato, i servizi segreti inglesi lasciano alla deriva vicino alle coste spagnole il cadavere di un presunto maggiore, William Martin, che reca con sé documenti falsi che possano depistare le spie nemiche. A organizzare l'operazione è il comandante della marina militare Ewen Montagu (Clifton Webb): il corpo è in reltà quello di un giovane scozzese da poco deceduto per polmonite (il che permette di simulare l'annegamento), cui viene "cucita" un'identità fittizia completa di ogni particolare, con tanto di effetti personali e la lettera di una (finta) fidanzata: e sarà proprio questa, Lucy Sherwood (Gloria Grahame), in lacrime per la morte di un soldato di cui era innamorata, ad avallare del tutto l'inganno, dissipando i dubbi della spia nazista (Stephen Boyd) giunta a Londra per indagare sulla reale identità (o meno) del maggiore Martin... Tratta da un libro scritto dallo stesso Montagu, la pellicola racconta un episodio curioso ma veramente accaduto durante la seconda guerra mondiale, la cosiddetta "operazione Mincemeat". E lo fa con mestiere e dovizia di particolari, in parte didascalici e in parte romanzati. Bravo Webb, ottima la Grahame, anche se lontana dai ruoli abituali. Robert Flemyng è il tenente Acres, Josephine Griffin è Pam, assistente di Montagu e coinquilina di Lucy. Il vero Montagu ha un cameo nei panni di un ufficiale dell'aviazione che si mostra dubbioso sull'efficacia dell'operazione.

10 febbraio 2018

Il bandito (Alberto Lattuada, 1946)

Il bandito
di Alberto Lattuada – Italia 1946
con Amedeo Nazzari, Anna Magnani
***

Visto in divx.

Reduce da un campo di prigionia tedesco, alla fine della guerra Ernesto (Nazzari) torna nella sua Torino per scoprire che non gli è rimasto nulla: la sua casa natale è stata distrutta, i parenti sono morti o dispersi, non c'è lavoro né – per colpa della burocrazia – sussidio. Di fronte alle difficoltà e all'indifferenza altrui, una serie di eventi fortuiti lo spingono allora sulla strada del crimine. Entra così a far parte di una banda di gangster, guidata da una donna (Anna Magnani): ma in mezzo a tanta spietatezza riesce a mantenere un barlume di umanità (come una sorta di Robin Hood, distribuisce parte delle ricchezze trafugate ai più disperati). E l'affetto per una bambina, figlia del suo compagno di prigionia Carlo (Carlo Campanini), lo redimerà, anche se sarà troppo tardi. Modernissimo gangster movie che non ha nulla da invidiare a pellicole americane coeve o degli anni trenta (come i film con James Cagney), calato però nel preciso contesto storico-sociale dell'Italia dell'immediato dopoguerra. Nel mescolare il (neo)realismo e il noir all'americana, non è comunque un caso isolato, viste le contemporanee pellicole di Pietro Germi (e ovviamente "Ossessione" di Visconti). Mereghetti osserva come sia "peculiare la scelta degli attori che ribaltano coi loro personaggi l'immagine popolare che li ha resi famosi: il brillante e avventuroso Nazzari è l'antieroe disilluso, la "popolana" Magnani è addirittura il boss della banda, e la virginea Carla Del Poggio fa la prostituta". La Del Poggio aveva sposato Lattuada l'anno prima: qui è alla prima di quattro apparizioni nei film del marito. Nel contesto del cinema italiano dell'epoca, la pellicola non si fa scrupolo di mostrare ambiguità morali (personaggi cattivi ritratti però con simpatia), scene di violenza, qualche parolaccia ("Quella puttana ci ha traditi!"), situazioni erotiche o scabrose (Ernesto ritrova la sorella in una casa di appuntamenti) e un personaggio apertamente gay (uno dei membri della banda), anche se vi fa da contraltare il patetismo di alcune scene (quelle con la bambina). Oltre alla regia e alla sceneggiatura, notevole anche la fotografia d'atmosfera di Aldo Tonti.

9 febbraio 2018

Beginners (Mike Mills, 2010)

Beginners (id.)
di Mike Mills – USA 2010
con Ewan McGregor, Christopher Plummer, Mélanie Laurent
*1/2

Visto in TV.

Poco dopo la scomparsa del padre Hal (Plummer, premiato con l'Oscar come attore non protagonista), morto di tumore dopo aver rivelato a 75 anni di essere gay, il disegnatore Oliver (McGregor) conosce l'attrice Anna (Laurent). Ma saprà portare avanti la relazione, visto che in passato non ha saputo mai tenersi una ragazza (forse perché "scottato" da quella che percepiva come mancanza di amore fra i suoi genitori)? È quasi un peccato dare un voto negativo a un film non certo banale come questo, che nei primi 15-20 minuti si presenta ricco di spunti (a partire dal personaggio del padre, che fa coming out sulla propria sessualità solo in tarda età, dopo la morte della moglie) e di trovate interessanti (Arthur, il cagnolino del padre, adottato poi da Oliver, che si esprime con sottotitoli; il primo incontro di Oliver e Anna a una festa in maschera, dove lui è vestito da Sigmund Freud e lei non può parlare perché ha una laringite; la tristezza interiore di Oliver, che si ripercuote sul suo lavoro). Ma poi la pellicola si impalla e si capisce che il regista/sceneggiatore si è giocato le buone carte (peraltro autobiografiche) tutte all'inizio. E non solo non sa più come evolvere la storia, ma continua a riproporre le stesse situazioni, anche perché sceglie di utilizzare un montaggio frammentato che continua a saltare aventi e indietro nel tempo, alternando scene nel presente (con la relazione fra Oliver e Anna), nel passato vicino (la malattia del padre) e in quello remoto (Oliver da bambino che interagisce con la madre). Proprio come la colonna sonora (per piano, di impronta jazzistica), il film pare quasi improvvisare sui temi che ha già esposto, fermandosi senza sapere come ripartire: e la brillantezza iniziale finisce così per diventare pesantezza. Un caso quasi da manuale in cui una minor ambizione, una maggior leggerezza e soprattutto una migliore organizzazione del materiale (perché rivelare subito tutto all'inizio, compresa la morte del genitore e il fatto che fosse gay?) avrebbero potuto produrre un gioiellino, dato che il talento messo in campo è indubbio.

7 febbraio 2018

Nikita (Luc Besson, 1990)

Nikita (id.)
di Luc Besson – Francia/Italia 1990
con Anne Parillaud, Tchéky Karyo
***

Rivisto in DVD.

Dopo aver ucciso un poliziotto nel corso di una rapina a una farmacia in compagnia di tre amici tossici, la giovane delinquente Nikita (Parillaud, nel ruolo più famoso della sua carriera) viene scelta dal governo per essere addestrata come sicario all'interno di un programma top secret. L'agente Bob (Tchéky Karyo) trasforma lentamente quella che era una ragazza insicura e ribelle in un'infallibile macchina per uccidere. Pur continuando a obbedire ai suoi ordini, però, Nikita svilupperà il desiderio di condurre una vita normale al fianco del fidanzato Marco (Jean-Hugues Anglade). Proseguendo nella sua filza di successi a inizio carriera, Besson realizza un thriller d'azione serrato e coinvolgente, in particolar modo nelle scene che mostrano le varie missioni della protagonista (una delle quali a Venezia), anche se l'insieme risulta a tratti ingenuo e decisamente fumettistico. Al fianco della Parillaud compaiono molti caratteristi e vecchi volti del cinema francese (Jeanne Moreau, Philippe Leroy). Il regista dirige con solidità e un buon ritmo, concedendosi pochi svolazzi autoriali, aiutato da una fotografia con evidenti influenze del cinema hongkonghese (si pensi all'illuminazione in blu nella scena iniziale). Dove la pellicola deraglia e perde il suo equilibrio è nell'ultima mezz'ora, quando entra in scena Victor l'Eliminatore (Jean Reno, ormai pronto per il successivo "Leon"), personaggio ingombrante che ruba la scena alla protagonista. E il finale voleva forse lasciare aperta la porta a un sequel che non c'è mai stato. Ma arriveranno due remake made in USA ("Nome in codice: Nina") e Hong Kong ("Black cat"), e due serie tv ("La femme Nikita" e "Nikita"). Musica di Eric Serra. Il nome russo "Nikita" solitamente è maschile (basti pensare a Krusciov o a Michalkov), ma Besson lo utilizza al femminile, ispirato dal video della canzone "Nikita" di Elton John.

6 febbraio 2018

Tutto può cambiare (John Carney, 2013)

Tutto può cambiare (Begin Again)
di John Carney – USA 2013
con Keira Knightley, Mark Ruffalo
**1/2

Visto in divx, con Giovanni, Rachele e Sabrina.

Dan Mulligan (Ruffalo), produttore discografico caduto in disgrazia, incontra per caso Greta (Knightley), cantautrice appena mollata dal fidanzato Dave (Adam Levine) e in procinto di lasciare New York. I due decidono di aiutarsi a vicenda: Dan produrrà un album di Greta, nella speranza di (ri)lanciare la carriera di entrambi ma soprattutto di uscire dalle rispettive crisi sentimentali ed esistenziali. Essendo a corto di denaro, e dunque impossibilitati a registrare in studio, le varie tracce vengono incise all'aperto, per le strade, nei parchi e sui tetti della città, i cui rumori di fondo entrano a far parte dei brani. Il regista di "Once" realizza quasi un remake americano di quella pellicola, con poche variazioni ma con gli stessi temi (l'incontro fra due personaggi in impasse, il potere salvifico della musica, l'entusiasmo che nasce dall'incidere le proprie canzoni), contando però stavolta su attori professionisti (nel film irlandese gli interpreti erano gli autori stessi dei brani) e su un'ambientazione più internazionale e meno "proletaria", che se non altro rende meno convincente la tensione dei personaggi verso "l'autenticità" della musica. Il risultato è comunque assai godibile, anche se resta un gradino al di sotto di "Once" (la colonna sonora di Glen Hansard era decisamente più bella di questa, scritta da Gregg Alexander). Ottimi gli interpreti: oltre a un arruffato Ruffalo, alla Knightley (che canta con la sua voce) e a Levine (il cantante dei Maroon 5 recitava per la prima volta; qui interpreta, in varie versioni, la canzone "Lost Stars"), Hailee Steinfeld è la figlia teenager di Dan, Catherine Keener la moglie, James Corden l'amico di Greta. Piccole parti anche per i rapper Mos Def (il socio di Dan) e Cee Lo Green (Trouble Gum).

5 febbraio 2018

La piccola principessa (A. Cuarón, 1995)

La piccola principessa (A Little Princess)
di Alfonso Cuarón – USA 1995
con Liesel Matthews, Eleanor Bron
*1/2

Visto in TV.

La piccola Sara (Matthews) viene messa temporaneamente dal padre, capitano dell'esercito britannico (Liam Cunningham), nel collegio femminile gestito dalla crudele Miss Minchin (Bron). Quando il genitore risulta morto in guerra, e dunque non può più pagare la retta, la bambina viene "degradata" a serva. Ma saprà conservare la bontà del proprio cuore, la gioia di vivere e soprattutto la grande immaginazione, che l'aiuteranno a mantenersi a galla fra tante avversità fino a quando – ovviamente – si scoprirà che il padre è ancora vivo, e che aveva soltanto perso la memoria durante una battaglia. Il secondo film del messicano Cuarón, al suo debutto a Hollywood, è il remake di un classico con Shirley Temple del 1939, tratto da un romanzo per l'infanzia di Frances Hodgson Burnett (ma il debito è molto più verso l'antecedente cinematografico che non verso il libro). Tecnicamente ben fatto (Cuarón si stava facendo le ossa, ma dimostrava già di avere talento), con una notevole dose di "realismo magico" che mescola la cupa realtà con la luminosa immaginazione della protagonista, è però stucchevole e infantile. E francamente la regia, insieme alla fotografia colorata di Emmanuel Lubezki (le divise verdi del collegio, la rosa gialla, i colori dell'India), sono le uniche cose da salvare in un film che fonde manierismo patinato, buonismo e melodrammaticità dickensiana fuori tempo massimo, un'ambientazione fiabesca e irreale (siamo a New York, ma sembra la Londra vittoriana), un semplicistico elogio dell'escapismo e della fantasia (Sara inventa, a beneficio proprio e delle compagne di collegio, racconti d'amore e d'avventura di ambientazione indiana: il principe Rama è interpretato dallo stesso Cunningham), una caratterizzazione manichea e senza alcuna sfumatura dei personaggi (il messaggio dovrebbe essere "Le donne sono tutte principesse", ma questo non vale per la cattiva Miss Minchin). Che sia un prodotto rivolto esclusivamente ai bambini non è certo un alibi, visto che nello stesso genere non mancano opere più stratificate e soddisfacenti.

4 febbraio 2018

Gioventù perduta (Pietro Germi, 1947)

Gioventù perduta
di Pietro Germi – Italia 1947
con Jacques Sernas, Carla Del Poggio, Massimo Girotti
***

Visto in divx.

Il ventenne Stefano (Jacques Sernas), ragazzo-bene figlio di un professore universitario, è segretamente il capo di una banda di giovanissimi rapinatori. A indagare su di lui c'è Marcello (Massimo Girotti), poliziotto "proletario" in incognito che si finge studente e che si innamora della sorella di Stefano, Luisa (Carla Del Poggio). Il secondo film di Germi (sceneggiato, fra gli altri, da Mario Monicelli e Antonio Pietrangeli) è un noir/poliziesco con tutti i crismi del genere, ma con il valore aggiunto dell'ambientazione nel dopoguerra italiano, quando una serie di fatti di cronaca (alcuni dei quali citati nella pellicola, quando il padre di Stefano tiene la sua lezione in classe) avevano attirato l'attenzione sulla nuova delinquenza giovanile, un fenomeno di cui il cinema italiano di quegli anni si occupò a più riprese (basti pensare a "I vinti" di Antonioni). Le esperienze della dittatura fascista e poi della guerra, è la tesi, hanno portato da un lato a un decadimento dei valori morali e dall'altro a un senso di insoddisfazione che, in persone ambiziose come il protagonista, non può che sfociare nel crimine. "C'è nei giovani d'oggi uno strano miscuglio di pessimismo e di cinismo che mi spaventa", commenta il professore. Stilisticamente il film occhieggia alle pellicole americane e si rivela solido e realistico, pur nei confini del genere, con personaggi ben caratterizzati e una forte attenzione al contesto sociale e generazionale, anche attraverso piccoli particolari come oggetti (l'accendino, le cravatte, le sigarette: Stefano fuma sigarette Camel, cioè costose, mentre il poliziotto si "accontenta" delle Nazionali), scenari (l'ufficio del detective che si affaccia sul Colosseo; le sponde del fiume Aniene dove Stefano uccide l'amica d'infanzia Maria (Franca Maresa), che avrebbe potuto denunciarlo) e dettagli (i due bambini piccoli che giocano con pistole e fucili). La censura fece rimuovere alcune scene ritenute troppo violente (come la rapina all'università, che infatti non viene mostrata): in ogni caso, il riscontro del pubblico e le critiche furono eccellenti (il film vinse il Nastro d'Argento). Diana Borghese è Stella, la cantante di cabaret corteggiata da Stefano.

2 febbraio 2018

Chiamami col tuo nome (L. Guadagnino, 2017)

Chiamami col tuo nome (Call me by your name)
di Luca Guadagnino – Italia/USA 2017
con Timothée Chalamet, Armie Hammer
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Nella pigra e assolata estate del 1983, il diciassettenne Elio (Chalamet) si innamora del più maturo Oliver (Hammer), studente universitario americano che è ospite in Italia nella villa di campagna dei suoi genitori. Dal romanzo semi-autobiografico di André Aciman, sceneggiato da James Ivory (che in un primo tempo avrebbe dovuto anche dirigerlo), una storia di coming-of-age e di amore gay (ma c'è chi ha detto che parla di amore, punto) che Guadagnino ha girato nello stile dei suoi cineasti di riferimento, Bertolucci ("Io ballo da sola") e Rohmer ("Pauline alla spiaggia") su tutti. Nonostante il tema potesse sembrare scabroso (non tanto per l'omosessualità, quanto per la differenza di età dei protagonisti: ma la pellicola mette le mani avanti sin dai titoli di testa, con copiose immagini di statue greco-romane con tutta la loro "sensualità ellenica"), viene svolto con estrema delicatezza, per non parlare di una naturalezza che è il suo maggior pregio, aiutata in questo dall'ottima ricostruzione storica di quegli anni, visti con nostalgia (le canzoni, gli abiti, i colori) ma anche con puntiglio storico (i riferimenti a Bettino Craxi e al pentapartito, chiave di volta della politica e della società italiana da cui non siamo più tornati indietro; nel frattempo, Beppe Grillo faceva ancora il comico in tv). Indicativa la scena in cui Elio si dichiara per la prima volta a Oliver, a mezze parole, al memoriale del Piave: la macchina da presa gira intorno, mostrando manifesti del PCI e del PSI così come la croce di una chiesa: tutta l'Italia, insomma, in un piano sequenza. Il centro emotivo del film resta però la passione di Elio per Oliver, un "primo amore" estivo e vacanziero, raccontato con leggerezza e senza fretta: si divaga, si "perde tempo" come capita spesso d'estate, o come quando (tipico nei teenager) la propria sessualità è ancora alla ricerca di una direzione precisa. Il film ce lo mostra dalla nascita del desiderio attraverso la sua attuazione fino all'esaurirsi dell'esperienza (ma non dei ricordi o dei sentimenti: non bisogna aver paura di "provare qualcosa", dice ad Elio il padre), senza melodrammaticità o aggressività, senza il bisogno di scene madri o di personaggi bigotti che mettano i bastoni fra le ruote ai due innamorati: tutto è "calmo" e lineare, e la messa in scena intende "restituire un’atmosfera prima che una storia".

Il giovane Elio è il vero protagonista per film, naturalmente. Intelligente (anche come musicista), precoce, appare timido e in cerca di sicurezze (mentre Oliver gli sembra molto sicuro di sé) ma pure esuberante e audace (è lui che fa la "prima mossa"). Si trova in un momento della vita in cui è lecito sperimentare (con sé stesso, con gli altri), senza paura o senza rimorsi. E il film ci mostra tutto questo attraverso le immagini, alle quale pone in generale più importanza che non alle parole, eccezion fatta appunto per il discorso del padre nel finale. Guadagnino, di suo, ha apportato alcuni cambiamenti al testo originale, spostando l'ambientazione dalla Riviera Ligure (e Roma) alla provincia di Crema (e alle Alpi Orobie), aggiungendo alcuni episodi provenienti dalla sua stessa gioventù (il vagabondare fra paesini e natura) ed eliminando la voce fuori campo di un Elio ormai cresciuto che ricordava e narrava gli eventi passati. Ottima scelta: uscendo dal tempo presente si sarebbe perso quel messaggio di "universalità" della prima esperienza amorosa e/o sessuale da cui dipende gran parte del coinvolgimento dello spettatore. Il regista ha anche fatto a meno di scene di nudo integrale o di sesso esplicito, ritenendole non necessarie (la macchina da presa esce pudicamente dalla finestra al momento clou): in un primo momento aveva pensato a togliere anche la scena in cui Elio si masturba con una pesca, ma l'ha lasciata perché illustra bene la straripante energia sessuale del ragazzo in un momento fondamentale della propria crescita (a margine: Tsai Ming-Liang aveva girato una scena simile in uno dei suoi film, ma il frutto era un'anguria!). I genitori di Elio, ebrei "discreti" di origine americana, sono Michael Stuhlbarg e Amira Casar. Esther Garrel, sorella di Louis, è Marzia, la ragazza con cui Elio sperimenta l'amore eterosessuale. L'autore del romanzo originale, Aciman, compare insieme al produttore Peter Spears in un breve cameo (la coppia di gay anziani che partecipa a una cena). Grande successo negli Stati Uniti (probabilmente anche perché gli scenari dell'Italia di provincia sono percepiti come poetici, sensuali ed "esotici"), e quattro candidature agli Oscar: miglior film, attore (Chalamet), sceneggiatura e canzone ("Mystery of Love"). Nella colonna sonora anche tanti brani classici (da Bach a Ravel, fino a Schoenberg), visto che Elio si diletta a suonare, a trascrivere e ad "arrangiare" brani per pianoforte.