13 ottobre 2017

Blade Runner 2049 (D. Villeneuve, 2017)

Blade Runner 2049 (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2017
con Ryan Gosling, Harrison Ford
**

Visto al cinema Colosseo.

L'agente KD9-3.7 (chiamato in breve solo "K"), cacciatore di replicanti (ovvero androidi) nella Los Angeles del 2049, è egli stesso un replicante di ultima generazione. La Wallace Corporation, che nel corso degli anni è subentrata alla Tyrell nella loro costruzione, ha infatti messo a punto nuovi modelli Nexus ben più affidabili, obbedienti e incapaci di ribellarsi, rispetto a quelli precedenti, i cui ultimi superstiti rimasti in circolazione vivono in clandestinità e vengono ricercati e "ritirati" dalle unità Blade Runner. Nel corso del suo lavoro, K trova casualmente le prove di un vero e proprio "miracolo": una replicante, ventotto anni prima, avrebbe dato alla luce un figlio! La ricerca del bambino interessa diversi gruppi per motivi diversi (le autorità vorrebbero eliminarlo, nel timore che la notizia sconvolga l'ordine sociale; i replicanti clandestini ne vorrebbero fare il simbolo della loro rivoluzione e delle loro rivendicazioni; e l'ambizioso e megalomane scienziato Wallace vorrebbe studiarlo per riuscire a creare finalmente un'autentica vita artificiale) e porterà l'agente K a scoprire che la madre di questi era l'androide Rachael, e il padre nientemeno che l'agente che lo aveva preceduto, ossia Rick Deckard (Harrison Ford). Non solo: si convincerà di essere proprio lui quel bambino, e dunque il figlio (non spiritualmente, ma letteralmente!) di Deckard... A trentacinque anni dall'uscita del suo film più famoso (ma nella finzione ne sono passati solo 30: probabilmente il 2054 era una data meno "marketable" da mettere nel titolo!), Ridley Scott – qui solo produttore esecutivo – lascia nelle mani del canadese Villeneuve le redini del tanto atteso seguito di una pellicola leggendaria. L'impresa, naturalmente, era di quelle da far tremare i polsi: era assai probabile, infatti, che il risultato non si rivelasse all'altezza del prototipo. E purtroppo è proprio quanto è accaduto, dando vita a una pellicola fredda e imbalsamata, nonostante il tentativo, da un lato, di creare qualcosa di nuovo e di non derivativo, e dall'altro di replicare sfacciatamente l'atmosfera e rievocare le situazioni del primo lungometraggio. In entrambi i casi, il film va fuori strada: troppo ambizioso e "alto" nella sua lettura religiosa-umanistica, troppo banale in quella retrò-fantascientifica. Ma soprattutto, senz'anima (anche se la forma è bella).

Il "Blade Runner" del 1982 lasciava nel dubbio se Deckard fosse a sua volta un replicante, dubbi che questo sequel si guarda bene dal chiarire o dissipare (anche perché, in fondo, di quale delle tante versioni del primo film stiamo parlando? L'assenza della voce fuori campo lascerebbe intendere che si tratti della director's cut, ma tutte le porte sono aperte). Per quanto riguarda il protagonista, comunque, si taglia subito la testa al toro: K è in effetti un replicante, e sa benissimo di esserlo. Che poi sia (o possa essere) il figlio di Deckard, è uno dei punti su cui la sceneggiatura lancia suggestioni allo spettatore, prima di risolverle nel finale. I riferimenti al primo film sono numerosi, e vengono "scimmiottate" molte scene e sequenze, offrendoci momenti simili: la tecnologia (le auto volanti, le pubblicità e i neon in città, gli ingrandimenti fotografici), la vita nella città bassa (la visita al mercato nero), i test di personalità per i replicanti (il Voight-Kampff sembrava però avere più senso), i surrogati degli animali (e al posto degli origami di carta ci sono le statuette di legno: ma al vecchio Gaff – Edward James Olmos – è concessa una comparsata), le suggestioni retrò e noir (nelle architetture, negli abiti, nella musica: la colonna sonora di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch richiama Vangelis, nel finale persino esplicitamente, e comprende oldies di Elvis Presley e Frank Sinatra). Ciò nonostante, il mood è parecchio diverso, e i parallelismi sono estetici e non concettuali. Non si respira aria di Philip K. Dick, la commistione fra fantascienza e noir che rendeva così "unico" il vecchio lungometraggio è imperfetta, e il risultato è meno filosofico e cyberpunk per virare maggiormente sul thriller d'azione/avventura, anche per via di un plot che richiama semmai "Children of Men". Ritrovare la propria umanità, per K, sembra equivalente a ritrovare i propri genitori (il tema della genitorialità ossessiona da sempre Villeneuve, da "La donna che canta" ad "Arrival"). Se poi escludiamo la lettura religiosa (si parla esplicitamente di miracoli), a tratti si ha la sensazione di guardare un action fantascientifico come tanti, giusto un filino più ambizioso della media. E naturalmente mancano (perché quelli non li si costruisce certo a tavolino) momenti memorabili come l'iconico confronto fra Deckard e Roy Batty nel primo film. Qui l'antagonista di K, la replicante Luv (Sylvia Hoeks), semplicemente non è la stessa cosa.

Soprattutto, il film è troppo lungo: e se all'inizio coinvolge, grazie anche ad alcune trovate interessanti (su tutte Joi, la fidanzata-ologramma di K, interpretata da Ana de Armas, che lo ribattezza Joe e lo segue ovunque come un cellulare, con la sua suoneria tratta da "Pierino e il lupo": è uno dei pochi elementi prettamente dickiani), strada facendo si sfilaccia e si trascina in modo estenuante fino a uno stanco finale. L'effetto è lo stesso che dava "Blues Brothers 2000" (persino la struttura del titolo è simile!): preso a sé stante il film ha anche i suoi pregi, ma il confronto con l'originale è impietoso. Colpa, in gran parte, della sceneggiatura di Hampton Fancher (che era stato l'autore della prima versione dello script anche del vecchio film, prima che disaccordi con Ridley Scott portassero a farla riscrivere da David W. Peoples): a parte l'implausibilità dello spunto di base, risulta vuota e fumosa nelle scene con Wallace (Jared Leto), e presenta anche buchi logici nello sviluppo (per dirne due: perché K non prende subito in considerazione che i suoi ricordi possano essere innesti di una persona vera? in fondo, già nel 2019 Deckard diceva a Rachael che i suoi erano forse "della nipote di Tyrell"; e come può Deckard aver dato alla figlia il cavallo di legno se l'aveva abbandonata prima della nascita? ricordiamo che il legno proviene da Las Vegas, infatti è grazie a quello che l'uomo viene rintracciato da K). Per non parlare di trovate di comodo come il blackout che nel 2022 ha distrutto le documentazioni elettroniche e i database della Tyrell: sembra fatto su misura per far funzionare la trama e impedire a K di scoprire subito la verità su sé stesso. Ryan Gosling, come al solito, è parecchio inespressivo, anche se essendo un replicante lo si può accettare. Quanto al resto del cast, Robin Wright è "Madame" (Joshi nella versione originale), il tenente di polizia; Mackenzie Davis è la prostituta Mariette, in realtà membro del movimento clandestino dei replicanti; Carla Juri è Ana Stelline, la "fabbricante di ricordi"; Dave Bautista è il replicante Sapper Morton. Il finale lascia alcuni punti in sospeso (manca un confronto finale con Wallace, per esempio): già si parla di ulteriori sequel, anche se per ora al botteghino il film sta facendo tutt'altro che sfracelli. La Warner ha anche realizzato tre brevi corti promozionali che fanno da cerniera fra il primo e il secondo film (ambientati nel 2022, nel 2036 e nel 2048).

10 commenti:

Babol ha detto...

A me invece è piaciuto molto, in tutti i suoi aspetti, sia per quel che riguarda la sceneggiatura che, soprattutto, per l'aspetto visivo, di una bellezza incredibile.
Forse perché non sono fan scatenata del primo?

Christian ha detto...

Premessa: per me il primo "Blade runner" è un capolavoro assoluto, anzi per un certo tempo è stato anche il mio film preferito.

Questo invece, anche se ne ho apprezzato alcune cose (la fidanzata ologramma, probabilmente, su tutte), non ha né la profondità né il fascino dell'originale. Ma di gran lunga. E si nota in continuazione il tentativo quasi disperato di riproporne l'atmosfera, senza riuscirci perché i tempi sono cambiati e nel frattempo il cyberpunk è stato culturalmente digerito, assimilato (in gran parte anche grazie al film originale) e superato.

Se non avesse le parole "Blade runner" nel titolo, non meriterebbe nemmeno una recensione così lunga, e penso che verrebbe dimenticato piuttosto in fretta. Di certo non diventerebbe un cult movie. Secondo me fare il seguito di un film così importante e leggendario era giá in partenza un'idea molto rischiosa: è come fare un seguito di "2001" (sì, lo so che hanno fatto anche quello!). Ma ormai a Hollywood si ragiona solo per franchise, e c'è tutta l'intenzione di trasformare anche "Blade runner" in una serie... O forse c'era, visto che a quanto pare al box office ha avuto un riscontro assai inferiore alle aspettative.

Ismaele ha detto...

il personaggio più bello e Joi, speriamo che Villeneuve si riprenda

https://markx7.blogspot.it/2017/10/blade-runner-2049-denis-villeneuve.html

Christian ha detto...

Sono d'accordo! Quanto a Villeneuve, lo ritengo un ottimo regista dal punto di vista della messa in scena, molto meno nel ritmo e nella capacità di narrare. C'è da dire che non sempre ha scelto o avuto a disposizione delle buone sceneggiature. Il suo capolavoro finora è senza dubbio "La donna che canta". Ho apprezzato molto anche "Prisoners" e "Maelstrom", ho qualche perplessità su "Arrival" e "Enemy", mentre questo e "Sicario" mi hanno convinto pochino...

Ismaele ha detto...

non hai citato Polytecnique, per caso o no?

è il primo che ho visto, a livello de "La donna che canta", ti lascia senza parole e senza respiro.

ecco una recensione che sottoscrivo parola per parola, virgola per virgola:
http://ilbuioinsala.blogspot.it/2015/11/recensione-polytechnique.html

Christian ha detto...

Se è per questo, non ho citato nemmeno "Un 32 août sur terre" :)
Non li ho citati perché mi sembrano due film minori...

"Polytechnique" lo vidi alla sua uscita, quasi dieci anni fa, non avevo mai sentito nominare il regista e sinceramente non mi fece una particolare impressione. Mi sembrò un film troppo costruito, un po' freddo e poco coinvolgente: paragonandolo con "Elephant" di Gus Van Sant, per esempio, trovai quest'ultimo superiore. Da allora, però, non l'ho più rivisto...

Anonimo ha detto...

A me questo blade runner è piaciuto e la scelta di Villeneuve azzeccatissima perché è perfettamente in linea con il Ridley Scott del film originale (ritmo lento, fotografia curatissima, location pazzesche). Però la sceneggiatura ha buchi enormi e non ha lo spessore dell'originale. Bello, in linea con il primo, ma molto distante.

Ps: sono Lakehurst

Christian ha detto...

In effetti per quanto riguarda la forma e l'aspetto visivo non c'è nulla da lamentarsi (nella mia recensione, colpevolmente, non ho menzionato la bella fotografia di Roger Deakins). Sono i contenuti, purtroppo, che lasciano un po' a desiderare... E per me i contenuti sono sempre stati più importanti della forma (che, se ben curata, può migliorare un film già bello, ma da sola non basta a renderlo bello).

Adriano Max ha detto...

A me è mancato l’elemento ... umano: quella fauna metropolitana e il contatto con le folle eterogenee della metropoli.
Ho trovato poco circostanziati gli agganci lasciati a possibili sequel e come si è già detto la grandiosità scenica e fotografica non trova sostegno in contenuti e sceneggiatura, producendo un film troppo rarefatto e lungo in modo sbilanciato.
Detto questo non mi è dispiaciuto, ma l’originale ha un’altra caratura.
Ciao,
Adriano.

Christian ha detto...

Sono d'accordo, Adriano! Il primo film ti immergeva in un mondo sfaccettato e complesso, in questo tutto sembra finto. In sé non è certo un brutto film, ma paga il fatto di volersi presentare come sequel di "Blade runner".