30 ottobre 2017

Toro scatenato (Martin Scorsese, 1980)

Toro scatenato (Raging Bull)
di Martin Scorsese – USA 1980
con Robert De Niro, Joe Pesci
***

Rivisto in DVD.

Biopic sull'ascesa e la caduta del pugile italo-americano Jake LaMotta, soprannominato "il toro del Bronx", che fu campione del mondo dei pesi medi alla fine degli anni quaranta, prima che il suo carattere difficile e i tanti eccessi lo portassero dalle stelle alle stalle, facendogli perdere tutto ciò che aveva conquistato: fama, denaro, affetti. La pellicola, girata interamente in bianco e nero (se si eccettuano brevissimi inserti a colori, quasi dei filmini d'epoca, che rappresentano lo scorrere del tempo), segue il protagonista negli anni dei trionfi sul ring (memorabili i numerosi incontri con il suo rivale di sempre, Sugar Ray Robinson, con il quale infine perse il titolo) e in quelli successivi del declino fisico ed economico, quando negli anni sessanta (dopo il tentativo di gestire un night club con il suo nome, per colpa del quale finirà anche in galera), si ridusse a diventare un cabarettista in locali di terz'ordine. Degli otto film realizzati finora insieme da Scorsese e De Niro, al fianco di "Taxi driver" è forse il più celebrato. Sceneggiato da Paul Schrader e Mardik Martin (che hanno adattato l'autobiografia dello stesso LaMotta), ambientato più nel mondo di Little Italy (con le sue dinamiche di potere e di amicizie, già raccontate nei precedenti lavori del regista, in particolare "Mean streets") che in quello del pugilato (ma Scorsese è bravissimo nel ricostruire match leggendari come quelli contro Robinson, Cerdan e Fox), il film – tutt'altro che un'agiografia, nonostante il coinvolgimento diretto del vero Jake LaMotta come consulente – è soprattutto un ritratto, intriso di crudo realismo e amarezza, di un personaggio complesso e difficile, forte e tenace (memorabile, dopo la sua sconfitta finale con Robinson, il grido d'orgoglio per essere rimasto in piedi: "Non mi hai fatto andare giù") ma anche violento, paranoico, testardo e ostinato (è una "testa dura" in tutti i sensi), pieno di rabbia e di gelosia, autentico artefice della propria autodistruzione. Non solo perché in perenne lotta con sé stesso e con il proprio peso, ma anche per l'incontrollata gelosia che lo porterà a perdere la moglie, il fratello e tutti coloro che aveva attorno a sé.

Se il cast di contorno è eccellente (Joe Pesci, che interpreta Joey, il fratello/manager di Jake, tornerà a collaborare con Scorsese in "Quei bravi ragazzi" e "Casinò"; la diciannovenne Cathy Moriarty, al debutto sul grande schermo, è Vicki, la seconda moglie del protagonista), il film è passato alla storia anche e soprattutto per la straordinaria performance di De Niro (giustamente premiata con l'Oscar), capace di acquistare oltre 30 chili di peso per interpretare Jake negli anni del suo declino. Si tratta senza dubbio di una delle più incredibili trasformazioni della storia del cinema (da giovane asciutto e muscoloso a vecchio pesante e flaccido), "un esempio lampante di un metodo di recitazione estremo, mirato alla riproduzione più fedele possibile della realtà". "Io non ci riesco proprio a fingere di recitare. Ho bisogno di far mie tutte le caratteristiche del personaggio", disse l'attore. Era stato proprio De Niro, che aveva letto l'autobiografia di LaMotta, a proporre anni prima il soggetto a Scorsese, inizialmente non interessato perché non amava il pugilato. Ma l'entusiasmo dell'attore finì per convincere anche il regista che all'epoca, in crisi psicologica e fisica (alcune scene, per via dei suoi attacchi d'asma, furono in realtà dirette da suo padre Charles), era convinto che questo sarebbe stato il suo ultimo film: il grande successo di critica – peraltro non immediato – volle diversamente. La scelta di girare in bianco e nero fu presa da Scorsese e dal direttore della fotografia Michael Chapman per restare il più fedeli possibile alle documentazioni iconografiche del vero Jake LaMotta (ovvero le foto e i filmati degli anni quaranta). Oltre alle sequenze degli incontri di boxe (che il regista, l'operatore e la montatrice Thelma Schoonmaker vollero riprendere con una cinepresa sempre sul ring insieme a loro, mostrandone così da vicino tutta la violenza e il dolore: fino ad allora, nei film sul pugilato, la consuetudine era quella di mostrare il punto di vista degli spettatori), fra i momenti più memorabili della pellicola c'è la scena in prigione (quella in cui Jake, come in un confessionale, prende finalmente coscienza delle proprie colpe) e naturalmente il magnifico incipit: LaMotta che saltella da solo sul ring, al ralenti, accompagnato dalle note dell'intermezzo della "Cavalleria rusticana". Il film è dedicato da Scorsese (con una citazione dal vangelo di Giovanni) ad Haig Manoogian, suo insegnante di cinema.

28 ottobre 2017

Festen (Thomas Vinterberg, 1998)

Festen - Festa in famiglia (Dogme #1 - Festen)
di Thomas Vinterberg – Danimarca 1998
con Ulrich Thomsen, Henning Moritzen
***1/2

Rivisto in divx.

Alla festa per il sessantesimo compleanno del padre Helge, ricco e potente patriarca della famiglia Klingenfeldt, il figlio maggiore Christian – durante il suo discorso davanti a numerosi ospiti e parenti – fa scoppiare una "bomba", affermando che quando erano piccoli il genitore abusava sessualmente di lui e della sorella gemella Linda (che di recente si è suicidata). Ne segue un momento di imbarazzo da parte di tutti, e inizialmente Christian non viene creduto: ma le cose cambiano quando l'altra sorella Helene legge la lettera che Linda ha nascosto prima di uccidersi, e che conferma le accuse. Il primo film ufficialmente certificato dal movimento "Dogme 95" (e come tale, nel titolo originale, reca il prefisso Dogme #1) è un tesissimo e originale dramma familiare che indaga nell'indicibile e negli orrori nascosti dietro le ipocrisie e le buone apparenze borghesi. Con un tono che oscilla fra il drammatico e la commedia (tanto che per lunghi tratti non sappiamo se Christian stia dicendo la verità o se si stia inventando tutto) e una grande attenzione alle caratterizzazioni dei personaggi (il comportamento del protagonista rispecchia in maniera realistica le insicurezze e i traumi che abusi di questo tipo possono provocare anche nella vita adulta), il film avvolge lo spettatore nella sua ragnatela, costringendolo a partecipare alla "festa" e ad osservare le reazioni dei presenti: dall'indifferenza di gran parte degli ospiti (che, pur imbarazzati, continuano con le infantili celebrazioni del compleanno del loro ospite, fra canzonzine, brindisi e girotondi) all'ira del collerico e violento fratello Michael, la pecora nera della casata, che pure è fortemente attaccato al senso di famiglia (e, in quanto tale, sarà uno dei più delusi e feriti quando la verità verrà a galla), per non parlare dei vari dipendenti dell'albergo (il capocuoco, il receptionist, le cameriere) che in qualche modo sono solidali con Christian. Come detto, il film segnò l'esordio ufficiale del manifesto di intenti "Dogme 95" fondato (non è chiaro quanto seriamente e quanto come pura provocazione) da Vinterberg e da Lars Von Trier in risposta ai gigantismi e alle esagerazioni produttive dei grandi studi di Hollywood. In ossequio ai suoi rigidi comandamenti (denominati "voti di castità"), il film è stato girato seguendo estreme costrizioni e con un approccio minimalista: formato 4:3, camera a mano, nessuna illuminazione artificiale, niente musica extradiegetica (tranne che sui titoli di coda), scene e costumi realistici, sviluppo della narrazione in tempo reale (ma l'abilissimo montaggio riesce tuttavia a tenere alta la tensione), oltre al mancato accreditamento del regista. Vinterberg è stato uno dei pochi a sfruttare queste limitazioni a proprio vantaggio: la forma povera esalta infatti la tesissima sceneggiatura e le doti recitative degli interpreti. E probabilmente si tratta anche del risultato più alto mai raggiunto dal movimento stesso. Premio della giuria a Cannes. Il cast comprende Ulrich Thomsen (Christian), Thomas Bo Larsen (Michael), Paprika Steen (Helene), Henning Moritzen (il padre), Birthe Neumann (la madre) e Trine Dyrholm (la cameriera Pia). Dalla pellicola, viste le sue caratteristiche, sono stati tratti diversi drammi teatrali.

27 ottobre 2017

Come un tuono (Derek Cianfrance, 2012)

Come un tuono (The place beyond the pines)
di Derek Cianfrance – USA 2012
con Ryan Gosling, Bradley Cooper
**

Visto in TV.

Quando scopre che una vecchia fiamma (Eva Mendes) ha dato alla luce suo figlio, il motociclista vagabondo Luke "il bello" (Ryan Gosling), che si guadagna da vivere come stuntman in un circo, cerca di mettere la testa a posto per garantire un futuro a lei e al bambino. Ma non ci riuscirà: si dedicherà alle rapine in banca e farà una brutta fine, ucciso da un poliziotto in servizio. Questi, Avery (Bradley Cooper), sarà scosso dai sensi di colpa, anche perché a sua volta ha un figlio di appena un anno. La sua inclinazione per la legalità lo porterà a far piazza pulita della corruzione imperante nel suo distretto, tanto che farà carriera come procuratore. Quindici anni dopo, i figli del ladro e del poliziotto, Jason (Dane DeHaan) ed A.J. (Emory Cohen), ormai adolescenti, si conosceranno a scuola e faranno amicizia, senza sapere cosa legava i rispettivi padri. Una lunga saga generazionale, divisa in tre tronconi (dedicati rispettivamente a Luke, ad Avery e ai loro figli), ambientata nella cittadina di Schenectady (il cui nome, in lingua mohawk, significa "il posto al di là dei pini", che è il titolo originale della pellicola), una contea nello stato di New York. Se è apprezzabile per la caratterizzazione dei personaggi e per la confezione (merito soprattutto della fotografia di Sean Bobbitt, satura di colori), per il resto si fa fatica a comprendere quale sia il senso del film, al di là di generiche riflessioni sulla famiglia, sulla corruzione, sulle colpe dei padri e sulla loro eredità, che alla fine lasciano il tempo che trovano. L'impressione è che ci sia molta forma ma poca sostanza. Ray Liotta è uno dei poliziotti corrotti, Ben Mendelsohn è il proprietario dell'officina per cui lavora Mike (e da una sua frase, improvvisata sul set, proviene il titolo italiano: "Se guidi come un fulmine, ti schianti come un tuono").

26 ottobre 2017

Drag me to hell (Sam Raimi, 2009)

Drag me to hell (id.)
di Sam Raimi – USA 2009
con Alison Lohman, Justin Long
**1/2

Visto in TV.

Per ingraziarsi il suo capo nella speranza di ricevere una promozione, l'impiegata di banca Christine (Lohman) rifiuta un prestito a una vecchia zingara, e viene da questa maledetta: sarà tormentata per tre giorni da uno spirito maligno, la Lamia, che minaccia di portarla con sé all'inferno. Scritto da Raimi insieme al fratello Ivan, un horror spigliato, divertente e vecchia maniera, con un plot assai semplice e un finale a suo modo sorprendente. Senza troppe pretese, il film ci mostra un crescendo di situazioni legate alla maledizione che la povera Christine cerca di togliersi di dosso, anche con l'aiuto di un veggente indiano che cita Jung (Dileep Rao) e una sensitiva messicana (Adriana Barraza), il tutto mentre tenta di barcamenarsi fra il lavoro (con un collega sleale che prova a farle le scarpe) e l'amore (la prima cena a casa dei futuri suoceri si trasforma in un disastro). Si passa così dalle prime inquietanti manifestazioni dello spirito maligno (allucinazioni, ombre, oggetti che si muovono) ad altre sempre più esplicite e pericolose, fino al tentativo di sbarazzarsene "regalando" a qualcun altro l'oggetto che ha scatenato la maledizione (con echi de "Il diavolo nella bottiglia" di Stevenson). Dopo oltre un decennio, Raimi torna al genere che lo ha reso famoso e dimostra di non aver perso la mano: il film regge fino alla fine senza cali di ritmo o di tensione, concedendosi non pochi tocchi ironici ma senza mai tradire il pubblico (è un vero horror, per quanto leggero e ingenuo, e non una sua parodia). Justin Long è il fidanzato "scettico" di Christine, Lorna Raver è la vecchia strega zingara. L'automobile di quest'ultima, una Oldsmobile Delta 88 gialla del 1973, è apparsa in quasi tutti i film del regista.

24 ottobre 2017

Once (John Carney, 2006)

Once - Una volta (Once)
di John Carney – Irlanda 2006
con Glen Hansard, Markéta Irglová
***

Visto in divx.

Un aspirante cantautore (Hansard), che di giorno ripara aspirapolvere nel negozio del padre e di sera suona la sua chitarra per le strade di Dublino, incontra una giovane immigrata della Repubblica Ceca (Irglova), che lo incoraggerà a perseguire il suo sogno, quello di incidere le proprie canzoni. Ad avvicinarli, unirli e farli innamorare è proprio il potere e la bellezza della musica. Un piccolo film, realizzato con un budget estremamente ridotto (parte del quale messo di tasca propria dal regista) e girato senza autorizzazione per le strade di Dublino e nelle case degli stessi cineasti e dei loro amici: il setting proletario, i personaggi quanto mai umani (e universali, come rivela il fatto che i due protagonisti non abbiano un nome) e le belle canzoni (alle quali sono dedicate lunghe e toccanti sequenze: stupenda quella notturna con la ragazza per le strade in pigiama) scaldano il cuore e trascinano lo spettatore in un mondo fatto di emozioni autentiche, fra sogni e malinconia. E si noti bene, non si tratta di un film minimalista o incentrato solo sul lato romantico: fra le righe, c'è spazio per mille cose, dalla crisi economica e sociale (la scena iniziale con il tentativo di furto, i problemi economici dei personaggi) al processo di ispirazione artistica (tutta la sequenza nella sala di incisione è magistrale), i ricordi del passato (i vecchi filmini di Hansard con la sua ex compagna), le difficoltà del presente (lo status di ragazza madre di Irglova), le aspirazioni per il futuro (cosa riserverà il destino ai due personaggi? Come nella trilogia di "Prima dell'alba", fra qualche anno sarebbe interessante un nuovo film che ce lo rivelasse). La pellicola riscosse un grande successo di pubblico e di critica, lanciando la carriera di Carney, che nei lavori successivi (come "Tutto può cambiare" e "Sing Street") continuerà a usare la musica come tema principale e filo conduttore. Tutte le canzoni (una delle quali, "Falling Slowly", vinse addirittura l'Oscar) sono scritte e interpretate dagli stessi attori. Inizialmente Glen Hansard, frontman del gruppo rock irlandese The Frames, avrebbe dovuto solo comporre la colonna sonora, ma finì col sostituire il previsto protagonista Cillian Murphy prima dell'inizio delle riprese. In precedenza, aveva avuto solo una piccola parte da attore in "The Commitments". Hansard e Irglova, per alcuni anni, hanno continuato a suonare e cantare insieme, dando vita al duo The Swell Season.

23 ottobre 2017

Lo sbirro, il boss e la bionda (J. McNaughton, 1993)

Lo sbirro, il boss e la bionda (Mad Dog and Glory)
di John McNaughton – USA 1993
con Robert De Niro, Uma Thurman, Bill Murray
**

Rivisto in TV.

Il poliziotto Wayne Dobie (De Niro), soprannominato ironicamente dai suoi colleghi "Mastino" ("Mad Dog" nell'originale) per la sua eccessiva mitezza (tutto il contrario del suo compagno di pattuglia, che invece è un "duro"), salva la vita al gangster Frank Milo (Murray) durante una rapina in una drogheria. E questi, per ricompensarlo, gli manda a casa una bella ragazza, Glory (Thurman), affinché resti con lui per un'intera settimana. Naturalmente i due si innamoreranno, e Wayne cercherà di convincere Frank a lasciargliela per sempre... Il cast è la cosa più interessante di un film confuso e privo di focus (forse perché la sceneggiatura – opera di Richard Price – vuole giocare su troppi campi nello stesso tempo: la commedia brillante, quella romantica, la pellicola di gangster, il racconto formativo ed esistenziale...), che inizia con uno spunto interessante (con l'insolita amicizia fra il poliziotto e il gangster, basata sul fatto che entrambi in fondo vorrebbero uscire dai propri ruoli e hanno un'anima creativa: il primo come fotografo, il secondo come cabarettista), perde smalto nella prevedibile parte centrale (quella sull'innamoramento fra Wayne e Glory) e cerca inutilmente di recuperarlo nella problematica sequenza conclusiva (che fu girata più volte, con varie modifiche, in risposta a screen test negativi da parte del pubblico). A un De Niro impacciato e timido, che prova senza troppo successo a fare l'eroe (in virtù del motto "Niente fegato, niente gloria", che gioca con il nome della ragazza) fa da contraltare un Murray sardonico come sempre, ma forse un pelino fuori ruolo. Della Thurman, poco da dire: giovanissima e già bella. David Caruso è il collega di Wayne, Mike Starr la guardia del corpo di Frank, Kathy Baker la vicina di casa.

21 ottobre 2017

Roma a mano armata (Umberto Lenzi, 1976)

Roma a mano armata
di Umberto Lenzi – Italia 1976
con Maurizio Merli, Tomas Milian
**1/2

Rivisto in divx, per ricordare Umberto Lenzi.

Il commissario Tanzi della squadra mobile di Roma, un duro dai modi spicci e che mal digerisce le attenuanti sociali e i cavilli legali che riportano in libertà i criminali che arresta (paradossalmente, o forse non tanto, la sua compagna Anna (Maria Rosaria Omaggio) fa la consulente psicologica per il tribunale dei minori, e proprio le sue perizie svolgono un ruolo chiave nel rimettere in liberta i giovani delinquenti), dà disperatamente la caccia al gangster "marsigliese" Ferrender. Per rintracciarlo, tiene d'occhio alcuni dei suoi complici, come il rapinatore Savelli (Biagio Pelligra) e soprattutto il "gobbo" Moretto (Tomas Milian), che si rivelerà essere l'avversario più pericoloso. Ispirato a "Roma violenta" di Marino Girolami, uscito l'anno prima e di cui riprende lo schema e i temi (oltre che il protagonista, il commissario interpretato da Maurizio Merli, anche se qui si chiama Tanzi e non Betti), è il film che ha lanciato Lenzi come uno dei maestri del poliziottesco all'italiana (anche se il regista aveva già girato thriller e noir urbani come "Milano odia: la polizia non può sparare" e "Il giustiziere sfida la città"), nonché la summa di tutto il genere: un film violento e dall'atmosfera tesa, ben girato (sin dalla sequenza di apertura, una soggettiva in auto per le strade di Roma, con la macchina da presa che si sofferma sulle insegne delle banche e gli istituti di credito, per proseguire con scene d'azione e inseguimenti spettacolari), che sfrutta ampiamente l'ambientazione capitolina (di cui mostra vari scorci e quartieri periferici), un buon cast (Giampiero Albertini è Caputo, il vice di Tanzi; Arthur Kennedy è il questore; Luciano Catenacci è il faccendiere Gerace; e ci sono anche Ivan Rassimov e Gabriella Lepori). Il plot a tratti pare sfilacciarsi, con diversi episodi – molti dei quali ispirati a fatti di cronaca reali – e sottotrame non strettamente legate fra loro (Tanzi, che a un certo punto per via dei suoi metodi viene "retrocesso" dai superiori all'ufficio licenze, continua a ritrovarsi "per caso" sempre in mezzo all'azione, opposto a giovani delinquenti, bande di violentatori, pazzi drogati o spietati rapinatori), anche se il finale riesce poi a tirare le fila di tutto. Fondamentale la presenza di Tomas Milian (che con Lenzi, quello stesso anno, creerà il personaggio di "Er Monnezza"), indimenticabile criminale proletario e deforme, dissacrante e carismatico, che lavora al mattatoio e ha sempre la battuta pronta, anche per merito del doppiaggio di Ferruccio Amendola. Per gran parte del pubblico, nel vederlo contrapposto a un commissario inflessibile e giustizialista, veniva spontaneo fare il tifo per lui (forse anche per questo fra Merli e Milian, sul set, c'era una forte rivalità). Nonostante qui muoia, il personaggio ricomparirà nel successivo "La banda del gobbo", dove si rivelerà essere il fratello der Monnezza. Il commissario Tanzi, invece, tornerà ne "Il cinico, l'infame, il violento" (sempre insieme a Milian). Belle le musiche di Franco Micalizzi. Il nome del marsigliese Ferrender è ispirato a quello di un vero gangster dell'epoca, Jacques Berenguer.

20 ottobre 2017

L'intendente Sansho (K. Mizoguchi, 1954)

L'intendente Sansho (Sansho dayu)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1954
con Yoshiaki Hanayagi, Kinuyo Tanaka
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli.

Nel corso di un lungo viaggio per ricongiungersi con il marito, ex governatore destituito e mandato in esilio perché aveva preso le difese dei contadini della sua provincia, Tamaki (Kinuyo Tanaka) e i suoi figli Zushio (Yoshiaki Hanayagi) e Anju (Kyoko Kagawa) sono catturati dai briganti e crudelmente separati: la madre viene venduta in un bordello nell'isola di Sado, i due ragazzi finiscono a lavorare come schiavi nei possedimenti di un nobile signore, gestiti con il pugno di ferro dall'inflessibile intendente Sansho (Eitaro Shindo): costui è talmente spietato che persino il suo stesso figlio, Taro (Akitake Kono), fuggirà da lui, in preda ai sensi di colpa, per diventare un monaco. Trascorreranno dieci lunghi anni prima che Zushio, grazie al sacrificio della sorella, riesca a fuggire. Dopo aver scoperto che nel frattempo il padre è morto, il ragazzo saprà vendicarsi del crudele intendente e ritrovare, infine, la madre. Da un racconto di Mori Ogai, ispirato a un'antica leggenda giapponese ambientata nell'epoca Heian (attorno all'anno Mille), in pieno feudalesimo, uno dei capolavori assoluti di Mizoguchi, con il quale il regista – per il terzo anno consecutivo, dopo "Vita di O-Haru, donna galante" e "I racconti della luna pallida d'agosto" – vinse il Leone d'Argento a Venezia. Il tema è quello della libertà e della schiavitù, per una volta non ristretto solo alla condizione femminile (filo conduttore di tutta la filmografia di Mizoguchi), anche se proprio la madre e la sorella di Zushio compiono i sacrifici più estremi in favore del ragazzo. La pellicola ha tutti i crismi del grande affresco storico e di costume, con una trama che volge al melodrammatico e protagonisti che passano attraverso numerose prove e sofferenze prima di riconquistare la libertà e la pace finale (non dissimile, in questo, da alcuni feuilletton occidentali come "Il conte di Montecristo"). Tipicamente giapponesi sono invece i temi del sacrificio, della dignità e dell'accettazione del proprio destino, che hanno modo di imporsi sullo schermo grazie a uno stile mai sopra le righe, austero e controllato. Anche perché la regia e lo sguardo di Mizoguchi sono, come al solito, caratterizzati da una profonda eleganza che sfiora ripetutamente la più sublime poesia: impossibile trattenere la commozione di fronte a sequenze come quella del canto disperato e accorato della madre che giunge fino alle orecchie dei figli, pur trovandosi questi a migliaia di chilometri di distanza, o esteticamente eccelse come quella dell'annegamento volontario di Anju (che cammina dolcemente nell'acqua, fino a che non rimangono solo i cerchi concentrici delle onde), per non parlare della scena finale in cui madre e figlio si riabbracciano finalmente dopo tanti anni, sulla spiaggia dell'isola di Sado, un ottimo esempio dei piani sequenza con lenti movimenti di macchina (opera del cameraman Kazuo Miyagawa) che caratterizzano lo stile del cineasta nipponico. Da sottolineare anche un tema di solito poco frequentato nei film di Mizoguchi, il rapporto fra padri e figli (maschi), che qui si ritrova in due casi, quelli di Zushio e di Taro. Per Zushio, l'insegnamento paterno (che predica la libertà e l'uguaglianza fra tutti gli uomini) è una guida morale fino alla fine; l'animo nobile di Taro è invece in contrapposizione al padre Sansho, il cui modello di vita è opposto e spregevole. La nobiltà d'animo può dunque svilupparsi in modi diversi, da un esempio positivo oppure negativo. Da notare che, per un breve periodo, Zushio sembra essere “corrotto” e , di fatto, sostituisce Taro come figlio di Sansho: quando marchia a fuoco l'anziano schiavo che aveva tentato la fuga, il compiaciuto intendente sembra fiero di aver trovato nel giovane “Mutsu” un nuovo erede che possa sostituire quello fuggito: e sarà dunque ancora più sorpreso e amareggiato alla notizia che anche questo nuovo figlio lo ha abbandonato. Proprio la sorella Anju, con la sua presenza salvifica, impedirà a Zushio la definitiva discesa nelle tenebre, ricordandogli gli insegnamenti del padre e favorendone la fuga. Curiosamente il titolo è dedicato al "cattivo" della storia, il crudele Sansho: pare che inizialmente Mizoguchi intendesse farne la figura centrale del film, salvo poi cambiare idea e raccontare la storia dal punto di vista dei due ragazzi.

18 ottobre 2017

Dellamorte Dellamore (Michele Soavi, 1994)

Dellamorte Dellamore
di Michele Soavi – Italia 1994
con Rupert Everett, Anna Falchi
***

Visto in divx.

Francesco Dellamorte (Everett), custode del cimitero di Buffalora, deve fare i conti con il fatto che i suoi "ospiti", sette giorni dopo la sepoltura, tornano regolarmente in vita sotto forma di zombie (che lui chiama "ritornanti"). Insieme al suo aiutante Gnaghi (François Hadji-Lazaro), un ritardato semi-muto e deforme ("Segni particolari: tutti"), ha dunque il compito di riportarli nelle loro tombe, senza che nessuno lo venga a sapere. Non che la cosa lo turbi più di tanto, visto che si trova più a suo agio con i morti che con i vivi. Ma la sua solitudine sarà messa a dura prova quando si innamorerà di una giovane vedova (Anna Falchi)... Da un romanzo di Tiziano Sclavi, il creatore di "Dylan Dog" (personaggio il cui volto è ispirato proprio a quello di Rupert Everett: il che, per diversi motivi, fa di questo film una pellicola molto più affine alle atmosfere del fumetto di quanto non sarà l'adattamento ufficiale made in USA realizzato qualche anno più tardi), una surreale black comedy, originale e piena di idee, che dietro l'aspetto da B-movie anni ottanta (fra le influenze: Sam Raimi, George Romero, Terry Gilliam) mescola in modo unico la filosofia esistenzialista del suo autore e le atmosfere dei classici horror all'italiana (Soavi, non dimentichiamolo, è stato assistente di Joe D'Amato e di Dario Argento), inglobando i generi e superandone i limiti. Genuinamente divertente, offre di tutto, e per tutti i gusti: riflessioni sulla vita e la morte ("Fra morti viventi e vivi morenti, siamo tutti uguali"), sull'amore e il destino, sulla politica e la burocrazia, sull'ipocrisia e il conformismo; ma anche horror, splatter, gore (spesso sopra le righe e senza sprezzo del ridicolo: vedi lo zombie in motocicletta o la testa volante con il velo da sposa che si rifugia in un televisore rotto), tanto umorismo macabro e ironia tongue-in-cheek, una spruzzata di sesso (la Falchi mostra generosamente le sue forme), incursioni nella commedia pecoreccia (la sottotrama sull'impotenza), nel grottesco e nel surreale, gag demenziali (con l'inetto commissario Straniero che non sospetta di Francesco nemmeno di fronte all'evidenza) e momenti toccanti (la love story di Gnaghi con Valentina, la figlia del sindaco, e in generale il rapporto di amicizia fra Francesco e il suo aiutante). Tutti questi ingredienti, anche grazie alla struttura semi-episodica della pellicola (e al fatto che si fa progressivamente astratta e surreale, da non prendere mai sul serio dunque, fra dialoghi con la morte e sogni premonitori), si amalgamano senza annullarsi, rafforzandosi semmai a vicenda. E la malinconica vena esistenzialista (l'ambientazione nel paesino italiano di provincia è quanto mai indovinata) è decisamente un valore aggiunto. Le musiche sono di Manuel De Sica, gli effetti speciali (artigianali e vecchio stile) di Sergio Stivaletti. Anna Falchi interpreta tre ruoli, tutti senza nome (forse l'uno la reincarnazione dell'altro, o forse è Francesco che continua a rivedere il volto della donna che ha amato nelle altre che incontra). Una mosca bianca nel panorama del cinema italiano (anche di genere) degli anni novanta, da vedere e da recuperare: meritata la fama di cult movie, e non solo per i fan di Sclavi o di "Dylan Dog", che pure ci ritroveranno tante caratteristiche (il volto, la giacca, il maggiolino, l'aiutante/spalla comica, il campo d'azione, l'attitudine filosofica... c'è persino la celebre filastrocca sulla morte di "Attraverso lo specchio").

17 ottobre 2017

La corsa più pazza d'America 2 (Hal Needham, 1984)

La corsa più pazza d'America n. 2 (Cannonball Run II)
di Hal Needham – USA/HK 1984
con Burt Reynolds, Dom DeLuise
*1/2

Rivisto in divx.

Non avendo vinto la corsa precedente, lo sceicco Abdul Ben Falafel (Jaime Farr) organizza una nuova edizione della "Cannonball Run" e mette in palio un milione di dollari per il vincitore che completerà il percorso dalla California al Connecticut. A partecipare si ripresentano quasi tutti gli equipaggi già visti nel primo film, con piccole variazioni. J.J. McClure (Burt Reynolds) e l'amico Victor/Capitan Chaos (Dom DeLuise), anziché un'ambulanza, guidano stavolta un mezzo militare, travestiti da un generale dell'esercito e dal suo attendente. E imbarcano pure un paio di suore (finte anch'esse, benché inizialmente i due piloti non lo sappiano: Shirley MacLaine e Marilu Henner). Sammy Davis Jr. e Dean Martin si camuffano da poliziotti. Jackie Chan, in una Mitsubishi ancora più accessoriata della precedente Subaru (può andare pure sott'acqua!), ha come co-pilota il gigantesco Arnold (Richard Kiel). Le supersexy Susan Anton e Catherine Bach passano da una vettura all'altra. I giovani Mel Tillis e Tony Danza guidano una speciale limousine in compagnia di un orangotango (che finge di esserne il pilota). E infine lo stesso sceicco corre insieme al suo schiavo biondo (Doug McClure) e al dottor Van Helsing (Jack Elam), già visto nel precedente film. L'interferenza di alcuni gangster italo-americani (fra i quali Henry Silva e Michael V. Gazzo), che intendono rapire lo sceicco per conto del loro boss Don Don Cannelloni (Charles Nelson Reilly), mette a repentaglio la corsa. Ma grazie all'aiuto di Frank Sinatra (che interpreta sé stesso), i "cannonballisti" si coalizzano e riusciranno a salvare il loro amico. Solito cast all star (ci sono anche Terry Savalas, Ricardo Montalbán, Jim Nabors) per una replica senza troppa fantasia del film precedente, leggermente migliore come caratterizzazione dei personaggi ma, se possibile, ancora più stupida e cartoonistica (le gag sono ripetitive e infantili: vedi i trucchi alla Dick Dastardly – ganci, trappole, calamite – che i mafiosi mettono in atto per tentare di rapire lo sceicco). Triste pensare che si tratti dell'ultima apparizione sul grande schermo per Dean Martin e Frank Sinatra. In ogni caso, è un film innocuo: se ci si accontenta di poco, ci si può pure divertire. I nomi delle due finte suore, Betty e Veronica, sono un omaggio al fumetto "Archie", assai popolare negli USA.

16 ottobre 2017

La corsa più pazza d'America (Hal Needham, 1981)

La corsa più pazza d'America (The Cannonball Run)
di Hal Needham – USA/HK 1981
con Burt Reynolds, Dom DeLuise
*1/2

Rivisto in divx.

La "Cannonball Run" è una corsa automobilistica clandestina che vede improbabili equipaggi attraversare gli Stati Uniti, dalla costa est a quella ovest, sfrecciando sulle strade ben oltre i limiti di velocità consentiti (e utilizzando ogni sorta di trucchi e di travestimenti per eludere controlli e sanzioni). Ispirato a una competizione realmente esistente (alla quale Burt Reynolds e il regista Hal Needham si erano già rifatti per realizzare il precedente "Il bandito e la Madama" e il suo seguito "Una canaglia a tutto gas", con grande successo di pubblico) e prodotto dalla Golden Harvest di Hong Kong (che intendeva espandersi oltre i propri confini, e che approfittò dell'occasione per presentare al pubblico americano il suo divo di punta, Jackie Chan), il film è quasi una versione dal vivo del cartone animato "Wacky Races" (che a sua volta si rifaceva al classico "La grande corsa" di Blake Edwards), anche se indubbiamente meno divertente e con parecchio meno fantasia. Il cast, vasto e corale, comprende numerosi nomi noti, che in diversi casi si divertono a ironizzare su sé stessi e sugli stereotipi del genere. Seguiamo così i meccanici J.J. McClure (Burt Reynolds) e Victor Prinzin (Dom DeLuise), che corrono a bordo di una finta ambulanza, con tanto di medico (il ributtante Jack Elam) e di paziente (la bella fotografa Farrah Fawcett). Il giocatore d'azzardo Sammy Davis Jr. e il dongiovanni incallito Dean Martin, in Ferrari, si travestono invece da preti cattolici; le vamp Adrienne Barbeau e Tara Buckman, in una Lamborghini nera, sfruttano il loro fascino femminile per far colpo sui tutori della legge; e così via. In gara, fra gli altri, anche uno sceicco arabo (Jamie Farr) in Rolls Royce, due sempliciotti texani (Terry Bradshaw e Mel Tillis) su una Chevrolet truccata, i cinesi Jackie Chan (appunto) e Michael Hui (identificati nei dialoghi come giapponesi) in una Subaru high tech e computerizzata, e Roger Moore (o qualcuno che si fa passare per lui), che fa il verso a sé stesso e sul suo ruolo di James Bond, naturalmente in una Aston Martin super-accessoriata. Arthur J. Foyt è il membro del comitato per la sicurezza sulle strade che cerca ripetutamente e senza successo di interrompere la corsa, Bianca Jagger la sorella dello sceicco, Peter Fonda il capo dei teppisti in moto che scatenano una rissa cui prendono parte tutti i concorrenti (e dove Jackie Chan ha brevemente modo di dare sfoggio delle sue arti marziali). Demenziale e sgangherato (il titolo italiano lo accomuna alle tante pellicole del filone "...più pazzo del mondo"), con una comicità infantile e scontata (l'unico vero colpo di genio sono le dirompenti apparizioni di "Capitan Chaos", l'alter ego supereroistico dello squilibrato Dom DeLuise), il film riscosse comunque un buon successo al botteghino, il che portò alla realizzazione di due sequel. Nota finale: fu proprio da questa pellicola che Chan prese l'idea di inserire, durante i titoli di coda dei suoi film successivi, i blooper e le scene sbagliate.

13 ottobre 2017

Blade runner 2049 (D. Villeneuve, 2017)

Blade Runner 2049 (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2017
con Ryan Gosling, Harrison Ford
**

Visto al cinema Colosseo.

L'agente KD9-3.7 (chiamato in breve solo "K"), cacciatore di replicanti (ovvero androidi) nella Los Angeles del 2049, è egli stesso un replicante di ultima generazione. La Wallace Corporation, che nel corso degli anni è subentrata alla Tyrell nella loro costruzione, ha infatti messo a punto nuovi modelli Nexus ben più affidabili, obbedienti e incapaci di ribellarsi, rispetto a quelli precedenti, i cui ultimi superstiti rimasti in circolazione vivono in clandestinità e vengono ricercati e "ritirati" dalle unità Blade Runner. Nel corso del suo lavoro, K trova casualmente le prove di un vero e proprio "miracolo": una replicante, ventotto anni prima, avrebbe dato alla luce un figlio! La ricerca del bambino interessa diversi gruppi per motivi diversi (le autorità vorrebbero eliminarlo, nel timore che la notizia sconvolga l'ordine sociale; i replicanti clandestini ne vorrebbero fare il simbolo della loro rivoluzione e delle loro rivendicazioni; e l'ambizioso e megalomane scienziato Wallace vorrebbe studiarlo per riuscire a creare finalmente un'autentica vita artificiale) e porterà l'agente K a scoprire che la madre di questi era l'androide Rachael, e il padre nientemeno che l'agente che lo aveva preceduto, ossia Rick Deckard (Harrison Ford). Non solo: si convincerà di essere proprio lui quel bambino, e dunque il figlio (non spiritualmente, ma letteralmente!) di Deckard... A trentacinque anni dall'uscita del suo film più famoso (ma nella finzione ne sono passati solo 30: probabilmente il 2054 era una data meno "marketable" da mettere nel titolo!), Ridley Scott – qui solo produttore esecutivo – lascia nelle mani del canadese Villeneuve le redini del tanto atteso seguito di una pellicola leggendaria. L'impresa, naturalmente, era di quelle da far tremare i polsi: era assai probabile, infatti, che il risultato non si rivelasse all'altezza del prototipo. E purtroppo è proprio quanto è accaduto, dando vita a una pellicola fredda e imbalsamata, nonostante il tentativo, da un lato, di creare qualcosa di nuovo e di non derivativo, e dall'altro di replicare sfacciatamente l'atmosfera e rievocare le situazioni del primo lungometraggio. In entrambi i casi, il film va fuori strada: troppo ambizioso e "alto" nella sua lettura religiosa-umanistica, troppo banale in quella retrò-fantascientifica. Ma soprattutto, senz'anima (anche se la forma è bella).

Il "Blade Runner" del 1982 lasciava nel dubbio se Deckard fosse a sua volta un replicante, dubbi che questo sequel si guarda bene dal chiarire o dissipare (anche perché, in fondo, di quale delle tante versioni del primo film stiamo parlando? L'assenza della voce fuori campo lascerebbe intendere che si tratti della director's cut, ma tutte le porte sono aperte). Per quanto riguarda il protagonista, comunque, si taglia subito la testa al toro: K è in effetti un replicante, e sa benissimo di esserlo. Che poi sia (o possa essere) il figlio di Deckard, è uno dei punti su cui la sceneggiatura lancia suggestioni allo spettatore, prima di risolverle nel finale. I riferimenti al primo film sono numerosi, e vengono "scimmiottate" molte scene e sequenze, offrendoci momenti simili: la tecnologia (le auto volanti, le pubblicità e i neon in città, gli ingrandimenti fotografici), la vita nella città bassa (la visita al mercato nero), i test di personalità per i replicanti (il Voight-Kampff sembrava però avere più senso), i surrogati degli animali (e al posto degli origami di carta ci sono le statuette di legno: ma al vecchio Gaff – Edward James Olmos – è concessa una comparsata), le suggestioni retrò e noir (nelle architetture, negli abiti, nella musica: la colonna sonora di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch richiama Vangelis, nel finale persino esplicitamente, e comprende oldies di Elvis Presley e Frank Sinatra). Ciò nonostante, il mood è parecchio diverso, e i parallelismi sono estetici e non concettuali. Non si respira aria di Philip K. Dick, la commistione fra fantascienza e noir che rendeva così "unico" il vecchio lungometraggio è imperfetta, e il risultato è meno filosofico e cyberpunk per virare maggiormente sul thriller d'azione/avventura, anche per via di un plot che richiama semmai "Children of Men". Ritrovare la propria umanità, per K, sembra equivalente a ritrovare i propri genitori (il tema della genitorialità ossessiona da sempre Villeneuve, da "La donna che canta" ad "Arrival"). Se poi escludiamo la lettura religiosa (si parla esplicitamente di miracoli), a tratti si ha la sensazione di guardare un action fantascientifico come tanti, giusto un filino più ambizioso della media. E naturalmente mancano (perché quelli non li si costruisce certo a tavolino) momenti memorabili come l'iconico confronto fra Deckard e Roy Batty nel primo film. Qui l'antagonista di K, la replicante Luv (Sylvia Hoeks), semplicemente non è la stessa cosa.

Soprattutto, il film è troppo lungo: e se all'inizio coinvolge, grazie anche ad alcune trovate interessanti (su tutte Joi, la fidanzata-ologramma di K, interpretata da Ana de Armas, che lo ribattezza Joe e lo segue ovunque come un cellulare, con la sua suoneria tratta da "Pierino e il lupo": è uno dei pochi elementi prettamente dickiani), strada facendo si sfilaccia e si trascina in modo estenuante fino a uno stanco finale. L'effetto è lo stesso che dava "Blues Brothers 2000" (persino la struttura del titolo è simile!): preso a sé stante il film ha anche i suoi pregi, ma il confronto con l'originale è impietoso. Colpa, in gran parte, della sceneggiatura di Hampton Fancher (che era stato l'autore della prima versione dello script anche del vecchio film, prima che disaccordi con Ridley Scott portassero a farla riscrivere da David W. Peoples): a parte l'implausibilità dello spunto di base, risulta vuota e fumosa nelle scene con Wallace (Jared Leto), e presenta anche buchi logici nello sviluppo (per dirne due: perché K non prende subito in considerazione che i suoi ricordi possano essere innesti di una persona vera? in fondo, già nel 2019 Deckard diceva a Rachael che i suoi erano forse "della nipote di Tyrell"; e come può Deckard aver dato alla figlia il cavallo di legno se l'aveva abbandonata prima della nascita? ricordiamo che il legno proviene da Las Vegas, infatti è grazie a quello che l'uomo viene rintracciato da K). Per non parlare di trovate di comodo come il blackout che nel 2022 ha distrutto le documentazioni elettroniche e i database della Tyrell: sembra fatto su misura per far funzionare la trama e impedire a K di scoprire subito la verità su sé stesso. Ryan Gosling, come al solito, è parecchio inespressivo, anche se essendo un replicante lo si può accettare. Quanto al resto del cast, Robin Wright è "Madame" (Joshi nella versione originale), il tenente di polizia; Mackenzie Davis è la prostituta Mariette, in realtà membro del movimento clandestino dei replicanti; Carla Juri è Ana Stelline, la "fabbricante di ricordi"; Dave Bautista è il replicante Sapper Morton. Il finale lascia alcuni punti in sospeso (manca un confronto finale con Wallace, per esempio): già si parla di ulteriori sequel, anche se per ora al botteghino il film sta facendo tutt'altro che sfracelli. La Warner ha anche realizzato tre brevi corti promozionali che fanno da cerniera fra il primo e il secondo film (ambientati nel 2022, nel 2036 e nel 2048).

12 ottobre 2017

Non drammatizziamo... è solo questione di corna (F. Truffaut, 1970)

Non drammatizziamo... è solo questione di corna
(Domicile conjugal)
di François Truffaut – Francia 1970
con Jean-Pierre Léaud, Claude Jade
***

Visto in divx.

Infelicissimo titolo italiano (più adatto semmai a una commedia pecoreccia!) per il quarto capitolo delle avventure di Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud), "alter ego" cinematografico di Truffaut. Come ben illustrava invece il titolo originale, siamo di fronte al racconto dei primi anni di vita coniugale del nostro personaggio, che il regista descrive con garbata levità e finezza psicologica. Dopo aver sposato Christine (Claude Jade) nel precedente "Baci rubati", infatti, Antoine si è stabilito in un grande caseggiato popolare. Lui – che nel tempo libero cerca di scrivere un romanzo autobiografico – colora artificialmente fiori (!) nel cortile, per rivenderli ai fiorai, mentre lei dà lezioni di violino nel suo appartamento. La loro è una vita semplice, costellata di saltuarie visite ai genitori di lei, di incontri con gli amici (si rivedono l'ex collega della ditta di riparazioni e lo scroccone che chiede continuamente prestiti), e soprattutto dai rapporti con i vicini di casa. Il palazzo sede del loro "domicilio coniugale" è quasi un microcosmo dell'intero paese (il doppiaggio italiano esagera un po' con gli accenti e le inflessioni dialettali), i cui abitanti passano il tempo a lavorare o a bighellonare, a spettegolare e a interagire in vari modi (da ricordare il misterioso vicino che tutti, ignorandone la professione, soprannominano "Lo strangolatore", e che si rivelerà essere un attore televisivo). Lentamente, ci sono piccoli (l'arrivo del telefono in casa) e grandi cambiamenti (la nascita di un figlio, Alphonse, che la madre avrebbe voluto chiamare Ghislain, e il trasloco in un appartamento più grande). A un certo punto, ad Antoine capita l'occasione di cambiare lavoro: e per una fortuita coincidenza (il direttore crede che la lettera di raccomandazione di un altro candidato si riferisca a lui) viene assunto in un'azienda americana che si occupa di costruzioni idrauliche. Poco più tardi si lascerà tentare da un'avventura extraconiugale con una ragazza giapponese, Kyoko (Hiroko Berghauer): non perché non ami più Christine, ma semplicemente per il fascino dell'ignoto ("Kyoko non è un'altra donna... è un altro continente"). La scappatella verrà rapidamente alla luce, marito e moglie litigheranno, e lui andrà a vivere fuori di casa per qualche tempo. Ma progressivamente faranno pace, anche perché il rapporto con Kyoko si rivelerà più noioso del previsto. E nel finale, un anno più tardi, nel vedere Antoine e Christine impegnati nelle più scontate scaramucce tipiche delle coppie di vecchia data, del tutto identiche alle proprie, i vicini di pianerottolo commenteranno: "Ora si amano veramente".

Costruita come una serie di tranche de vie, la pellicola racconta le vite dei suoi personaggi senza far loro la morale e ne descrive il mondo con estrema leggerezza ma anche attenzione e profondità attraverso i più piccoli dettagli. Celebre, per esempio, la scena in cui i due coniugi, a letto, sono impegnati in letture che ne svelano il desiderio di tradimento: una biografia di Nurejev per lei (che lo ritiene l'uomo più bello del mondo), un saggio sulle donne giapponesi per lui (per comprendere meglio l'enigmatica Kyoko). Nel mettere in scena il microcosmo del caseggiato, fra piccoli episodi e bizzarre interazioni, ma anche il contrasto con la modernità che avanza e i momenti surreali del nuovo lavoro di Antoine (che passa le giornate a pilotare modelli di nave radiocomandati nella grande vasca del parco), la pellicola può invece ricordare a tratti le commedie di Jacques Tati, che Truffaut ammirava: e proprio Monsieur Hulot (anche se interpretato da una controfigura) fa in effetti un'apparizione a sorpresa in una breve scena, nella stazione della metropolitana. Ma è anche un film fatto su misura per i fan di Truffaut, che vi ritrovano temi, toni e situazioni familiari perché riecheggiano (a volte esplicitamente: non mancano citazioni e rimandi) molti dei suoi lavori precedenti. Si rivedono infatti volti (Daniel Boulanger) e si riascoltano frasi che provengono da quasi tutti i film girati in passato dal regista francese. Nel complesso, il lungometraggio rappresenta un ulteriore e fondamentale passo nella "crescita" di Antoine Doinel, che le circostanze dirigono sempre più verso un'esistenza borghese come mille altre (anche se deve sempre fare i conti con la sua innata irrequietezza, la spinta alla curiosità e alla ribellione e il rifiuto delle ipocrisie). Pur se "inquadrato", Antoine rimane una figura unica, un pesce fuor d'acqua, che non ha paura di commettere errori e di pagarne le conseguenze: è come l'unico fiore rimasto bianco, circondato da quelli colorati di rosso, che si vede in una delle prime scene. La sua "saga" si concluderà nel 1978 con il quinto film, "L'amore fugge". Interessante la colonna sonora di Antoine Duhamel.

11 ottobre 2017

Elektra (Rob Bowman, 2005)

Elektra (id.)
di Rob Bowman – USA/Canada 2005
con Jennifer Garner, Kirsten Prout
*

Rivisto in TV.

Il titolo non ha nulla a che fare con la mitologia, né tantomeno con l'opera di Richard Strauss. Elektra è un personaggio Marvel, sicario ninja di origine greca, creato da Frank Miller negli anni ottanta nella sua leggendaria run su "Daredevil". E proprio dal film su Devil con Ben Affleck (di cui questo è uno spin-off) proviene l'incarnazione interpretata da Jennifer Garner, quasi irriconoscibile rispetto alla sua controparte disegnata. In quel film, tra l'altro, veniva uccisa: ma qui è stata magicamente resuscitata. Spietata killer, Elektra viene assoldata per eliminare un uomo, Mark Miller (Goran Višnjić: il cognome è senza dubbio un omaggio al creatore fumettistico del personaggio), e sua figlia, la tredicenne Abby (Kirsten Prout). Sceglie però di risparmiarli, anche perché nella bambina rivede forse sé stessa, e per questo motivo si ritrova contro i ninja della Mano, organizzazione criminale (con superpoteri) che dà la caccia proprio ad Abby, che ritiene destinata a diventare il guerriero che romperà l'equilibrio fra bene e male. Un film mediocrissimo e senza alcuna qualità, fra i Marvel movie meno ispirati di sempre (non che la sua appartenenza all'Universo Marvel sia in qualche modo esplicitata: una scena in cui sarebbe dovuto apparire Ben Affleck nei panni di Matt Murdock è stata eliminata). Alla sua uscita l'avevo detestato, stavolta semplicemente non mi ha fatto né caldo né freddo. Della complessità del personaggio originale non rimane nulla, anche per via di un'errata scelta di casting (la Garner non ha carisma né personalità). E la trama è quella di un thriller d'azione come mille altri, piatto e convenzionale, per lunghi tratti pure noioso, e con un finale quanto mai scontato. Terence Stamp è il sensei cieco Stick. Fra i cattivi figurano Will Yun Lee (Kirigi) e Natassia Malthe (Typhoid Mary, qui un membro della Mano).

10 ottobre 2017

Tempo d'amare (Mohsen Makhmalbaf, 1990)

Tempo d'amare, aka I giorni dell'amore (Nobat e Asheghi)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran/Turchia 1990
con Shiva Gered, Abdurrahman Palay
**

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario"), in originale con sottotitoli.

Tre varianti della stessa storia. Nella prima, la bella Ghozal (Shiva Gered) è sposata a un tassista (Menderes Samancilar) ma è innamorata di un giovane lustrascarpe (Aken Tunj), che vede clandestinamente in un cimitero. Testimone dei loro incontri è un uomo anziano (Abdurrahman Palay) che si reca fra le tombe per ascoltare in silenzio i suoni della natura e degli uccelli. Quando l'uomo rivela al marito di Ghozal la sua infedeltà, questi ucciderà il rivale e sarà condannato a morte, mentre Ghozal si avvelenerà. Nella seconda storia, i ruoli del marito e dell'amante sono scambiati: il risultato finale, però, è lo stesso. Infine, nella terza variante, torniamo alla situazione iniziale. Ma stavolta, anziché la gelosia e la violenza, prevarranno la compassione e l'amore. Curioso esperimento di storia "a bivi" (che ricorda, se vogliamo, i cortometraggi didattici di Kiarostami), nel solco di "Ombre ammonitrici" e "Destino cieco" (in seguito, naturalmente, ci saranno anche "Sliding doors" e "Lola corre"). Qui, però, tutto sembra fine a sé stesso e non suscita particolari riflessioni, anche perché nessuno dei personaggi (salvo forse il tassista) viene approfondito. Girato a Istanbul, il film è una co-produzione turco-iraniana. Abdurrahman Palay, che interpreta il vecchio con l'apparecchio acustico (quando se lo toglie, il film diventa muto), era un celebre e veterano attore turco di cinema e di teatro. Fra i temi ricorrenti spicca ovviamente quello della rinascita, strettamente collegato al mare (i pesci morti rigettati in acqua tornano a vivere, il tassista condannato a morte chiede di essere sepolto in mare perché così si reincarnerà).

8 ottobre 2017

Madre! (Darren Aronofsky, 2017)

Madre! (Mother!)
di Darren Aronofsky – USA 2017
con Jennifer Lawrence, Javier Bardem
***1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, in originale con sottotitoli.

Uno scrittore (Javier Bardem) e la sua giovane compagna (Jennifer Lawrence) si vedono invadere la propria casa (che lei faticosamente sta ristrutturando, dopo che era stata distrutta da un incendio) da ospiti e sconosciuti sempre più numerosi e aggressivi. In un'atmosfera ambigua e disturbante (il punto di vista è quello della donna), il vorticoso e rapidissimo crescendo degli eventi – via più grotteschi e surreali, fino a diventare apocalittici – e il fatto che nessuno dei personaggi abbia un nome lascia ben presto intendere che quello cui stiamo assistendo non è un semplice thriller, e che dietro le immagini e gli stilemi dell'horror c'è un forte significato simbolico e metaforico. Ma quale? Apparentemente c'è solo l'imbarazzo della scelta. La casa vista come organismo vivente (la donna può sentirne il cuore pulsante attraverso le pareti), invasa da una malattia devastratrice che si propaga sempre più. Oppure, la metafora della creazione artistica, con lo scrittore (il "poeta", come lo chiamano i suoi fan) che si lascia prendere dalla fama e dalla vanità e accetta che la sua sfera privata venga invasa dal pubblico, finendo col devastare tutto quello che a lui è più caro, a partire dalla sua musa (la donna viene chiamata esplicitamente, in un paio di volte, "Ispirazione"): creazione e distruzione, dopo tutto, sono concetti legatissimi fra loro. Oppure ancora, come forse suggeriva subito il titolo, il tema della madre protettrice e salvifica, che difende il focolare domestico dall'assalto del male proveniente dal mondo esterno (non a caso, in tutto il film, la Lawrence non varca mai la soglia del portico di casa, come se non potesse allontanarsene nemmeno volendo). C'è chi l'ha visto in chiave ecologista (il pianeta devastato dalle attività degli esseri umani) oppure politica-sociale (una nazione invasa dai migranti provenienti da fuori, che si portano appresso tutto il carrozzone di parenti e amici): ma sono forse le interpretazioni meno efficaci. Al contrario, invece, il significato più esplicito (a proposito del quale il precedente film di Aronofsky, "Noah", qualche indizio lo forniva anche) è quello religioso.

L'intera pellicola può infatti essere letta come un allegoria del racconto biblico, con Bardem nei panni del Dio creatore e la Lawrence in quelli della Madre Terra. La casa è naturalmente l'universo intero, gli ospiti invasori sono gli uomini che popolano la Terra (i primi che si manifestano, Adamo – con ferita nel costato! – ed Eva, hanno due figli, Caino e Abele, uno dei quali uccide l'altro e sparge per la prima volta il sangue nel mondo). L'iniziale "ondata" di caos, raccontata nella prima parte del film, equivale al Vecchio Testamento (e culmina nel diluvio universale, la rottura del lavello in cucina: il parallelo si esplica anche nei dettagli più banali, come lo studio dello scrittore cui è vietato accedere che rappresenta l'albero della conoscenza nel giardino dell'Eden). La seconda parte, ovviamente, è il Nuovo Testamento: in essa, dopo che Dio ha elargito agli uomini la sacra scrittura, assistiamo al sorgere della religione (i fan che adorano il poeta), alla nascita del figlio di Dio, che sarà ucciso dagli uomini (che si ciberanno delle sue carni, e che nonostante tutto lo scrittore inviterà a "perdonare"). E fra guerre e atrocità di ogni tipo, la stessa Madre Terra sarà violata e insultata, fino all'Apocalisse finale. Ma dall'esplosione, vero e proprio Big Bang, potrà rinascere tutto, dando vita a un nuovo ciclo. Fischiato durante la presentazione alla Mostra di Venezia, il film di Aronofsky, così caotico, claustrofobico e ricco di significati, ha lasciato disorientati molti spettatori. Forse un suo limite sta nel fatto che, una volta compresa l'allegoria religiosa, tutto può apparire scontato e di grana grossa (come spesso capita nelle opere del regista americano): si paragoni al modo in cui Lars Von Trier aveva fatto in fondo la stessa cosa, con più sottigliezza, nel suo "Dogville" (anch'esso da molti incompreso, e la cui lettura religiosa era passata sotto silenzio). Ma l'intensità emotiva, il senso di disturbo e le emozioni veicolate durante la visione, grazie anche alla qualità e alla potenza visiva, sanguigna e barocca, non si possono cancellare: davvero, chi lo stronca si merita quei film anestetizzanti e fatti con lo stampino che provengono da Hollywood. Molto interessante la scelta degli attori: Caino e Abele, per esempio, sono interpretati da fratelli anche nella vita reale (Domhnall e Brian Gleeson). Adamo ed Eva sono Ed Harris e Michelle Pfeiffer.

6 ottobre 2017

Valerian (Luc Besson, 2017)

Valerian e la città dei mille pianeti
(Valérian et la Cité des mille planètes)
di Luc Besson – Francia 2017
con Dane DeHaan, Cara Delevingne
**

Visto al cinema Uci Bicocca.

Gli agenti della federazione spaziale Valerian (DeHaan) e Laureline (Delevingne) devono indagare su una misteriosa zona radioattiva apparsa al centro di Alpha, "la città dei mille pianeti", quella che un tempo era la Stazione Spaziale Internazionale e che nel corso dei secoli è divenuta uno smisurato aggregato vagante fra le galassie, abitato da migliaia di civiltà extraterrestri che coabitano in pace. Scopriranno l'esistenza di una razza di alieni sconosciuti, sopravvissuti alla distruzione del loro pianeta. Da una celebre serie a fumetti degli anni sessanta/settanta, "Valerian" di Pierre Christin e Jean-Claude Mézières (disegnatore con il quale il regista aveva già collaborato ai tempi de "Il quinto elemento"), e in particolare dall'albo "L'ambasciatore delle ombre", Besson realizza una pellicola al tempo stesso ambiziosa (è il più costoso film francese – o forse addirittura europeo – di tutti i tempi) e di puro intrattenimento. E nel suo mescolare avventura escapista e scenari fantascientifici, lunghe scene d'azione e creature esotiche (nel più puro spirito della space opera, come al cinema si era visto forse solo nella saga di "Guerre stellari"), riesce senza dubbio a coinvolgere e a divertire. L'apparato visivo spettacolare (con abuso di CGI) e la buona caratterizzazione dei due personaggi principali (ottima nel caso di Laureline, ben più di una semplice spalla, e sicuramente non la classica damigella da salvare: al contrario, è spesso lei a prendere l'iniziativa e a correre in aiuto del suo compagno) aiuta a passare sopra a quelli che sono, invece, i tanti difetti della pellicola, a partire dai personaggi di contorno. Nonostante Besson abbia voluto a bordo nomi popolari o celebri attori hollywoodiani, questi rimangono infatti delle macchiette o delle figure stereotipate, a partire dal generale guerrafondaio interpretato da un annoiato Clive Owen. Il cast di comprimari (ma per alcuni di loro è quasi un semplice cameo) comprende Rihanna (l'alieno mutaforma Bubble), Ethan Hawke (il gestore dello strip bar), Alain Chabat (Bob, il pirata del sottomarino), Mathieu Kassovitz (uno dei soldati al Gran Mercato), Herbie Hancock (il ministro della difesa) e Rutger Hauer (il presidente della federazione umana). Sam Spruell è il generale "buono", Kris Wu il suo assistente. Un altro difetto, forse il maggiore, è dato dalle ambizioni smisurate di Besson: non tanto perché ha voluto ammantare con un messaggio pesante (il genocidio di un popolo) e antibellico quella che avrebbe funzionato anche solo come una semplice avventura (in fondo anche il fumetto originale affrontava temi sociali e politici); ma perché la pellicola, già parecchio autoindulgente, soffre di gigantismo nella durata e nella messa in scena, colma com'è di immagini spettacolari, concetti e colori, affaticando non poco lo spettatore e rischiando di fargli concludere la visione con un (leggero) mal di testa. Anche perché le manca quella certa ingenuità presente nel fumetto. In ogni caso, nel suo genere "Valerian" non sfigura e potrebbe ritagliarsi uno spazio come film di culto per una parte del pubblico. Peccato che il flop commerciale e di critica precluda quasi sicuramente la possibilità di ulteriori sequel (nonostante Besson, che ha sempre amato il fumetto originale e che ha già pronte nuove sceneggiature, ci speri ancora). Molto belli i titoli di testa sulle note di "Space Oddity" di David Bowie.

4 ottobre 2017

Stand by me (Rob Reiner, 1986)

Stand by me - Ricordo di un'estate (Stand by Me)
di Rob Reiner – USA 1986
con Wil Wheaton, River Phoenix
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Alla notizia della morte dell'amico di un tempo Chris Chambers, lo scrittore Gordie Lachance (Richard Dreyfuss) rievoca un episodio della loro infanzia a Castle Rock, in Oregon. I dodicenni Gordie (Wil Wheaton) e Chris (River Phoenix), insieme ad altri due amici, Teddy (Corey Feldman) e Vern (Jerry O'Connell), decisero di andare alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo, Ray Brower, scomparso da alcuni giorni, che sapevano trovarsi presso i binari del treno in mezzo ai boschi. Un classico degli anni ottanta, nonché uno dei più bei film mai girati sul tema della crescita e dell'amicizia, un racconto di coming-of-age che si dipana nell'arco di due giorni, durante una lontana e assolata estate, nei quali i quattro amici sono protagonisti di un vero e proprio viaggio iniziatico, alla scoperta della morte ma anche e soprattutto di sé stessi. Nella totale assenza (o addirittura nell'ostilità) dei genitori e degli adulti in generale, i quattro ragazzini possono contare solo sulla propria amicizia per trovare gli stimoli ad andare avanti, alla scoperta del mondo e delle proprie potenzialità. E così Gordie, che vive nel trauma della morte del fratello maggiore Danny, il preferito dai genitori, si sente inadeguato e non amato, insicuro e fuori posto. Chris, additato da tutti come un poco di buono, anche per via della famiglia disastrata da cui proviene, lo aiuterà a ritrovare fiducia in sé stesso, e sarà a sua volta stimolato da lui a non arrendersi a un'esistenza limitata e infelice come quella che, a dire di tutti, lo dovrebbe attendere. La caratterizzazione dei quattro ragazzini è fenomenale: merito non solo della sceneggiatura ma anche del regista, che scelse quattro giovani attori con caratteristiche (anche familiari) molto simili a quelle dei personaggi: Wheaton era timido, sensibile e insicuro, Phoenix era un leader naturale ma proveniva da una famiglia quantomeno bizzarra, O'Connell era estroverso e ironico, Feldman era pieno d'ira anche per via dei cattivi rapporti con i suoi genitori. Reiner volle che i quattro ragazzi passassero due settimane insieme prima dell'inizio delle riprese, per farli diventare amici anche nella vita reale.

Il film è tratto da un racconto di Stephen King (contenuto nella raccolta "Stagioni diverse"), il quale ne apprezzò molto l'adattamento, dichiarando che riproduceva alla perfezione le atmosfere (in parte autobiografiche) che aveva voluto mettere sulla pagina scritta: King tornerà a collaborare con Reiner nel successivo "Misery non deve morire", e la casa di produzione indipendente fondata dal regista si chiamerà proprio Castle Rock Entertainment, in omaggio al paese (fittizio) da dove provengono i ragazzini. Tipici di King sono il tema della scrittura (Gordie è destinato a diventare uno scrittore: memorabili le storie che si inventa per intrattenere gli amici, come il racconto della gara di mangiatori di torte, con smisurata vomitata annessa: ma si sa, a quell'età sono queste le cose che divertono) e quelli legati alla crescita, alle sue dinamiche e alle sue leggende. A questo proposito, la caratterizzazione dei ragazzi, colti proprio nel passaggio dall'infanzia all'adolescenza, è magistrale, come dimostrano le loro conversazioni (da argomenti banali legati alla tv e ai fumetti, alle paure, alle idealizzazioni e alle volgarità). Anche quando litigano, fanno subito la pace. Notevole il contrasto con la banda dei ragazzi più grandi (di cui fanno parte Kiefer Sutherland, nei panni del cattivo "Asso" Merrill, e Bradley Gregg, il fratello maggiore di Chris), che a differenza loro non hanno saputo fare il salto di qualità, rimanendo imprigionati nei ruoli adolescenziali del gioco e della sfida alla morte, sfociando inevitabilmente nel teppismo e nel bighellonaggio fine a sé stesso. Se Chris non avesse seguito l'invito di Gordie a provare a studiare per andare via da Castle Rock, sarebbe diventato senza dubbio come loro. Un film con ragazzini, ma non per ragazzini (come, invece, "I Goonies"): i temi trattati sono forti, e l'ostilità di genitori e adulti può generare traumi da cui è difficile riprendersi se non ci sono amici cui aggrapparsi. Molte le scene cult (l'attraversamento del ponte, le sanguisughe, il confronto finale con la pistola...), magnifica la ricostruzione della provincia negli anni '50. La pellicola avrebbe dovuto intitolarsi come il racconto di King da cui è tratta, "The body", ma i produttori vollero cambiarne il nome perché ricordava un horror o un film erotico. Scelsero così il titolo della bella canzone di Ben E. King, che si può sentire sui titoli di coda (e, in versione strumentale, in altri momenti della pellicola) e che riacquistò così una nuova popolarità.

2 ottobre 2017

L'inganno (Sofia Coppola, 2017)

L'inganno (The Beguiled)
di Sofia Coppola – USA 2017
con Nicole Kidman, Colin Farrell
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Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Chiara.

Durante la guerra di secessione, un soldato nordista ferito viene accolto dalle occupanti di un collegio femminile, un edificio coloniale isolato fra i boschi della Virginia. Inizialmente intenzionate a consegnarlo alle proprie truppe una volta che si sarà ripreso, le ragazze – la direttrice Martha (Kidman), l'insegnante Edwina (Kirsten Dunst) e le cinque studentesse (fra cui Elle Fanning) – si ritroveranno invece a contendersi i suoi favori... Remake de "La notte brava del soldato Jonathan" di Don Siegel con Clint Eastwood: un remake pedissequo e piuttosto inutile, a dire il vero, perché non aggiunge né cambia nulla rispetto all'originale (se non forse dando un maggiore risalto alle figure femminili rispetto a quella maschile). Anzi, se vogliamo, diminuisce pure il livello di tensione e di ambiguità presente all'interno della storia, da un lato risultando carente nella caratterizzazione del caporale McBurney (Colin Farrell), assai meno focalizzata rispetto all'identico personaggio interpretato da Eastwood, e dall'altro con una serie di passaggi frettolosi e a vuoto nel finale, che rendono più improbabile e macchinoso il crescendo drammatico della vicenda. Da salvare la fotografia di Philippe Le Sourd, con gli interni illuminati dalle candele e gli esterni con la luce che filtra dai rami del bosco. Ma per il resto, meglio (ri)vedersi la versione del 1971, da cui proviene praticamente tutto, intere battute comprese (come la Coppola abbia avuto il coraggio di farsi accreditare anche come sceneggiatrice, lo sa solo lei).