28 settembre 2017

The third murder (Hirokazu Koreeda, 2017)

The third murder (Sandome no satsujin)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2017
con Masaharu Fukuyama, Koji Yakusho
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Lo spregiudicato avvocato Shigemori (Fukuyama) deve occuparsi della difesa di un uomo, Misumi (Yakusho), che si autoaccusa di un delitto. Misumi rischia la pena di morte, in quanto recidivo: ha infatti già scontato trent'anni di carcere per altri due omicidi compiuti in gioventù, per i quali era stato condannato dal padre dello stesso Shigemori, che faceva il giudice. Le attuali circostanze del suo nuovo omicidio restano in parte oscure (a cominciare dalle dinamiche e dal movente), ma scoprire la verità non sembra importare davvero a nessuno: non all'imputato, che continua a cambiare versione, incurante delle possibili conseguenze; e nemmeno all'avvocato, che pensa piuttosto a quale sia la strategia migliore per ottenere la sentenza più mite, a prescindere da come sono andati i fatti. Allontanandosi per una volta dai drammi famigliari a lui consueti (ma solo apparentemente: i rapporti di famiglia assumono un'importanza sempre più elevata, man mano che nuovi dettagli vengono alla luce), Koreeda scrive e dirige un legal thriller dal ritmo lento e dilatato e dai toni freddi e cupi, ambientato d'inverno fra una Tokyo ostile e un Hokkaido innevato (la regione dalla quale provengono entrambi i protagonisti). Anche al regista, a ben vedere, non interessa la ricerca della verità (e pensa che non debba interessare nemmeno allo spettatore): il film è tortuoso, sospeso e ambiguo, con personaggi che mentono e fingono di non avere sentimenti (ma lo fanno per eludere le responsabilità oppure, al contrario, per farsene carico?), e le molte alternative si accavallano, tanto che rischia di perdere la presa sullo spettatore, disorientato e lasciato alla deriva in un limbo esistenziale dove non conta più la ricostruzione dei fatti ma solo trovare qualche appiglio in un labirintico gioco di specchi (a proposito: molto bella l'inquadratura nel finale, quando avvocato e imputato discutono separati da un vetro nel quale i loro due volti si riflettono e si sovrappongono), dove i parallelismi sono fin troppi per pensare a una semplice coincidenza (l'avvocato, l'imputato e la vittima hanno tutti e tre una figlia con la quale hanno in qualche modo smarrito il rapporto; e a legare le tre ragazze ci sono elementi particolari come la capacità di fingere (la figlia dell'avvocato "recita" per trarsi fuori dai guai) o la disabilità (tanto quella di Misumi che quella dell'uomo che ha ucciso zoppicano da una gamba). In più, la pellicola intende stimolare en passant riflessioni sul sistema giudiziario, anche se la questione del rapporto fra giustizia e verità è troppo filosofica per colpire appieno nel segno. Nel cast anche Suzu Hirose (la giovane figlia della vittima), Yuki Saito e Kotaro Yoshida.

2 commenti:

Claudio Z. ha detto...

Troppo verboso ma senz'altro interessante. Con tante false piste alla Rashomon

Christian ha detto...

Sì, ha i suoi difetti ma anche un'atmosfera avvolgente e tante interessanti riflessioni sul tema della verità.