31 agosto 2017

I racconti della luna pallida d'agosto (K. Mizoguchi, 1953)

I racconti della luna pallida d'agosto (Ugetsu monogatari)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1953
con Masayuki Mori, Machiko Kyo
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Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Nel Giappone selvaggio e violento della fine del sedicesimo secolo, sconvolto dalle guerre civili, due abitanti di un povero villaggio sulle coste del lago Biwa sperano di fare fortuna approfittando degli scontri: il vasaio Genjuro (Masayuki Mori) intende arricchirsi a dismisura vendendo le sue terracotte nelle città assediate, mentre il contadino Tobei (Eitaro Ozawa) aspira a diventare un famoso samurai. Abbandonato il villaggio, i due si lasceranno distrarre dai rispettivi sogni. Genjuro, affascinato e sedotto dalla misteriosa Wakasa (Machiko Kyo), nobile dama che loda lui e il suo lavoro, si trasferirà a vivere nel lussuoso palazzo di lei, senza rendersi conto che si tratta di un fantasma. Tobei, approfittando vigliaccamente di un'opportunità favorevole, porta a un signore feudale la testa del suo nemico e sarà ricompensato con un cavallo, un'armatura e una piccola truppa di uomini. Ma nel frattempo, a fare le spese della loro prolungata assenza saranno le rispettive mogli, Miyaki (Kinuyo Tanaka) e Ohama (Mitsuko Mito). La prima, rimasta sola, viene uccisa da un soldato mentre cerca di proteggere il proprio figlioletto; la seconda, violentata, finirà col diventare una prostituta. Come in una fiaba, i due uomini impareranno a caro prezzo la lezione e torneranno alle loro umili occupazioni: Tobei a coltivare la terra in compagnia di Ohama, Tobei a realizzare i suoi vasi, aiutato stavolta da un altro fantasma: quello di Miyagi, la cui voce lo incita e risuona nella sua bottega di vasaio. Ispirato a una serie di racconti del diciottesimo secolo di Ueda Akinari (da cui prende il titolo), è il più famoso dei film di Mizoguchi, nonché uno dei caposaldi del cinema giapponese degli anni cinquanta, quello che insieme ad altri capolavori di quel periodo (come "Rashomon" e "I sette samurai" di Kurosawa, e "Viaggio a Tokyo" di Ozu) ha fatto conoscere anche in occidente la cinematografia dell'arcipelago. Vinse, fra le altre cose, il Leone d'Argento a Venezia per la miglior regia, un premio che Mizoguchi finì per conquistare per ben tre anni di fila.

Suggestivo nella sua ambientazione storico-fiabesca, nel suo mescolare crudo realismo (la povertà dei contadini, gli orrori di una guerra mai idealizzata: da sottolineare il contrasto fra l'immagine nobile che Tobei ha dei samurai e gli atti riprovevoli che questi compiono, quali saccheggi e stupri) con istanti di poetica bellezza, e nella sua struttura di apologo morale sull'avidità (i due uomini, obnubilati dalle loro ambizioni – i sogni di gloria sul campo di battaglia per Tobei, la ricerca di profitto e di benessere materiale per Genjuro – perdono completamente di vista la realtà e ignorano i consigli pragmatici delle mogli: in maniera tipicamente mizoguchiana – il regista ha sempre messo queste tematiche al centro dei suoi lavori, una sorta di omaggio alla sorella maggiore che, quando lui era ancora bambino, fu "venduta" dalla famiglia per necessità economiche, e che pure sostenne e incoraggiò il fratello in tutte le prime fasi della sua carriera – proprio le due donne, vittime di una società dominata dai desideri degli uomini, ne pagheranno il prezzo più alto, anche se il finale in un certo senso può essere considerato lieto), il film è anche graziato da interpreti di alto livello. In mezzo ad habitué del regista nipponico come Mori e Tanaka, spicca la bellezza eterea e particolare di Machiko Kyo (appena reduce da un altro capolavoro, "Rashomon") nel ruolo della nobildonna fantasma. I suoi abiti e il suo volto, fortemente truccato, ricordano le maschere del teatro No. A livello di contenuti, invece, la grande novità per Mizoguchi è l'elemento fantastico: una delle due vicende raccontate è una ghost story con tutti i crismi, e proprio questa pellicola è considerata il precursore di un fortunato filone cinematografico a base di spiriti e di fantasmi che sfocerà in seguito più esplicitamente nell'horror e nel fantasy. Stilisticamente il film è ricco come sempre di long take, piani sequenza e riprese con carrelli e gru. Mizoguchi spiegò all'operatore Kazuo Miyagawa che desiderava che gli spettatori si sentissero come di fronte a un dipinto d'epoca che si dipanava su un lungo rotolo, senza soluzione di continuità. Fu una delle rare volte in cui il regista si complimentò apertamente con i suoi collaboratori (e con il cast) per la buona riuscita del lavoro.

2 commenti:

Marisa ha detto...

Un film che mi ha "sregato". Non sapevo niente di Mizoguchi quando l'ho visto per la prima volta ed è stato un vero "colpo di fulmine". Come è possibile filmare le impalpabili suggestioni oniriche e il continuo mescolarsi di vivi e di morti meglio di così?

Christian ha detto...

Infatti, nonostante abbia dato vita a un intero filone, pochi (per non dire nessuno) sono riusciti a imitarne le atmosfere!