31 luglio 2017

La morte e la fanciulla (R. Polanski, 1994)

La morte e la fanciulla (Death and the Maiden)
di Roman Polanski – USA/GB/F 1994
con Sigourney Weaver, Ben Kingsley
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina e Daniela.

In un paese sudamericano non identificato (modellato sul Cile post-Pinochet), Paulina (Weaver), ex attivista politica sopravvissuta alla prigionia durante la dittatura e ora moglie di Gerardo (Stuart Wilson), un importante avvocato che si occupa di diritti umani, crede di aver identificato nel dottor Miranda (Ben Kingsley) l'uomo responsabile delle torture cui fu brutalmente sottoposta. E lo sequestra nella villa isolata di campagna dove abita col marito, con l'intenzione di estorcergli una piena confessione. Da un dramma teatrale di Ariel Dorfman (che ha contribuito all'adattamento), l'ennesimo magistrale "thriller da camera" polanskiano, che mette in scena tre soli personaggi in una casa e nell'arco di una notte. La tensione è altissima e palpabile, grazie alla maestria del regista (che sfrutta ogni mezzo a disposizione: l'illuminazione di Tonino Delli Colli, le inquadrature, il ritmo della narrazione), a dialoghi ficcanti ed espliciti, a interpreti in stato di grazia (Kingsley e soprattutto la Weaver sfornano forse le prove migliori della loro carriera) e a un soggetto sfaccettato e pieno di ambiguità, che mescola dilemmi morali e drammi personali, l'abuso di potere e il desiderio di giustizia, i sensi di colpa e la ricerca della verità, la vendetta e il perdono, ferite ancora aperte e altre che si aprono solo ora, il confine fra bene e male (non a caso si cita Nietzsche), ribaltando anche i ruoli di vittima e carnefice nell'ottica di un insolito revenge movie. Il risultato è intensissimo e, nonostante l'origine teatrale, tutt'altro che statico. A fare da filo conduttore, come indica il titolo, c'è il quartetto d'archi di Schubert "La morte e la fanciulla", che il dottore ascoltava durante gli stupri e le torture di Paulina, e che lei ha associato in maniera indelebile a quei momenti (quasi come la nona sinfonia di Beethoven in "Arancia meccanica"). E se le premesse del dramma sembrano un po' costruite ad arte (la casa isolata per via di un temporale, il fortuito incontro che porta Miranda nella villa), la storia mantiene la sua potenza e la sua ambiguità fino alla fine, lasciando lo spettatore in dubbio a lungo (e forse anche dopo la conclusione del film) sulla reale colpevolezza o meno di Miranda. Di fronte a un personaggio femminile così forte, che passa da momenti di furiosa violenza ad altri di freddo distacco, dal desiderio di amore e conforto al tragico ricordo della propria degradazione (come nelle scene in cui rievoca i dettagli delle torture subite, raccontati a voce senza che nulla venga mostrato sullo schermo, ma non per questo meno devastanti per lo spettatore), il marito avvocato risulta una figura debole e impotente, il cui desiderio di rispettare la legge a tutti i costi ha un cedimento solo nel finale. Attraverso lui, Dorfman intendeva mettere in dubbio l'efficacia e la reale capacità di fare giustizia delle varie commissioni presidenziali istituite a questo scopo in Cile dopo la dittatura.

30 luglio 2017

On the road (Walter Salles, 2012)

On the road (id.)
di Walter Salles – USA/Brasile/Fra/GB/Can 2012
con Sam Riley, Garrett Hedlund
*

Visto in TV, con Sabrina.

Nel 1949, poco dopo la morte del padre, il giovane e aspirante scrittore newyorkese Sal Paradise (Riley) conosce lo scapestrato Dean Moriarty (Hedlund), spirito libero e anticonformista. Negli anni successivi, da solo o insieme a lui, vagabonderà per il paese, prima di mettere la testa a posto e decidere di raccontare le sue avventure in un romanzo. Difficile parlare di un film così, un adattamento di "Sulla strada" di Jack Kerouac che nel tentativo di mantenere la struttura episodica e "sincopata" del romanzo (richiamando in questo anche la musica jazz della colonna sonora) appare totalmente disgiunto e disorganizzato, senza direzione proprio come i suoi protagonisti. Quella che, nei primi minuti, sembrava essere solo una lunga e inutile introduzione per presentare i personaggi, si rivela invece la quintessenza dell'intera pellicola: il viaggio non pare mai davvero iniziare, ne osserviamo a tratti solo alcuni frammenti, al punto che (nonostante il titolo del film!) quasi mi sembra disonesto aggiungere il tag "On the road" a questo post. Di strada e di cammino se ne vedono ben poco, e la pellicola affastella scene di personaggi che parlano del nulla, che si separano e si rincontrano, che partono e tornano, saltando di palo in frasca senza alcuna logica e senza offrire allo spettatore qualsivoglia appiglio o emozione. Sal, Dean e i loro amici sono perdigiorno che bighellonano annoiati più che vagabondare curiosi, la loro libertà (anche sessuale) è fine a sé stessa, e mai si percepisce il desiderio di una ricerca (interiore o meno). Se Dean ha almeno il ruolo del faro-guida (con le sue tante donne e l'incapacità di stare a riposo, fra sesso, droga e fuga dalle responsabilità), il protagonista Sal è invece una figurina vuota, anonima e poco interessante. Gli elementi esistenziali sono del tutto assenti, mentre quelli edonistici e ribelli vengono trattati in modo superficiale. La narrazione è spezzettata, mai tenuta insieme da una regia manierista e da una fotografia patinata che però non rende giustizia ai (pochi) paesaggi del west americano. Nel complesso, per quanto mi sforzi, non trovo davvero un solo motivo per dargli più del voto minimo (una stellina). E no, la fedeltà al testo di partenza non è un pregio, se i risultati sono questi. Nel cast, in piccoli ruoli (alcuni dei quali, come la giovane Marylou, moglie sedicenne di Dean, avrebbero meritato un maggiore sviluppo), anche Kristen Stewart, Amy Adams, Kirsten Dunst, Alice Braga, Tom Sturridge, Viggo Mortensen e Steve Buscemi.

29 luglio 2017

Il secondo cerchio (Aleksandr Sokurov, 1990)

Il secondo cerchio (Krug vtoroy)
di Aleksandr Sokurov – URSS 1990
con Pyotr Aleksandrov, Nadezhda Rodnova
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Alla morte del padre, militare in pensione che viveva da solo, il suo unico figlio giunge da una città vicina per occuparsi del funerale. Non avendo grandi risorse, non potrà permettersi che una cerimonia ridotta al lumicino. Dopo aver espletato le formalità burocratiche, sarà quasi maltrattato dall'impresaria funebre cui si è rivolto, anche perché non intende cremare il corpo. Non sappiamo quale rapporto avesse con il padre in vita: probabilmente non erano vicini. Ma nella morte, tutto cambia: assai povero, il ragazzo finirà col togliersi calze e scarpe per metterle al cadavere. E terminato il rito, rimasto solo nella casa vuota, porterà fuori le poche cose rimaste (come la coperta del letto) per bruciarle. Primo lungometraggio di una cosiddetta "trilogia sulla morte e l'inesistenza" (seguiranno "Pietra" nel 1992 e "Pagine sommesse" nel 1994), il film di Sokurov è minimalista nel rappresentare i sentimenti come nel narrare gli eventi (si potrebbe dire che non mostra né la morte né la vita, ma solo ciò che vi gira attorno), con l'intenzione di raggiungere un piano metafisico attraverso il silenzio, la contemplazione e un concreto realismo. La forma non è da meno: fotografia dai colori seppiati (praticamente in bianco e nero), rarefazione assoluta di dialoghi e voci (per lunghi tratti il film è muto), assenza di colonna sonora (la musica si ode solo nell'ultima scena), macchina da presa quasi immobile e soprattutto un'estrema lentezza. A dirla tutta, sinceramente è un po' soporifero, ma la tristezza e le emozioni che genera possono restare a lungo con lo spettatore. Fuori dalla casa, la neve e il vento suggeriscono un'ambientazione siberiana. Il titolo fa forse riferimento all'inferno di Dante (anche se mi sarei aspettato che il film si intitolasse "Il primo cerchio", ovvero il limbo).

27 luglio 2017

Il ciclista (Mohsen Makhmalbaf, 1987)

Il ciclista (Bicycleran)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran 1987
con Moharram Zaynalzadeh, Esmail Soltanian
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli (registrato da "Fuori Orario").

Per guadagnare il denaro necessario a pagare il ricovero in ospedale della moglie, gravemente malata, l'immigrato afgano Nassim – che in gioventù al suo paese era stato un campione di ciclismo – viene convinto da un impresario circense ad "esibirsi" nella pubblica piazza restando in sella a una bici per sette giorni e sette notti di fila. Attorno a lui, mentre gira lentamente in tondo in uno spazio ridottissimo, sorge un vero e proprio baraccone composto da spettatori, curiosi e personaggi di vario genere, dai venditori ambulanti (compresa una zingara che predice il futuro) ai gestori di scommesse clandestine, tanto che gli interessi affinché Nassim riesca (o fallisca) nella sua impresa crescono a dismisura, a sua insaputa: ci saranno dunque tentativi di sabotaggio e di protezione incrociati. Affidandosi alla metafora del cerchio, con stile dinamico e grande maestria tecnica (dalla fotografia al montaggio alternato), sia pure in un contesto di produzione "povera", Makhmalbaf firma una moderna parabola sulla disperazione e lo sfruttamento, al tempo stesso realista e pittoresca, che fu anche uno dei suoi primi grandi successi. Caratterizzato a tratti da un cinismo quasi wilderiano (si pensi, per esempio, a "L'asso nella manica"), il film fa ruotare attorno al protagonista tutta una serie di personaggi mirabilmente caratterizzati: dal figlioletto (che lo tiene al corrente dello stato di salute della madre) all'impresario (che fa soldi alle sue spalle, e nel frattempo lo esalta con racconti sempre più inverosimili: "quest'uomo in India ha fermato un treno con lo sguardo, e in Pakistan ha sollevato due buoi con un dito"), dal giudice (che deve controllare che non scenda mai dalla sella) ai vari medici che tengono sott'occhio le sue prestazioni (e, nel caso dei dottori assoldati dallo scommettitore rivale, fare in modo che non riesca nell'impresa), dall'amico che lo sostituisce per un breve momento durante la notte (e che pagherà caro il suo altruismo) alle personalità pubbliche che lo temono oppure lo elogiano in una serie di discorsi retorici, fino a personaggi minori come la figlioletta della zingara (interpretata da Samira, la figlia di Mohsen Makhmalbaf, che poi diventerà regista a sua volta), alla quale la moglie di Nassim regala il suo fermaglio per capelli in una scena ad alto impatto emotivo. Oltre al pathos e al neorealismo della prima parte, non mancano momenti onirici-surreali e tocchi di umorismo spietato (il rivale che assolda braccianti afgani, pagandoli cifre folli per farli scavare nel deserto, pur di togliere spettatori allo show; l'infermiera ribelle che somministra il sonnifero al medico anziché a Nassim; per non parlare della scena in cui alla moglie, in ospedale, vengono forniti il respiratore, la flebo e il cibo solo nel momento in cui arrivano i pagamenti). E il finale, con il protagonista che continua a pedalare, incapace di fermarsi anche dopo aver completato la sua sfida, si ammanta di sovratesti filosofici. Il sacrificio di Nassim, diventato quasi una figura messianica, non avrà mai fine (la moglie stessa è ancora ricoverata), proprio come il suo percorso circolare. Secondo alcune fonti il film è del 1987, secondo altre del 1989. L'attore Moharram Zaynalzadeh, che per interpretare la parte di Nassim dovette dimagrire di ben 18 chili, rimarrà poi a lungo un fedele collaboratore del regista.

25 luglio 2017

Chi protegge il testimone (R. Scott, 1987)

Chi protegge il testimone (Someone to watch over me)
di Ridley Scott – USA 1987
con Tom Berenger, Mimi Rogers
**

Rivisto in DVD.

Mike Keegan (Berenger), detective della polizia di New York al primo incarico, viene assegnato alla protezione della bella Claire (Rogers), che è stata sua malgrado testimone di un violento omicidio. Nell'attesa che il colpevole – il pregiudicato Joey Venza (Andreas Katsulas) – venga catturato e da lei identificato, Mike finisce per innamorarsi (ricambiato) della donna, anche se i loro mondi sono quanto di più diversi (semplice e proletario lui, ricca, colta e mondana lei) e la relazione rischia di mandare all'aria tanto il suo lavoro quanto il suo matrimonio (Mike ha infatti una moglie – Lorraine Bracco – e un bambino). Scritto da Howard Franklin, un poliziesco dalla trama forse non particolarmente originale o scoppiettante (più che sui temi torbidi, lo script insiste sui dilemmi morali) e con personaggi dalla caratterizzazione fin troppo semplice, elevato però al di sopra della media dalla regia avvolgente di Ridley Scott, capace di costruire un'atmosfera che richiama in più punti quella di "Blade Runner": dalla fotografia alle scenografie (le prime inquadrature di New York al tramonto, con i grattacieli puntinati dalle luci, ricordano la Los Angeles del suo capovaloro fantascientifico, così come il tema noir e persino la colonna sonora in stile retrò, che comprende – oltre ovviamente alla canzone di George e Ira Gershwin da cui il film prende il titolo, nell'interpretazione di Sting – brani di jazz e di musica classica, e persino una track di Vangelis che era già presente appunto in "Blade Runner"). È il primo film di Scott ambientato ai giorni nostri (dopo una pellicola in costume, due film di fantascienza e un fantasy).

24 luglio 2017

The young Victoria (Jean-Marc Vallée, 2009)

The young Victoria (id.)
di Jean-Marc Vallée – GB/USA 2009
con Emily Blunt, Rupert Friend
**

Visto in TV, con Sabrina.

Prodotto da Graham King e Martin Scorsese, e diretto dal canadese Jean-Marc Vallée (ai tempi reduce dal successo di "C.R.A.Z.Y." e al primo film fuori dal suo paese), questo biopic racconta gli anni giovanili della regina Vittoria (Emily Blunt), dal 1836, quando – ancora sedicenne – incontrò per la prima volta il futuro marito, il principe Albert (Rupert Friend), passando per l'incoronazione (nel 1837), il matrimonio e la nascita della prima figlia (1840). Attorno a lei, dapprima in quando erede al trono e poi perché sovrana giovanissima e inesperta, si muovono parenti interessati (la madre e il suo "controllore", John Conroy), politici più o meno opportunisti (il primo ministro Lord Melbourne), sovrani stranieri (re Leopoldo del Belgio) e naturalmente corteggiatori (Albert in primis), e proprio l'aspetto della politica che si intreccia con le esigenze individuali, fra intrighi di corte, regole, riti, obblighi, imposizioni e relazioni familiari, è l'elemento più interessante del film (la sottotrama romantica, che ne è il filo conduttore, pur non essendo fortunatamente troppo melensa, è svolta in maniera pedissequa: buono comunque il ritratto che ne esce tanto di Vittoria, ostinata e sicura di sé, che di Albert, uomo di buon senso e di buon cuore). Il principale interesse dei cineasti, e in particolare dello sceneggiatore Julian Fellowes, sembra essere stato quello di restare fedele ai fatti storici (diversi episodi sono riportati esattamente come narrati dalle cronache del tempo o dagli stessi diari di Vittoria). Fra le poche imprecisioni (o concessioni alle esigenze drammatiche) ci sono il ferimento del principe Albert durante l'attentato alla giovane regina e l'età di Melbourne (che in realtà aveva quarant'anni più di Vittoria). Un film di cui è difficile parlare male (bene tutto: gli attori, la regia, la fotografia, la scenografia, i costumi – che vinsero l'Oscar – e la bellissima colonna sonora che si ispira a tanti brani classici, da Schubert a Dvořák), e che si lascia senza dubbio guardare con piacere, ma che scorre senza alcun guizzo artistico in grado di elevarlo al di sopra della semplice routine o, se vogliamo, di un documentario. Nel cast, fra gli altri, anche Paul Bettany (Melbourne), Miranda Richardson (la madre), Mark Strong (John Conroy) e Jim Broadbent (Guglielmo IV).

22 luglio 2017

Il giorno degli zombi (George A. Romero, 1985)

Il giorno degli zombi (Day of the Dead)
di George A. Romero – USA 1985
con Lori Cardille, Terry Alexander
***

Visto in DVD.

L'invasione di zombi cannibali ha ormai spazzato via gran parte della civiltà: le città sono deserte e i pochi sopravvissuti vivono in gruppi isolati e sotto assedio. In una base sotterranea in Florida, un ristretto gruppo di militari e scienziati cerca di trovare una cura all'epidemia che ha sconvolto il pianeta. Ma i progressi del dottor Logan (Richard Liberty), soprannominato "dottor Frankenstein" per via dei suoi mostruosi esperimenti sui cadaveri, che spera di riuscire ad addomesticare o "educare" i mostri per controllarli in qualche modo, non sono apprezzati dal comandante della base, l'ottuso e autoritario capitano Rhodes (Joseph Pilato), che spera in una soluzione più rapida e radicale. Dopo "La notte dei morti viventi" e "Zombi", George Romero completa la sua trilogia zombesca (anche se più tardi ci ripenserà e sfornerà altri tre film) con un altro grande lungometraggio, appena meno epocale dei precedenti, nel quale mostra come anche in un microcosmo di una decina di persone il peggio dell'uomo finisca col tornare fuori. Al punto che quasi si fa il tifo per gli zombi quando, nel finale, invadono la base e si scatenano contro i suoi abitanti. Visivamente impressionante (gli effetti speciali di Tom Savini sono sempre più gore ed espliciti), violento negli assunti e negli sviluppi, e concettualmente significativo anche a livello politico (erano gli anni dell'imperialismo reaganiano), il film mette in scena senza filtro la follia e le paure dell'animo umano (dagli incubi di Sarah, unica donna del gruppo, alle minacce e alle ingiurie di Rhodes, che non si fa scrupolo di uccidere chi mette in dubbio la sua autorità), con la divisione in fazioni persino in una situazione di emergenza che non può che portare al caos e alla (auto)distruzione. Memorabile il personaggio di Bub (un grande Sherman Howard), lo zombi su cui il dottor Logan compie i suoi esperimenti, che ricorda ancora emozioni o frammenti della sua vita precedente e che nel finale – in un clamoroso capovolgimento di ruoli – insegue e uccide a revolverate il militare cattivo. Come al solito, Romero fa tutto prima di tutti (e meglio): le sue pellicole di zombi si rivelano sempre ben più che semplici horror, e influenzeranno tutto ciò che verrà in seguito (a partire da "The Walking Dead"). Persino il "lieto fine" sull'isola deserta risuona come una resa o uno sberleffo finale. Inizialmente il film avrebbe dovuto essere più lungo e ambizioso, ma il regista dovette fare i conti con una riduzione del budget. Contemporaneamente alla sua uscita nelle sale, John Russo (co-sceneggiatore della prima pellicola della serie) e Dan O'Bannon realizzarono a loro volta un sequel, "Il ritorno dei morti viventi", che diede vita a una fortunata saga parallela.

20 luglio 2017

Zombi (George A. Romero, 1978)

Zombi (Dawn of the Dead)
di George A. Romero – USA/Italia 1978
con Ken Foree, Scott H. Reiniger
***1/2

Rivisto in DVD.

Dieci anni dopo il primo film sui "morti viventi", Romero rivisita il genere che gli aveva dato la notorietà, realizzando forse il miglior zombie-movie di tutti i tempi: un sequel epocale e del tutto autonomo, che rispetto al prototipo mostra gli effetti dell'invasione degli zombi su scala più ampia, oltre a presentare letture metaforiche ben più esplicite dell'originale. A parte l'incipit in media res (al fenomeno che riporta in vita i morti sotto forma di zombi affamati di carne umana non viene data alcuna spiegazione, se non la celebre frase "Quando all'inferno non ci sarà più posto, i morti cammineranno sulla Terra"), l'intero film si svolge infatti in un enorme mall, o centro commerciale (che i dialoghi italiani dell'epoca si premurano di descrivere a uno spettatore che forse non li conosceva: "uno dei quei grandi complessi di negozi e supermercati"), fra le cui corsie si aggirano orde di zombi immemori, costretti dall'istinto a tornare in quei luoghi che significavano così tanto per loro quando erano in vita. La metafora del consumismo non potrebbe essere più esplicita, e permea l'intera pellicola a più livelli. Anche i quattro protagonisti – due membri delle squadre speciali della polizia, Peter (Ken Foree: come nel primo film, il leader del gruppo è un nero) e Roger (Scott H. Reiniger), e due giornalisti di una stazione televisiva, Stephen (David Emge) e Jane (Gaylen Ross) – barricatisi nel negozio dopo essere fuggiti in elicottero da una Filadelfia ormai in preda (come quasi tutto il Nord America) all'apocalittica invasione, approfittano della situazione per fare man bassa di tutta la merce che potrebbe servire loro, al punto da condurre per breve tempo una vita quasi lussuosa e spensierata: non a caso si rifiuteranno di condividere queste risorse con la banda di razziatori che assalta il centro commerciale nel finale, dando vita a un conflitto dove gli zombi diventano praticamente dei terzi incomodi. Tutt'altro che mostri inarrestabili, i "morti viventi" camminano come automi, con movimenti lenti e incerti, ma fanno paura perchè rispecchiano l'uomo a livello istintuale, aggirandosi instancabili in quelli che una volta erano i templi della civiltà (e del consumismo, appunto). Gli scienziati hanno un bel dire che si tratta di "una nuova specie": in realtà gli zombi siamo noi stessi, e – come recita il memorabile e inquietante prete con una gamba sola, all'inizio del film – "quando i morti camminano, bisogna smettere di uccidere o si perde la guerra". Naturalmente, c'è anche spazio per questioni razziali e morali, come racconta la scena dell'irruzione degli SWAT nel caseggiato di "negri e portoricani" che si rifiutano di distruggere o conseguare i cadaveri dei loro cari. Rispetto al primo episodio, anche la confezione fa un notevole salto di qualità, e non soltanto per il passaggio dal bianco e nero al colore (notevole il make up degli zombi, che dona loro un colorito bianco-verdastro, opera di Tom Savini così come gli effetti speciali estremamente sanguinolenti e gore) e per una regia solida e claustrofobica, ma anche per le scene d'azione, le scenografie e un montaggio che genera tensione ininterrotta. Savini recita anche nei panni di un motociclista e di uno zombi, mentre John Landis è lo scienziato in tv con la benda sull'occhio. Dario Argento (che aiutò Romero a ottenere i finanziamenti necessari, e che è accreditato come "script consultant"), curò l'uscita della versione internazionale, che comprende una colonna sonora ad opera dei Goblin. Nel 1985 Romero realizzerà quello che avrebbe dovuto essere il capitolo finale della sua trilogia, "Il giorno degli zombi", in seguito trasformata in esalogia. "Zombi 2" e "Zombi 3" di Lucio Fulci sono invece sequel non ufficiali.

18 luglio 2017

La notte dei morti viventi (G. Romero, 1968)

La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead)
di George A. Romero – USA 1968
con Duane Jones, Judith O'Dea
***

Rivisto in divx, per ricordare George Romero.

Una misteriosa epidemia fa risorgere i cadaveri sotto forma di "morti viventi", affamati di carne umana. Un gruppo di sopravvissuti, barricati in una casa isolata presso un cimitero in Pennsylvania, cerca di resistere per tutta la notte al loro assedio. George Romero (anche direttore della fotografia e, con John A. Russo, sceneggiatore e montatore), fino ad allora filmmaker per la pubblicità e la tv, esordisce alla regia con un B-movie autoprodotto che non soltanto diventerà un film di culto, capace di influenzare il cinema horror e l'intera cultura occidentale con le sue inquietudini e i suoi sottotesti, ma darà vita a un nuovo e fortunato filone dell'immaginario fantastico, ancora frequentatissimo ai giorni nostri (anche in tv, nei fumetti e nei videogiochi: si pensi alle serie di "Resident Evil" o "The Walking Dead"). In questo primo film, la parola zombi (o zombie, all'inglese) in realtà non compare mai: ma è evidente che l'ispirazione – oltre che dal romanzo "Io solo leggenda" di Richard Matheson – nasca dalle leggendarie creature della tradizione folkloristica di Haiti (fino ad allora relegate al setting caraibico ma già protagoniste di pellicole come "Ho camminato con uno zombi" e nei fumetti con personaggi come il "Gongoro" di Carl Barks). Romero però rivisita il mito a modo suo, innanzitutto spogliandolo dalle radici dei riti voodoo (qui una possibile spiegazione del fenomeno che riporta in vita i morti è fornita sotto forma delle radiazioni emesse da una sonda spaziale inviata dalla NASA verso Venere) e poi caratterizzando i mostri in maniera originale e terrificante: la camminata lenta e strascicata, l'insaziabile appetito, l'apatia e il comportamento meccanico sono tutti fattori che contribuiranno a formare l'idea di zombi nell'immaginario collettivo (tanto che la parola stessa entrerà a far parte del linguaggio comune con il significato di persona apatica o assente).

Gli zombi di Romero, privi di intelligenza e mossi solo da istinto animale e fame atavica, rappresentano forze primarie e istintuali, di cui è fin troppo facile aver paura, anche perché espongono o infrangono quasi tutti i più temuti tabù della nostra società (il cannibalismo, la morte, i legami famigliari: scene come quella della bambina che uccide la madre fecero scalpore). Questi mostri temono solo il fuoco, e possono essere definitivamente uccisi soltanto da esso (o da un colpo in testa, visto che la riattivazione del cervello è ciò che li fa risorgere). La loro minaccia è fisica e concreta, sono assenti significati soprannaturali. Ma naturalmente non mancano le metafore, a tratti persino sovversive: se alcuni critici ci hanno visto riferimenti alla guerra fredda o al conflitto in Vietnam, altri ci hanno letto una critica al razzismo (significativo che "l'eroe" del film sia nero, ma ancora più significativo che nei dialoghi non vi si faccia mai riferimento) o in generale ai rapporti umani. Girato in bianco e nero, con attori sconosciuti (molti erano amici di Romero o addirittura co-finanziatori della pellicola) e con pochi mezzi a disposizione, il film riesce a costruire una tensione palpabile e inquietante grazie non solo alla violenza esplicita (che scatenò forti polemiche all'epoca) ma anche alla maestria del regista, che si rifà agli stilemi del muto (in particolare dell'espressionismo tedesco) con le sue immagini sghembe, le soggettive, i giochi di ombre e i primi piani. Le atmosfere, fra gli altri, ispireranno Sam Raimi e Dylan Dog. Memorabile il finale shockante e a sorpresa, beffarda risoluzione di una vicenda cupa e progressivamente più disperata. L'enorme successo al botteghino genererà cinque sequel "ufficiali" diretti dallo stesso Romero (a partire mitico "Zombi" del 1978), una serie "parallela" (da "Il ritorno dei morti viventi" di Dan O'Bannon del 1985) e svariati remake (fra cui quello di Tom Savini nel 1990). Curiosità: il film doveva inizialmente uscire con il titolo "Night of the Flesh Eaters". Quando questo fu cambiato, per errore venne eliminata anche la didascalia del copyright, rendendo così i diritti della pellicola di dominio pubblico.

17 luglio 2017

Salva e custodisci (Aleksandr Sokurov, 1989)

Salva e custodisci (Spasi i sokhrani)
di Aleksandr Sokurov – URSS 1989
con Cécile Zervudacki, Robert Vaap
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Sposata a un rozzo medico di campagna, l'infelice Emma (Zervudacki) si concede "sprazzi di vita" con una serie di amanti: prima un aristocratico (che la abbandonerà) e poi un giovane studente (per frequentare il quale si indebiterà fortemente). Alla fine, folle e disperata, sceglierà il suicidio, avvelenandosi con l'arsenico. Sokurov rilegge la "Madame Bovary" di Flaubert a modo suo, ambientandola nei desolati scenari dell'Asia centrale e concentrandosi sul vissuto interiore e le ossessioni della protagonista (una donna dal comportamento infantile e del tutto slegata dalla realtà, che sogna di vivere a Parigi e parla francese mentre tutti coloro intorno a lei parlano il russo), a parte piccole divagazioni sul marito (un medico incompetente che sbaglia spesso diagnosi e che non presta la dovuta attenzione alla moglie, fino al punto da fidarsi ingenuamente di tutto ciò che fa o che gli dice). L'interprete dona al personaggio un'aria costantemente spaesata, spesso avvizzita e annoiata, a volta scossa da improvvisi lampi di interesse e di felicità, recitando anche con il corpo nudo nelle numerose scene di intimità. La fotografia di Sergej Jurizditskij, luminosa e pittorica, ha una certa qualità surreale, e l'atmosfera è onirica e ipnotica, mentre le scenografie sono colme di piccoli dettagli che la luce mette in risalto (le piume sparse nella camera da letto, le mosche che camminano sul cibo, gli scenari naturali che circondano il villaggio), fino al funerale della donna con l'enorme bara di metallo (che ne contiene, come bambole russe, altre due di quercia e di mogano: come a volersi separare il più possibile da tutto ciò che l'ha circondata): ma al termine della cerimonia, nell'ultima inquadratura, Sokurov ci mostra Emma misteriosamente ancora viva e in casa sua (ma forse è solo la sua anima, che non ha saputo abbandonare il mondo). Il titolo proviene da una preghiera cristiano-ortodossa.

15 luglio 2017

Civiltà perduta (James Gray, 2016)

Civiltà perduta (The Lost City of Z)
di James Gray – USA 2016
con Charlie Hunnam, Robert Pattinson
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

All'inizio del Novecento, il maggiore Percy Fawcett dell'esercito britannico (Charlie Hunnam) viene inviato in Amazzonia dalla Royal Geographic Society allo scopo di mappare con precisione il confine fra Bolivia e Brasile, nella speranza di evitare una guerra. Durante la sua missione, l'uomo rinviene tracce di un'antica civiltà proprio nel bel mezzo della foresta inesplorata. E negli anni successivi (la pellicola si svolge nell'arco di tre decenni) organizzerà diverse spedizioni alla ricerca di una supposta città perduta, da lui chiamata "Z". Ostacoli di ogni tipo (indios più o meno ostili, sompagni di viaggio inaffidabili, la natura selvaggia, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale che lo vedrà combattere nella battaglia delle Somme) e i legami famigliari (a ogni partenza è costretto a lasciare in Inghilterra la moglie Nina e i figli) non fermeranno la sua ossessione e la sua sete di conoscenza: l'ultima spedizione la effettuerà da solo in compagnia del figlio Jack (Tom Holland), ormai cresciuto, e avrà un epilogo inaspettato. Ispirata a una celebre storia vera (la stessa che a suo tempo ispirò "Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle: qui Gray si è rifatto a un libro del giornalista David Grann) e girata con maestria e una regia solidissima e vecchio stile (sembra quasi si trovarsi di fronte a un film del passato!), una pellicola altamente simbolica e metaforica sul tema della ricerca e dei sogni da realizzare. Il protagonista è un coraggioso visionario, che inizia i suoi viaggi spinto dal desiderio di gloria e di ricchezza (sia pure non per motivi egoistici, ma per dare stabilità alla propria famiglia) e diventa man mano un novello Ulisse, disposto ad affrontare rischi e pericoli pur di giungere a una sempre migliore conoscenza. Come tutti i visionari, poi, non ha timore nello sfidare i pregiudizi e le convinzioni di chi lo circonda (come l'opinione arrogante degli occidentali sugli indios "selvaggi"). A tratti risuonano echi di Herzog, favoriti certo anche dall'ambientazione: si pensi ad "Aguirre" (nelle numerose scene sul fiume, nei riferimenti ai Conquistadores e ad Eldorado, nella pazzia che progressivamente si fa strada in alcuni compagni di Fawcett) e a "Fitzcarraldo" (nella scena in cui, all'improvviso e inaspettatamente, nel bel mezzo della giungla si odono le note di un'opera lirica: a proposito, il fatto che si tratti del "Così fan tutte" di Mozart è certo impalusibile storicamente – sarebbe stato più credibile un titolo tardo-ottocentesco – ma evidentemente Gray non ha saputo resistere alla citazione del verso sul medico che "vale un Perù"!). Un film lungo, fluviale, dalla struttura strana e ripetitiva (fatta di false partenze, arresti, nuovi tentativi) e che racconta in fondo ben altro rispetto a quello che apparentemente mostra sullo schermo (il che spiega anche come mai Gray, che finora aveva realizzato soltanto film ambientati a New York e in gran parte in epoca contemporanea, abbia scelto di dirigerlo). La ricerca di Z è tutta interiore, tanto che Fawcett ritrova la città (e la giungla, e gli indios, e la sua stessa famiglia: tutto quello che ha imparato ad amare perché ha saputo accogliere dentro di sé) soprattutto nei ricordi, nei suoi sogni, nei pensieri, a prescindere da dove si trovi (che sia in Inghilterra, in viaggio o nelle trincee durante la guerra). Finale evocativo e sublime, che spiega a suo modo la misteriosa scomparsa dell'esploratore. La colonna sonora, a base di musica classica (fra gli altri Stravinsky, Ravel, Strauss, Beethoven, Bach), si dipana per lo più in sottofondo, spesso appena percettibile. Sienna Miller è la moglie di Fawcett, Robert Pattinson è il suo fedele assistente Henry Costin, Angus Macfadyen è l'infido James Murray. Breve apparizione per Franco Nero (nei panni del Barone de Gondoriz, uno dei signori della gomma).

13 luglio 2017

Spider-Man: Homecoming (Jon Watts, 2017)

Spider-Man: Homecoming (id.)
di Jon Watts – USA 2017
con Tom Holland, Michael Keaton
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Dopo la popolare versione di Sam Raimi (tre film dal 2002 al 2007) e quella fallimentare di Marc Webb (due film nel 2012 e 2014), questo è il terzo reboot in quindici anni per l'Uomo Ragno (chiamato ormai in pianta stabile con il nome originale Spider-Man per questioni di marketing). E si tratta di un "ritorno a casa" in tutti i sensi, visto che il personaggio viene inglobato definitivamente nell'Universo Cinematico Marvel, dopo la comparsata già fatta in "Captain America: Civil War" (di cui rivediamo alcune scene dal punto di vista di Peter Parker... o meglio, della sua videocamera nascosta: un rimando all'abitudine che il personaggio ha, nei fumetti, di scattare foto di sé stesso mentre è in azione). Il film è infatti realizzato interamente, dal punto di vista creativo, dai Marvel Studios, che non perdono l'occasione per legarlo a doppio filo con le pellicole degli Avengers (l'arsenale dei cattivi ha origine dalla tecnologia aliena rimasta sulla Terra dopo la battaglia del primo film dei Vendicatori), come dimostrano le partecipazioni di Tony Stark/Iron Man (Robert Downey Jr.), Happy Hogan (Jon Favreau), Pepper Potts (Gwyneth Paltrow) e Captain America (Chris Evans, in una serie di buffi video motivazionali per le scuole, uno dei quali rappresenta l'easter egg dopo i titoli di coda). Le aspirazioni del giovane Peter Parker/Spider-Man (di cui ci viene risparmiata l'origine: tanto tutti la conoscono) per l'intera pellicola, in effetti, sono proprio quelle di entrare a far parte in pianta stabile del potente gruppo di supereroi fondato da Stark (il quale gli ha procurato il costume high-tech che sfoggia). E più che una lezione sulla responsabilità, per una volta la sua è una lezione sull'umiltà (il fatto che gli venga impartita, sia pure inconsapevolmente, da un mentore arrogante come Tony è ironico ma significativo). Peter aprà infatti imparare a mantenere i piedi per terra, accettando il suo ruolo di eroe "piccolo" ed urbano, di "amichevole Uomo Ragno di quartiere" ("friendly neighborhood Spider-Man", recitava uno dei versi della canzone degli anni sessanta, il cui tema si può udire all'inizio del film). Se la pellicola è realizzata dalla Marvel (ovvero dalla Disney), i diritti cinematografici del personaggio restano però in mano alla Sony, che attraverso la Columbia ci ha messo i soldi: è un caso più unico che raro di collaborazione fra due major hollywoodiane. Insolito anche l'accordo per la ripartizione dei ricavi: a Sony/Columbia andranno gli incassi in sala, a Disney/Marvel quelli del merchandising. Inutile dire che entrambi si prevedono copiosi.

A livello di contenuti, il film mi è parso il più fedele allo spirito (se non alla lettera) del fumetto originale di Stan Lee e Steve Ditko, di cui riprende quasi tutti gli elementi fondanti e caratteristici, attualizzandoli certo agli anni Duemila ma senza tradirli (come aveva fatto Raimi) o banalizzarli (come aveva fatto Webb). Innanzitutto l'ambientazione scolastica, che si riflette nella giovane età del personaggio, forse lo Spider-Man più giovane mai visto sullo schermo. Peter ha quindici anni, ama la scienza, è un nerd (magnifiche le sue t-shirt con battute su fisica e chimica), isolato e deriso dai compagni di classe più integrati (come Flash), che ha l'unico amico nel grassottello Ned (Jacob Batalon). La sua crescita è tutta interiore, i suoi problemi sono quelli di molti adolescenti, e per fortuna, nonostante la leggerezza e la vena scanzonata (il film è quasi una commedia), siamo ben lontani dalle storture cool e young adult della precedente versione (i due "Amazing Spider-Man" rimangono fra i peggiori film sul personaggio mai realizzati). Si respira il senso di novità, come nelle primissime storie di Ditko. Il Peter interpretato da Tom Holland (una ventata di aria fresca, dopo l'antipatico Tobey Maguire e il pessimo Andrew Garfield) è credibile, timido e impacciato ma pieno di energia e di passione, insicuro di sé ma sfrontato quando serve, diviso in due sotto ogni aspetto (la ragazza che ama, Liz, è una fan di Spider-Man, al punto da essere tentato di rivelarle la sua vera identità). E quando serve, sa compiere le decisioni giuste, anche a costo di sacrificare la propria felicità personale. Forse i puristi storceranno il naso per il casting che stravolge aspetto, etnia, età e ruolo narrativo di tanti celebri comprimari dei comics, da Ned, appunto, al bullo Flash, da Liz (Laura Harrier, il primo amore di Peter) a Betty, e persino a una zia May (interpretata da Marisa Tomei) che, come avevamo già visto in "Civil War", è ben più giovane e in salute della vecchietta decrepita dei fumetti; ma io non ci vedo nulla di male, anzi. E comunque, il fatto che i cognomi Leeds, Allan e Thompson non vengano mai citati (per non parlare del mini-twist a proposito di un'altra compagna di classe, Michelle) potrebbe permettere in futuro di reintrodurne versioni più canoniche. Qui, se non altro, la mancanza del cognome Allan consente il discreto colpo di scena sull'identità del padre di Liz.

A proposito, non ho parlato finora del villain della pellicola. Si tratta di Adrian Toomes, alias l'Avvoltoio, in una versione anch'essa high-tech (le sue ali sono il frutto della tecnologia aliena di cui sopra), interpretato da un brillante Michael Keaton – di ritorno ai supereroi alati dopo "Birdman" – che dona al personaggio sfaccettature e umanità presenti raramente (o solo in parte) nella sua versione fumettistica (vedi anche la scena finale in prigione). I cineasti hanno giustamente preferito non ricorrere ai nemici dell'Uomo Ragno che si erano già visti nei film precedenti (Goblin, Doc Ock, Venom, Lizard, Electro, ecc.), anche se tecnicamente si tratta di un altro universo e dunque non ci sarebbero state controindicazioni a usarli. Per loro, probabilmente, basterà aspettare qualche anno. Della banda guidata dall'Avvoltoio, comunque, fanno parte (in versioni rivedute e corrette) anche Shocker (sono due gli uomini che si danno il cambio sotto questo nome), lo Scorpione/Mac Gargan e il Riparatore/Phineas Mason (anche se all'inizio, visto che tutti facevano parte di un team impegnato in lavori edili, quasi mi aspettavo che si trattasse della Squadra di Demolizione). Solo i più accaniti fan dei comics riconosceranno invece nel ladruncolo Aaron Davis (Donald Glover) lo zio di Miles Morales, lo Spider-Man alternativo e afro-ispanico. E a proposito di strizzatine d'occhio, la sequenza in cui Peter rimane intrappolato sotto un enorme cumulo di macerie e deve ricorrere a tutta la sua forza di volontà per venirne fuori fa riferimento ad alcune amatissime pagine disegnate da Steve Ditko nel 1966 (nel numero 33 di "Amazing Spider-Man", per la precisione). Fra le scene che mi hanno convinto meno, quella davvero implausibile del traghetto diviso in due, anche se consente la gag del passeggero che per un breve attimo applaude Spider-Man, prima di cambiare idea (il fatto che l'Uomo Ragno fosse benvoluto dai newyorkesi era uno degli aspetti che meno ho amato nei film di Raimi: qui, per fortuna, l'eroe è temuto o al limite snobbato dall'opinione pubblica). Divertente invece la sequenza (anch'essa mutuata dai comics) di Spider-Man come un pesce fuor d'acqua nei quartieri periferici della città, dove mancano i grattacieli ai quali attaccarsi con la ragnatela. Come sempre, al cinema molti scoprono con estrema facilità la vera identità di Peter (qui Ned, Toomes e, proprio alla fine, zia May). Ma a parte questi piccoli dettagli, siamo di fronte a uno dei più soddisfacenti (e divertenti) adattamenti di un personaggio così iconico e popolare. Il film introduce nel MCU anche il Damage Control. Stan Lee appare nel suo consueto cameo come uno dei vicini alla finestra che si lamentano di Spider-Man.

12 luglio 2017

Il soldato americano (R. W. Fassbinder, 1970)

Il soldato americano (Der Amerikanische Soldat)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Karl Scheydt, Elga Sorbas
**

Visto in divx.

Richard Murphy (Karl Scheydt), killer tedesco da tempo emigrato in America (chiamato "soldato" nel titolo perché ha combattutto in Vietnam), torna a Monaco dopo diversi anni per eseguire una serie di contratti. Fra un omicidio e l'altro, trova il tempo di salutare l'amico di un tempo Franz Walsch (Fassbinder stesso, non accreditato) e di fare una breve visita alla madre alcolizzata e al fratello psicolabile (Kurt Raab). Quando chiede una ragazza alla reception dell'albergo in cui alloggia, uno dei detective che lo hanno assoldato (Jan George) gli fa mandare in camera la sua compagna Rosa (Elga Sorbas) per sorvegliarlo più da vicino. La donna finisce per innamorarsene e vorrebbe fuggire con lui, ma Richard la uccide. La resa dei conti sarà inevitabile. Terzo (e ultimo) capitolo della saga di Franz Walsch (dopo "L'amore è più freddo della morte" e "Dei della peste"), un lento pseudo-noir nichilista ed esistenzialista, colmo di rimandi e richiami (a volte freddamente ironici) ai gangster movie made in USA (un riferimento evidente è Sam Fuller, il cui cognome è dato all'informatrice Magdalene), girato in un algido bianco e nero e ambientato in un mondo cupo, misogino e privo di affetti (dove le donne, in particolare, non hanno scampo dai maltrattamenti e dalla violenza: vedi anche la cameriera dell'albergo, interpretata da Margarethe von Trotta, che finisce col suicidarsi nell'indifferenza di tutti per una delusione d'amore) e dove l'unico valore rimasto è l'amicizia. Anche se non si tratta dell'ultimo film dell'Antiteater, la morte di Walsch/Fassbinder simboleggia un po' la fine di quell'esperienza: dopo ben dieci film in tre anni, dal 1971 il regista comincerà una nuova fase della sua carriera, dalle ambizioni più "cinematografiche" e sempre più acclamata dalla critica. La vicenda raccontata dalla Von Trotta nel suo soliloquio sarà portata sullo schermo da RWF quattro anni più tardi (nel film "La paura mangia l'anima"). Il tema musicale è opera del produttore Peer Raben, autore anche della canzone (con testi di Fassbinder) sull'interminabile sequenza finale.

11 luglio 2017

Si sente il mare (T. Mochizuki, 1993)

Si sente il mare (Umi ga kikoeru)
di Tomomi Mochizuki – Giappone 1993
animazione tradizionale
**

Visto in TV.

In occasione di una rimpatriata con i compagni delle scuole superiori, il giovane studente universitario Morisaki torna con la mente al suo primo amore: Rikako, una ragazza che si era trasferita da Tokyo a Kochi (città nell'isola di Shikoku) in seguito al divorzio dei suoi genitori, e che non era mai riuscita pienamente a integrarsi nel nuovo ambiente, aprendosi soltanto con lui e con il suo miglior amico Matsuno. Sentimenti, incomprensioni, amori e bisticci adolescenziali e scolastici, in una pellicola (la prima dello Studio Ghibli non diretta da Miyazaki o Takahata) prodotta per la tv. La vena è delicata e realista, sul filo dei ricordi e della malinconia, ma senza alcun volo di fantasia o momenti memorabili. Anche perché le situazioni sono ben poco originali (forse per favorire l'immedesimazione della maggior parte di spettatori possibile), i protagonisti hanno scarsa personalità e la versione italiana è praticamente inguardabile per via dell'indecente adattamento dei dialoghi di Gualtiero Cannarsi. Bella la canzone sui titoli di coda (il cui tema è ricorrente nella colonna sonora).

10 luglio 2017

Ceremony (Max Winkler, 2010)

Ceremony (id.)
di Max Winkler – USA 2010
con Michael Angarano, Uma Thurman
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Coinvolgendo anche il fragile e inconsapevole amico Marshall (Reece Thompson), l'immaturo Sam (Angarano), mediocre scrittore di libri per bambini, si introduce alla festa che precede il matrimonio di Zoe (Thurman) con il borioso regista Whit (Lee Pace), nella speranza che la ragazza, con cui aveva trascorso una notte d'amore tempo prima, mandi a monte la cerimonia per tornare da lui. Ma l'illusione dovrà scontrarsi con la realtà. Opera prima del figlio di Henry "Fonzie" Winkler (anche sceneggiatore), una gradevole commedia che gioca con i cliché delle pellicole romantiche senza fortunamente mai adagiarvisi del tutto: anzi, tende a rifuggerli, compreso l'obbligo del lieto fine (che semmai resta in sospeso). Personaggi eccentrici, situazioni bizzarre, una riuscita commistione fra romanticismo e cinismo, e una sceneggiatura che giostra i numerosi personaggi senza divagare o perdere di vista il tema centrale: e anche dietro quelli più "cazzoni" e prettamente comici – come Teddy (Jake Johnson), il fratello scapestrato e perennemente ubriaco di Zoe – c'è un velo di amarezza. Qualche battuta divertente, una buona colonna sonora (Kate Bush, fra gli altri) e la bellezza di Uma Thurman (e di Rebecca Mader) completano il tutto.

8 luglio 2017

Crimson Peak (Guillermo del Toro, 2015)

Crimson Peak (id.)
di Guillermo del Toro – USA 2015
con Mia Wasikowska, Tom Hiddleston, Jessica Chastain
**

Visto in TV.

Alla fine dell'ottocento, la giovane americana Edith (Wasikowska), ereditiera e aspirante scrittrice, sposa il baronetto inglese Thomas Sharpe (Hiddleston) e si trasferisce a vivere con lui e con sua sorella Lucille (Chastain) nel decadente castello di famiglia. La ragazza ignora che Thomas l'ha sposata solo per il suo denaro (con il quale intende rimettere in funzione la miniera di argilla rossa che si trova sotto la sua proprietà) e che, con la complicità di Lucille, progetta di avvelenarla, proprio come ha fatto con le sue precedenti spose. Per sua fortuna, Edith può contare sull'aiuto dei fantasmi: quello della madre, che la mette in guardia dai pericoli, e quelli delle donne già uccise dai due fratelli. A metà strada fra la favola di Barbablù e le ghost story ottocentesche sulle case infestate (ma i fantasmi sono usati in maniera decisamente originale: non è da loro che la protagonista deve guardarsi), una fiaba dark e horror condita da misteriose presenze soprannaturali e inquietanti sottotesti incestuosi (il rapporto morboso fra Thomas e la sorella). Come sempre nei lavori di del Toro, però, l'aspetto preponderante è quello visivo: la fotografia ipersatura mette in forte evidenza i colori (quasi come in "Suspiria"), in particolare il rosso dell'argilla che permea il terreno su cui sorge il castello degli Sharpe e che evoca naturalmente il sangue. Ma rispetto a lavori come "Il labirinto del fauno", c'è molta meno fantasia, l'atmosfera si fa subito stantia, e anche il contesto storico ha relativamente poca importanza. Nel cast anche Charlie Hunnam (il medico/investigatore) e Jim Beaver (il padre di Edith).

6 luglio 2017

Anno 2670 - Ultimo atto (J. Lee Thompson, 1973)

Anno 2670 - Ultimo atto (Battle for the Planet of the Apes)
di J. Lee Thompson – USA 1973
con Roddy McDowall, Paul Williams
*1/2

Visto in divx.

Quinto e ultimo film della serie originale de "Il pianeta delle scimmie", quella prodotta da Arthur P. Jacobs (che fece uscire praticamente un film all'anno: qui per la prima volta il regista è lo stesso dell'episodio precedente). Anche in questo caso, il titolo italiano è parzialmente fuorviante: la storia si svolge soltanto una ventina d'anni dopo il quarto lungometraggio, cioè all'inizio del ventunesimo secolo, ma è raccontata in flashback da un orango, il Legislatore (interpretato da John Huston, e menzionato già nel primo film), appunto nel 2670. Dopo la conclusione di "1999 - Conquista della Terra", una guerra nucleare ha sconvolto il pianeta, radendo al suolo tutte le città e distruggendo la civiltà umana. Lo scimpanzé Cesare (McDowell) ha guidato fuori da New York un gruppo di superstiti – sia umani che scimmie – e ha creato una comunità agricola (ci sono anche case sugli alberi) dove vivere in armonia (a patto che gli uomini non usino la parola "No!"). Ma la pace è messa a repentaglio da un lato dalla bellicosità del generale Aldus (Claude Akins), gorilla guerrafondaio che vorrebbe prendere il potere e sterminare tutti gli uomini, e dall'altro dagli ultimi superstiti dell'esercito umano che, nonostante sia contaminata dalla radioattività e ribattezzata la Città Morta, abitano ancora a New York, guidati dal governatore Kolp (Severn Darden). Non più sceneggiato da Paul Dehn, l'ultimo film della saga originale è un discreto e sconclusionato pasticcio, fra cliché della fantascienza post-apocalittica (il villaggio dove si vive in pace assediato dai predoni: rivedremo scene del tutto simili in "Mad Max"), caratterizzazioni stereotipate e manichee (con una divisione fra buoni e cattivi senza sfumature) e persino contraddizioni con le premesse dei film precedenti (com'è possibile che in così pochi anni tutte le scimmie si siano evolute completamente, quando nella quarta pellicola il solo Cesare era capace di parlare?). Anche la metafora antibellica è troppo evidente e semplicistica (Aldus che rinchiude gli uomini del villaggio nel recinto fa pensare all'imprigionamento forzato dei cittadini di origine giapponese negli Stati Uniti dopo Pearl Harbor), mentre l'epicità è del tutto assente. Più che una guerra, quella mostrata sullo schermo sembra una scaramuccia su piccola scala, con una manciata di uomini da una parte (con pochi mezzi e armi di fortuna) e un villaggetto di un centinaio al massimo di scimmie dall'altra: difficile credere che siano in gioco le sorti di un intero pianeta! Nel complesso, ancor più che nei capitoli precedenti, si respira aria di B-movie: era evidente che ormai la saga avesse esaurito la sua spinta (da notare che Jacobs morì due settimane dopo la sua uscita nelle sale). Nel 1974, comunque, fu realizzata una breve serie televisiva, e naturalmente nel nuovo secolo ci saranno i remake e i reboot. Paul Williams è Virgilio, l'orango consigliere di Cesare. Lew Ayres è Mandemus, il guardiano delle armi (nonché "coscienza di Cesare"), Austin Stoker è McDonald (ma si dice che è il fratello del McDonald del quarto film). Musica (come nel secondo film) di Leonard Rosenman.

5 luglio 2017

1999 - Conquista della Terra (J. Lee Thompson, 1972)

1999 - Conquista della Terra
(Conquest of the Planet of the Apes)
di J. Lee Thompson – USA 1972
con Roddy McDowall, Don Murray
**1/2

Visto in divx.

Nonostante il fuorviante titolo italiano (doppiamente ingannevole, perché la storia si svolge nel 1991!), questo è il quarto film della serie originale de "Il pianeta delle scimmie". Sono passati vent'anni dal precedente capitolo, e siamo in un futuro vicino ma già autoritario e distopico. Come predetto da Zira, un'epidemia ha sterminato tutti i cani e i gatti della Terra, e gli uomini li hanno sostituiti con le scimmie. Ma c'è voluto ben poco prima che scimpanzé, gorilla e oranghi fossero trasformati da animali domestici in veri e propri schiavi. Addestrate ai più disparati lavori, torturate e – se necessario – ricondizionate, le scimmie vengono vendute all'asta e sfruttate senza pietà dai loro padroni umani, che ignorano o sottovalutano colpevolmente i timidi tentativi di ribellione. Sarà Cesare (McDowell), il figlio sopravvissuto di Cornelius e Zira (non più chiamato Milo), l'unico scimpanzé evoluto e parlante sulla faccia della Terra, a guidarle alla rivolta: più che Cesare, in effetti, è un novello Spartaco. Al quarto episodio, la saga sembra acquisire un nuovo focus e si fa, se possibile, ancora più marcatamente politica. Evidenti i richiami alla schiavitù dei neri e alle battaglie sociali per i diritti civili: davanti a McDonald (Hari Rhodes), assistente afroamericano del governatore e unico a mostrare empatia verso le scimmie, Cesare esclama "Tu più di tutti gli altri dovresti capire!". E nonostante la sceneggiatura di Paul Dehn (già autore dei primi due sequel) sia a tratti semplicistica e sbrigativa (non mostra per esempio come Cesare mette insieme il proprio esercito: prima ci sono piccoli episodi di malcontento fra le scimmie, poi di colpo il protagonista è leader di un ampio gruppo: conquistato solo perché ha spartito con i compagni una banana?) e non colga del tutto le metafore del romanzo originale di Boulle (dove la rivolta degli schiavi era un riflesso di quella delle popolazioni asiatiche colonizzate dai francesi), nel complesso si tratta del migliore dei sequel originali, con sequenze coinvolgenti e ad alto impatto emotivo (fra cui le scene di guerriglia e gli scontri nelle strade, ma anche il discorso finale di Cesare): la serie di reboot prodotta dal 2011 in poi con Andy Serkis si ispirerà proprio a questo film (e al successivo), anziché al leggendario prototipo. Roddy McDowall aveva interpretato Cornelius (il padre di Cesare) nel primo e nel terzo film. Ricardo Montalbán ritorna nel ruolo di Armando, il padrone del circo dove Cesare è cresciuto, mentre Natalie Trundy (qui la scimpanzé Lisa), moglie del produttore Arthur P. Jacobs, è una vera habitué della saga, sia pure in ruoli sempre diversi (una dei mutanti telepatici nel secondo film, la scienziata umana Stephanie Branton nel terzo).

4 luglio 2017

Fuga dal pianeta delle scimmie (Don Taylor, 1971)

Fuga dal pianeta delle scimmie
(Escape from the Planet of the Apes)
di Don Taylor – USA 1971
con Kim Hunter, Roddy McDowall
**

Visto in divx.

Giunta al terzo film, la saga del "Pianeta delle scimmie" cambia radicalmente direzione. Una scelta obbligata, visto il finale della pellicola precedente, nel quale Taylor (Charlton Heston) distruggeva la Terra del futuro con una bomba atomica. Viaggiando indietro nel tempo a bordo della stessa capsula con la quale l'astronauta americano era giunto fin lì, gli scienziati scimpanzé Cornelius (McDowell) e Zira (Hunter) arrivano negli Stati Uniti dei giorni nostri, dove naturalmente la loro intelligenza e la loro capacità di parlare stimolano l'interesse e la curiosità di studiosi e politici. La prima parte del film presenta dunque un divertente capovolgimento delle situazioni del prototipo (che già a loro volta erano un paradosso): le scimmie sono trattate da animali, rinchiuse nello zoo, sottoposte a test di intelligenza, e così via. Quando la loro esistenza (e poi la loro origine) diventa di dominio pubblico, i due scimpanzé conquistano un'inattesa simpatia e popolarità presso la popolazione americana, che cresce ulteriormente dopo che si scopre che Zira è incinta: ma il dottor Hasslein (Eric Braeden), consulente scientifico della Casa Bianca, teme che la loro progenie possa mettere in pericolo la razza umana, e progetta di eliminarli. Con l'aiuto di due amici scienziati (Bradford Dillman e Natalie Trundy), Cornelius e Zira tentano invano la fuga. Continuando la tradizione dei finali shock (anche se qui è telefonato), le ultime immagini rivelano che riusciranno almeno a salvare il loro figlio Milo (il futuro Cesare). Ambientato tutto ai giorni nostri, anche se implausibile scientificamente (il viaggio a ritroso nel tempo ha una spiegazione confusa e arzigogolata: quello in avanti, nel primo film, aveva almeno un appiglio nella teoria della relatività), il terzo capitolo della saga ribalta di nuovo i rapporti di forza fra gli uomini e le scimmie (con i primi nel ruolo di oppressori), si focalizza stavolta sulla coppia di scimpanzé come protagonisti e non rinuncia ai consueti tocchi satirici, stavolta con un tono più leggero e quasi da commedia brillante. Fra gli spunti più interessanti, il dilemma etico riguardo alla possibilità di cambiare il futuro (si può fare? ed è giusto farlo?) e quello, più concreto, della liceità delle sperimentazioni scientifiche sugli animali. Inoltre abbiamo finalmente una spiegazione dell'evoluzione cosi rapida delle scimmie (in soli 2000 anni!), risultato di una serie di eventi innescata da un'epidemia che colpirà i cani e i gatti, spingendo gli uomini a utilizzare proprio le scimmie come animali domestici. Nel cast anche Ricardo Montalbán (Armando, il direttore del circo) e Sal Mineo (il dottor Milo, scimpanzé in cui onore Cornelius e Zira battezzano il loro figlio). La colonna sonora torna a essere di Jerry Goldsmith, ma con uno stile del tutto diverso dal primo film.

3 luglio 2017

L'altra faccia del pianeta delle scimmie (Ted Post, 1970)

L'altra faccia del pianeta delle scimmie
(Beneath the Planet of the Apes)
di Ted Post – USA 1970
con James Franciscus, Linda Harrison
*1/2

Visto in divx.

Il successo del film tratto dal romanzo di Pierre Boulle fece sì che "Il pianeta delle scimmie" divenisse una vera e propria franchise cinematografica (anche se questo primo sequel, uscito due anni dopo il prototipo, sembrò quasi voler porre subito termine alla saga, distruggendo il pianeta con tutti i personaggi). Il canovaccio è lo stesso del lungometraggio precedente. Un altro astronauta del ventesimo secolo, Brent (Franciscus), sulle tracce di Taylor (Charlton Heston, in un ruolo ridotto rispetto al primo film: essenzialmente compare solo all'inizio e alla fine), giunge a sua volta sulla Terra dell'anno 3955 ed entra in contatto con la nuova civiltà delle scimmie. Con l'aiuto di Nova (Harrison) e degli scimpanzé Zira e Cornelius, sfugge alla cattura e si rifugia nella "zona proibita", alla ricerca di Taylor. Scoprirà che fra le rovine di una New York sepolta nel sottosuolo vive una razza di esseri umani evoluti, sfigurati dalle radiazioni ma dotati di poteri telepatici, che venerano una bomba atomica come se fosse una divinità ("una sacra arma di pace") e progettano di usarla contro le scimmie, anche perché il bellicoso generale gorilla Ursus intende invadere le loro terre. Se la satira sociale lascia il posto a una fantascienza più generica (vedi i mutanti telepatici), rispetto al primo capitolo il messaggio antibellico si fa ancora più esplicito (c'è persino una scena con gli scimpanzé che protestano contro la guerra, che richiama le marce contro l'impegno militare degli USA in Vietnam) e le metafore perdono ogni sottigliezza (la "messa" per la bomba è inquietante ma alquanto ridicola). Se ci aggiungiamo una sceneggiatura che ripropone in maniera derivativa le situazioni del primo film (a partire da un protagonista assai simile: a proposito, che incredibile coincidenza che Brent precipiti nello stesso luogo – e nello stesso tempo! – in cui era finito Taylor) o che le diluisce, rendendole meno suggestive (una cosa è trovare i resti della Statua della Libertà; un'altra è rinvenire sepolta l'intera città di New York, dalla metropolitana agli edifici pubblici), ecco che la stessa esistenza dei sequel inizia ad annacquare la potenza del concetto iniziale. Il finale (voluto, pare, da Heston) è sbrigativo e nichilista, all'insegna di un pessimismo apocalittico. E dal successivo episodio, "Fuga dal pianeta delle scimmie", la saga proverà a prendere strade diverse. Alla colonna sonora Leonard Rosenman sostituisce Jerry Goldsmith. Fra i mutanti si riconosce il grasso Victor Buono. Sotto le maschere delle scimmie, ancora opera di John Chambers, ritroviamo Kim Hunter (Zira) e Maurice Evans (Zaius), mentre Ursus è James Gregory (la produzione voleva Orson Welles!) e Cornelius è interpretato da David Watson anziché da Roddy McDowall, che tornerà l'anno seguente nel terzo film.