22 giugno 2017

120 battiti al minuto (R. Campillo, 2017)

120 battiti al minuto (120 battements par minute)
di Robin Campillo – Francia 2017
con Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois
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Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Nella Francia di Mitterrand (siamo nei primi anni novanta), gli attivisti di Act-Up Paris – un gruppo che si batte per i diritti dei malati di AIDS, molti dei quali sieropositivi a loro volta – si esibiscono in spettacolari azioni dimostrative affinché aumenti la consapevolezza della malattia (siamo in un periodo in cui l'AIDS, nella percezione pubblica, era ancora ignorato, rimosso o collegato esclusivamente alle comunità di omosessuali e tossicodipendenti). E così, fanno pressioni sul governo affinché realizzi campagne informative più efficaci e su ampia scala; irrompono nelle scuole per distribuire opuscoli sull'educazione sessuale e chiedere che vengano installati distributori di preservativi; partecipano alle sfilate del Gay Pride con slogan e volantini sul tema della malattia; ma soprattutto, attaccano le multinazionali farmaceutiche che procedono troppo a rilento nella ricerca e nella distribuzione dei primi farmaci antiretrovirali. Un film corale nella stessa vena de "La classe" (alla cui sceneggiatura Campillo, frequente collaboratore di Cantet, aveva partecipato), anche se da un certo punto in poi si comincia a focalizzare su uno dei personaggi, il franco-cileno Sean (Nahuel Pérez Biscayart), che viene seguito nell'avanzare della sua malattia e fino alla morte. Intensa e ben recitata da un cast di attori giovani e poco noti (fra i quali Arnaud Valois, Antoine Reinartz e Adèle Haenel), la pellicola ha il classico limite di quelle opere che sono sovrastate dal loro stesso messaggio: a tratti sembra un film di propaganda, se non un vero e proprio pamphlet, con i personaggi che anziché discutere fra loro stanno in realtà parlando allo spettatore, e una sceneggiatura che si premura di toccare prima o poi tutti i punti chiave relativi all'argomento. Non aiuta un'eccessiva lunghezza e il fatto che, in un certo senso, il film giunga in ritardo: i tempi in cui l'informazione sull'AIDS era carente o costellata di pregiudizi sono infatti passati (anche se di recente l'allarme sulla malattia è passato in secondo piano) e sarebbe stato forse meglio un approccio più documentaristico o storicizzato. Alla fine, l'aspetto più interessante della pellicola è quello di mostrare, dall'interno e da vicino, come funzionano le dinamiche di un movimento attivista (politico o antagonista che sia, a prescindere dall'argomento trattato), portando in primo piano le discussioni fra i membri, le ideologie più o meno radicali, la divisione pratica dei compiti, l'organizzazione delle azioni dimostrative, le amicizie e le rivalità all'interno del gruppo.

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