21 maggio 2017

Closer (Mike Nichols, 2004)

Closer (id.)
di Mike Nichols – USA 2004
con Jude Law, Clive Owen, Natalie Portman, Julia Roberts
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Fra amori e segreti, tradimenti e confessioni, le vite di quattro personaggi si intrecciano a Londra nell'arco di alcuni anni. Dan (Jude Law) è un giornalista addetto ai necrologi, arrogante e manipolatore, con ambizioni frustrate da romanziere. Alice (Natalie Portman: ma a proposito del suo nome c'è un twist nel finale) è una giovane spogliarellista americana, enigmatica e apparentemente ingenua, in fuga da un burrascono rapporto. Larry (Clive Owen) è un medico dermatologo, cinico e solitario, patologicamente ossessionato dal sesso. E infine Anna (Julia Roberts) è una fotografa professionista, fragile e perennemente infelice, i cui scatti vengono esibiti in importanti mostre. Il film è tratto dall'omonima opera teatrale di Patrick Marber (autore anche della sceneggiatura), e l'origine teatrale è evidente: in scena ci sono praticamente soltanto i quattro personaggi (e quasi sempre solo due di loro alla volta), impegnati in lunghi dialoghi (il vero punto di forza della pellicola) sull'amore e il sesso, mentre fra una sequenza e l'altra, temporalmente, passano diversi mesi, in modo da mettere sempre lo spettatore di fronte a nuove variazioni dello status quo. Le coppie, infatti, si smontano e rimontano in continuazione, in reazione all'attrazione sessuale o all'affinità sentimentale che varia di momento in momento. Nessuno dei personaggi è ritratto come moralmente esemplare, anche se paradossalmente a "tradire" non sono i due che sono stati presentati come sessualmente più discutibili (il medico erotomane e la spogliarellista) bensì quelli che dovrebbero essere più irreprensibili (lo scrittore e la fotografa). I loro legami sono al tempo stesso intensi e fragili, profondi e del tutto vacui, come se l'amore non fosse altro che un breve collante destinato ad evaporare alla prima occasione. “Chi ama a prima vista tradisce ad ogni sguardo”, recita la frase di lancio, suggerendo cinicamente che in amore l'eccessiva idealizzazione è solo un inganno o una maschera. E il tema della finzione e del suo rapporto con la realtà è ricorrente (Dan scrive il suo romanzo ispirandosi alla vita di Alice, Anna fotografa i volti di persone sconosciute senza però svelarne i veri sentimenti, le chat erotiche sono solo uno strumento di inganno, e Alice – mentre fa uno striptease indossando una parrucca – afferma: "Mentire è il più grande divertimento per una ragazza senza togliersi gli abiti di dosso"). La regia di Nichols è minimalista, lenta e avvolgente (a tratti quasi ipnotica), anche se per lo più si mette al servizio del provocatorio soggetto. Buono il cast, con elogi in particolare per Owen e la Portman (entrambi nominati all'Oscar e vincitori del Golden Globe). Owen aveva recitato anche nell'opera teatrale, che peraltro aveva un finale diverso e più tragico (Alice muore, Larry e Anna si separano), interpretando però la parte di Dan. Fra le fonti di ispirazione: il "Così fan tutte" di Mozart (alcuni brani del quale, come il quintetto "Di scrivermi ogni giorno" e il terzettino "Soave sia il vento", si possono udire in un paio di occasioni; ma nella colonna sonora c'è anche l'ouverture della "Cenerentola" di Rossini e le canzoni "The Blower's Daughter" e "Cold Water" di Damien Rice) e i drammi "Vite private" di Noël Coward e "Tradimenti" di Harold Pinter.

20 maggio 2017

Windows (Peter Greenaway, 1975)

Windows
di Peter Greenaway – GB 1975
***

Visto su YouTube.


Dei primi cortometraggi di Greenaway, questo – pur nella sua brevità (dura meno di 4 minuti) – è forse il più paradigmatico del suo stile e del suo modo di fare cinema. Ci si ritrova già il desiderio di descrivere il mondo attraverso correlazioni (spesso del tutto arbitrarie, se non addirittura inventate) fra immagini, eventi, parole e numeri, ma anche l'attenzione al paesaggio e l'ossessione per la morte. Girato nella stessa casa di campagna dove, trascorrendo l'estate con la propria famiglia, aveva realizzato il precedente "H is for House", il film presenta una serie di scene che mostrano il mondo esterno attraverso delle finestre (la bambina e la donna che si intravedono sono la figlia e la moglie del regista), mentre una voce fuori campo recita una serie di informazioni e di statistiche sulle 37 persone che sarebbero morte, cadendo appunto da finestre, nella parrocchia di W. [ossia Wardour] nel corso del 1973. Queste persone sono suddivise per età (7 bambini, 11 adolescenti e 19 adulti), per il tipo di finestre da cui sono cadute, per le cause del salto, e per svariati altri elementi. Come musica di sottofondo, c'è "La poule" di Jean-Philippe Rameau. L'idea venne al regista leggendo le statistiche sui prigionieri politici "defenestrati" in Sudafrica, con le scuse più varie per le loro "cadute accidentali". Può essere pertanto considerato un film politico. L'irrilevanza e l'ironia del testo, cui i numeri sembrano attribuire un'apparente importanza, si abbina poi in maniera straniante con la concretezza delle immagini, un vero e proprio studio sul rapporto fra il paesaggio interno (le stanze in penombra) e quello esterno (l'idilliaca campagna inglese), stimolando la curiosità di uno spettatore che morbosamente non può fare a meno di prestare attenzione a quel che recita la voce narrante (di Colin Cantlie). Greenaway svilupperà questo stile nei suoi futuri lungometraggi, a partire da "The Falls", che può essere quasi considerato una versione estesa e più elaborata di "Windows".

19 maggio 2017

H is for House (Peter Greenaway, 1973)

H is for House
di Peter Greenaway – GB 1973 (rieditato nel 1978)
con Hannah Greenaway
**1/2

Visto su YouTube.

Da poco sposato e con una figlia piccola, Greenaway trascorse l'estate del 1973 ospite di un amico in una bella casa ottocentesca nella romantica campagna inglese, a Wardour nel Wiltshire. Qui girò una serie di film (fra cui, oltre a questo, anche "Windows"). "H is for House" è ispirato ai sillabari per insegnare l'alfabeto ai bambini: la piccola Hannah stava cominciando a parlare, e il regista la interroga sui nomi delle cose che la circondano (la voce infantile che si sente nel film, errori e indecisioni comprese, è la sua). Se le immagini mostrano scene di vita famigliare (la moglie e la figlia che giocano sull'erba in una bella giornata di sole), l'audio – oltre all'immancabile musica di Vivaldi – racconta invece tutta un'altra storia. Ossessionato dalla lettera H, Greenaway elenca una lunghissima serie di oggetti e di concetti astratti i cui nomi iniziano con questa, mentre la pellicola si apre e si chiude con il racconto di tre storie bizzarre e surreali, ambientate forse in quella stessa dimora: un naturalista che rimane spiazzato dall'inversione della rotazione della terra, una donna che si preoccupa dell'arrivo della città fino alle soglie della sua casa, un uomo convinto che i suoi occhi siano come una batteria e che debbano essere ricaricati dal sole. Ne risulta uno studio sull'artificialità del modo in cui denominiamo le cose e sul rapporto confuso fra suoni e significati, mescolato a riflessioni nonsense sulla percezione del tempo, della geografia e del rapporto con il mondo che ci circonda.

Intervals (Peter Greenaway, 1969)

Intervals
di Peter Greenaway – GB 1969
**

Visto su YouTube.


Girato durante una vacanza a Venezia nell'inverno del 1968 (il sonoro sarà poi aggiunto nel 1973), questo cortometraggio sperimentale in bianco e nero mostra una serie di scenari in esterno (pareti, case, porte di negozi, manifesti pubblicitari, insegne e graffiti sui muri scrostati) davanti ai quali camminano delle persone. L'acqua non si scorge mai, ma si intravede un vaporetto. Ogni inquadratura dura al massimo 13 secondi. Il montaggio ripete le stesse sequenze più volte, accompagnandole però con differenti colonne sonore: inizialmente un metronomo scandisce il passaggio delle persone (con occasionali toni acuti quando una di queste "impalla" la telecamera); segue poi una voce fuori campo che (in italiano) recita prima l'alfabeto e poi alcuni esempi di pronuncia; infine irrompono brani musicali (di Vivaldi). Evidente l'intento di studiare il rapporto fra immagini, suoni, movimento e montaggio, all'insegna del ritmo e della ripetizione. Greenaway stesso lo descriverà così: "Molto astratto, un tentativo di fare un film senza narrativa usando il numero 13, la struttura armonica che Vivaldi ha utilizzato nelle Stagioni. Realizzato a Venezia, combina immagini dalla Biennale – che rappresenta la cultura alta dell'arte in Europa – e del Festival del Cinema, in gran parte attraverso graffiti sulle case della città".

17 maggio 2017

Tacchi a spillo (P. Almodóvar, 1991)

Tacchi a spillo (Tacones lejanos)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1991
con Victoria Abril, Marisa Paredes
**1/2

Visto in divx.

Rebeca (Victoria Abril), giovane annunciatrice televisiva che ha trascorso tutta la vita all'ombra della madre Becky (Marisa Paredes), celebre cantante ed attrice, ha sposato Manuel, giornalista e proprietario del network in cui lavora, ignorando che questi in gioventù è stato proprio una delle fiamme di Becky. Poco dopo che la madre è tornata in Spagna dopo una lunga assenza all'estero, riallacciando i rapporti con la figlia ma anche dando l'avvio a una nuova relazione con Manuel, l'uomo viene trovato ucciso con un colpo di pistola. Rebeca confessa in diretta tv di essere lei la colpevole, ma più tardi ritratta tutto... Con una struttura complessa che ricorre a flashback e "gioca" a ingannare lo spettatore, a metà fra il melodramma e il giallo, una delle pellicole di Almodóvar che riscosse maggior successo al botteghino nella prima parte della sua carriera. Pur meno anarchica dei film precedenti, contiene tutti gli elementi cari al regista spagnolo: torbidi rapporti famigliari, riflessioni sulle passioni e i sentimenti, trasgressioni sessuali, rimandi nostalgici al cinema hollywoodiano classico (anche se si cita "Sinfonia d'autunno" di Bergman, la vera ispirazione è "Lo specchio della vita" di Douglas Sirk), il tutto in una struttura libera e accompagnata da una fotografia colorata e da una colonna sonora d'atmosfera. Indimenticabile Miguel Bosé, che recita in un triplo ruolo (fra cui il travestito Letal, che si esibisce nei locali cantando "Un año de amor" e "Piensa en mí" con la voce di Luz Casal). Da notare come Becky e Rebeca (madre e figlia) condividano in fondo lo stesso nome.

15 maggio 2017

I cancelli del cielo (M. Cimino, 1980)

I cancelli del cielo (Heaven's Gate)
di Michael Cimino – USA 1980
con Kris Kristofferson, Isabelle Huppert
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Wyoming, 1890: i potenti allevatori di bestiame della contea di Johnson, mal tollerando la presenza di coloni e agricoltori vicino alle loro terre, si coalizzano per dichiarare guerra ai poveri immigrati che accorrono in gran numero dall'Europa, accusandoli di furto. E assoldano una banda di mercenari per uccidere gli elementi più scomodi della comunità. Sulla death list figura anche la tenutaria del bordello locale, la francese Ella (Huppert), amata sia da James Averill (Kristofferson), ricco possidente divenuto il tutore della legge nella contea, sia da Nathan Champion (Christopher Walken), pistolero al servizio della stessa associazione di allevatori. Film fluviale (219 minuti nella versione originale, poi ridotti a 149), epico e "maledetto", passato alla storia più per il suo clamoroso insuccesso che per i suoi indubbi meriti. L'ambizioso Cimino, reduce dai fasti de "Il cacciatore", aveva ricevuto carta bianca dalla United Artists, ma sforò ampiamente il budget e i tempi di lavorazione. E il flop al botteghino (la pellicola incassò solo 3,5 milioni di dollari dopo esserne costata 44) compromise di fatto la sua carriera, oltre a causare il fallimento della leggendaria casa di produzione (che fu venduta alla MGM, di cui divenne una sussidiaria). Le conseguenze furono a lungo termine: dopo "I cancelli del cielo", i grandi studios di Hollywood decisero di non lasciare più mano libera ai registi ma di controllare più da vicino le varie fasi della lavorazione, ponendo termine alla fase (durata tutti gli anni settanta) in cui autori come Scorsese, Spielberg, Bogdanovich e lo stesso Cimino avevano potuto girare con una libertà mai vista prima (Spielberg dovrà fondare una sua personale casa di produzione, la DreamWorks, per continuare a fare i film che voleva). Anche il genere western ne risentì, sparendo di fatto dai radar delle grandi produzioni (e ricomparendovi solo sporadicamente, più di un decennio dopo, per esempio con "Balla coi lupi" o "Gli spietati").

Snobbato dal pubblico e rivalutato solo in seguito, il film ha certo i suoi difetti. La durata è effettivamente estenuante (sequenze come l'introduzione al college, ambientata vent'anni prima, potevano essere ridotte: ma si sa, Cimino è innamorato della lunghezza delle proprie scene), la sceneggiatura non è sempre convincente, la caratterizzazione dei personaggi lascia alquanto a desiderare (molti sembrano francamente inutili – come il locandiere John Bridges, interpretato dal quasi omonimo Jeff Bridges – o poco significativi – come l'ex amico Billy Irvine, simbolo della codardia, interpretato da John Hurt). Questo vale in particolare per i cattivi, le cui motivazioni sono schematiche e i comportamenti generici. Ma il motivo per cui la pellicola fu ferocemente attaccata dalla critica americana è probabilmente ideologico, visto che il film lancia "un attacco frontale al Sogno Americano", rappresentando in negativo i ricchi imprenditori e proprietari terrieri, forti per di più di elevati appoggi politici, e in positivo i miseri e gli umili che cercano solo di sopravvivere ("Sta diventando pericoloso essere poveri in questo paese", commenta uno di loro). La questione politica diventa esplicita nel momento in cui uno degli agricoltori accusa così i ricchi allevatori: "Si oppongono a qualsiasi iniziativa che migliori la situazione in questo paese, o che tenti di creare qualcosa di più del pascolo del bestiame a favore degli speculatori della costa orientale. Hanno portato avanti l'idea che i poveri non hanno voce in capitolo nelle questioni di questo paese". Cinematograficamente parlando, il film è sontuoso nell'idea e nella realizzazione, grazie anche alla fotografia di Vilmos Zsigmond (la polvere sollevata, che satura l'aria, è la caratteristica più evidente di molte scene, in particolare la battaglia finale). La colonna sonora di David Mansfield è integrata dal tema ricorrente del "Bel Danubio blu", dal valzer rapido e orgiastico nei cortili di Harvard, nell'incipit, alla versione lenta che si ode sul campo di battaglia. Nel cast anche Sam Waterston, Brad Dourif e Joseph Cotten. Walken e Bridges avevano già recitato per Cimino nei suoi due film precedenti.

13 maggio 2017

Alien: Covenant (Ridley Scott, 2017)

Alien: Covenant (id.)
di Ridley Scott – USA 2017
con Michael Fassbender, Katherine Waterston
*1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

L'equipaggio della nave spaziale Covenant, in missione di colonizzazione verso il pianeta Origae-6, riceve un misterioso segnale di origine umana da un vicino pianeta e decide di sbarcare per verificarne la provenienza. Qui incontrerà l'androide David (Fassbender), unico sopravvissuto della missione Prometheus, che nei dieci anni da allora trascorsi ha lavorato per modificare geneticamente la razza di predatori alieni creata dagli "ingegneri", rendendole creature sempre più perfette e letali... Secondo – dopo "Prometheus", appunto – dei prequel pensati da Scott per svelare le origini degli alieni apparsi per la prima volta nel suo leggendario film del 1979. E come nel caso dei prequel di "Star Wars", forse non ce n'era bisogno. Il regista ha dichiarato di «essere rimasto stupito che nessuno, sviluppando i sequel di "Alien", avesse voluto rispondere a una domanda fondamentale: chi ha creato quei mostri, e perché». Evidentemente, la domanda non era così importante. Penso che nemmeno H.R. Giger, disegnatore degli xenomorfi originali, si fosse posto la questione, e a ben vedere: gli alieni fanno paura perché diversi, letali e mostruosi, e non perché dietro di loro c'erano degli esseri che giocavano a fare le divinità. Solo in parte meno pretenzioso del film precedente, "Covenant" si rivela dunque una pellicola sostanzialmente inutile, che ripropone un canovaccio molto simile a quello del leggendario prototipo (c'è persino il personaggio femminile cazzuto, che lotta in canottiera contro il mostro, e anche il computer di bordo chiamato Mother). Ma a mancare sono il mistero, la tensione e la paura: proprio perché ci si trova di fronte a situazioni già viste e già ampiamente sperimentate in passato, non scatta mai la sensazione di orrore o di claustrofobia che persino i sequel riuscivano a tratti a comunicare, e le scene d'azione si sviluppano con il pilota automatico. In più, abbiamo una serie di personaggi davvero stupidi, che fanno in continuazione le scelte più idiote possibili, e ai quali è francamente difficile affezionarsi. Il peggiore di tutti, anche come caratterizzazione, è il capitano "con la fede" interpretato da Billy Crudup. La battaglia di Fassbender con sé stesso (oltre a David, interpreta infatti anche Walter, il sintetico a bordo del Covenant) è il pezzo forte della pellicola, che per il resto è da ricordare solo per la scena iniziale (con Guy Pearce nei panni di Weyland, una sequenza che forse doveva andare in "Prometheus" e che è stata dirottata qui) e per il colpo di scena finale (peraltro telefonato). La sceneggiatura fa uscire di scena in maniera piuttosto brusca sia Elizabeth Shaw (il personaggio interpretato da Noomi Rapace in "Prometheus") che gli "ingegneri": ma pare che il prossimo capitolo della franchise, intitolato probabilmente "Alien: Awakening", fungerà proprio da raccordo fra il film precedente e questo. Infine, una considerazione: nel 2012 "Prometheus" aveva puntato molto sul 3D (con polemiche sulla scarsa quantità di copie diffuse in versione regolare), mentre "Covenant" vi rinuncia completamente. Un ulteriore conferma che il fenomeno delle tre dimensioni si è già sgonfiato, rimanendo confinato a una manciata di blockbuster fracassoni (in particolare le pellicole Disney e Marvel).

11 maggio 2017

Guardiani della galassia Vol. 2 (James Gunn, 2017)

Guardiani della galassia Vol. 2 (Guardians of the Galaxy Vol. 2)
di James Gunn – USA 2017
con Chris Pratt, Zoë Saldana
**

Visto al cinema Orfeo, con Sabrina e Sabine.

Secondo episodio delle avventure spaziali di Star-Lord, Gamora, Drax, Rocket e Groot, che fornisce – se possibile – un divertimento ancora più infantile del precedente, fra umorismo predigerito, battute scurrili, battaglie fracassone e dinamiche familiari o di gruppo (qui a prevalere c'è il tema del rapporto fra padri e figli, portato avanti dal primo film). Peter Quill viene contattato da Ego, misteriosa entità semi-divina (un "Celestiale": non ricordo che fosse tale nei fumetti...) che afferma di essere suo padre. La forma umana di Ego è solo una proiezione: in realtà di tratta di un pianeta vivente, che intende sfruttare i poteri latenti del figlio per espandersi fino a inglobare l'intero universo. A lui si opporranno i nostri eroi, aiutati stavolta da alleati che nella pellicola precedente erano antagonisti (il pirata Yondu, padre adotivo di Peter; Nebula, la spietata sorella di Gamora) e dalla new entry Mantis (ritratta in versione più ingenua e innocente che nei comics), mentre fra gli avversari ci sono i Sovereign, razza di creature dorate e perfette (sembrano uscire da uno spot di Christian Dior), ma che spesso sono utilizzare come comic relief. Le dinamiche fra i personaggi e alcuni occasionali momenti di approfondimento emotivo (soprattutto nella seconda parte) salvano la pellicola dal rischio di essere un baraccone di effetti speciali e poco più. Il cast è praticamente lo stesso del primo film (Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Bautista, Michael Rooker, Karen Gillan), con in più Kurt Russell (Ego) e Pom Klementieff (Mantis). Comparsate per Sylvester Stallone (il capo dei Ravager), Ving Rhames e Michelle Yeoh, camei per Howard il papero e per Stan Lee (in compagnia degli Osservatori). Groot compare in versione "mignon", essendosi rigenerato da zero alla fine della precedente pellicola. Kraglin, l'unico membro fedele della ciurma di Yondu, è interpretato da Sean Gunn, fratello del regista. Nella colonna sonora, spiccano "Brandy" dei Looking Glass e "Father and Son" di Cat Stevens (che una lacrimuccia la fa scendere sempre). Il titolo del film ("Vol. 2") fa riferimento alle compilation di canzoni anni ottanta che Peter e i suoi compagni utilizzano come sottofondo musicale delle proprie imprese. Nel controfinale, si preannuncia l'arrivo di Adam Warlock.

10 maggio 2017

Rio das Mortes (R. W. Fassbinder, 1971)

Rio das Mortes (id.)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1971
con Hanna Schygulla, Michael König, Günther Kaufmann
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Gli amici Mike (König) e Günther (Kaufmann) sognano da sempre di andare in Perù. Per racimolare il denaro necessario, visto che i loro umili lavori non sono sufficienti (uno è un piastrellista, l'altro un venditore porta a porta), Mike non esita a vendere la sua automobile e a mandare all'aria il matrimonio con Hanna (Schygulla), ma il denaro non basta ancora. Ingenui e sprovveduti, proveranno diverse strade senza successo (chiedere un prestito per avviare laggiù una fattoria o una piantagione di cotone, aggregarsi a una spedizione scientifica), prima di trovare una ricca sciroccata disposta a finanziarli... Con un cast formato dai soliti membri dell'Antiteater, Fassbinder (che fa una breve apparizione nella scena in cui balla "Jailhouse Rock" con Hanna Schygulla) realizza un film per la tv sul tema del conflitto fra il desiderio di evadere da un'esistenza noiosa attraverso la realizzazione dei sogni infantili (rappresentati dall'esotico Perù, che i due protagonisti conoscono soltanto attraverso mappe di fantasia e la loro immaginazione, fatta di templi Maya nella giungla, uccelli paradisiaci e indios nudi) e la dura realtà, una società composta da severi datori di lavoro, concreti uomini d'affari, istituzioni che affidano le proprie scelte a un computer ("Potremmo anche scegliere da soli, ma... è il progresso"). E in mezzo c'è la bella Schygulla, femminista esclusa dai progetti maschili e testimone delusa del crollo del proprio mondo (Mike è talmente concentrato sul viaggio da ignorarla completamente). Il soggetto nasce da un'idea di Volker Schlöndorff. Nella realtà Rio das Mortes si trova in Brasile, non in Perù, a sottolineare l'assoluta ignoranza dei due protagonisti sulla destinazione del loro viaggio.

8 maggio 2017

Looper (Rian Johnson, 2012)

Looper - In fuga dal passato (Looper)
di Rian Johnson – USA 2012
con Joseph Gordon-Levitt, Bruce Willis
**1/2

Visto in divx.

Un'organizzazione criminale del futuro si sbarazza dei propri nemici inviandoli indietro nel tempo di trent'anni e facendoli uccidere da sicari chiamati "Looper". Il nome deriva dal fatto che, quando il loro contratto viene terminato, essi sono costretti ad assassinare anche sé stessi da vecchi, chiudendo così il loop (il cerchio). Ma il vecchio Joe (Willis) non ci sta a farsi ammazzare dalla propria controparte giovane, anche perché intende trovare il bambino che nel futuro diventerà il terribile Sciamano, il capo della criminalità organizzata che ha fatto uccidere sua moglie, per eliminarlo prima che sia troppo tardi... Al suo terzo film, Johnson (anche sceneggiatore) si dà alla fantascienza, genere che continuerà a frequentare nell'imminente "Star Wars: Gli ultimi Jedi", e imbastisce una storia di paradossi temporali che – come tutte – rischia di avere poco senso se ci si pensa troppo (gli stessi personaggi, a un certo punto, ironizzano sul fatto che sia meglio non parlarne, altrimenti "ci stiamo tutto il giorno e ci ritroviamo a fare diagrammi con le cannucce"). La trovata è quella di ammettere che ogni cambiamento nel passato si ripercuota immediatamente sul futuro (o sulle persone che ne provengono), modificando la realtà "in diretta" (i cattivi possono torturare la versione giovane di un personaggio, e quella vecchia vedrà apparire su di sé le cicatrici di tali ferite; l'aspetto più interessante è che anche le memorie possono cambiare istantaneamente). Se lo spunto di partenza è intrigante, il film soffre di scarso equilibrio: dopo soli otto minuti ha già raccontato quasi tutto quello che aveva da dire, ed è poi costretto a dilungarsi in sequenze dal respiro più convenzionale (tutta la parte nella fattoria), dando l'impressione di non sapere come riempire la pellicola, oltre a sfiorare il plagio di "Terminator" (con il twist che qui è il protagonista a dare la caccia ai bambini). Fra i vari temi introdotti ci sono la telecinesi (il 10% della popolazione umana ha questo potere) e il rapporto fra giovani e vecchi (nel dialogo con il sé stesso di trent'anni più tardi, Joe dice: "Questa è la mia vita di adesso, tu hai avuto la tua. Quindi fai come tutti gli altri vecchi: muori e levati dalle palle!"; sembra quasi un dibattito sulle pensioni!). Gordon-Levitt, già protagonista del film d'esordio di Johnson ("Brick"), è truccato in modo tale da assomigliare a Bruce Willis da giovane. Nel cast anche Emily Blunt, Paul Dano, Jeff Daniels e Piper Perabo.

7 maggio 2017

La banda del trucido (Stelvio Massi, 1977)

La banda del trucido
di Stelvio Massi – Italia 1977
con Tomas Milian, Luc Merenda
*1/2

Visto in divx.

Sequel de "Il trucido e lo sbirro", il film che aveva introdotto il personaggio di Er Monnezza. Il regista della prima pellicola, Umberto Lenzi, rimase deluso dal fatto che Milian avesse scelto di farsi dirigere da Massi, ma lo stesso anno realizzò a sua volta un proprio sequel, "La banda del gobbo". Pur restando un poliziottesco con tutti i crismi (per lunghi tratti il vero protagonista è il commissario Ghini, interpretato da Luc Merenda, a capo dell'unità anticrimine dopo che un suo collega è rimasto ucciso in un attentato), ambientato nel sottobosco della criminalità romana, il film comincia a spostare i toni del personaggio sul versante della commedia, rendendolo protagonista di una serie di scenette di vita "familiare", slegate da tutto il resto, che francamente sembrano improvvisate e lasciano il tempo che trovano. Monnezza, infatti, ha apparentemente abbandonato il crimine per aprire un ristorante ("Alla pernacchia", dove si accolgono i clienti a suon di parolacce), e ha pure un figlioletto, "Monnezzino", che è costretto ad accudire perché la madre è sempre assente per recitare in scalcinati film demenziali (qua e là non mancano frecciatine al cinema italiano: vedi la ragazza di Ghini che, invitata al cinema, replica: "Purché non sia un film divertente, e non un orribile poliziesco all'italiana"). Nel frattempo, però, addestra all'arte del borseggio un gruppo di giovani taccheggiatori (la banda del titolo), molti dei quali abbastanza negati. La sceneggiatura è sfilacciata ed episodica, con i due protagonisti che non si incontrano praticamente mai, se non brevemente nel finale, quando Monnezza entra in scena di persona per vendicare l'amico Ranocchia (Paolo Bonetti), uno dei suoi protetti, ucciso dal siciliano Belli (Elio Zamuto), rapinatore senza scrupoli a cui Ghini dà da tempo la caccia. Nel cast anche Franco Citti, Mario Brega, Massimo Vanni e Nicoletta Piersanti. Milian, come sempre doppiato da Ferruccio Amendola, ha scritto da sé le sue battute, particolarmente sboccate. Le musiche di Bruno Canfora sono riciclate dal film precedente.

5 maggio 2017

Lo specchio (Jafar Panahi, 1997)

Lo specchio (Ayneh‎‎)
di Jafar Panahi – Iran 1997
con Mina Mohammadkhani
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

All'uscita dalla scuola elementare, la piccola Mina scopre che la mamma non è venuta a prenderla. Indecisa sul da farsi, la bambina sceglie infine di tornare a casa da sola, pur avendo un braccio ingessato e una cartella pesante. Immersa nel traffico e nella confusione cittadina, chiede aiuto ai passanti e finisce col salire sull'autobus sbagliato... Ma quella che sembrava una delle tante pellicole iraniane con protagonisti bambini (un metodo per eludere la censura che lo stesso Panahi aveva utilizzato nel suo film d'esordio, "Il palloncino bianco"), prende una piega del tutto inaspettata quando la piccola protagonista, dopo 38 minuti di film, guarda all'improvviso in macchina ed esclama, con la sua vocetta stridula: "Non voglio più recitare!". È un momento chiave. L'inquadratura si amplia e vediamo il regista Panahi e tutta la troupe, presi alla sprovvista, mentre la bambina si toglie il falso gesso che aveva al braccio e scende dall'autobus. Panahi ordina allora al cameraman di continuare a filmarla di nascosto e da lontano, approfittando del fatto che Mina ha ancora addosso il microfono (anche se i suoni, a seconda della distanza, vanno e vengono: a volte abbiamo le immagini senza audio, a volte il contrario). Premesso che quello metacinematografico è a sua volta un filone assai importante all'interno del cinema iraniano (si pensi a "Close Up" e a "Sotto gli ulivi" di Kiarostami, o a "Pane e fiore" di Mohsen Makhmalbaf), questo film rappresenta forse un punto di non ritorno. E poco importa sapere se si tratti di di un vero incidente di percorso o di una messinscena (come tutto lascia immaginare): anche quando si passa dalla "finzione" alla "realtà" la trama del film non cambia, visto che abbiamo sempre la storia di una bambina che torna a casa da sola, con tanto di scene simili (la richiesta di informazioni ai passanti, la telefonata a casa). Ed ecco che si spiega il titolo: la finzione si "specchia" nella realtà (così come gli adulti si specchiano nei bambini). Da notare la grande attenzione al sonoro, con l'audio (i rumori del traffico, dei venditori ambulanti, la radiocronaca della partita di calcio che accompagna tutto il cammino della protagonista, i discorsi dei viaggiatori all'interno del taxi) che a tratti sovrasta per importanza le immagini (non mancano comunque sequenze visivamente notevoli, come quella d'apertura che ci illustra a 360 gradi i quattro angoli dell'incrocio dove si trova la scuola di Mina). L'attenzione critica alla rottura del "quarto muro" non dovrebbe comunque far passare in secondo piano i contenuti del film: nonostante quella che sembra una trama fin troppo semplice e banale, la sceneggiatura riesce a affrontare temi importanti sulla società iraniana (per esempio il dialogo fra i passeggeri nel taxi a proposito del ruolo della donna, o i lamenti dell'anziana sull'autobus), così come ad affrontare aspetti della collettività e della solidarietà (le interazioni di Mina con i vari passanti cui chiede aiuto). Vincitore del Pardo d'Oro a Locarno. La piccola attrice è la sorella minore di Aida Mohammadkhani, protagonista de "Il palloncino bianco". I futuri lavori di Panahi, e in particolare quelli girati clandestinamente dopo il suo arresto e il divieto a realizzare altri film, approfondiranno sempre di più il tema della relazione fra realtà e finzione.

3 maggio 2017

Big Man Japan (Hitoshi Matsumoto, 2007)

Big Man Japan (Dai-nipponjin)
di Hitoshi Matsumoto – Giappone 2007
con Hitoshi Matsumoto, UA [Kaori Shima]
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Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Masaru (Matsumoto) appartiene a una famiglia i cui membri sono in grado di diventare "giganti" alti 30 metri se sottoposti a scariche elettriche ad alto voltaggio, e che da generazioni combattono, come veri e propri supereroi, i malvagi mostri che terrorizzano il Giappone. La popolazione, che è al corrente della loro esistenza, ne segue le imprese in tv come se si trattasse di lottatori di wrestling. Masaru, in particolare, è noto con il nome "Il re del dolore". Opera prima del folle comico Hitoshi Matsumoto (autore poi di "Symbol", uno dei film più assurdi che abbia mai visto), la pellicola è girata in gran parte sotto forma di mockumentary, con un intervistatore (che non vediamo mai in volto) intento a seguire il protagonista nella sua vita di tutti i giorni, indagando i suoi sentimenti e intervistando, oltre a lui, le persone che gli stanno accanto: parenti, vicini di casa, la manager (che gli procura gli sponsor i cui marchi esibisce sul corpo durante i combattimenti), ecc. L'attenzione si sposta così su problemi come il rapporto con la figlia, le questioni economiche legate al suo lavoro, e così via... Ne risulta un bizzarro e originale omaggio al filone dei film sui kaiju (mostri giganti, tipo Godzilla) e ai tokusatsu (le pellicole con effetti speciali, di solito supereroistiche), che però punta le sue carte su un umorismo sottotraccia e minimalista, talmente all'insegna del quotidiano e dell'understatement da risultare a tratti finanche noioso. A parte le occasionali scene in cui Masaru si trasforma (di solito recandosi in una centrale elettrica e sottoponendosi a uno strano rito religioso) per poi combattere mostri dai corpi grotteschi e deformi, sbucati fuori da nulla e "richiamati in cielo" dopo essere stati da lui sconfitti, la pellicola si trascina senza regalare particolari emozioni allo spettatore, anche se questi cerca di stare al gioco (condizione peraltro indispensabile per divertirsi). Fa eccezione l'assurdo e brusco finale, che rinuncia di colpo agli effetti digitali per fare ricorso ai più classici attori in costume (come da lunga tradizione del cinema fantastico giapponese), e nel quale Masaru viene aiutato a sconfiggere il suo nemico più forte da un demenziale gruppo di supereroi americani, la famiglia Justice. E qui il film assume decisamente i toni della parodia, né più né meno del "Getting any?" di Takeshi Kitano.