28 febbraio 2017

Moonlight (Barry Jenkins, 2016)

Moonlight (id.)
di Barry Jenkins – USA 2016
con Trevante Rhodes, André Holland
***

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Il vincitore a sorpresa del premio Oscar 2017 per il miglior film è una storia di formazione, tratta da un testo teatrale ("In Moonlight Black Boys Look Blue" di Tarell Alvin McCraney) e divisa in tre parti, che raccontano rispettivamente l'infanzia, l'adolescenza e l'età adulta del nostro protagonista, Chiron. Questi, ragazzo silenzioso, solitario e gracilino (tanto che da bambino viene chiamato da tutti "Piccolo"), vive con la madre tossica in un quartiere della periferia di Miami. E trova una figura paterna sostitutiva proprio nello spacciatore da cui la madre si rifornisce, l'esule cubano Juan, che ne prende a cuore le sorti. Da adolescente, dopo la morte di Juan, continua ad essere vessato dai bulli a scuola, ma comincia anche a fare chiarezza nei propri sentimenti e ha la prima (e unica, come scopriremo) esperienza sessuale con l'amico di sempre, Kevin. Le strade dei due si divideranno: dieci anni più tardi, Chiron vive ad Atlanta ed è diventato uno spacciatore come era Juan, che ha ormai preso completamente a proprio modello. Ma un nuovo incontro con Kevin lo riporterà indietro nei ricordi di un tempo mai dimenticato... Come "Brokeback Mountain" portava il tema dell'omosessualità fra i cowboy, "Moonlight" lo porta fra i neri di strada, macho palestrati con bandana e collane d'oro, quasi a voler infrangere un altro luogo comune. Il pregio maggiore della pellicola è la naturalezza con cui scorre la vicenda, raccontata in modo asciutto e intimo, nella totale assenza di retorica, di melodramma e di isterismi. Il conflitto, se c'è, è quasi solo interno a un personaggio passivo, inibito e represso, che fatica a comunicare con il mondo (a prendere l'iniziativa o a mostrargli la strada da percorrere sono sempre quelli che gli stanno intorno, da Juan a Kevin). "Roba pesante?" "No, è la vita", recita il dialogo finale con l'amico, quello in cui Chiron finalmente giunge a completare il lungo viaggio alla scoperta di sé. L'ottimo montaggio favorisce un racconto senza fretta, fatto di primi piani che indugiano sullo schermo con la loro latenza emotiva (memorabile, fra le tante, la scena in cui Juan ammette al piccolo Chiron – quasi vergognandosene – di vendere droga a sua madre), mentre sorprendono la fotografia di James Laxton (con quei colori elettrici) e la colonna sonora (con una scelta di brani quanto mai variegati). I tre capitoli in cui si divide il film si intitolano "Piccolo", "Chiron" e "Black", i tre nomi con cui il protagonista si identifica (o meglio, è identificato dagli altri) nelle varie fasi della vita. In queste, Chiron è interpretato rispettivamente da Alex Hibbert, Ashton Sanders e Trevante Rhodes, mentre Naomie Harris è la madre, André Holland è Kevin da adulto e Mahershala Ali (premiato con l'Oscar) è Juan. Una statuetta è andata anche alla sceneggiatura non originale.

26 febbraio 2017

Jersey boys (Clint Eastwood, 2014)

Jersey Boys (id.)
di Clint Eastwood – USA 2014
con John Lloyd Young, Vincent Piazza
**

Visto in TV.

La storia (in versione romanzata: la sceneggiatura è tratta dall'omonimo musical del 2006) di Frankie Valli e del gruppo The Four Seasons, che negli anni sessanta scalò le classifiche prima di sciogliersi per dissidi interni. Con la sua incredibile voce in falsetto, Frankie (interpretato da un convincente John Lloyd Young, che aveva recitato la parte anche a Broadway) riuscì a trascinare al successo gli amici Tommy DeVito (Vincent Piazza), Nick Massi (Michael Lomenda) e Bob Gaudio (Erich Bergen), elevandoli dal milieu di vita di strada nella comunità italo-americana del New Jersey dal quale provenivano e dal quale non riuscirono mai a staccarsi del tutto (soprattutto Tommy, i cui problemi di denaro – fra debiti e collusioni con la piccola criminalità – portano infine la band alla dissoluzione). Valli proseguì con un'ottima carriera solista (grazie anche ai pezzi scritti per lui da Bob). La pellicola, dopo aver raccontato momenti chiave della carriera professionale e della vita privata del gruppo, ma in special modo di Frankie (compresa la morte in giovane età della figlia Francine), si conclude nel 1990, quando i quattro membri originari dei Four Seasons furono introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame. La buona ricostruzione storica, ambientale e biografica e la tanta musica (nel film si possono udire molte delle loro canzoni più celebri: "Sherry", "Big Girls Don't Cry", "Walk Like a Man" e, per quanto riguarda Valli da solo, "My Eyes Adored You" e naturalmente "Can't Take My Eyes Off You") compensano una vicenda in fondo poco originale, che ricorda diverse pellicole simili ma ben più incisive (con echi scorsesiani, e non solo per la presenza – come personaggio, non come attore! – di Joe Pesci). L'idea di far parlare i personaggi direttamente con gli spettatori, rompendo il quarto muro, proviene dal musical, dove però era usata in maniera meno estemporanea (ciascuno dei quattro è il narratore di una delle "quattro stagioni" nelle quali è divisa la storia). Nel cast anche l'inimitabile Christopher Walken (il boss mafioso Gyp De Carlo, che protegge i ragazzi) e Mike Doyle (il producer gay Bob Crewe). Belli i titoli di coda, un balletto/videoclip che riporta in scena tutti gli interpreti della pellicola.

25 febbraio 2017

Il caffè (Rainer W. Fassbinder, 1970)

Il caffè (Das Kaffehaus)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Kurt Raab, Hanna Schygulla
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Più che un film, la ripresa (per la tv) dell'omonimo spettacolo teatrale di Fassbinder, adattamento della commedia "La bottega del caffè" di Carlo Goldoni. Il palco è spoglio (soltanto una manciata di sedie), e la regia consiste in lunghi piani sequenza, quasi privi di movimenti di macchina. Gli interpreti sono il solito gruppo dell'Antiteater: Margit Carstensen (Vittoria), Ingrid Caven (Placida), Hanna Schygulla (Lisaura), Kurt Raab (Don Marzio), Harry Baer (Eugenio), Günther Kaufmann (Leander), Peter Moland (Pandolfo), Peer Raben (Ridolfo) e Hans Hirschmüller (Trappolo). L'adattamento è interessante, mantenendo l'ambientazione (Venezia), la trama e i personaggi di Goldoni, ma cambiando sensibilmente l'atmosfera, che si fa esistenzialista, riflessiva e malinconica. E i temi, naturalmente, sono quelli del gioco, dell'amore e del destino. Decisamente apprezzabile da vedere a teatro, poco più che una curiosità in televisione (o al cinema). Da notare come, forse per attualizzare il testo, ogni volta che viene menzionata una somma in denaro c'è immediatamente qualcuno che converte la valuta veneziana dell'epoca in dollari o marchi contemporanei.

23 febbraio 2017

The brothers Bloom (Rian Johnson, 2008)

The brothers Bloom (id.)
di Rian Johnson – USA 2008
con Adrien Brody, Rachel Weisz
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

I fratelli Stephen (Mark Ruffalo) e Bloom (Adrien Brody), orfani sin da piccoli, si guadagnano da vivere grazie ad elaborate truffe che mettono in atto in giro per il mondo. Stufo di questa vita, Bloom vorrebbe ritirarsi, ma il fratello lo convince a tentare un ultimo colpo. Con l'aiuto della misteriosa complice Bang Bang (Rinko Kikuchi), prendono di mira una giovane e ricchissima ereditiera, Penelope (Rachel Weisz), che vive solitaria e reclusa nel suo castello, e la coinvolgono in un tentativo di contrabbando: rubare un antico e prezioso manoscritto da un museo di Praga e rivenderlo in Messico. Ma Bloom finirà per innamorarsi della ragazza... Nello stile post-moderno e fumettistico di Wes Anderson (che personalmente sopporto poco), e con i quali ha alcuni attori in comune (su tutti Brody), una commedia assai pretenziosa ma fondamentalmente infantile e noiosa, che ai temi classici dei caper movie sovrappone una poetica romantica ma soprattutto una comicità surreale che risulta spesso fuori posto e che, anziché facilitare il coinvolgimento dello spettattore, lo tiene a distanza. Tutto quello che accade sullo schermo, per un motivo o per l'altro, non va infatti preso sul serio: o perché fa parte di un mondo da cartoon e sopra le righe, popolato da personaggi eccentrici e dove tutto è possibile, o perché – trattandosi della storia di due truffatori – si sospetta sempre che ogni colpo di scena non sia davvero reale. L'eccesso di "carineria" è a tratti stucchevole, e del rapporto fra i due fratelli (con il maggiore che ha il compito di ideare piani assurdi e complicati, e il minore quello di metterli in atto) si capisce tutto già dopo pochi minuti. Quanto agli scenari esotici (si passa dalla Grecia al Montenegro, da Praga al Messico, da Berlino a San Pietroburgo), sono sfondi da cartolina del tutto intercambiabili l'uno con l'altro. Nonostante le citazioni colte (Melville, Dostoevsky, Joyce), un film sciocco e un passo falso per Johnson dopo il suo interessante esordio, "Brick", e prima di dedicarsi alla fantascienza ("Looper" e l'imminente "Star Wars: Gli ultimi Jedi"). Nel cast, in ruoli minori, anche Maximilian Schell e Robbie Coltrane.

21 febbraio 2017

Manchester by the Sea (K. Lonergan, 2016)

Manchester by the Sea (id.)
di Kenneth Lonergan – USA 2016
con Casey Affleck, Lucas Hedges
***

Visto al cinema Arlecchino.

Alla morte del fratello maggiore Joe, che soffriva di una grave cardiopatia, Lee Chandler (Casey Affleck) scopre di essere stato da lui nominato tutore del nipote sedicenne Patrick (Lucas Hedges). Ma rispettarne le ultime volontà significherebbe per Lee abbandonare il sobborgo di Boston dove conduce una vita solitaria e da autorecluso (lavorando come portiere e tuttofare in un condominio) per fare ritorno nella cittadina costiera di Manchester-by-the-Sea, dove è nato e cresciuto, che aveva abbandonato per sempre dopo un tragico evento che aveva segnato la sua vita e quella della sua famiglia. Attraverso una serie di flashback, infatti, scopriremo che Lee era stato involontariamente responsabile del rogo nel quale avevano perso la vita i suoi tre figli. Ricominciare a vivere nel luogo popolato dai fantasmi del passato, ma soprattutto riaprirsi al mondo, alla vita e alla paternità (perché è evidente che il rapporto con il nipote va rapidamente a configurarsi come quello fra un padre e un figlio), può essere troppo per un uomo ormai incapace di tornare indietro, di fare pace con sé stesso e con i sensi di colpa, e di cogliere le nuove opportunita che si presentano. Il terzo film del poco prolifico Kenneth Lonergan, già sceneggiatore per Martin Scorsese, è un coinvolgente dramma familiare che ha i suoi punti di forza nei personaggi coerenti e realistici, alle prese con concreti problemi esistenziali, al punto da sacrificare a questa coerenza persino un (im)possibile finale consolatorio. Ambientato in un New England reso ancora più opprimente da un rigido inverno e dal cielo plumbeo, il film è lungo, forte ed emotivamente toccante ma non privo a suo modo di momenti di leggerezza, dovuti soprattutto al personaggio di Patrick, che grazie alla sua gioventù e all'apparente noncuranza con cui affronta i fatti della vita (si pensi alle due fidanzate fra le quali si barcamena) pare molto più in grado di elaborare il lutto e procedere avanti con la propria vita rispetto allo zio: aiuta il fatto che, su certi aspetti (vedi la barca del padre, che intende far riparare e continuare a usare) sembra avere le idee molto chiare. In compenso Lee, anche se a tratti pare avviato verso una sorta di crescita e guarigione (e la scelta di cercarsi una casa con una stanza per gli ospiti è certamente un segnale positivo), non riesce a compiere veri progressi: lo suggeriscono anche le due scene quasi identiche delle risse nel pub, una all'inizio e una verso la fine della pellicola. Proprio l'umanità dei personaggi e l'attenzione alle loro psicologie (quelli femminili, a dire il vero, hanno per lo più un ruolo negativo: anche se nel finale Randi – l'ex moglie di Lee – sembra aprire uno spiraglio che naturalmente l'uomo non può e non vuole cogliere) è il punto di forza di un film che per il resto si appoggia su una regia solida, su ottime interpretazioni e su una fotografia d'atmosfera, che ripropone sul piano estetico e visivo i tormenti e le emozioni interiori dei personaggi (la stagione invernale, per di più sulla costa, è quanto mai adatta a raccontare la storia di un lutto; anzi, di più lutti, visto che oltre a quello del fratello, Lee è ancora intento ad elaborare quello dei tre figli), oltre a una bella colonna sonora che comprende – insieme a Händel e Bob Dylan – l'utilizzo più drammatico che io ricordi di un brano di solito inflazionato, l'Adagio di Albinoni. Candidato a sei premi Oscar.

19 febbraio 2017

Prisoners (Denis Villeneuve, 2013)

Prisoners (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2010
con Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal
***

Visto in divx, con Sabrina.

Due bambine spariscono misteriosamente da una cittadina della Pennsylvania. Quando il detective Loki (Gyllenhaal) è costretto a rimettere in libertà – per insufficienza di prove – il principale sospettato, il ritardato mentale Alex (Paul Dano), il padre di una delle due bimbe (Hugh Jackman) decide di occuparsi personalmente della questione. Rapisce così Alex e lo tortura per farlo confessare: nel frattempo, però, l'indagine di Loki va avanti e si espande in nuove direzioni... Al primo film girato negli Stati Uniti, Villeneuve realizza un solido thriller familiare-poliziesco che non si tira indietro nel mettere in scena gli aspetti più emotivi del trauma di un rapimento, in particolare nella descrizione del padre che si sente impotente di fronte alla scomparsa della figlia e che, anziché collaborare con la polizia, mette in atto una propria indagine personale. La pellicola è forse più convenzionale e meno dirompente dell'opera precedente del regista canadese, "La donna che canta", ma dal punto di vista dell'intreccio giallo riesce abilmente a disseminare elementi ed indizi (forse fin troppi, per la verità: uno spettatore attento riuscirà a ricostruire tutto ben prima che ci arrivino i personaggi stessi) in modo che alla fine ogni cosa torni. L'investigazione che per lungo tempo non sembra procedere in nessuna direzione (come in "Zodiac" o "Memories of Murder") si intreccia con i temi etici e i tormenti familiari (come in "Mystic River"), anche se questi ultimi – in particolare le conseguenze delle azioni del padre, punto nodale del film – si potevano forse esplorare maggiormente. Alla buona riuscita della pellicola concorrono un ottimo comparto tecnico (bella, in particolare, la fotografia cupissima e d'atmosfera di Roger Deakins) e prove attoriali di alto livello (mi ha stupito in particolare Jackman, mai così intenso; la bravura di Gyllenhaal la conosciamo; nel resto del cast ci sono Terrence Howard, Maria Bello, Viola Davis, Melissa Leo e David Dastmalchian).

17 febbraio 2017

Osterman weekend (Sam Peckinpah, 1983)

Osterman Weekend (The Osterman Weekend)
di Sam Peckinpah – USA 1983
con Rutger Hauer, John Hurt
**

Rivisto in DVD.

L'anchorman televisivo John Tanner (Rutger Hauer) viene contattato dall'agente della CIA Lawrence Fassett (John Hurt), che gli rivela come tre dei suoi migliori amici – ex compagni di università che come ogni anno si appresta ad ospitare nel suo villino per trascorrere il weekend insieme – siano in realtà delle spie al servizio del KGB. Tanner lascia dunque che la propria casa venga riempita di microfoni, telecamere e schermi nascosti per consentire a Fassett e ai suoi uomini di tenere d'occhio tutto quanto accadrà nei due giorni: e nel frattempo cerca di capire quale dei tre amici potrebbe essere più facilmente "comprato" e convinto a cambiare nuovamente bandiera. Naturalmente, il weekend si svolge all'insegna delle tensioni più o meno sotterranee... Da un romanzo di Robert Ludlum, l'ultimo, confuso e fallimentare film di Sam Peckinpah. Il vecchio Sam, inviso a tutti i produttori e piagato da problemi di salute (e dalla dipendenza dall'alcol e dalle droghe), non lavorava ormai da cinque anni, e pur di tornare dietro la macchina da presa accettò uno script che lo convinceva ben poco. Ma se il film ha tanti difetti (la sceneggiatura manca di ritmo ed equilibrio, i buchi logici abbondano, la caratterizzazione dei personaggi è ondivaga quando non è proprio priva di senso), la regia riesce a tenere botta almeno nelle scene d'azione, quelle della guerriglia notturna fuori e dentro la casa di Tanner (una home invasion che ricorda "Cane di paglia"). E i temi di fondo riecheggiano quelli cari da sempre a Peckinpah: l'amicizia tradita, la perdita dei valori, la fine di un mondo (con la falsa etica dei giorni nostri), l'ambiguità fra bene e male (la pellicola cambia continuamente le carte in tavola su chi sono i buoni e chi i cattivi), lo sberleffo finale, cui si aggiungono quelli – nuovi per lui, ma quanto mai d'attualità – della tecnologia usata per sorvegliare e ascoltare tutti, dell'invadenza della televisione e dei mass media, della fabbricazione della verità a uso e consumo di un pubblico invisibile o disposto a farsi ingannare ("La verità è una bugia che non è ancora stata scoperta", dice uno dei personaggi). Il voyeurismo e la necessità degli agenti dell'FBI di spiare e controllare ogni cosa raggiunge in culmine quando Fassett, sui suoi tanti monitor, contemporaneamente spia quello che accade nella casa e guarda una partita di football. Se non propriamente bello, il film è dunque almeno interessante e, se vogliamo, uno dei lavori più "filosofici" del regista. Ovviamente gli fu tolto il montaggio finale, e molte scene da lui dirette (compreso l'incipit) furono eliminate. Peckinpah morirà l'anno seguente, nel 1984. Buono il cast, con diversi attori importanti che accettarono un compenso ridotto pur di lavorare con Sam: Burt Lancaster è Danforth, il capo della CIA; Craig T. Nelson (Osterman), Dennis Hopper (Tremayne) e Chris Sarandon (Cardone) sono i tre amici di Tanner; Meg Foster, Cheryl Carter e Helen Shaver sono le mogli.

16 febbraio 2017

Bound - Torbido inganno (Wachowski, 1996)

Bound - Torbido inganno (Bound)
di Andy e Larry Wachowski – USA 1996
con Jennifer Tilly, Gina Gershon, Joe Pantoliano
*1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Violet (Tilly), "pupa" del gangster Caesar (Pantoliano), si innamora dell'ex carcerata lesbica Corky (Gershon) e insieme progettano di sottrarre una grossa somma di denaro appartenente alla mafia... Il film d'esordio degli (allora) fratelli Wachowski è un thriller a basso budget, girato praticamente tutto fra le quattro mura di un appartamento, con un'insolita componente erotica di stampo lesbico. Ma i due elementi sono decisamente disconnessi fra loro, come se si trattasse di due pellicole differenti: se la sezione del furto del denaro e dei reciproci inganni (che vedono protagonista anche Caesar, convinto che a sottrargli la valigetta sia stato un suo complice e deciso a rendergli pan per focaccia) tutto sommato riesce a tenere lo spettatore sulle spine, quella dell'incontro fra le due donne con relativa scena di seduzione è quanto mai forzata e affettata, al limite del caricaturale e priva di ogni tensione erotica. Se ci aggiungiamo il mancato approfondimento psicologico dei personaggi, intrappolati in "ruoli" stereotipati, ne risulta un filmetto senza trasparenza e di poco o nessun interesse, se non quello di vedere i primi passi dei futuri autori della saga di "Matrix". Gli interpreti, comunque, fanno quello che possono (resta impressa soprattutto la Gershon, con canottiera e tatuaggi). Ai tempi, alcuni critici azzardarono un paragone fra i Wachowski e un'altra coppia di fratelli, i Coen.

14 febbraio 2017

La mia droga si chiama Julie (F. Truffaut, 1969)

La mia droga si chiama Julie (La sirène du Mississipi)
di François Truffaut – Francia 1969
con Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve
**1/2

Visto in DVD.

Louis Mahé (Belmondo), ricco proprietario di una piantagione di tabacco nell'isola di Réunion, sposa una giovane francese, Julie (Deneuve), che ha conosciuto attraverso un annuncio matrimoniale. Ma ignora che quella che gli si è presentata, scendendo dalla nave "Mississipi", non è la ragazza che attendeva ma una truffatrice che ne ha preso il posto. Tuttavia se ne innamora perdutamente, e anche quando la verità verrà a galla non potrà fare a meno di lasciarla: anzi, pur di proteggerla, non esiterà a uccidere il detective privato (Michel Bouquet) che lui stesso aveva ingaggiato per mandarla in prigione... Il film, che nella seconda parte si trasforma in una storia d'amore/odio fra due personaggi in fuga da tutto e da tutti, è tratto da un romanzo di William Irish, pseudonimo di Cornell Woolrich (lo stesso autore dei testi da cui provengono "La sposa in nero" dello stesso Truffaut e "La finestra sul cortile" di Hitchcock), che il regista francese meditava di adattare da tempo per il cinema (in una scena del precedente "Baci rubati", si vede Antoine Doinel intento proprio nella lettura del libro di Irish). Il romanzo, da noi intitolato "Vertigine senza fine", in origine era ambientato negli Stati Uniti del Sud: il cambio di scenari gli toglie un po' di fascino, ma la pellicola – grazie soprattutto alle carismatiche interpretazioni di Belmondo e della Deneuve – si mantiene a galla fino alla fine, in un'atmosfera di morbosa ambiguità. Tante le citazioni e i riferimenti meta-cinematografici: Hitchcock, ovviamente (dal vero nome della ragazza – Marion, come la protagonista di "Psyco" – alle sequenze con il canarino e il baule, dai rimandi a "Marnie" e "Notorious" alla scena della morte del detective sulle scale, praticamente uguale a quella di "Psyco"), ma anche Nicholas Ray (i due vanno a vedere al cinema "Johnny Guitar"), Buñuel (la Deneuve, già "Bella di giorno", con i suoi feticismi), Cocteau e Jean Renoir (il film è dedicato a quest'ultimo, di cui vengono mostrate all'inizio alcune sequenze de "La Marseillaise"). Truffaut aveva girato "Baci rubati" solo per guadagnare il denaro necessario a produrre "La sirène", eppure fu il primo a essere osannato da critica e pubblico, mentre questo venne accolto con indifferenza. Tuttavia rimane interessante come storia d'amore "al contrario": i due protagonisti prima si sposano, vivendo insieme in quella che pare una caricatura di un matrimonio ideale ("Ti amo", "Anch'io", ecc.), e solo dopo – fra difficoltà, fughe e tentativi di uccidersi a vicenda – cominciano ad amarsi davvero. Bello il finale fra le nevi delle Alpi svizzere. No comment sul titolo italiano. Un remake nel 2001 ("Original Sin", con Antonio Banderas e Angelina Jolie).

12 febbraio 2017

Fuochi nella pianura (Kon Ichikawa, 1959)

Fuochi nella pianura (Nobi)
di Kon Ichikawa – Giappone 1959
con Eiji Funakoshi, Osamu Takizawa
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nel febbraio del 1945, mentre la seconda guerra mondiale sta per concludersi con una disfatta e l'esercito imperiale giapponese si ritira confusamente dalle Filippine, un soldato malato e rimasto isolato dalla sua compagnia si ritrova dietro le linee americane. Vagando senza meta in territorio ostile fa di tutto per cercare di sopravvivere, costretto a confrontarsi non solo con i nemici e la natura ma anche con i suoi stessi commilitoni, che la fame e gli stenti hanno trasformato in bestie. Dal pluripremiato romanzo di Shohei Ooka (che sarà portato sullo schermo anche da Shinya Tsukamoto nel 2014), il secondo – dopo "L'arpa birmana" – dei due film di guerra che Kon Ichikawa girò negli anni cinquanta e che portarono il regista (fino ad allora autore di eccentriche commedie satiriche) a una certa notorietà anche in occidente. La sceneggiatura è di sua moglie, Natto Wada, con la quale collaborò professionalmente per oltre quindici anni. Come il precedente, il film è fortemente antibellico: ma anziché lanciare semplicemente un messaggio pacifista e conciliatorio, sceglie di mostrare apertamente tutto l'orrore e la barbarie che la guerra può portare agli esseri umani. Ne risulta una pellicola cupa e allucinata, che procede in maniera incessante in un crescendo di paranoia e disperazione. Il protagonista Tamura, un uomo buono, sensibile e passivo, che pure è responsabile a sua volta di alcune nefandezze (si pensi alla scena in cui uccide una donna nel villaggio dove ruba poi le scorte di sale), assiste con impotenza alla trasformazione e alla degradazione dei suoi compagni, alcuni dei quali giungono addirittura ad uccidersi a vicenda e al cannibalismo pur di sopravvivere. E l'impatto delle scene finali è talmente forte da far passare in secondo piano le molte sequenze precedenti, come quella delle scarpe nel fango o dell'attraversamento della giungla e del fiume, caratterizzate da un (neo)realismo assai efficace nel ritrarre le tragiche esperienze della guerra. Il titolo si riferisce ai misteriosi falò accesi dai contadini filippini per bruciare le sterpaglie, e che i soldati giapponesi ipotizzano possano essere segnali di fumo ad opera dei guerriglieri.

11 febbraio 2017

A United Kingdom (Amma Asante, 2016)

A United Kingdom - L'amore che ha cambiato la storia
(A United Kingdom)
di Amma Asante – GB 2016
con David Oyelowo, Rosamund Pike
*

Visto al cinema Orfeo, con Sabrina.

La vera storia di Seretse Khama, erede al trono del protettorato britannico del Bechuanaland (l'attuale Botswana, di cui dopo l'indipendenza diventerà il primo presidente), e del suo controverso matrimonio nel 1948 con una donna bianca, l'inglese Ruth Williams, conosciuta quando lui studiava legge a Londra e lei era una semplice impiegata. Il loro amore fece scalpore nell'Africa ancora soggetta al colonialismo e alla separazione razziale, e indispettì in particolare il vicino Sudafrica, che proprio in quegli anni stava istituzionalizzando l'apartheid. Pur di non compromettere i rapporti con quel paese (dal quale riceveva approvvigionamenti di oro e uranio), il governo britannico cercò dapprima di convincere Khama a divorziare da Ruth, e poi lo costrinse all'esilio, assumendo direttamente il controllo della nazione (e dei suoi preziosi giacimenti). Ma le reazioni e le proteste dell'opinione pubblica riuscirono a farlo tornare in patria, dove si battè per l'indipendenza e la democrazia nel suo paese. Una storia interessante ed edificante raccontata in modo piatto, scialbo e convenzionale. Gli intrighi politici, che sovrastano ben presto la storia d'amore, sono esposti in maniera semplicistica, e il film che ne risulta è agiografico, ingessato dagli eventi storici e compiaciuto nella sua retorica.

10 febbraio 2017

Split (M. Night Shyamalan, 2016)

Split (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2016
con James McAvoy, Anya Taylor-Joy
**

Visto al cinema Orfeo, con Sabrina.

Tre giovani ragazze vengono rapite e imprigionate in uno scantinato da un uomo, Kevin, che soffre di un disturbo dissociativo della personalità: dentro di lui, infatti, convivono 23 persone diverse, alcune delle quali buone e altre cattive... Dopo diversi flop di critica e di pubblico, Shyamalan sembra aver ritrovato la strada a lui più congeniale, quella delle produzioni a basso budget, e torna a trionfare al botteghino con un horror che però, detto semplicemente, fa poca paura. Ed è un peccato, visto che il soggetto, anche se non originalissimo, è comunque interessante. Certo, ci sarebbe voluto un attore più dotato di McAvoy, che non brilla più di tanto in una parte scritta apposta per mettere in scena le doti recitative (e la capacità di dar vita a tante personalità ed espressioni diverse a seconda della personalità che, di volta in volta, viene alla luce: il freddo e metodico Dennis, l'infantile Hedvig, l'effemminato Barry...). Come al solito, tutto si spiega banalmente attraverso i traumi subiti dal personaggio da piccolo. Ma Shyamalan non esita a inserire tocchi supereroistici: Kevin sviluppa infatti una ventiquattresima personalità, la Bestia, che lo rende una sorta di incredibile Hulk (per non parlare del fatto che l'idea stessa alla base del personaggio ricorda un altro personaggio della Marvel, il mutante Legione). Serve a poco, per ravvivare la vicenda, il fatto che una delle ragazze rapite, Casey, soffra a sua volta di problemi a socializzare, per via degli abusi subiti da bambina. E l'anziana psicologa (Betty Buckley) che ha in cura Kevin aggiunge a sua volta poco di significativo. Nel finale, un cameo di Bruce Willis (che ricorda la sua lotta contro l'Uomo di Vetro) rivela che il film si svolge nello stesso universo di "Unbreakable - Il predestinato".

8 febbraio 2017

1964 - Allarme a N.Y. arrivano i Beatles (R. Zemeckis, 1978)

1964 - Allarme a N.Y. arrivano i Beatles
(I Wanna Hold Your Hand)
di Robert Zemeckis – USA 1978
con Nancy Allen, Bobby Di Cicco
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel febbraio del 1964 la "Beatlemania" raggiunge New York: i Fab Four sbarcano infatti per la prima volta in America, dove saranno ospiti in tv allo "Ed Sullivan Show". Quattro ragazze del New Jersey, loro fan scatenate, cercano con alterne fortune di intrufolarsi dapprima nell'hotel dove alloggiano e poi negli studi televisivi. Si tratta di Rosie (Wendie Jo Sperber), innamorata alla follia di Paul McCartney; di Grace (Theresa Saldana), aspirante fotoreporter che vorrebbe "rubare" degli scatti esclusivi dei suoi idoli; di Pam (Nancy Allen), che sta per sposarsi e desidera compiere un'ultima trasgressione in compagnia delle amiche; e di Janis (Susan Kendall Newman), l'unica inizialmente ostile al quartetto di Liverpool per via della loro eccessiva commercializzazione. A loro si uniranno gli amici Larry (Marc McClure), innamorato di Grace, e Tony (Bobby Di Cicco), che la pensa come Janis, oltre alle nuove conoscenze Richard (Eddie Deezen), collezionista sfegatato di memorabilia, e il piccolo Peter (Christian Juttner), che contro il volere del padre porta la stessa capigliatura dei quattro. Il film d'esordio di Zemeckis, scritto insieme a Bob Gale (con cui collaborerà per tutti gli anni ottanta) e prodotto da Steven Spielberg (che prenderà il giovane regista sotto la propria ala protettiva), è una commedia corale scatenata e nostalgica che riesce al tempo stesso a divertire (con le peripezie delle protagoniste) e a ricostruire un momento di estasi giovanile e di isteria collettiva: fu un flop al botteghino ma piacque alla critica. Ha il pregio di lavorare bene sulla costruzione dei personaggi e delle loro dinamiche, senza sbracare nella farsa demenziale (e anzi catturando con cura lo sfondo storico-culturale del momento). Dei giovani protagonisti, molti dei quali si ritroveranno l'anno seguente nel film "1941 - Allarme a Hollywood" di Spielberg (scritto ancora da Gale e Zemeckis), soltanto la Allen farà poi carriera. Il titolo originale è naturalmente lo stesso della canzone dei Beatles che si sente sui titoli di testa (e che Tony storpia beffardamente).

6 febbraio 2017

Irma la dolce (Billy Wilder, 1963)

Irma la dolce (Irma la douce)
di Billy Wilder – USA 1963
con Jack Lemmon, Shirley MacLaine
***

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Daniela e Ginevra.

L'ingenuo poliziotto Nestore Patou (Lemmon), trasferito nel distretto parigino di Les Halles, si innamora della prostituta Irma (MacLaine) e, dopo aver perso il lavoro, ne diventa l'amante e – controvoglia – il protettore. Geloso del "mestiere" della ragazza (la quale non intende smettere di esercitarlo), escogita un piano per averla tutta per sé: si traveste da Lord X, un vecchio e ricchissimo nobile inglese, e ne diventa l'unico "cliente" in esclusiva, pagandola con il denaro che guadagna in segreto lavorando di notte ai mercati rionali... Portando sullo schermo una commedia teatrale francese (di Marguerite Monnot e Alexandre Breffort) che curiosamente ripropone alcune situazioni dei suoi film precedenti (il travestimento, in particolare, ricorda "A qualcuno piace caldo"), e affidandosi alla stessa coppia di attori de "L'appartamento" (anche se il ruolo della MacLaine era stato inizialmente pensato per Marilyn Monroe), Wilder realizza una commedia romantica che affronta il tema della prostituzione con ironia e senza alcun moralismo (per Irma "mantenere" il proprio uomo è anzi un motivo di orgoglio). Il film è forse un po' tirato per le lunghe, ma comunque divertente (e vedere Lemmon nei panni del finto lord inglese è uno spasso). Il quartiere di Les Halles e le viuzze adiacenti sono ricostruite in studio a Hollywood. Memorabili le calze verdi di Irma, in tono con il fiocchetto del suo barboncino Coquette (che Nestore fa ubriacare ogni notte per poter sgattaiolare indisturbato fuori di casa). Lou Jacobi è il barista tuttofare Moustache, che aiuta il protagonista nei suoi intrighi (e che rievoca le sue mille esperienze passate, terminando sempre con la frase "...ma questa è un'altra storia"). Bruce Yarnell è Ippolito, il precedente protettore di Irma. Fra le altre ragazze di strada, si riconoscono Hope Holiday (Lolita, quella con gli occhiali a cuoricino che fanno il verso all'allora recente film di Kubrick), Grace Lee Whitney, Joan Shawlee e Tura Satana (!).

4 febbraio 2017

Legend (Ridley Scott, 1985)

Legend (id.)
di Ridley Scott – USA 1985
con Tom Cruise, Mia Sara
*1/2

Rivisto in DVD.

E al quarto film, Ridley Scott capitombolò. Dopo tre capolavori assoluti o quasi ("I duellanti", "Alien" e "Blade Runner"), con questa fiaba fantasy noiosa e impalpabile il regista inglese incappa nel suo primo flop, deludendo sia la critica che il pubblico, e rivelando in un certo senso quali sono i suoi reali limiti, quelli di non essere un "autore" completo. Tanto è abile nel comparto tecnico (ancora una volta fotografia, scenografie, trucco e costumi sono di altissimo livello, e la qualità visiva della pellicola è a tratti stupefacente), tanto si mostra dipendente dalla qualità della sceneggiatura (a cui di solito non mette mano) per la buona riuscita dei suoi lavori. In questo caso si affida a un copione di William Hjortsberg che manca purtroppo di spessore e si adagia nei cliché: ne risulta una favola priva di appeal (troppo infantile per un pubblico adulto, troppo confusa e poco accattivante per i ragazzini) e anche di una vera identità. Da notare che l'idea di realizzare un film fantasy girava da tempo nella mente di Scott, addirittura da prima del suo esordio, con progetti ispirati alla figura del Mago Merlino e alla storia di Tristano e Isotta. La trama racconta la solita lotta fra il bene e il male: il crudele Tenebra (Tim Curry, in un memorabile costume da demone rosso con corna extralarge) intende eliminare gli ultimi unicorni esistenti al mondo per far precipitare la Terra in un inferno di buio e di ghiaccio. A questo scopo cerca di corrompere l'innocenza della principessa Lily (Mia Sara), ma dovrà vedersela con il ragazzo di cui lei è innamorata, Jack (Cruise), "figlio dei boschi" con il dono di parlare con gli animali, che sarà aiutato da alcune creature magiche (l'elfetto Gump, la fata Oola, un gruppo di gnomi).

A livello di contenuti, il film sembra un mix di tante cose: da Disney ai fratelli Grimm, da Tolkien (ma senza il world building) al ciclo arturiano. Più che dalle parti della fantasy epica, siamo come detto da quelle della fiaba. Ma il segreto delle fiabe sono gli archetipi, i miti e i significati nascosti: qui tutto è generico e superficiale, a partire dalle creature stereotipate (gli gnomi buoni, poco più che spalle comiche, e i mostri e i folletti cattivi, quasi dei muppet) e dai personaggi senza spessore (anche per colpa degli attori: il giovanissimo Cruise, in particolare, si dimostra subito inespressivo con quell'aria stupida e la bocca sempre aperta). Gli unici spunti interessanti sono dati dagli unicorni (il cui potere magico e salvifico, centro nevralgico della storia, è però poco approfondito) e dal tema della luce che sconfigge le tenebre (scontatissimo in un fantasy, è vero, ma che acquista significato se si pensa che proprio la luce e la fotografia sono le "armi" per eccellenza dello stesso Scott: si veda la cura con cui la luce mette in risalto il pulviscolo e il polline che aleggia in aria nelle scene nella foresta). Apprezzabili anche gli effetti artigianali e il make-up di Rob Bottin per le varie creature. Da notare che un unicorno era presente anche nel film precedente di Scott, "Blade Runner" (almeno prima che venisse "tagliato" dai produttori). E anche "Legend" ebbe a che fare con la scure della produzione: il regista aveva predisposto una versione di quasi due ore, che fu ridotta a soli 90 minuti per l'uscita nelle sale. Nel 2000 l'originale "Director's Cut" è stata riproposta in home video. A seconda delle versioni, la colonna sonora è di Jerry Goldsmith (in Europa) o dei Tangerine Dream (in USA).

3 febbraio 2017

Hungry hearts (Saverio Costanzo, 2014)

Hungry Hearts (id.)
di Saverio Costanzo – Italia 2014
con Alba Rohrwacher, Adam Driver
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Mina (Rohrwacher) e Jude (Driver) si conoscono per caso quando entrambi rimagono intrappolati nella toilette di un ristorante cinese a New York. I due cominciano a frequentarsi e, dopo che lei rimane incinta, si sposano. Ma durante la gravidanza le ossessioni salutiste e vegane della ragazza peggiorano sempre più: e dopo il parto, comincia a "schermare" il neonato da tutto quello che secondo lei potrebbe danneggiarlo. Ecco così che non lo fa mai uscire da casa (per non farlo entrare in contatto con i "veleni" esterni, ma anche per proteggerlo dal sole e dalle radiazioni dei cellulari), non lo porta dal pediatra (perché non si fida della medicina ufficiale) e soprattutto non lo nutre a dovere (convinta che la carne e le proteine siano dannose). All'inizio Jude prova ad assecondarla: ma quando si rende conto che la salute del bambino è in pericolo, perché la sua crescita è messa a repentaglio, sarà costretto a toglierlo alla moglie e portarlo alla propria madre. La ragazza, però, non si arrende senza lottare... Dal romanzo "Il bambino indaco" di Marco Franzoso (così intitolato perché Mina, durante la gravidanza, si convince – grazie alle parole di una chiromante – che il figlio sarà una creatura eccezionale, il che giustifica il suo tentativo di purificarlo dalla corruzione del mondo esterno), una storia di patologia e ortoressia raccontata con meritorio equilibrio, senza assumere mai toni paternalisti o gridati (salvo forse nella melodrammatica svolta finale), anzi premurandosi di ritrarre anche la fragile Mina in una maniera in un certo senso simpatetica: la ragazza non è "cattiva", anzi, tutto quello che fa lo fa per amore, essendo davvero convinta di proteggere in questo modo il bambino. A tratti, nella sua natura di thriller psicologico da camera, il lungometraggio ricorda persino Polanski (in particolare le ossessioni di "Repulsion") e Hitchcock (grazie alla colonna sonora di Nicola Piovani, peraltro integrata con "Tu si' 'na cosa grande" di Modugno e "Flashdance... What a Feeling" di Moroder), soprattutto nelle scene girate con il grandangolo che distorce le figure donando un senso di claustrofobia (e accentuando l'anoressia di Mina). Da confrontare con un altro film italiano sulle patologie alimentari, "Primo amore" di Matteo Garrone. Il romanzo originale era ambientato in Italia, ma Costanzo ha voluto spostare la storia a New York ("Mi serviva una città più aggressiva, individualista e in cui è normale sentire il desiderio di proteggersi da tutto ciò che sta fuori casa"). Da notare che il bambino rimane senza nome per tutto il film. Oltre ai due ottimi protagonisti (entrambi giustamente premiati con la Coppa Volpi a Venezia), nel cast c'è anche Roberta Maxwell nel ruolo della suocera.

1 febbraio 2017

Convoy (Sam Peckinpah, 1978)

Convoy - Trincea d'asfalto (Convoy)
di Sam Peckinpah – USA 1978
con Kris Kristofferson, Ali MacGraw, Ernest Borgnine
***

Rivisto in DVD.

Martin Penwald, detto "Anatra di gomma" (Kristofferson), camionista solitario e anarchico che guida il suo mezzo pesante sulle polverose strade dell'Arizona, entra in conflitto con l'infido e sadico sceriffo "Dirty Lyle" Wallace (Borgnine), che utilizza ogni sporco trucco pur di appioppiargli multe per eccesso di velocità. La situazione peggiora dopo una violenta rissa in un diner, quando Anatra e i suoi amici, esasperati dai modi subdoli di Lyle, si ribellano alla sua autorità e decidono di fuggire dallo stato. Ai tre si aggiungono via via altri camionisti, provenienti da ogni parte dell'America, che vedono nella sfida di Anatra a Lyle un modo per dichiarare la propria identità e l'indipendenza contro il sistema. Procedendo attraverso il New Mexico e il Texas verso il confine con il Messico, senza alcuna intenzione di fermarsi e forzando ogni posto di blocco sulla loro strada (nel frattempo è stata mobilitata anche la guardia nazionale), il convoglio diventa sempre più lungo e numeroso (fra i tanti camion spicca anche il furgone degli "Evangelisti Itineranti", che offre il necessario sostegno spirituale), così come crescono i simpatizzanti che i camionisti (e in particolare Anatra, che si ritrova leader involontario di un movimento spontaneo di protesta) riscuotono fra la popolazione. Al punto che persino un aspirante senatore prova ad approfittarne per farsi pubblicità... Ispirato all'omonima canzone country di C.W. McCall e Chip Davis, che con i suoi versi scandisce le varie tappe del convoglio, il penultimo film di Peckinpah (dopo il quale, nonostante il buon riscontro al botteghino, non troverà più lavoro per cinque anni) è un atipico western on the road, leggero, dinamico e ribelle, dove gli eccentrici e variopinti truck driver, al volante dei loro giganti a diciotto ruote, recitano nel ruolo che sarebbe stato di cowboy e banditi. La pellicola è un inno all'anarchia e alla libertà contro regole ingiuste, messo in scena da Peckinpah con un ritmo musicale (si pensi alla scena dell'attraversamento del deserto, con i camion che danzano nella polvere come in un balletto).

In un'alternanza di azione, commedia e dramma, il film – che si inserisce in un filone sui camionisti assai popolare negli anni settanta (in particolare, il regista sperava di emulare l'enorme successo de "Il bandito e la madama") – è divertente anche per via del linguaggio colorito e pieno di imprecazioni, oltre che per il gergo usato dai truckers nei loro collegamenti radiofonici CB ("Interrompe uno nove", il nomignolo di "orso" affibbiato ai poliziotti – con lo sceriffo Lyle che ovviamente è il "Papà orso" – e naturalmente le sigle con cui i camionisti si identificano al posto dei loro veri nomi: Casino ambulante (alias "Maialotto"), Spider Mike, Vedova nera, Aquila pelata, Leone languido, il Gran Malvagio...). Una bellissima Ali MacGraw, abbronzata e con i capelli corti, interpreta l'aspirante fotoreporter in fuga dalla sua vita precedente, che riceve un passaggio da Anatra di gomma sul suo Mack nero (quasi un personaggio anch'esso) e diventa testimone degli eventi che si succedono. I tre attori principali avevano già lavorato tutti con Peckinpah: Kristofferson in "Pat Garrett e Billy Kid", la MacGraw in "Getaway!", Borgnine ne "Il mucchio selvaggio". Quest'ultimo ha qui un ruolo simile a quello del brutale capotreno ne "L'imperatore del nord" di Robert Aldrich. Ma lui e Anatra, seppur nemici e su fronti opposti, sono personaggi con molto in comune, appartenenti allo stesso mondo in via di estinzione ("Siamo rimasti in pochi"), liberi e indipendenti, dotati di coraggio e integrità, a differenza invece dell'opportunismo del senatore o dell'ottusità degli altri poliziotti. La risata di Lyle di fronte allo sberleffo finale di Anatra testimonia il loro legame. Nel cast, anche Burt Young, Franklyn Ajaye e Madge Sinclair. James Coburn, che aveva recitato per Peckinpah in "Pat Garrett" e "La croce di ferro", è accreditato come aiuto regista e girò parecchie scene in sostituzione dell'amico, che soffriva di gravi problemi di salute per via dell'alcol e della droga.