21 ottobre 2017

Roma a mano armata (Umberto Lenzi, 1976)

Roma a mano armata
di Umberto Lenzi – Italia 1976
con Maurizio Merli, Tomas Milian
**1/2

Rivisto in divx, per ricordare Umberto Lenzi.

Il commissario Tanzi della squadra mobile di Roma, un duro dai modi spicci e che mal digerisce le attenuanti sociali e i cavilli legali che riportano in libertà i criminali che arresta (paradossalmente, o forse non tanto, la sua compagna Anna (Maria Rosaria Omaggio) fa la consulente psicologica per il tribunale dei minori, e proprio le sue perizie svolgono un ruolo chiave nel rimettere in liberta i giovani delinquenti), dà disperatamente la caccia al gangster "marsigliese" Ferrender. Per rintracciarlo, tiene d'occhio alcuni dei suoi complici, come il rapinatore Savelli (Biagio Pelligra) e soprattutto il "gobbo" Moretto (Tomas Milian), che si rivelerà essere l'avversario più pericoloso. Ispirato a "Roma violenta" di Marino Girolami, uscito l'anno prima e di cui riprende lo schema e i temi (oltre che il protagonista, il commissario interpretato da Maurizio Merli, anche se qui si chiama Tanzi e non Betti), è il film che ha lanciato Lenzi come uno dei maestri del poliziottesco all'italiana (anche se il regista aveva già girato thriller e noir urbani come "Milano odia: la polizia non può sparare" e "Il giustiziere sfida la città"), nonché la summa di tutto il genere: un film violento e dall'atmosfera tesa, ben girato (sin dalla sequenza di apertura, una soggettiva in auto per le strade di Roma, con la macchina da presa che si sofferma sulle insegne delle banche e gli istituti di credito, per proseguire con scene d'azione e inseguimenti spettacolari), che sfrutta ampiamente l'ambientazione capitolina (di cui mostra vari scorci e quartieri periferici), un buon cast (Giampiero Albertini è Caputo, il vice di Tanzi; Arthur Kennedy è il questore; Luciano Catenacci è il faccendiere Gerace; e ci sono anche Ivan Rassimov e Gabriella Lepori). Il plot a tratti pare sfilacciarsi, con diversi episodi – molti dei quali ispirati a fatti di cronaca reali – e sottotrame non strettamente legate fra loro (Tanzi, che a un certo punto per via dei suoi metodi viene "retrocesso" dai superiori all'ufficio licenze, continua a ritrovarsi "per caso" sempre in mezzo all'azione, opposto a giovani delinquenti, bande di violentatori, pazzi drogati o spietati rapinatori), anche se il finale riesce poi a tirare le fila di tutto. Fondamentale la presenza di Tomas Milian (che con Lenzi, quello stesso anno, creerà il personaggio di "Er Monnezza"), indimenticabile criminale proletario e deforme, dissacrante e carismatico, che lavora al mattatoio e ha sempre la battuta pronta, anche per merito del doppiaggio di Ferruccio Amendola. Per gran parte del pubblico, nel vederlo contrapposto a un commissario inflessibile e giustizialista, veniva spontaneo fare il tifo per lui (forse anche per questo fra Merli e Milian, sul set, c'era una forte rivalità). Nonostante qui muoia, il personaggio ricomparirà nel successivo "La banda del gobbo", dove si rivelerà essere il fratello der Monnezza. Il commissario Tanzi, invece, tornerà ne "Il cinico, l'infame, il violento" (sempre insieme a Milian). Belle le musiche di Franco Micalizzi. Il nome del marsigliese Ferrender è ispirato a quello di un vero gangster dell'epoca, Jacques Berenguer.

20 ottobre 2017

L'intendente Sansho (K. Mizoguchi, 1954)

L'intendente Sansho (Sansho dayu)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1954
con Yoshiaki Hanayagi, Kinuyo Tanaka
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli.

Nel corso di un lungo viaggio per ricongiungersi con il marito, ex governatore destituito e mandato in esilio perché aveva preso le difese dei contadini della sua provincia, Tamaki (Kinuyo Tanaka) e i suoi figli Zushio (Yoshiaki Hanayagi) e Anju (Kyoko Kagawa) sono catturati dai briganti e crudelmente separati: la madre viene venduta in un bordello nell'isola di Sado, i due ragazzi finiscono a lavorare come schiavi nei possedimenti di un nobile signore, gestiti con il pugno di ferro dall'inflessibile intendente Sansho (Eitaro Shindo): costui è talmente spietato che persino il suo stesso figlio, Taro (Akitake Kono), fuggirà da lui, in preda ai sensi di colpa, per diventare un monaco. Trascorreranno dieci lunghi anni prima che Zushio, grazie al sacrificio della sorella, riesca a fuggire. Dopo aver scoperto che nel frattempo il padre è morto, il ragazzo saprà vendicarsi del crudele intendente e ritrovare, infine, la madre. Da un racconto di Mori Ogai, ispirato a un'antica leggenda giapponese ambientata nell'epoca Heian (attorno all'anno Mille), in pieno feudalesimo, uno dei capolavori assoluti di Mizoguchi, con il quale il regista – per il terzo anno consecutivo, dopo "Vita di O-Haru, donna galante" e "I racconti della luna pallida d'agosto" – vinse il Leone d'Argento a Venezia. Il tema è quello della libertà e della schiavitù, per una volta non ristretto solo alla condizione femminile (filo conduttore di tutta la filmografia di Mizoguchi), anche se proprio la madre e la sorella di Zushio compiono i sacrifici più estremi in favore del ragazzo. La pellicola ha tutti i crismi del grande affresco storico e di costume, con una trama che volge al melodrammatico e protagonisti che passano attraverso numerose prove e sofferenze prima di riconquistare la libertà e la pace finale (non dissimile, in questo, da alcuni feuilletton occidentali come "Il conte di Montecristo"). Tipicamente giapponesi sono invece i temi del sacrificio, della dignità e dell'accettazione del proprio destino, che hanno modo di imporsi sullo schermo grazie a uno stile mai sopra le righe, austero e controllato. Anche perché la regia e lo sguardo di Mizoguchi sono, come al solito, caratterizzati da una profonda eleganza che sfiora ripetutamente la più sublime poesia: impossibile trattenere la commozione di fronte a sequenze come quella del canto disperato e accorato della madre che giunge fino alle orecchie dei figli, pur trovandosi questi a migliaia di chilometri di distanza, o esteticamente eccelse come quella dell'annegamento volontario di Anju (che cammina dolcemente nell'acqua, fino a che non rimangono solo i cerchi concentrici delle onde), per non parlare della scena finale in cui madre e figlio si riabbracciano finalmente dopo tanti anni, sulla spiaggia dell'isola di Sado, un ottimo esempio dei piani sequenza con lenti movimenti di macchina (opera del cameraman Kazuo Miyagawa) che caratterizzano lo stile del cineasta nipponico. Da sottolineare anche un tema di solito poco frequentato nei film di Mizoguchi, il rapporto fra padri e figli (maschi), che qui si ritrova in due casi, quelli di Zushio e di Taro. Per Zushio, l'insegnamento paterno (che predica la libertà e l'uguaglianza fra tutti gli uomini) è una guida morale fino alla fine; l'animo nobile di Taro è invece in contrapposizione al padre Sansho, il cui esempio è opposto e spregevole. La nobiltà d'animo può dunque svilupparsi in modi diversi, da un esempio positivo oppure negativo. Da notare che, per un breve periodo, Zushio sembra essere “corrotto” e , di fatto, sostituisce Taro come figlio di Sansho: quando marchia a fuoco l'anziano schiavo che aveva tentato la fuga, il compiaciuto intendente sembra fiero di aver trovato nel giovane “Mutsu” un nuovo erede che possa sostituire quello fuggito: e sarà dunque ancora più sorpreso e amareggiato alla notizia che anche questo nuovo figlio lo ha abbandonato. Proprio la sorella Anju, con la presenza salvifica, impedirà a Zushio la definitiva discesa nelle tenebre, ricordandogli gli insegnamenti del padre e favorendo la sua fuga. Curiosamente il titolo è dedicato al "cattivo" della storia, il crudele intendente Sansho: pare che inizialmente Mizoguchi intendesse farne la figura centrale del film, salvo poi cambiare idea e raccontare la storia dal punto di vista dei due ragazzi.

18 ottobre 2017

Dellamorte Dellamore (Michele Soavi, 1994)

Dellamorte Dellamore
di Michele Soavi – Italia 1994
con Rupert Everett, Anna Falchi
***

Visto in divx.

Francesco Dellamorte (Everett), custode del cimitero di Buffalora, deve fare i conti con il fatto che i suoi "ospiti", sette giorni dopo la sepoltura, tornano regolarmente in vita sotto forma di zombie (che lui chiama "ritornanti"). Insieme al suo aiutante Gnaghi (François Hadji-Lazaro), un ritardato semi-muto e deforme ("Segni particolari: tutti"), ha dunque il compito di riportarli nelle loro tombe, senza che nessuno lo venga a sapere. Non che la cosa lo turbi più di tanto, visto che si trova più a suo agio con i morti che con i vivi. Ma la sua solitudine sarà messa a dura prova quando si innamorerà di una giovane vedova (Anna Falchi)... Da un romanzo di Tiziano Sclavi, il creatore di "Dylan Dog" (personaggio il cui volto è ispirato proprio a quello di Rupert Everett: il che, per diversi motivi, fa di questo film una pellicola molto più affine alle atmosfere del fumetto di quanto non sarà l'adattamento ufficiale made in USA realizzato qualche anno più tardi), una surreale black comedy, originale e piena di idee, che dietro l'aspetto da B-movie anni ottanta (fra le influenze: Sam Raimi, George Romero, Terry Gilliam) mescola in modo unico la filosofia esistenzialista del suo autore e le atmosfere dei classici horror all'italiana (Soavi, non dimentichiamolo, è stato assistente di Joe D'Amato e di Dario Argento), inglobando i generi e superandone i limiti. Genuinamente divertente, offre di tutto, e per tutti i gusti: riflessioni sulla vita e la morte ("Fra morti viventi e vivi morenti, siamo tutti uguali"), sull'amore e il destino, sulla politica e la burocrazia, sull'ipocrisia e il conformismo; ma anche horror, splatter, gore (spesso sopra le righe e senza sprezzo del ridicolo: vedi lo zombie in motocicletta o la testa volante con il velo da sposa che si rifugia in un televisore rotto), tanto umorismo macabro e ironia tongue-in-cheek, una spruzzata di sesso (la Falchi mostra generosamente le sue forme), incursioni nella commedia pecoreccia (la sottotrama sull'impotenza), nel grottesco e nel surreale, gag demenziali (con l'inetto commissario Straniero che non sospetta di Francesco nemmeno di fronte all'evidenza) e momenti toccanti (la love story di Gnaghi con Valentina, la figlia del sindaco, e in generale il rapporto di amicizia fra Francesco e il suo aiutante). Tutti questi ingredienti, anche grazie alla struttura semi-episodica della pellicola (e al fatto che si fa progressivamente astratta e surreale, da non prendere mai sul serio dunque, fra dialoghi con la morte e sogni premonitori), si amalgamano senza annullarsi, rafforzandosi semmai a vicenda. E la malinconica vena esistenzialista (l'ambientazione nel paesino italiano di provincia è quanto mai indovinata) è decisamente un valore aggiunto. Le musiche sono di Manuel De Sica, gli effetti speciali (artigianali e vecchio stile) di Sergio Stivaletti. Anna Falchi interpreta tre ruoli, tutti senza nome (forse l'uno la reincarnazione dell'altro, o forse è Francesco che continua a rivedere il volto della donna che ha amato nelle altre che incontra). Una mosca bianca nel panorama del cinema italiano (anche di genere) degli anni novanta, da vedere e da recuperare: meritata la fama di cult movie, e non solo per i fan di Sclavi o di "Dylan Dog", che pure ci ritroveranno tante caratteristiche (il volto, la giacca, il maggiolino, l'aiutante/spalla comica, il campo d'azione, l'attitudine filosofica... c'è persino la celebre filastrocca sulla morte di "Attraverso lo specchio").

17 ottobre 2017

La corsa più pazza d'America 2 (Hal Needham, 1984)

La corsa più pazza d'America n. 2 (Cannonball Run II)
di Hal Needham – USA/HK 1984
con Burt Reynolds, Dom DeLuise
*1/2

Rivisto in divx.

Non avendo vinto la corsa precedente, lo sceicco Abdul Ben Falafel (Jaime Farr) organizza una nuova edizione della "Cannonball Run" e mette in palio un milione di dollari per il vincitore che completerà il percorso dalla California al Connecticut. A partecipare si ripresentano quasi tutti gli equipaggi già visti nel primo film, con piccole variazioni. J.J. McClure (Burt Reynolds) e l'amico Victor/Capitan Chaos (Dom DeLuise), anziché un'ambulanza, guidano stavolta un mezzo militare, travestiti da un generale dell'esercito e dal suo attendente. E imbarcano pure un paio di suore (finte anch'esse, benché inizialmente i due piloti non lo sappiano: Shirley MacLaine e Marilu Henner). Sammy Davis Jr. e Dean Martin si camuffano da poliziotti. Jackie Chan, in una Mitsubishi ancora più accessoriata della precedente Subaru (può andare pure sott'acqua!), ha come co-pilota il gigantesco Arnold (Richard Kiel). Le supersexy Susan Anton e Catherine Bach passano da una vettura all'altra. I giovani Mel Tillis e Tony Danza guidano una speciale limousine in compagnia di un orangotango (che finge di esserne il pilota). E infine lo stesso sceicco corre insieme al suo schiavo biondo (Doug McClure) e al dottor Van Helsing (Jack Elam), già visto nel precedente film. L'interferenza di alcuni gangster italo-americani (fra i quali Henry Silva e Michael V. Gazzo), che intendono rapire lo sceicco per conto del loro boss Don Don Cannelloni (Charles Nelson Reilly), mette a repentaglio la corsa. Ma grazie all'aiuto di Frank Sinatra (che interpreta sé stesso), i "cannonballisti" si coalizzano e riusciranno a salvare il loro amico. Solito cast all star (ci sono anche Terry Savalas, Ricardo Montalbán, Jim Nabors) per una replica senza troppa fantasia del film precedente, leggermente migliore come caratterizzazione dei personaggi ma, se possibile, ancora più stupida e cartoonistica (le gag sono ripetitive e infantili: vedi i trucchi alla Dick Dastardly – ganci, trappole, calamite – che i mafiosi mettono in atto per tentare di rapire lo sceicco). Triste pensare che si tratti dell'ultima apparizione sul grande schermo per Dean Martin e Frank Sinatra. In ogni caso, è un film innocuo: se ci si accontenta di poco, ci si può pure divertire. I nomi delle due finte suore, Betty e Veronica, sono un omaggio al fumetto "Archie", assai popolare negli USA.

16 ottobre 2017

La corsa più pazza d'America (Hal Needham, 1981)

La corsa più pazza d'America (The Cannonball Run)
di Hal Needham – USA/HK 1981
con Burt Reynolds, Dom DeLuise
*1/2

Rivisto in divx.

La "Cannonball Run" è una corsa automobilistica clandestina che vede improbabili equipaggi attraversare gli Stati Uniti, dalla costa est a quella ovest, sfrecciando sulle strade ben oltre i limiti di velocità consentiti (e utilizzando ogni sorta di trucchi e di travestimenti per eludere controlli e sanzioni). Ispirato a una competizione realmente esistente (alla quale Burt Reynolds e il regista Hal Needham si erano già rifatti per realizzare il precedente "Il bandito e la Madama" e il suo seguito "Una canaglia a tutto gas", con grande successo di pubblico) e prodotto dalla Golden Harvest di Hong Kong (che intendeva espandersi oltre i propri confini, e che approfittò dell'occasione per presentare al pubblico americano il suo divo di punta, Jackie Chan), il film è quasi una versione dal vivo del cartone animato "Wacky Races" (che a sua volta si rifaceva al classico "La grande corsa" di Blake Edwards), anche se indubbiamente meno divertente e con parecchio meno fantasia. Il cast, vasto e corale, comprende numerosi nomi noti, che in diversi casi si divertono a ironizzare su sé stessi e sugli stereotipi del genere. Seguiamo così i meccanici J.J. McClure (Burt Reynolds) e Victor Prinzin (Dom DeLuise), che corrono a bordo di una finta ambulanza, con tanto di medico (il ributtante Jack Elam) e di paziente (la bella fotografa Farrah Fawcett). Il giocatore d'azzardo Sammy Davis Jr. e il dongiovanni incallito Dean Martin, in Ferrari, si travestono invece da preti cattolici; le vamp Adrienne Barbeau e Tara Buckman, in una Lamborghini nera, sfruttano il loro fascino femminile per far colpo sui tutori della legge; e così via. In gara, fra gli altri, anche uno sceicco arabo (Jamie Farr) in Rolls Royce, due sempliciotti texani (Terry Bradshaw e Mel Tillis) su una Chevrolet truccata, i cinesi Jackie Chan (appunto) e Michael Hui (identificati nei dialoghi come giapponesi) in una Subaru high tech e computerizzata, e Roger Moore (o qualcuno che si fa passare per lui), che fa il verso a sé stesso e sul suo ruolo di James Bond, naturalmente in una Aston Martin super-accessoriata. Arthur J. Foyt è il membro del comitato per la sicurezza sulle strade che cerca ripetutamente e senza successo di interrompere la corsa, Bianca Jagger la sorella dello sceicco, Peter Fonda il capo dei teppisti in moto che scatenano una rissa cui prendono parte tutti i concorrenti (e dove Jackie Chan ha brevemente modo di dare sfoggio delle sue arti marziali). Demenziale e sgangherato (il titolo italiano lo accomuna alle tante pellicole del filone "...più pazzo del mondo"), con una comicità infantile e scontata (l'unico vero colpo di genio sono le dirompenti apparizioni di "Capitan Chaos", l'alter ego supereroistico dello squilibrato Dom DeLuise), il film riscosse comunque un buon successo al botteghino, il che portò alla realizzazione di due sequel. Nota finale: fu proprio da questa pellicola che Chan prese l'idea di inserire, durante i titoli di coda dei suoi film successivi, i blooper e le scene sbagliate.

13 ottobre 2017

Blade Runner 2049 (D. Villeneuve, 2017)

Blade Runner 2049 (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2017
con Ryan Gosling, Harrison Ford
**

Visto al cinema Colosseo.

L'agente KD9-3.7 (chiamato in breve solo "K"), cacciatore di replicanti (ovvero androidi) nella Los Angeles del 2049, è egli stesso un replicante di ultima generazione. La Wallace Corporation, che nel corso degli anni è subentrata alla Tyrell nella loro costruzione, ha infatti messo a punto nuovi modelli Nexus ben più affidabili, obbedienti e incapaci di ribellarsi, rispetto a quelli precedenti, i cui ultimi superstiti rimasti in circolazione vivono in clandestinità e vengono ricercati e "ritirati" dalle unità Blade Runner. Nel corso del suo lavoro, K trova casualmente le prove di un vero e proprio "miracolo": una replicante, ventotto anni prima, avrebbe dato alla luce un figlio! La ricerca del bambino interessa diversi gruppi per motivi diversi (le autorità vorrebbero eliminarlo, nel timore che la notizia sconvolga l'ordine sociale; i replicanti clandestini ne vorrebbero fare il simbolo della loro rivoluzione e delle loro rivendicazioni; e l'ambizioso e megalomane scienziato Wallace vorrebbe studiarlo per riuscire a creare finalmente un'autentica vita artificiale) e porterà l'agente K a scoprire che la madre di questi era l'androide Rachael, e il padre nientemeno che l'agente che lo aveva preceduto, ossia Rick Deckard (Harrison Ford). Non solo: si convincerà di essere proprio lui quel bambino, e dunque il figlio (non spiritualmente, ma letteralmente!) di Deckard... A trentacinque anni dall'uscita del suo film più famoso (ma nella finzione ne sono passati solo 30: probabilmente il 2054 era una data meno "marketable" da mettere nel titolo!), Ridley Scott – qui solo produttore esecutivo – lascia nelle mani del canadese Villeneuve le redini del tanto atteso e agognato seguito di una pellicola leggendaria. L'impresa, naturalmente, era di quelle da far tremare i polsi: era assai probabile, infatti, che il risultato non si rivelasse all'altezza del prototipo. E purtroppo è proprio quanto è accaduto, dando vita a una pellicola fredda e imbalsamata, nonostante il tentativo, da un lato, di creare qualcosa di nuovo e di non derivativo, e dall'altro di replicare sfacciatamente l'atmosfera e rievocare le situazioni del primo lungometraggio.

Il "Blade Runner" del 1982 lasciava nel dubbio se Deckard fosse a sua volta un replicante, dubbi che questo sequel si guarda bene dal chiarire o dissipare (anche perché, in fondo, di quale delle tante versioni del primo film stiamo parlando? L'assenza della voce fuori campo lascerebbe intendere che si tratti della director's cut, ma tutte le porte sono aperte). Per quanto riguarda il protagonista, comunque, si taglia subito la testa al toro: K è in effetti un replicante, e sa benissimo di esserlo. Che poi sia (o possa essere) il figlio di Deckard, è uno dei punti su cui la sceneggiatura lancia suggestioni allo spettatore, prima di risolverle nel finale. I riferimenti al primo film sono numerosi, e vengono "scimmiottate" molte scene e sequenze, offrendoci momenti simili: la tecnologia (le auto volanti, le pubblicità e i neon in città, gli ingrandimenti fotografici), la vita nella città bassa (la visita al mercato nero), i test di personalità per i replicanti (il Voight-Kampff sembrava però avere più senso), i surrogati degli animali (e al posto degli origami di carta ci sono le statuette di legno: ma al vecchio Gaff – Edward James Olmos – è concessa una comparsata), le suggestioni retrò e noir (nelle architetture, negli abiti, nella musica: la colonna sonora di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch richiama Vangelis, nel finale persino esplicitamente, e comprende oldies di Elvis Presley e Frank Sinatra). Ciò nonostante, il mood è parecchio diverso, e i parallelismi sono estetici e non concettuali. Non si respira aria di Philip K. Dick, la commistione fra fantascienza e noir che rendeva così "unico" il vecchio lungometraggio è imperfetta, e il risultato è meno filosofico e cyberpunk per virare maggiormente sul thriller d'azione/avventura, anche per via di un plot che richiama semmai "Children of Men". Ritrovare la propria umanità, per K, sembra equivalente a ritrovare i propri genitori (il tema della genitorialità ossessiona da sempre Villeneuve, da "La donna che canta" ad "Arrival"). A tratti si ha la sensazione di guardare un action fantascientico come tanti, giusto un po' più ambizioso. E naturalmente mancano (perché quelli non li si costruisce certo a tavolino) momenti memorabili come l'iconico confronto fra Deckard e Roy Batty nel primo film. Qui l'antagonista di K, la replicante Luv (Sylvia Hoeks), semplicemente non è la stessa cosa.

Soprattutto, il film è troppo lungo: e se all'inizio coinvolge, grazie anche ad alcune trovate interessanti (su tutte Joi, la fidanzata-ologramma di K, interpretata da Ana de Armas, che lo ribattezza Joe e lo segue ovunque come un cellulare, con la sua suoneria tratta da "Pierino e il lupo": è uno dei pochi elementi prettamente dickiani), strada facendo si sfilaccia e si trascina in modo estenuante fino a uno stanco finale. L'effetto è lo stesso che dava "Blues Brothers 2000" (persino la struttura del titolo è simile!): preso a sé stante il film ha anche i suoi pregi, ma il confronto con l'originale è impietoso. Colpa, in gran parte, della sceneggiatura di Hampton Fancher (che era stato l'autore della prima versione dello script anche del vecchio film, prima che disaccordi con Ridley Scott portasseo a farla riscrivere da David W. Peoples): a parte l'implausibilità dello spunto di base, risulta vuota e fumosa nelle scene con Wallace (Jared Leto), e presenta anche buchi logici nello sviluppo (per dirne due: perché K non prende subito in considerazione che i suoi ricordi possano essere innesti di una persona vera? in fondo, già nel 2019 Deckard diceva a Rachael che i suoi erano forse "della nipote di Tyrell"; e come può Deckard aver dato alla figlia il cavallo di legno se l'aveva abbandonata prima della nascita? ricordiamo che il legno proviene da Las Vegas, infatti è grazie a quello che l'uomo viene rintracciato da K). Per non parlare di trovate di comodo come il blackout che nel 2022 ha distrutto le documentazioni elettroniche e i database della Tyrell: sembra fatto su misura per far funzionare la trama e impedire a K di scoprire subito la verità su sé stesso. Ryan Gosling, come al solito, è parecchio inespressivo, anche se essendo un replicante lo si può accettare. Quanto al resto del cast, Robin Wright è "Madame" (Joshi nella versione originale), il tenente di polizia; Mackenzie Davis è la prostituta Mariette, in realtà membro del movimento clandestino dei replicanti; Carla Juri è Ana Stelline, la "fabbricante di ricordi"; Dave Bautista è il replicante Sapper Morton. Il finale lascia alcuni punti in sospeso (manca un confronto finale con Wallace, per esempio): già si parla di ulteriori sequel, anche se per ora al botteghino il film sta facendo tutt'altro che sfracelli. La Warner ha anche realizzato tre brevi corti promozionali che fanno da cerniera fra il primo e il secondo film (ambientati nel 2022, nel 2036 e nel 2048).

12 ottobre 2017

Non drammatizziamo... è solo questione di corna (F. Truffaut, 1970)

Non drammatizziamo... è solo questione di corna
(Domicile conjugal)
di François Truffaut – Francia 1970
con Jean-Pierre Léaud, Claude Jade
***

Visto in divx.

Infelicissimo titolo italiano (più adatto semmai a una commedia pecoreccia!) per il quarto capitolo delle avventure di Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud), "alter ego" cinematografico di Truffaut. Come ben illustrava invece il titolo originale, siamo di fronte al racconto dei primi anni di vita coniugale del nostro personaggio, che il regista descrive con garbata levità e finezza psicologica. Dopo aver sposato Christine (Claude Jade) nel precedente "Baci rubati", infatti, Antoine si è stabilito in un grande caseggiato popolare. Lui – che nel tempo libero cerca di scrivere un romanzo autobiografico – colora artificialmente fiori (!) nel cortile, per rivenderli ai fiorai, mentre lei dà lezioni di violino nel suo appartamento. La loro è una vita semplice, costellata di saltuarie visite ai genitori di lei, di incontri con gli amici (si rivedono l'ex collega della ditta di riparazioni e lo scroccone che chiede continuamente prestiti), e soprattutto dai rapporti con i vicini di casa. Il palazzo sede del loro "domicilio coniugale" è quasi un microcosmo dell'intero paese (il doppiaggio italiano esagera un po' con gli accenti e le inflessioni dialettali), i cui abitanti passano il tempo a lavorare o a bighellonare, a spettegolare e a interagire in vari modi (da ricordare il misterioso vicino che tutti, ignorandone la professione, soprannominano "Lo strangolatore", e che si rivelerà essere un attore televisivo). Lentamente, ci sono piccoli (l'arrivo del telefono in casa) e grandi cambiamenti (la nascita di un figlio, Alphonse, che la madre avrebbe voluto chiamare Ghislain, e il trasloco in un appartamento più grande). A un certo punto, ad Antoine capita l'occasione di cambiare lavoro: e per una fortuita coincidenza (il direttore crede che la lettera di raccomandazione di un altro candidato si riferisca a lui) viene assunto in un'azienda americana che si occupa di costruzioni idrauliche. Poco più tardi si lascerà tentare da un'avventura extraconiugale con una ragazza giapponese, Kyoko (Hiroko Berghauer): non perché non ami più Christine, ma semplicemente per il fascino dell'ignoto ("Kyoko non è un'altra donna... è un altro continente"). La scappatella verrà rapidamente alla luce, marito e moglie litigheranno, e lui andrà a vivere fuori di casa per qualche tempo. Ma progressivamente faranno pace, anche perché il rapporto con Kyoko si rivelerà più noioso del previsto. E nel finale, un anno più tardi, nel vedere Antoine e Christine impegnati nelle più scontate scaramucce tipiche delle coppie di vecchia data, del tutto identiche alle proprie, i vicini di pianerottolo commenteranno: "Ora si amano veramente".

Costruita come una serie di tranche de vie, la pellicola racconta le vite dei suoi personaggi senza far loro la morale e ne descrive il mondo con estrema leggerezza ma anche attenzione e profondità attraverso i più piccoli dettagli. Celebre, per esempio, la scena in cui i due coniugi, a letto, sono impegnati in letture che ne svelano il desiderio di tradimento: una biografia di Nurejev per lei (che lo ritiene l'uomo più bello del mondo), un saggio sulle donne giapponesi per lui (per comprendere meglio l'enigmatica Kyoko). Nel mettere in scena il microcosmo del caseggiato, fra piccoli episodi e bizzarre interazioni, ma anche il contrasto con la modernità che avanza e i momenti surreali del nuovo lavoro di Antoine (che passa le giornate a pilotare modelli di nave radiocomandati nella grande vasca del parco), la pellicola può invece ricordare a tratti le commedie di Jacques Tati, che Truffaut ammirava: e proprio Monsieur Hulot (anche se interpretato da una controfigura) fa in effetti un'apparizione a sorpresa in una breve scena, nella stazione della metropolitana. Ma è anche un film fatto su misura per i fan di Truffaut, che vi ritrovano temi, toni e situazioni familiari perché riecheggiano (a volte esplicitamente: non mancano citazioni e rimandi) molti dei suoi lavori precedenti. Si rivedono infatti volti (Daniel Boulanger) e si riascoltano frasi che provengono da quasi tutti i film girati in passato dal regista francese. Nel complesso, il lungometraggio rappresenta un ulteriore e fondamentale passo nella "crescita" di Antoine Doinel, che le circostanze dirigono sempre più verso un'esistenza borghese come mille altre (anche se deve sempre fare i conti con la sua innata irrequietezza, la spinta alla curiosità e alla ribellione e il rifiuto delle ipocrisie). Pur se "inquadrato", Antoine rimane una figura unica, un pesce fuor d'acqua, che non ha paura di commettere errori e di pagarne le conseguenze: è come l'unico fiore rimasto bianco, circondato da quelli colorati di rosso, che si vede in una delle prime scene. La sua "saga" si concluderà nel 1978 con il quinto film, "L'amore fugge". Interessante la colonna sonora di Antoine Duhamel.

11 ottobre 2017

Elektra (Rob Bowman, 2005)

Elektra (id.)
di Rob Bowman – USA/Canada 2005
con Jennifer Garner, Kirsten Prout
*

Rivisto in TV.

Il titolo non ha nulla a che fare con la mitologia, né tantomeno con l'opera di Richard Strauss. Elektra è un personaggio Marvel, sicario ninja di origine greca, creato da Frank Miller negli anni ottanta nella sua leggendaria run su "Daredevil". E proprio dal film su Devil con Ben Affleck (di cui questo è uno spin-off) proviene l'incarnazione interpretata da Jennifer Garner, quasi irriconoscibile rispetto alla sua controparte disegnata. In quel film, tra l'altro, veniva uccisa: ma qui è stata magicamente resuscitata. Spietata killer, Elektra viene assoldata per eliminare un uomo, Mark Miller (Goran Višnjić: il cognome è senza dubbio un omaggio al creatore fumettistico del personaggio), e sua figlia, la tredicenne Abby (Kirsten Prout). Sceglie però di risparmiarli, anche perché nella bambina rivede forse sé stessa, e per questo motivo si ritrova contro i ninja della Mano, organizzazione criminale (con superpoteri) che dà la caccia proprio ad Abby, che ritiene destinata a diventare il guerriero che romperà l'equilibrio fra bene e male. Un film mediocrissimo e senza alcuna qualità, fra i Marvel movie meno ispirati di sempre (non che la sua appartenenza all'Universo Marvel sia in qualche modo esplicitata: una scena in cui sarebbe dovuto apparire Ben Affleck nei panni di Matt Murdock è stata eliminata). Alla sua uscita l'avevo detestato, stavolta semplicemente non mi ha fatto né caldo né freddo. Della complessità del personaggio originale non rimane nulla, anche per via di un'errata scelta di casting (la Garner non ha carisma né personalità). E la trama è quella di un thriller d'azione come mille altri, piatto e convenzionale, per lunghi tratti pure noioso, e con un finale quanto mai scontato. Terence Stamp è il sensei cieco Stick. Fra i cattivi figurano Will Yun Lee (Kirigi) e Natassia Malthe (Typhoid Mary, qui un membro della Mano).

10 ottobre 2017

Tempo d'amare (Mohsen Makhmalbaf, 1990)

Tempo d'amare, aka I giorni dell'amore (Nobat e Asheghi)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran/Turchia 1990
con Shiva Gered, Abdurrahman Palay
**

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario"), in originale con sottotitoli.

Tre varianti della stessa storia. Nella prima, la bella Ghozal (Shiva Gered) è sposata a un tassista (Menderes Samancilar) ma è innamorata di un giovane lustrascarpe (Aken Tunj), che vede clandestinamente in un cimitero. Testimone dei loro incontri è un uomo anziano (Abdurrahman Palay) che si reca fra le tombe per ascoltare in silenzio i suoni della natura e degli uccelli. Quando l'uomo rivela al marito di Ghozal la sua infedeltà, questi ucciderà il rivale e sarà condannato a morte, mentre Ghozal si avvelenerà. Nella seconda storia, i ruoli del marito e dell'amante sono scambiati: il risultato finale, però, è lo stesso. Infine, nella terza variante, torniamo alla situazione iniziale. Ma stavolta, anziché la gelosia e la violenza, prevarranno la compassione e l'amore. Curioso esperimento di storia "a bivi" (che ricorda, se vogliamo, i cortometraggi didattici di Kiarostami), nel solco di "Ombre ammonitrici" e "Destino cieco" (in seguito, naturalmente, ci saranno anche "Sliding doors" e "Lola corre"). Qui, però, tutto sembra fine a sé stesso e non suscita particolari riflessioni, anche perché nessuno dei personaggi (salvo forse il tassista) viene approfondito. Girato a Istanbul, il film è una co-produzione turco-iraniana. Abdurrahman Palay, che interpreta il vecchio con l'apparecchio acustico (quando se lo toglie, il film diventa muto), era un celebre e veterano attore turco di cinema e di teatro. Fra i temi ricorrenti spicca ovviamente quello della rinascita, strettamente collegato al mare (i pesci morti rigettati in acqua tornano a vivere, il tassista condannato a morte chiede di essere sepolto in mare perché così si reincarnerà).

8 ottobre 2017

Madre! (Darren Aronofsky, 2017)

Madre! (Mother!)
di Darren Aronofsky – USA 2017
con Jennifer Lawrence, Javier Bardem
***1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, in originale con sottotitoli.

Uno scrittore (Javier Bardem) e la sua giovane compagna (Jennifer Lawrence) si vedono invadere la propria casa (che lei faticosamente sta ristrutturando, dopo che era stata distrutta da un incendio) da ospiti e sconosciuti sempre più numerosi e aggressivi. In un'atmosfera ambigua e disturbante (il punto di vista è quello della donna), il vorticoso e rapidissimo crescendo degli eventi – via più grotteschi e surreali, fino a diventare apocalittici – e il fatto che nessuno dei personaggi abbia un nome lascia ben presto intendere che quello cui stiamo assistendo non è un semplice thriller, e che dietro le immagini e gli stilemi dell'horror c'è un forte significato simbolico e metaforico. Ma quale? Apparentemente c'è solo l'imbarazzo della scelta. La casa vista come organismo vivente (la donna può sentirne il cuore pulsante attraverso le pareti), invasa da una malattia devastratrice che si propaga sempre più. Oppure, la metafora della creazione artistica, con lo scrittore (il "poeta", come lo chiamano i suoi fan) che si lascia prendere dalla fama e dalla vanità e accetta che la sua sfera privata venga invasa dal pubblico, finendo col devastare tutto quello che a lui è più caro, a partire dalla sua musa (la donna viene chiamata esplicitamente, in un paio di volte, "Ispirazione"): creazione e distruzione, dopo tutto, sono concetti legatissimi fra loro. Oppure ancora, come forse suggeriva subito il titolo, il tema della madre protettrice e salvifica, che difende il focolare domestico dall'assalto del male proveniente dal mondo esterno (non a caso, in tutto il film, la Lawrence non varca mai la soglia del portico di casa, come se non potesse allontanarsene nemmeno volendo). C'è chi l'ha visto in chiave ecologista (il pianeta devastato dalle attività degli esseri umani) oppure politica-sociale (una nazione invasa dai migranti provenienti da fuori, che si portano appresso tutto il carrozzone di parenti e amici): ma sono forse le interpretazioni meno efficaci. Al contrario, invece, il significato più esplicito (a proposito del quale il precedente film di Aronofsky, "Noah", qualche indizio lo forniva anche) è quello religioso.

L'intera pellicola può infatti essere letta come un allegoria del racconto biblico, con Bardem nei panni del Dio creatore e la Lawrence in quelli della Madre Terra. La casa è naturalmente l'universo intero, gli ospiti invasori sono gli uomini che popolano la Terra (i primi che si manifestano, Adamo – con ferita nel costato! – ed Eva, hanno due figli, Caino e Abele, uno dei quali uccide l'altro e sparge per la prima volta il sangue nel mondo). L'iniziale "ondata" di caos, raccontata nella prima parte del film, equivale al Vecchio Testamento (e culmina nel diluvio universale, la rottura del lavello in cucina: il parallelo si esplica anche nei dettagli più banali, come lo studio dello scrittore cui è vietato accedere che rappresenta l'albero della conoscenza nel giardino dell'Eden). La seconda parte, ovviamente, è il Nuovo Testamento: in essa, dopo che Dio ha elargito agli uomini la sacra scrittura, assistiamo al sorgere della religione (i fan che adorano il poeta), alla nascita del figlio di Dio, che sarà ucciso dagli uomini (che si ciberanno delle sue carni, e che nonostante tutto lo scrittore inviterà a "perdonare"). E fra guerre e atrocità di ogni tipo, la stessa Madre Terra sarà violata e insultata, fino all'Apocalisse finale. Ma dall'esplosione, vero e proprio Big Bang, potrà rinascere tutto, dando vita a un nuovo ciclo. Fischiato durante la presentazione alla Mostra di Venezia, il film di Aronofsky, così caotico, claustrofobico e ricco di significati, ha lasciato disorientati molti spettatori. Forse un suo limite sta nel fatto che, una volta compresa l'allegoria religiosa, tutto può apparire scontato e di grana grossa (come spesso capita nelle opere del regista americano): si paragoni al modo in cui Lars Von Trier aveva fatto in fondo la stessa cosa, con più sottigliezza, nel suo "Dogville" (anch'esso da molti incompreso, e la cui lettura religiosa era passata sotto silenzio). Ma l'intensità emotiva, il senso di disturbo e le emozioni veicolate durante la visione, grazie anche alla qualità e alla potenza visiva, sanguigna e barocca, non si possono cancellare: davvero, chi lo stronca si merita quei film anestetizzanti e fatti con lo stampino che provengono da Hollywood. Molto interessante la scelta degli attori: Caino e Abele, per esempio, sono interpretati da fratelli anche nella vita reale (Domhnall e Brian Gleeson). Adamo ed Eva sono Ed Harris e Michelle Pfeiffer.

6 ottobre 2017

Valerian (Luc Besson, 2017)

Valerian e la città dei mille pianeti
(Valérian et la Cité des mille planètes)
di Luc Besson – Francia 2017
con Dane DeHaan, Cara Delevingne
**

Visto al cinema Uci Bicocca.

Gli agenti della federazione spaziale Valerian (DeHaan) e Laureline (Delevingne) devono indagare su una misteriosa zona radioattiva apparsa al centro di Alpha, "la città dei mille pianeti", quella che un tempo era la Stazione Spaziale Internazionale e che nel corso dei secoli è divenuta uno smisurato aggregato vagante fra le galassie, abitato da migliaia di civiltà extraterrestri che coabitano in pace. Scopriranno l'esistenza di una razza di alieni sconosciuti, sopravvissuti alla distruzione del loro pianeta. Da una celebre serie a fumetti degli anni sessanta/settanta, "Valerian" di Pierre Christin e Jean-Claude Mézières (disegnatore con il quale il regista aveva già collaborato ai tempi de "Il quinto elemento"), e in particolare dall'albo "L'ambasciatore delle ombre", Besson realizza una pellicola al tempo stesso ambiziosa (è il più costoso film francese – o forse addirittura europeo – di tutti i tempi) e di puro intrattenimento. E nel suo mescolare avventura escapista e scenari fantascientifici, lunghe scene d'azione e creature esotiche (nel più puro spirito della space opera, come al cinema si era visto forse solo nella saga di "Guerre stellari"), riesce senza dubbio a coinvolgere e a divertire. L'apparato visivo spettacolare (con abuso di CGI) e la buona caratterizzazione dei due personaggi principali (ottima nel caso di Laureline, ben più di una semplice spalla, e sicuramente non la classica damigella da salvare: al contrario, è spesso lei a prendere l'iniziativa e a correre in aiuto del suo compagno) aiuta a passare sopra a quelli che sono, invece, i tanti difetti della pellicola, a partire dai personaggi di contorno. Nonostante Besson abbia voluto a bordo nomi popolari o celebri attori hollywoodiani, questi rimangono infatti delle macchiette o delle figure stereotipate, a partire dal generale guerrafondaio interpretato da un annoiato Clive Owen. Il cast di comprimari (ma per alcuni di loro è quasi un semplice cameo) comprende Rihanna (l'alieno mutaforma Bubble), Ethan Hawke (il gestore dello strip bar), Alain Chabat (Bob, il pirata del sottomarino), Mathieu Kassovitz (uno dei soldati al Gran Mercato), Herbie Hancock (il ministro della difesa) e Rutger Hauer (il presidente della federazione umana). Sam Spruell è il generale "buono", Kris Wu il suo assistente. Un altro difetto, forse il maggiore, è dato dalle ambizioni smisurate di Besson: non tanto perché ha voluto ammantare con un messaggio pesante (il genocidio di un popolo) e antibellico quella che avrebbe funzionato anche solo come una semplice avventura (in fondo anche il fumetto originale affrontava temi sociali e politici); ma perché la pellicola, già parecchio autoindulgente, soffre di gigantismo nella durata e nella messa in scena, colma com'è di immagini spettacolari, concetti e colori, affaticando non poco lo spettatore e rischiando di fargli concludere la visione con un (leggero) mal di testa. Anche perché le manca quella certa ingenuità presente nel fumetto. In ogni caso, nel suo genere "Valerian" non sfigura e potrebbe ritagliarsi uno spazio come film di culto per una parte del pubblico. Peccato che il flop commerciale e di critica precluda quasi sicuramente la possibilità di ulteriori sequel (nonostante Besson, che ha sempre amato il fumetto originale e che ha già pronte nuove sceneggiature, ci speri ancora). Molto belli i titoli di testa sulle note di "Space Oddity" di David Bowie.

4 ottobre 2017

Stand by me (Rob Reiner, 1986)

Stand by me - Ricordo di un'estate (Stand by Me)
di Rob Reiner – USA 1986
con Wil Wheaton, River Phoenix
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Alla notizia della morte dell'amico di un tempo Chris Chambers, lo scrittore Gordie Lachance (Richard Dreyfuss) rievoca un episodio della loro infanzia a Castle Rock, in Oregon. I dodicenni Gordie (Wil Wheaton) e Chris (River Phoenix), insieme ad altri due amici, Teddy (Corey Feldman) e Vern (Jerry O'Connell), decisero di andare alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo, Ray Brower, scomparso da alcuni giorni, che sapevano trovarsi presso i binari del treno in mezzo ai boschi. Un classico degli anni ottanta, nonché uno dei più bei film mai girati sul tema della crescita e dell'amicizia, un racconto di coming-of-age che si dipana nell'arco di due giorni, durante una lontana e assolata estate, nei quali i quattro amici sono protagonisti di un vero e proprio viaggio iniziatico, alla scoperta della morte ma anche e soprattutto di sé stessi. Nella totale assenza (o addirittura nell'ostilità) dei genitori e degli adulti in generale, i quattro ragazzini possono contare solo sulla propria amicizia per trovare gli stimoli ad andare avanti, alla scoperta del mondo e delle proprie potenzialità. E così Gordie, che vive nel trauma della morte del fratello maggiore Danny, il preferito dai genitori, si sente inadeguato e non amato, insicuro e fuori posto. Chris, additato da tutti come un poco di buono, anche per via della famiglia disastrata da cui proviene, lo aiuterà a ritrovare fiducia in sé stesso, e sarà a sua volta stimolato da lui a non arrendersi a un'esistenza limitata e infelice come quella che, a dire di tutti, lo dovrebbe attendere. La caratterizzazione dei quattro ragazzini è fenomenale: merito non solo della sceneggiatura ma anche del regista, che scelse quattro giovani attori con caratteristiche (anche familiari) molto simili a quelle dei personaggi: Wheaton era timido, sensibile e insicuro, Phoenix era un leader naturale ma proveniva da una famiglia quantomeno bizzarra, O'Connell era estroverso e ironico, Feldman era pieno d'ira anche per via dei cattivi rapporti con i suoi genitori. Reiner volle che i quattro ragazzi passassero due settimane insieme prima dell'inizio delle riprese, per farli diventare amici anche nella vita reale.

Il film è tratto da un racconto di Stephen King (contenuto nella raccolta "Stagioni diverse"), il quale ne apprezzò molto l'adattamento, dichiarando che riproduceva alla perfezione le atmosfere (in parte autobiografiche) che aveva voluto mettere sulla pagina scritta: King tornerà a collaborare con Reiner nel successivo "Misery non deve morire", e la casa di produzione indipendente fondata dal regista si chiamerà proprio Castle Rock Entertainment, in omaggio al paese (fittizio) da dove provengono i ragazzini. Tipici di King sono il tema della scrittura (Gordie è destinato a diventare uno scrittore: memorabili le storie che si inventa per intrattenere gli amici, come il racconto della gara di mangiatori di torte, con smisurata vomitata annessa: ma si sa, a quell'età sono queste le cose che divertono) e quelli legati alla crescita, alle sue dinamiche e alle sue leggende. A questo proposito, la caratterizzazione dei ragazzi, colti proprio nel passaggio dall'infanzia all'adolescenza, è magistrale, come dimostrano le loro conversazioni (da argomenti triviali legati alla tv e ai fumetti, alle paure, alle idealizzazioni e alle volgarità). Anche quando litigano, fanno subito la pace. Notevole il contrasto con la banda dei ragazzi più grandi (di cui fanno parte Kiefer Sutherland, nei panni del cattivo "Asso" Merrill, e Bradley Gregg, il fratello maggiore di Chris), che a differenza loro non hanno saputo fare il salto di qualità, rimanendo imprigionati nei ruoli adolescenziali del gioco e della sfida alla morte, sfociando inevitabilmente nel teppismo e nel bighellonaggio fine a sé stesso. Se Chris non avesse seguito l'invito di Gordie a provare a studiare per andare via da Castle Rock, sarebbe diventato senza dubbio come loro. Un film con ragazzini, ma non per ragazzini (come, invece, "I Goonies"): i temi trattati sono forti, e l'ostilità di genitori e adulti può generare traumi da cui è difficile riprendersi se non ci sono amici cui aggrapparsi. Molte le scene cult (l'attraversamento del ponte, le sanguisughe, il confronto finale con la pistola...), magnifica la ricostruzione della provincia negli anni '50. La pellicola avrebbe dovuto intitolarsi come il racconto di King da cui è tratta, "The body", ma i produttori vollero cambiarne il nome perché ricordava un horror o un film erotico. Scelsero così il titolo della bella canzone di Ben E. King, che si può sentire sui titoli di coda (e, in versione strumentale, in altri momenti della pellicola) e che riacquistò così una nuova popolarità.

2 ottobre 2017

L'inganno (Sofia Coppola, 2017)

L'inganno (The Beguiled)
di Sofia Coppola – USA 2017
con Nicole Kidman, Colin Farrell
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Chiara.

Durante la guerra di secessione, un soldato nordista ferito viene accolto dalle occupanti di un collegio femminile, un edificio coloniale isolato fra i boschi della Virginia. Inizialmente intenzionate a consegnarlo alle proprie truppe una volta che si sarà ripreso, le ragazze – la direttrice Martha (Kidman), l'insegnante Edwina (Kirsten Dunst) e le cinque studentesse (fra cui Elle Fanning) – si ritroveranno invece a contendersi i suoi favori... Remake de "La notte brava del soldato Jonathan" di Don Siegel con Clint Eastwood: un remake pedissequo e piuttosto inutile, a dire il vero, perché non aggiunge né cambia nulla rispetto all'originale (se non forse dando un maggiore risalto alle figure femminili rispetto a quella maschile). Anzi, se vogliamo, diminuisce pure il livello di tensione e di ambiguità presente all'interno della storia, da un lato risultando carente nella caratterizzazione del caporale McBurney (Colin Farrell), assai meno focalizzata rispetto all'identico personaggio interpretato da Eastwood, e dall'altro con una serie di passaggi frettolosi e a vuoto nel finale, che rendono più improbabile e macchinoso il crescendo drammatico della vicenda. Da salvare la fotografia di Philippe Le Sourd, con gli interni illuminati dalle candele e gli esterni con la luce che filtra dai rami del bosco. Ma per il resto, meglio (ri)vedersi la versione del 1971, da cui proviene praticamente tutto, intere battute comprese (come la Coppola abbia avuto il coraggio di farsi accreditare anche come sceneggiatrice, lo sa solo lei).

30 settembre 2017

Venezia e Locarno 2017 - conclusioni

Devo ammettere che quest'anno la rassegna mi ha sorpreso positivamente, anche perché le aspettative erano piuttosto basse, vista la quasi totale assenza di registi noti (con poche eccezioni, come Koreeda, Guédiguian e Maoz). Tante belle scoperte, tanti film stimolanti e spiazzanti, che partendo da soggetti o trame non particolarmente originali hanno saputo offrire variazioni sul tema e sviluppi sempre interessanti. Il meglio è giunto dal Medio Oriente, le cui cinematografie si confermano quanto mai in salute: il libanese "L'insulte", i due israeliani "Longing" e "Foxtrot", e l'iraniano "No date, no signature", soprattutto, sono stati ottimi film, fra i migliori di una rassegna che credo abbia ricevuto da parte mia una delle medie voto più alte di sempre. Molto bene anche "Temporada de caza", "La villa", "Les bienheureux" e "Gatta Cenerentola". Nessuna pellicola nettamente sotto la sufficienza: quelle che però ho apprezzato di meno sono state il melodrammatico thriller "Le fidéle", il pretenziosamente poetico "La nuit où j'ai nagé" e il poco coinvolgente biopic "Nico, 1988". In declino, rispetto a una decina d'anni fa, il cinema dell'estremo oriente, per non parlare di quello italiano ("Gatta Cenerentola" è un'eccezione sotto ogni punto di vista). Riguardo ai temi trattati, ne spiccava uno su tutti: il rapporto fra padri e figli, al centro di titoli come "Lola pater", "Foxtrot", "Longing", "Temporada de caza", "Jusqu'à la garde", e volendo anche "La villa", "La nuit où j'ai nagé", "The third murder" e altri ancora. Diversi i film che parlavano di medici e di ospedali ("Disappearance", "No date, no signature", "Les bienheueux") e di processi ed avvocati ("L'insulte", "The third murder", "Jusqu'à la garde"). E molto affrontato anche il tema del passato e della memoria, che fosse individuale o storico-sociale (ancora "L'insulte", "Les bienheureux", "Foxtrot", "La villa", "Nico, 1988", fra gli altri).

28 settembre 2017

The third murder (Hirokazu Koreeda, 2017)

The third murder (Sandome no satsujin)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2017
con Masaharu Fukuyama, Koji Yakusho
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Lo spregiudicato avvocato Shigemori (Fukuyama) deve occuparsi della difesa di un uomo, Misumi (Yakusho), che si autoaccusa di un delitto. Misumi rischia la pena di morte, in quanto recidivo: ha infatti già scontato trent'anni di carcere per altri due omicidi compiuti in gioventù, per i quali era stato condannato dal padre dello stesso Shigemori, che faceva il giudice. Le attuali circostanze del suo nuovo omicidio restano in parte oscure (a cominciare dalle dinamiche e dal movente), ma scoprire la verità non sembra importare davvero a nessuno: non all'imputato, che continua a cambiare versione, incurante delle possibili conseguenze; e nemmeno all'avvocato, che pensa piuttosto a quale sia la strategia migliore per ottenere la sentenza più mite, a prescindere da come sono andati i fatti. Allontanandosi per una volta dai drammi famigliari a lui consueti (ma solo apparentemente: i rapporti di famiglia assumono un'importanza sempre più elevata, man mano che nuovi dettagli vengono alla luce), Koreeda scrive e dirige un legal thriller dal ritmo lento e dilatato e dai toni freddi e cupi, ambientato d'inverno fra una Tokyo ostile e un Hokkaido innevato (la regione dalla quale provengono entrambi i protagonisti). Anche al regista, a ben vedere, non interessa la ricerca della verità (e pensa che non debba interessare nemmeno allo spettatore): il film è tortuoso, sospeso e ambiguo, con personaggi che mentono e fingono di non avere sentimenti (ma lo fanno per eludere le responsabilità oppure, al contrario, per farsene carico?), e le molte alternative si accavallano, tanto che rischia di perdere la presa sullo spettatore, disorientato e lasciato alla deriva in un limbo esistenziale dove non conta più la ricostruzione dei fatti ma solo trovare qualche appiglio in un labirintico gioco di specchi (a proposito: molto bella l'inquadratura nel finale, quando avvocato e imputato discutono separati da un vetro nel quale i loro due volti si riflettono e si sovrappongono), dove i parallelismi sono fin troppi per pensare a una semplice coincidenza (l'avvocato, l'imputato e la vittima hanno tutti e tre una figlia con la quale hanno in qualche modo smarrito il rapporto; e a legare le tre ragazze ci sono elementi particolari come la capacità di fingere (la figlia dell'avvocato "recita" per trarsi fuori dai guai) o la disabilità (tanto quella di Misumi che quella dell'uomo che ha ucciso zoppicano da una gamba). In più, la pellicola intende stimolare en passant riflessioni sul sistema giudiziario, anche se la questione del rapporto fra giustizia e verità è troppo filosofica per colpire appieno nel segno. Nel cast anche Suzu Hirose (la giovane figlia della vittima), Yuki Saito e Kotaro Yoshida.

27 settembre 2017

Nico, 1988 (Susanna Nicchiarelli, 2017)

Nico, 1988
di Susanna Nicchiarelli – Italia/Belgio 2017
con Trine Dyrholm, John Gordon Sinclair
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Patrizia, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Biopic su Christa Päffgen, in arte Nico, modella, cantante e musa dei Velvet Underground, che nel corso degli anni conobbe, fu amica o ebbe relazioni – fra gli altri – con Alain Delon (padre, mai riconosciuto, di suo figli Ari), Brian Jones, Bob Dylan, Andy Warhol, Lou Reed, John Cale, Jim Morrison e il regista Philippe Garrel, prima di intraprendere una carriera solista (nel campo del gothic rock: fu soprannominata "la sacerdotessa delle tenebre" per la voce cavernosa e le sonorità cupe e inquietanti). Susanna Nicchiarelli, al suo terzo film, sceglie però di raccontare soltanto gli ultimi due anni di vita dell'artista (che morì nel 1988 per un malore mentre andava in bicicletta), ovvero quando era ormai lontana dagli eccessi e dalle glorie del passato. Su spinta del suo nuovo manager (Sinclair), intraprende un tour per l'Europa con esiti altalenanti (assistiamo a un disastroso concerto ad Anzio, fra dipendenza dall'eroina e continui dissidi nel gruppo, e a uno clandestino a Praga, ancora dietro la cortina di ferro), cerca di riavvicinarsi al figlio (cresciuto dalla nonna a Parigi e soggetto a diversi tentativi di suicidio) e in generale di rimettere in ordine la propria vita. Il tutto camminando sul ciglio di quell'abisso che descrive nelle sue canzoni, aggrappandosi al poco che gli resta (la musica, il figlio) e girando sempre con un registratore portatile per cercare di ricatturare il suono che la tormenta da una vita, quello della caduta di Berlino durante la seconda guerra mondiale (all'epoca aveva solo 7 anni: curiosamente, morirà l'anno prima del crollo del muro). Anche se il film fa un buon lavoro nel ritrarre Christa/Nico sullo schermo (mescolando interpretazione artistica e ricostruzione storica) e nel metterne in luce le diverse sfaccettature, fra pregi e difetti (il carattere forte ma anche scostante e indisponente, la fragilità di fondo), non riesce a emozionare più di tanto chi, come me, non conosceva il personaggio né la sua musica. Forse anche perché gran parte dei brani che si sentono non sono quelli originali di Nico, ma sono stati reinterpretati dall'attrice danese Trine Dyrholm e dal gruppo Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, che da sempre firma le colonne sonore dei film della Nicchiarelli. In sala era presente la regista.

La villa (Robert Guédiguian, 2017)

La villa
di Robert Guédiguian – Francia 2017
con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Quando l'anziano padre Maurice (Fred Ulysse) piomba in stato catatonico dopo un ictus, i suoi tre figli si ritrovano insieme per la prima volta dopo molti anni nella villetta dove lui abitava, in un piccolo ex villaggio di pescatori sulla Costa Azzurra (il film è stato girato nella calanca di Méjean, presso Marsiglia). Si tratta di Angèle (Ariane Ascaride), attrice teatrale che da vent'anni vive nel rancore per la morte della figlia Blanche, annegata proprio mentre era con il nonno; di Joseph (Jean-Pierre Darroussin), cinico intellettuale e vecchio militante di sinistra, irrimediabilmente geloso della sua giovane compagna Bérangère (Anaïs Demoustier); e di Armand (Gérard Meylan), che a differenza degli altri due non ha mai abbandonato il villaggio costiero, anche per gestire il ristorante che aveva aperto insieme al padre. Ma il paese, un tempo brulicante di vita, è ormai semideserto, per via della crisi economica e dello scarso appeal verso i più giovani (mentre i vecchi muoiono o, addirittura, scelgono di suicidarsi). Tuttavia, il doloroso viaggio nel passato, dopo le prime difficoltà e incertezze, si rivela proficuo per i tre fratelli, che riusciranno a superare i propri traumi e le incomprensioni, scoprendo nuovi amori o nuove ragioni di vita. Una pellicola che forse è la summa di tutto il cinema di Guédiguian: riflessioni nostalgiche sulla famiglia, la società e la politica, con riferimenti all'attualità (ci sono militari che pattugliano le coste in cerca dei migranti che sbarcano clandestinamente) ma anche e soprattutto al passato. Il tutto un po' macchiato, nel finale, da una scontata retorica umanista: tuttavia, la buona costruzione dei personaggi (in alcuni di loro, anche solo per certi tratti, non è difficile immedesimarsi), le ottime interpretazioni e la suggestiva ambientazione (il piccolo villaggio nella baia ricorda diversi paesi della Liguria) lo rendono ben più che gradevole. Alla fine, si resterebbe volentieri un po' più a lungo insieme a loro. Nel cast anche Yann Trégouët (Yvan, il vicino di casa), Jacques Boudet e Geneviève Mnich (i suoi anziani genitori) e Robinson Stévenin (Benjamin, il pescatore che si innamora di Angèle).

Angels wear white (Vivian Qu, 2017)

Angels wear white (Jia nian hua)
di Vivian Qu – Cina 2017
con Wen Qi, Zhou Meijun
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

La giovanissima Mia (Wen Qi) lavora in un albergo in una piccola città costiera. Siamo fuori stagione: ma una notte, mentre sostituisce una collega alla reception, giunge in hotel un uomo con due bambine di dodici anni in sua custodia. L'uomo si approfitterà di loro, e l'unica testimone che potrebbe incastrarlo è proprio Mia, che lo vede entrare nella stanza delle bambine grazie alle videocamere di sorveglianza. Ma nel timore di essere licenziata e cacciata via (non ha documenti ed è un'immigrata clandestina), non dice nulla alla polizia... Al secondo film, Vivian Qu intende riflettere sulla donna oggetto (esemplare la gigantesca statua di Marilyn, nella celebre posa di "Quando la moglie è in vacanza", che si erge sulla spiaggia della località balneare) e vittima di una società maschilista, impotente di fronte ai soprusi e alle prepotenze di chi, con la forza o il denaro, è in grado di fare quel che vuole. Le vittime, infatti, non sono soltanto le due bambine – una delle quali, la taciturna Wen (Zhou Meijun), è protagonista della pellicola al pari di Mia: anche se le due non condividono quasi mai la stessa scena, sono legate da oggetti (la parrucca bionda) e da luoghi (la spiaggia, il parco giochi, la statua di Marilyn), oltre che dal tema dell'infanzia negata – ma le donne in generale: si pensi anche alla collega di Mia, la receptionist ufficiale dell'albergo (Peng Jing), sedotta, picchiata e abbandonata dal suo ragazzo delinquente; o all'avvocatessa (Shi Ke) che si prende a cuore il caso di abuso, il cui successo nel portare alla luce la verità viene vanificato dalla corruzione imperante dei potenti. Il film, seppure un po' schematico (anche nella sua simbologia: vedi gli abiti bianchi che dovrebbero rappresentare la purezza, da quelli delle bambine – gli "angeli" del titolo – a quelli delle spose, ma che spesso significano tutt'altro, come nel caso di Marilyn appunto o del vestito che la stessa Mia indossa per prostituirsi nella scena finale, prima per fortuna di una fuga catartica), ha il pregio di esternare con sincerità il suo dolore e il suo pessimismo, fra dilemmi morali (Mia vorrebbe ricattare il responsabile dello stupro delle due bambine) e la mancanza di facili soluzioni.

25 settembre 2017

Temporada de caza (Natalia Garagiola, 2017)

Stagione di caccia (Temporada de caza)
di Natalia Garagiola – Argentina 2017
con Lautaro Bettoni, Germán Palacios
***

Visto al cinema Palestrina, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Espulso per una rissa dalla scuola di Buenos Aires che frequentava, il giovane Nahuel (Bettoni) – ribelle e indisciplinato – viene spedito dal patrigno ad abitare per un periodo di tempo con il suo vero padre, Ernesto (Palacios), che fa il guardacaccia in Patagonia. Il ragazzo mostra molta ostilità verso il genitore, che non ha mai veramente conosciuto, essendosi separato dalla madre quando lui era ancora piccolo. Ma pian piano il legame fra padre e figlio comincerà a forgiarsi, anche per merito delle battute di caccia (e di sorveglianza del territorio) che effettueranno insieme. Gli scenari naturali, selvaggi e remoti della Patagonia fanno da sfondo al racconto del recupero di un legame che sembrava ormai perso per sempre. E invece, passo dopo passo, Nahuel ed Ernesto impareranno a conoscersi meglio: il padre, abbandonati i primi tentativi autoritari di "domare" la ribellione del ragazzo, lo porterà a condividere il proprio mondo (la scena della prima battuta di caccia insieme, in cui l'uomo lascia addirittura che il figlio abbia la possibilità di sparargli contro, è quanto mai fondamentale); Nahuel, dal suo canto, saprà superare la rabbia e i rancori che lo divorano (per la morte della madre, e per essere stato abbandonato dal padre). Gli scenari e il paesaggio di un luogo "ai confini del mondo" fanno il resto, elevando una storia in fondo semplice a simbolo e metafora di un fondamentale passaggio esistenziale (anche la caccia, da sempre momento di crescita, è un'attività simbolica). La regia è inizialmente nervosa, con ampio uso di camera a mano, quasi a riflettere le turbolenze dell'animo del ragazzo: pian piano, anch'essa si placa. Fotografia (plumbea) e recitazione perfettamente adeguate. Curiosamente, trattandosi di una pellicola così incentrata sullo sviluppo di un legame (maschile) fra padre e figlio (da notare il contrasto con le cinque bambine – tutte femmine – che Ernesto ha dal secondo matrimonio), la regista e sceneggiatrice è una donna.

No date, no signature (Vahid Jalilvand, 2017)

No date, no signature (Bedoune tarikh, bedoune emza)
di Vahid Jalilvand – Iran 2017
con Amir Aghaee, Navid Mohammadzadeh
***1/2

Visto al cinema Palestrina, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Il dottor Nariman (Aghaee), scrupoloso medico legale, urta con l'automobile un motorino, provocando la caduta di un bambino che apparentemente riporta solo qualche escoriazione. La mattina dopo, all'ospedale in cui lavora, scopre però che il bambino, portato lì dalla famiglia, è morto durante la notte. L'autopsia rivela un'intossicazione da botulino, ma il medico non riesce a togliersi l'idea che la vera causa del decesso sia stato proprio l'incidente di cui è responsabile... Complesso dramma sul senso di colpa, con un effetto domino che vede i personaggi lottare con la propria coscienza. Anche il padre del bambino (Mohammadzadeh), infatti, sentendosi responsabile di aver portato a casa della carne avariata, si imbarca in una personale vendetta contro l'uomo che gliel'ha venduta. Il tutto mentre il dottor Nariman chiede l'esumazione della salma per chiarire (almeno a sé stesso), una volta per tutte, cosa è veramente accaduto. Il cinema iraniano ha affrontato spesso i temi della colpa e della responsabilità (fra gli esempi più recenti, mi viene in mente "Melbourne" di Nima Javidi): e qui lo fa con precisione chirurgica, intensità drammatica, fotografia austera e accurata indagine psicologica, trascinando lo spettatore in una tragedia che appare da subito assai complessa e stratificata, venata com'è da dubbi fattuali e da dilemmi morali. E in questa realtà sfuggente e labirintica, con la sua dose di ambiguità, tutte le porte rimangono aperte fino alla fine: i veri giudizi (come la ricerca della verità) sono soprattutto interiori, nell'ambito della propria coscienza. Ottima la regia e gli interpreti.

La nuit où j'ai nagé (D. Manivel, K. Igarashi, 2017)

La nuit où j'ai nagé (Oyogisugita yoru)
di Damien Manivel, Kohei Igarashi – Giappone/Francia 2017
con Kogawa Takara, Kogawa Keiki
**

Visto al cinema Beltrade, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Anziché andare a scuola, un bambino di sei anni si incammina da solo per i paesaggi innevati dell'Hokkaido, con l'intenzione di raggiungere il paese vicino per andare a portare al padre, che lavora al mercato del pesce, il disegno che ha fatto per lui la notte precedente. Una pellicola totalmente senza dialoghi (ma non muta: ci sono musiche e rumori di fondo), su uno spunto semplice e uno scenario quasi da fiaba. Poetica, forse troppo, e sicuramente a rischio di pretenziosità (e di pretestuosità nella scelta di non usare le parole, il che significa mancanza di interazione fra il piccolo protagonista e altri personaggi). Francamente mi sono annoiato, e non bastano immagini e situazioni "carine" (il bambino, i cani, la neve) per fare un film. Fosse stato un cortometraggio, almeno... Tanta essenzialità e il lavoro di sottrazione avrebbero dovuto suggerire anche una durata assai più ridotta (la stessa poesia giapponese, non a caso, favorisce l'haiku più del poema epico). Coproduzione franco-nipponica (come le nazionalità dei due registi), la "Primavera" di Vivaldi nella colonna sonora.

24 settembre 2017

Les bienheureux (Sofia Djama, 2017)

Les bienheureux
di Sofia Djama – Francia/Belgio/Qatar 2017
con Sami Bouajila, Nadia Kaci, Amine Lansari
***

Visto al cinema Centrale, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ambientato ad Algeri nell'arco di una giornata, un film corale per riflettere – attraverso gli sguardi di differenti generazioni – sul tragico passato del paese nordafricano (insanguinato dalla guerra civile), il suo difficile presente (fra i pericoli del terrorismo e la recrudescenza dell'integralismo religioso) e il suo incerto futuro (le cui speranze sono affidate ai più giovani, che sembrano peraltro ancora in cerca di una propria identità, sballottati fra mille contraddizioni). Samir (Sami Bouajila), medico che pratica aborti clandestini, e sua moglie Amal (Nadia Kaci) si recano a trascorrere la serata in casa di amici e poi al ristorante per festeggiare l'anniversario del loro matrimonio. I differenti punti di vista sul loro paese, che a differenza di altri non hanno mai abbandonato nemmeno negli anni più difficili, rischiano di dividerli: la donna, che ha perso ogni speranza in un rapido miglioramento delle cose, vorrebbe che il figlio Fahim (Amine Lansari) lasciasse l'Algeria per andare a studiare in Europa, mentre il marito crede ancora che possa esserci un futuro. Nel frattempo, Fahid bighellona con gli amici Reda (Adam Bessa), che in pieno fervore religioso vorrebbe farsi tatuare sulla schiena una "sura" del Corano, e Feriel (Lyna Khoudri), ragazza ribelle in cerca di autonomia e di libertà, con un tragico passato da dimenticare... Un grande lavoro di scrittura (non a caso la regista e sceneggiatrice, all'esordio, ha studiato letteratura) per una pellicola che riesce a dare voci uniche e credibili a tutti i personaggi, portando alla luce di volta in volta le individualità, le cicatrici nascoste, i sogni e le aspirazioni, le illusioni e la rassegnazione, la rabbia e il desiderio di trasgressione. Il film è infatti sfaccettato, espone diversi punti di vista e mette in scena in problemi e le contraddizioni di un paese che attraversa una fase di profondo cambiamento: in meglio o in peggio, la questione è tutta lì. Ma la cosa certa è che dipenderà dalle nuove generazioni.

Disappearance (Ali Asgari, 2017)

Disappearance (Napadid shodan)
di Ali Asgari – Iran/Qatar 2017
con Sadaf Asgari, Amir Reza Ranjbaran
**1/2

Visto al cinema Centrale, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Una giovane coppia di fidanzati, Hamed e Sara, vaga tutta la notte per le strade della città, fra ospedali, pronto soccorsi e cliniche private, con un "problema" da risolvere, conseguente della loro prima esperienza sessuale. Il guaio è che i due non sono sposati, e per sottoporre la diciannovenne Sara a un'operazione servirebbe l'autorizzazione del marito o del padre. E naturalmente la ragazza non vuol far sapere nulla alla famiglia... Un piccolo film focalizzato su un tema decisamente delicato (in Iran, come in molti paesi islamici, arrivare vergini al matrimonio è una questione d'onore: non a caso sono assai frequenti gli interventi di ricostruzione dell'imene). I ragazzi (ai due protagonisti, nella loro odissea notturna, si aggiungono alcuni amici che cercano di aiutarli) si ritrovano sperduti in un mondo che li respinge, vittime di un sistema sanitario che dà un lato sembra efficiente, moderno e organizzato, ma dall'altro segue ancora regole vecchie e conservatrici, che non prendono in considerazione le esigenze delle giovani coppie e le lasciano in balia delle loro insicurezze e paure. E nel frattempo, mentre le strutture ufficiali compiono questo tipo di interventi solo a fronte di fior di documenti, i medici illegali li praticano clandestimante dietro lauto compenso. La scena finale giustifica l'enigmatico titolo.

Le fidèle (Michaël R. Roskam, 2017)

Le fidèle
di Michaël R. Roskam – Belgio 2017
con Matthias Schoenaerts, Adèle Exarchopoulos
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Gino, detto "Gigi" (Schoenaerts), rapinatore di banche con un'infanzia difficile, si innamora a prima vista di Bénédicte, detta "Bibi", giovane pilota di auto da corsa. I due si fidanzano, anche se lei ignora la vera attività del ragazzo. Tuttavia, quando questa verrà alla luce (con Gino arrestato e rinchiuso in prigione), il loro amore proseguirà nonostante le difficoltà. Una storia d'amore con contorno di criminalità e di colpi bassi del destino, incardinata sul tema della fedeltà e del reciproco fidarsi (alla cieca?) l'uno dell'altro. La pellicola ha parecchi difetti strutturali: da una storia eccessivamente "costruita" (la mano delle sceneggiatore è tutt'altro che trasparente, e viene messa in luce da numerosi elementi: uno su tutti, la paura dei cani da parte di Gino e tutto quello che ne comporta) a una progressione degli eventi che dà la sensazione di assistere a un telefilm a puntate, come se Roskam non sapesse come concludere la vicenda e fosse dunque costretto a portarla avanti più a lungo del dovuto. Francamente, se la prima parte è anche gradevole, con la doppia vita del ragazzo a fare da filo conduttore, la seconda risulta eccessivamente melodrammatica. Di contro, però, ci sono alcune belle scene (la sequenza della rapina sull'autostrada, per esempio, e anche quella della "fuga" di Gino nel finale), e in generale il tema dell'amore che resiste a ogni avversità (comprese le menzogne), che compensano i difetti congeniti del film. A tratti ricorda alcune pellicole di Jacques Audiard ("Il profeta", "Un sapore di ruggine ed ossa").

23 settembre 2017

Longing (Savi Gabizon, 2017)

Longing (Ga'agua)
di Savi Gabizon – Israele 2017
con Shai Avivi, Assi Levi
***

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ariel (Avivi), dirigente d'azienda scapolo e di mezza età, scopre all'improvviso che da una sua relazione di vent'anni prima è nato un figlio, Adam, e che il ragazzo è appena morto in un incidente stradale. Pur non avendolo mai conosciuto, si reca nel paese dove vive la madre per partecipare al funerale. E, incuriosito, comincia a incontrare gli amici del figlio, i compagni di classe e tutti coloro che possono descriverglielo. Forse in cerca di una possibilità di redenzione (Ariel non ha mai voluto un figlio, per paura di non essere un padre all'altezza: e adesso vorrebbe imparare a fare il genitore fuori tempo massimo), l'uomo indaga nella personalità di Adam, scoprendone con soddisfazione e orgoglio i pregi e le qualità artistiche, e con perplessità i difetti. Si immedesima in lui e nella sua storia d'amore per l'insegnante di francese, Yael, per poi fare marcia indietro quando scopre che questa passione non era ricambiata. Si intestardisce nella folle idea di organizzare un "matrimonio fra defunti", facendo "sposare" il figlio con un'altra ragazza morta di recente. E rimane sconvolto dal sapere che Adam ha lasciato una fidanzata incinta, e fa di tutto per convincere la famiglia di lei a non farla abortire... Non tutte queste tante (forse troppe) occasioni di riscatto andranno a buon fine, ma Ariel avrà la possibilità di ripensare alla propria vita e rimettere in discussione le proprie scelte. Curioso film che procede per accumulo, passando da una situazione all'altra come se volesse offrire delle variazioni (a volte malinconiche, a volte paradossali) sul tema del lutto e del rapporto fra un padre e un figlio che non sapeva di avere, e che ormai è troppo tardi per conoscere. In mezzo, anche una scena onirica e surreale quasi felliniana. Decisamente interessante e a tratti spiazzante, il che – in questo caso, visto che i temi trattati erano a rischio di banalità – è un notevole pregio.

Candelaria (J. Hendrix Hinestroza, 2017)

Candelaria
di Jhonny Hendrix Hinestroza – Colombia/Cuba 2017
con Alden Knigth, Verónica Lynn
**1/2

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Nella Cuba del "periodo especial" (come Fidel Castro definì gli anni immediatamente successivi alla caduta del muro di Berlino, quando la dissoluzione dell'Unione Sovietica privò l'isola di gran parte degli aiuti che consentivano ai suoi abitanti di far fronte all'embargo), l'anziana coppia formata da Candelaria (Lynn) e Victor Hugo (Knight) sopravvive con dignità nonostante le difficoltà economiche e materiali. Il casuale rinvenimento di una videocamera, persa da un turista nell'albergo dove Candelaria lavora, porta la coppia a riaccendere la propria vita matrimoniale. I video girati nell'intimità, finiti nelle mani di un ricettatore, faranno faville sul mercato nero: ma la coppia, piuttosto che svendere sé stessa e il proprio amore, preferirà accettare quello che le riserva il destino. Curiosa pellicola romantica su due anziani che riscoprono l'amore dopo gli ottant'anni: oltre ai due personaggi, l'autentica protagonista è L'Avana, con le sue case, le sue strade, i suoi posti di lavoro, la sua musica, i suoi sigari, i suoi abitanti e le grandi difficoltà di un "periodo speciale" di nome e di fatto, finora raramente raccontato al cinema. Fra la povertà e la decadenza c'è energia e vitalità, anche in maniera inaspettata. Il regista è colombiano (notare il misspelling di "Johnny"), ma l'amore per Cuba è evidente da ogni inquadratura, per un film di sentimenti, intimo e delicato, mai sopra le righe anche quando parla di sesso (in questo può ricordare "Harold e Maude").

22 settembre 2017

L'insulte (Ziad Doueiri, 2017)

L'insulte
di Ziad Doueiri – Libano 2017
con Adel Karam, Kamel El Basha
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dal Libano giunge ancora una pellicola sul tema della difficile coabitazione di gruppi etnici o religiosi diversi all'interno dello stesso paese, argomento affrontato molto spesso dal cinema di recente (da "E ora dove andiamo?" a "La donna che canta"). E la didascalia introduttiva, che precisa che le opinioni del regista e dei cineasti non rispecchiano necessariamente quelle del governo libanese, rivela come la questione, a molti anni dalla fine della guerra civile, sia ancora spinosa e delicata. Non a caso: come in tutto il Medio Oriente, in Libano persistono rancori, pregiudizi, intolleranze e astiosità ataviche e viscerali. In questo film, tutto parte da un episodio apparentemente insignificante: ma quella che sembra una banale lite condominiale – sfociata in un pesante insulto – fra l'irascibile meccanico Toni Hanna (Adel Karam) e l'orgoglioso capomastro edile Yasser Salameh (Kamel El Basha), assume connotazioni via via sempre più vaste e pesanti, coinvolgendo dapprima le rispettive comunità (Toni è un militante del partito cristiano, Yasser un profugo palestinese); trasferendosi poi in tribunale, dove a difendere i due protagonisti ci sono rispettivamente il potente avvocato di destra Wajdi Wehbe (Camille Salameh) e la giovane idealista Nadine (Diamand Bou Abboud); e ampliandosi infine a tutto il paese, con proteste nelle strade, vasto spazio sui media, e persino l'intervento dei politici e delle più alte cariche dello stato. Ma proprio quando sembra che l'escalation sia destinata a non avere fine, tirando in ballo ferite nascoste, antichi traumi ed episodi ormai rimossi del tragico passato del paese, i due litiganti scopriranno di avere in comune molto più di quanto credessero. E che i veri motivi alla base della lite non erano certo una grondaia troppo sporgente o qualche parola di troppo... Un film che sorprende man mano che procede, che mescola drammi e sfumature da commedia (i battibecchi fra i due avvocati, che in realtà sono padre e figlia, ricordano quelli di pellicole americane come il classico "La costola di Adamo" con Spencer Tracy e Katharine Hepburn), che sotto la forma del courtroom drama affronta temi sensibili come l'odio razziale, la spirale di vendetta, le atrocità della guerra civile, il tutto mantenendo però il focus sui singoli personaggi con tanto di riflessioni sulla memoria. E proprio dal passato (che va superato ma non dimenticato) e dalle esperienze degli individui, sfrondati dai sovratesti ideologici, potrà nascere la speranza di una riconciliazione. Un film che parte da una piccola storia per lanciare un grande messaggio, decisamente universale (e applicabile a qualsiasi parte del mondo). Magari non particolarmente sofisticato dal punto di vista cinematografico, ma nondimeno perfettamente funzionale ai suoi intenti, e incredibilmente equilibrato nel mostrare le ragioni e le motivazioni di tutti (raggiungendo il culmine con il grido di uno dei due avvocati: "Nessuno ha l’esclusiva sulla sofferenza!"), con una semplicità e un buon senso quasi anacronistico, in ogni caso merce rara oggi nel cinema e nella vita. El Basha ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile.

21 settembre 2017

Gatta Cenerentola (Alessandro Rak, 2017)

Gatta Cenerentola
di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone – Italia 2017
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Anteo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Questo film d'animazione (per adulti) è un'originale rilettura della fiaba omonima di Giambattista Basile (una delle tante versioni, precedente anche a quella di Perrault, di un motivo popolare e diffuso in tutto il mondo). La classica storia di Cenerentola si fonde con un'ambientazione napoletana "fuori dal tempo", che presenta al tempo stesso atmosfere retrò (gli abiti, le acconciature) e fantascientifiche (il meraviglioso setting nella nave iper-tecnologica, dove le continue apparizioni di ologrammi simboleggiano i ricordi e il passato che riaffiora). Il mix di trama fiabesca, dramma famigliare, thriller poliziesco (ci sono gangster e detective) e riflessione sulla tecnologia, stranamente, funziona alla perfezione: così come risultano ben dosate l'animazione (in rotoscope?) e l'uso delle canzoni. I personaggi interpretano ruoli trasfigurati (il Re, la Regina, il Principe), e molti di quelli che dovrebbero essere "secondari" (si pensi alla matrigna o anche al re cattivo) sono più approfonditi e caratterizzati psicologicamente della protagonista stessa. Alcune variazioni della storia come la conosciamo dalle tante rappresentazioni che abbiamo visto al cinema o al teatro, per esempio il fatto che le sorellastre siano sei, provengono in realtà proprio dalla versione di Basile. Rak e compagni ci aggiungono tocchi e sfumature personali (una delle sorellastre è un maschio) e temi "moderni" (la malavita e il traffico di droga, il degrado di Napoli, le opportunità perdute). Ottima la confezione; un deciso passo in avanti rispetto al precedente lavoro di Rak, "L'arte della felicità", che non aveva lo stesso spessore. Fra i doppiatori: Massimiliano Gallo, Maria Pia Calzone, Alessandro Gassman. Al lungometraggio era abbinato un corto, "Simposio suino in re minore", dai toni miyazakiani (maiali parlanti, case che camminano), opera di Francesco Filippini.

Jusqu'à la garde (Xavier Legrand, 2017)

Jusqu'à la garde
di Xavier Legrand – Francia 2017
con Denis Ménochet, Léa Drucker
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Antoine e Miriam, divorziati, sono in lotta per l'affidamento del figlio undicenne Julien. Il padre chiede l'affido condiviso, la madre vorrebbe negarglielo perché lo accusa di essere violento. In effetti anche il bambino (così come l'altra figlia Josephine, ormai diciottenne) sembra temere il padre: ne ha ben donde, o è stato solo "plagiato" dalla madre? Per gran parte della sua durata, il film ci lascia nel dubbio, fino a una scena finale quanto mai intensa e drammatica. Al suo esordio come regista, Xavier Legrand mostra uno sguardo attento alle sfumature, sfrondato dall'inessenziale, con una giusta dose di ambiguità iniziale e che poi si focalizza sempre più: fra coniugi rancorosi, bambini spaventati, bugie e sotterfugi, ne risulta uno spaccato di vita drammatico e realistico, anche se amaro e sgradevole. Ottime le prove degli attori (impressionante in particolare Thomas Gioria nei panni del piccolo Julien), forse però esagerato il Leone d'Argento per la miglior regia che ha ricevuto a Venezia. Prima di passare dietro la macchina da presa, Legrand ha avuto trascorsi da attore (aveva esordito da bambino, sul set di "Arrivederci ragazzi" di Louis Malle).

Foxtrot (Samuel Maoz, 2017)

Foxtrot
di Samuel Maoz – Israele/Germania/Francia 2017
con Lior Ashkenazi, Sarah Adler
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

I coniugi Michael (Ashkenazi) e Daphna Feldman (Adler) ricevono all'improvviso la tremenda notizia che loro figlio Jonathan (Yonaton Shiray), soldato di leva, è morto in circostanze non precisate. Naturalmente ne sono distrutti, l'uomo soprattutto... Ma non tutto è come sembra. Con questa "tragedia in tre atti", girata con uno stile personale e interessantissimo, Maoz (già vincitore del Leone d'Oro nel 2008 con "Lebanon", e le cui esperienze passate di soldato hanno evidentemente influenzato fortemente i lavori fin qui realizzati) ha conquistato a Venezia il Gran Premio della Giuria. La pellicola è divisa in tre parti, con la prima e l'ultima – dai toni drammatici e realisti – che mostrano le reazioni dei genitori, e quella intermedia – con un carattere surreale e sospeso, quasi alla Kaurismäki (o addirittura alla Fellini) – ambientata invece presso il posto di blocco nel deserto dove Jonathan svolge il suo lavoro di soldato. Qui, in mezzo al nulla, il ragazzo è protagonista di un segmento quasi da teatro dell'assurdo: il container dove dorme sprofonda nel fango, inclinandosi ogni giorno di più, mentre le poche auto e i cammelli di passaggio rappresentano gli unici momenti di fuga da una routine quasi alienante. Il posto di blocco è chiamato in codice "Foxtrot": ma proprio come il ballo da cui prende il nome, i personaggi e le loro vicende girano fino a tornare al punto di partenza. Emozioni, desideri, dolori e gioie si rincorrono lasciando l'una il posto alle altre, e il passato del padre si rispecchia in quello del figlio e viceversa. Un film sicuramente strano, a più facce, che mescola il dramma alla parabola filosofica, correndo il rischio di scontentare lo spettatore ma offrendogli in cambio una notevole qualità nella messa in scena (la regia è impeccabile e geometrica), nella recitazione (esaltata dai primissimi piani dei volti) e nella sceneggiatura (con un approccio originale e personale ai temi del lutto, della guerra, del rapporto fra padri e figli).

20 settembre 2017

Lola pater (Nadir Moknèche, 2017)

Lola pater
di Nadir Moknèche – Francia/Belgio 2017
con Fanny Ardant, Tewfik Jallab
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Alla morte della madre, il giovane Zino (Jallab) cerca di rintracciare il padre Farid, di cui non ha notizie da venticinque anni. Scoprirà che ha cambiato sesso, e che ora si fa chiamare Lola (Ardant). L'improvviso ritorno del padre nella sua vita sarà difficile, così come accettarlo come tale, nonostante entrambi siano in qualche modo legati alla musica e all'arte (Zino fa l'accordatore di pianoforti, Lola insegna danza del ventre). Due temi forse poco originali (il rapporto fra padre e figlio, la transessualità), che si sovrappongono solo a tratti, per un film assai garbato, che compensa la scontatezza e la prevedibilità con una narrazione misurata e comunque credibile (persino in quel paio di scene che sembrano quasi obblicatorie, ovvero la prima reazione di Zino alla rivelazione di Lola – "Io sono tuo padre", alla "Star Wars" – e il tentato suicidio di questa). La lenta accettazione del ragazzo nei confronti del padre si rispecchia nelle scene con il gatto della madre, che dopo la morte della donna Zino ha preso con sé e di cui inizialmente vorrebbe sbarazzarsi, ma che finisce poi col tenere. Molto rimane sospeso e in superficie, e gli argomenti sono esposti ma mai veramente affrontati, forse anche perché la sceneggiatura si divide fra i due protagonisti, osservandoli dal di fuori anziché scegliere coraggiosamente il punto di vista di uno dei due. In ogni caso, una pellicola delicata e gradevole, ben diretta e recitata: sorprendente, in particolare, la Ardant. Nel cast anche Nadia Kaci (la zia Rachida) e Lubna Azabal (la madre di Zino). Nella colonna sonora spicca un brano di Vivaldi dalla "Andromeda liberata".

Madame Hyde (Serge Bozon, 2017)

Madame Hyde
di Serge Bozon – Francia 2017
con Isabelle Huppert, Romain Duris
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

La timida signora Géquil (Huppert), insegnante di fisica dal carattere debole e insicuro, è costantemente derisa e umiliata dagli studenti del suo liceo. Ma un incidente in laboratorio cambierà le cose, rendendola più audace e sicura di sé. In classe saprà farsi rispettare, riuscendo persino a far interessare allo studio e alla sua materia l'alunno più problematico di tutti, Malik (Adda Senani). Di notte, però, andrà in giro per le strade della città trasformata in una vera e propria "donna di fuoco", capace di incenerire chiunque... Strana rilettura de "Il dottor Jekyll e Mister Hyde" al femminile: fra le cose buone c'è la prova della Huppert, eccezionale come al solito; di contro, si fatica un po' a comprendere il senso del film, anche perché il tono semi-comico (con macchiette come Roman Duris nei panni del preside gaffeur) fa a pugni con i temi sociali (le difficoltà degli insegnanti nelle scuole di periferia, l'integrazione, l'importanza dello studio). Per chi già conosce già il testo di Stevenson (già portato molte volte e con mille varianti sul grande schermo) ci sono ben poche sorprese. E l'esposizione (con tanto di soluzione didascalica) di un paio di esercizi di geometria sembra fuori luogo. José Garcia è il marito "casalingo", Guillaume Verdier lo stagista.

19 settembre 2017

Venezia e Locarno 2017

Quest'anno il programma della rassegna dei film provenienti dalla Mostra di Venezia è un po' deludente. E non solo perché manca il vincitore del Leone d'Oro, "The Shape of Water" di Guillermo del Toro (trattandosi di un film hollywoodiano, c'era da aspettarselo: lo recupererò in sala). Sono assenti praticamente tutti i lavori di registi che abitualmente seguo (da Aronofsky a Kitano) ma anche diversi premiati e alcuni dei titoli che hanno riscosso i maggiori plausi della critica (Kechiche e McDonagh in primis). Fra i film in concorso, vedrò almeno i lavori di Koreeda, Maoz e dell'esordiente Legrand. Fra le sezioni collaterali (e fra i film provenienti da Locarno o da altri festival), dovrò pescare un po' "a naso", sperando di scegliere bene.

17 settembre 2017

Paris, Texas (Wim Wenders, 1984)

Paris, Texas (id.)
di Wim Wenders – Germania/Francia/GB 1984
con Harry Dean Stanton, Nastassja Kinski
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina, per ricordare Harry Dean Stanton.

Un uomo esce camminando dal deserto, al confine fra Messico e Stati Uniti. Si tratta di Travis (Harry Dean Stanton), muto e forse smemorato, che da quattro anni era sparito misteriosamente. A recuperarlo, per ricondurlo alla civiltà, si fionda suo fratello Walt (Dean Stockwell), pubblicitario di Los Angeles che nel frattempo, insieme alla moglie Anne (Aurore Clément), ne ha allevato il figlio Alex (Hunter Carson) come se fosse il suo. Anche la moglie di Travis, Jane, non dà infatti più notizie di sé. Una volta rimessolo in sesto, Walt porta il fratello a casa con sé per fargli incontrare suo figlio, che ormai ha quasi otto anni: e nonostante le fatiche iniziali, lentamente l'uomo riesce a recuperare il rapporto con lui. Al punto che quando Travis decide di partire nuovamente, stavolta per rintracciare la moglie, il bambino sceglierà di accompagnarlo. Travis troverà Jane (Nastassja Kinski) a fare la spogliarellista in un peep show di Houston, e i due avranno una lunga conversazione chiarificatrice mentre stanno dai lati opposti di una parete a finto specchio... Da un soggetto di Sam Shepard, con una sceneggiatura improvvisata durante le riprese cui hanno collaborato lo stesso Wenders e L.M. Kit Carson, il padre dell'attore che interpreta il bambino (al momento di iniziare a girare, infatti, lo script era solo a metà), uno dei film più fortunati e popolari del regista tedesco, che gli valse la Palma d'Oro al Festival di Cannes. In esso prosegue e giunge a compimento il suo viaggio alla scoperta degli Stati Uniti, delle sue atmosfere e dei suoi luoghi (anche cinematografici: si pensi a John Ford). Proprio gli ampi spazi dell'America, dai deserti della Momument Valley alle strade sconfinate, dai panorami urbani delle colline di Los Angeles fino ai grattacieli di Houston, sono esaltati dalla fotografia iperrealista e colorata di Robby Müller, ma soprattutto sono abitati da personaggi con una grande umanità e con una storia da raccontare.

I temi del viaggio e del movimento, della ricerca di sé e del rapporto con il proprio passato, tipicamente wendersiani, sono attuati attraverso le relazioni familiari (quelli fra fratelli di Walt e Travis, quelli fra padre e figlio di Travis e Alex – che nella versione originale si chiamava Hunter, come il piccolo attore che lo interpreta – e infine quelli di coppia fra Travis e Jane) e mai soffocati da una bellezza formale (la regia, le inquadrature, i movimenti di macchina, la suddetta fotografia) che semmai incornicia lo struggente racconto. Questo passa dall'avventura on the road al dramma esistenziale, sfuggendo le trappole della retorica e del manierismo anche quando affronta argomenti "rischiosi" come il desiderio di ritrovare un'unità familiare andata perduta: e la caratterizzazione dei vari personaggi, con le loro insicurezze, li rende quando mai vivi e memorabili. La pellicola è facilmente divisibile in tre sezioni, come se si trattasse di tre film diversi, ciascuna con le sue regole e il suo ritmo: quella dell'incontro e del viaggio di Travis con il fratello Walt, quella a Los Angeles del recupero del rapporto con il figlio, e infine quella a Houston della ricerca e del confronto con Jane: la scena clou è naturalmente l'ultima, il lungo colloquio attraverso l'interfono nel peep show, che dura oltre venti minuti e in cui finalmente anche Nastassja Kinski (in precedenza vista solo in foto e nelle brevi scene di un filmino Super8 proiettato a casa di Walt) ha la sua occasione di brillare. È in questa scena, fra l'altro, che veniamo finalmente a conoscenza degli antefatti della vicenda: non attraverso un flashback mostrato sullo schermo, ma solo dai lunghi e intensi monologhi dei due personaggi. Il titolo della pellicola proviene da una località nel Texas in cui i genitori di Travis e Walt si sono conosciuti e in cui Travis ha acquistato un lotto di terreno: a dire il vero è un po' pretestuoso, visto che i personaggi non vi si recano mai e se ne vede uno squallido scorcio solo in fotografia (il che fece infuriare gli abitanti di quella cittadina). Cameo di John Lurie nei panni del gestore del peep show. Molto bella la colonna sonora acustica (con la steel guitar) di Ry Cooder.