30 settembre 2016

Venezia e Locarno 2016 - conclusioni

Come fortunatamente è capitato spesso di recente, mi sento di poter dire che il Leone d'Oro di questa edizione del festival di Venezia è stato attribuito al film che effettivamente lo meritava più di tutti (almeno a giudicare da quelli visti in questa rassegna: mi manca da guardare "Jackie" di Larraín, di cui si è detto un gran bene). "The woman who left" di Lav Diaz è stato probabilmente il titolo più interessante di un programma in cui non sono mancati i buoni film: su tutti, "Animali notturni" di Tom Ford, "Frantz" di François Ozon, "Les Ogres" di Léa Fehner (da Pesaro) e "Godless" di Ralitza Petrova (da Locarno). Tra i peggiori invece Wenders ("Les beaux jours d'Aranjuez") e Cianfrance ("La luce sugli oceani"). Da notare la forte presenza di registe donne: oltre alle citate Fehner e Petrova, anche la Smoczyńska ("The Lure"), la Schrader ("Stefan Zweig") e la Woodworth ("Un re allo sbando"). Il tema più frequentato è stato senza dubbio quello della vendetta, assolutamente centrale in molte pellicole ("The woman who left", "Animali notturni", "I magnifici sette", fra gli altri). Molti anche i film che parlavano di scrittori ("Stefan Zweig", "Animali notturni", "Les beaux jours d'Aranjuez") e in generale del rapporto fra realtà e finzione ("Frantz", "Les Ogres"). Dal punto di vista tecnico, si è notato un forte ricorso all'estetica e alle caratteristiche del cinema del passato: il bianco e nero ("The woman who left", "Frantz", "Paradise") e persino il formato 4:3 ("Une vie", "Godless", ancora "Paradise"). Numerosi film mi sono cresciuti dopo la visione, e non escludo di rivedere alcuni giudizi, correggendo impressioni e voti elargiti a caldo.

28 settembre 2016

The woman who left (Lav Diaz, 2016)

The woman who left (Ang babaeng humayo)
di Lav Diaz – Filippine 2016
con Charo Santos-Concio, John Lloyd Cruz
***

Visto al cinema Anteo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dopo aver trascorso trent'anni in carcere per un crimine che non aveva commesso, Horacia viene liberata e scopre che suo marito è morto e suo figlio è disperso. Per vendicarsi di Rodrigo, l'uomo che l'aveva fatta imprigionare ingiustamente, si reca nella città dove questi risiede, con l'intenzione di ucciderlo. Ma Rodrigo fa parte di una famiglia ricca, potente e corrotta, e gira sempre con le sue guardie del corpo. Mentre attende l'occasione giusta per avvicinarlo, Horacia si traveste, cambia nome, acquista una pistola, ed entra in contatto con la gente del posto, in particolar modo con i più derelitti: il "gobbetto" venditore ambulante di balut (uove fecondate e bollite); la giovane senzatetto sciroccata che inveisce contro i "demoni"; il travestito epilettico in cerca di autodistruzione; le famiglie che vivono nelle baracche. Come una sorta di eroe notturno ("Chi sei, Batman?"), Horacia si divide fra i propositi di vendetta (che la tengono lontana dai figli: non solo Junior, disperso chissà dove – a un certo momento il film ci lascia quasi sospettare che possa trattarsi del travestito Hollanda – e che solo alla fine della pellicola si metterà a cercare, finendo peraltro col girare in tondo; ma anche Minerva, la figlia minore, che nel frattempo ha messo su famiglia) e la propria pulsione al bene e alla gentilezza, grazie alla quale diventa una vera figura salvifica per l'umanità ai margini della società che abita in questa città oscura, proletaria e violenta, funestata dai disordini, dai sequestri e dalle ingiustizie, dove solo i potenti possono frequentare la chiesa (che il "cattivo" si chiami come l'attuale e controverso presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, forse non è un caso) e dove il mito di figure come Madre Teresa di Calcutta e la Principessa Diana si fonde con il vissuto quotidiano. Lav Diaz, come sempre, gira in bianco e nero, senza colonna sonora (se si eccettuano le canzoni intonate dagli stessi personaggi: indicativa "Somewhere" da "West Side Story", con cui Horacia cerca di instaurare un rapporto affettivo con Hollanda), con camera fissa e senza movimenti di macchina, con inquadrature lunghe e ritmo lento: fa eccezione una sola, unica sequenza, quella in cui Horacia giunge sulla spiaggia in cerca di Hollanda, che significativamente si svolge proprio in contemporanea all'uccisione di Rodrigo, il momento clou della vicenda, alla quale tanto la protagonista quanto noi spettatori non possiamo assistere. Il Leone d'Oro meritatamente vinto a Venezia, dopo il Pardo conquistato due anni fa a Locarno con "From what is before", giunge finalmente a dare notorietà (e una possibile distribuzione in sala) all'opera di un cineasta unico nel suo genere e sicuramente meritevole di attenzione, anche se le sue scelte stilistiche sembrano fatte apposta per tener lontano il grande pubblico. Qui, paradossalmente, siamo di fronte a uno dei suoi film più accessibili, con una trama anche piuttosto lineare: fra Dumas ("Il conte di Montecristo") e Tolstoj ("Dio vede quasi tutto, ma aspetta"), la pellicola si propone come un revenge movie con tutti i crismi. E nonostante le quasi quattro ore di durata, il metraggio è anche sotto la media dei lavori di Diaz (le cui pellicole hanno raggiunto talvolta anche le 10 ore!).

27 settembre 2016

La luce sugli oceani (D. Cianfrance, 2016)

La luce sugli oceani (The light between oceans)
di Derek Cianfrance – USA/Australia/NZ 2016
con Michael Fassbender, Alicia Vikander
*1/2

Visto al cinema Plinius, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Reduce dagli orrori della prima guerra mondiale e in cerca di solitudine, il taciturno Tom Sherbourne (Michael Fassbender) si trasferisce a vivere come guardiano del faro su un isolotto al largo della costa dell'Australia, insieme alla giovane moglie Isabel (Alicia Vikander). Questa, sconvolta dalla perdita di due figli nati morti, insisterà per tenere per sé la neonata giunta fin lì su una barca a remi, insieme al cadavere del padre, convincendo il marito a seppellire l'uomo e a non dire nulla dell'accaduto, facendo credere a tutti che si tratti di loro figlia. Ma quattro anni più tardi, quando scoprirà che la madre della bambina (Rachel Weisz), che abita nel villaggio sull costa di fronte, ancora piange la scomparsa della figlia, Tom si farà prendere dai sensi di colpa e lascerà che la verità venga a galla, a costo di pagarne le conseguenze... Dal romanzo d'esordio di M. L. Stedman, un drammone strappalacrime sui temi della colpa, del perdono e dell'espiazione. A una prima parte intrisa di romanticismo patinato, e a una sezione centrale che riesce effettivamente a risultare intensa, con i dilemmi morali che sconvolgono la coscienza di Tom, segue una parte finale che rovina tutto con il suo melodramma esasperato e artificioso, e una sceneggiatura che cerca in tutti i modi (e fin troppo scopertamente) di provocare emotivamente lo spettatore. Il risultato è un polpettone stucchevole e retorico, al quale concorrono persino gli scenari naturali (il mare, il vento, i tramonti) e le musiche di Alexandre Desplat, per non parlare della bambina bionda che gioca sull'erba. Ottimi comunque i tre protagonisti.

26 settembre 2016

Un re allo sbando (Brosens, Woodworth, 2016)

Un re allo sbando (King of the Belgians)
di Peter Brosens, Jessica Woodworth – Belgio 2016
con Peter Van den Begin, Lucie Debay
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Mentre si trova a Istanbul in visita ufficiale, il re del Belgio Nicolas III (Van den Begin) viene a sapere che la Vallonia ha dichiarato indipendenza dalle Fiandre, dividendo il paese in due. Un'inopportuna tempesta solare mette fuori uso le comunicazioni e i voli: e al sovrano, accompagnato dal suo entourage (il valletto Carlos, il direttore del protocollo Ludovic e la responsabile delle pr Louise), non resta che tentare un avventuroso ritorno in patria via terra, attraverso i Balcani, per di più sotto falso nome per sfuggire ai servizi segreti turchi che non intendono fargli lasciare il paese e causare così un incidente diplomatico. Il tutto viene ripreso dalla videocamera di un documentarista, che intende mostrare il lato umano del re. Simpatico e stralunato road movie che parte da uno spunto di fantapolitica per riflettere sul futuro dell'Europa, sul ruolo della monarchia, sull'autodeterminazione dei popoli, sul distacco fra la gente e le istituzioni, ma anche sulla scoperta di sé stessi. Ma se le peripezie del sovrano sono divertenti, e lui stesso si ritrova cambiato grazie al contatto con la gente comune mentre attraversa la Bulgaria, la Serbia e l'Albania, alla resa dei conti il film non riesce a graffiare in profondità, con una satira all'acqua di rose che ben si sposa con la comicità "sospesa" tipica del Nord Europa. Al terzo loro film che vedo, non riesco ancora a farmi un'idea chiara del cinema della coppia Brosens-Woodworth: di pellicola in pellicola (e a volte anche all'interno di uno stesso film) i registri cambiano in continuazione, passando dal realismo al surreale, dal comico al drammatico, dal simbolico al documentario. Qui, complice anche un attore che fisicamente gli assomiglia, mi è venuto da pensare a Pif e ai suoi viaggi (nel programma "Il testimone") alla scoperta di mondi e persone lontane.

Les Ogres (Léa Fehner, 2016)

Les Ogres (id.)
di Léa Fehner – Francia 2016
con Marion Bouvarel, Marc Barbé
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Viaggiando di paese in paese con la loro carovana di roulotte, una compagnia itinerante di attori teatrali mette in scena uno spettacolo circense ispirato alle opere di Cechov, in particolare a "L'orso". Ma amori, litigi, rancori, problemi familiari e sentimentali generano in continuazione ostacoli e difficoltà da superare. Vivace e turbolento film corale ispirato a esperienze personali e autobiografiche (la regista proviene da una famiglia di teatranti, e nella pellicola recitano anche i suoi genitori e la sorella Inès), costruito per accumulo su una serie di episodi che si susseguono (e non tutti trovano risoluzione): un'attrice si infortuna in un incidente e deve essere sostituita da Lola (Lola Dueñas), ex amante del capo della compagnia, François (François Fehner). La scelta manda in crisi la relazione fra François e la moglie Marion (Marion Bouvarel), oltre che quella con la figlia Inès (Inès Fehner), che abbandona la tournée in collera con lui. Nel frattempo il problematico Déloyal (Marc Barbé) è depresso e devastato per aver perso un figlio, anni prima, per leucemia: e non lo consola nemmeno il fatto che la sua attuale compagna, Mona (Adèle Haenel) sta per dargli un altro bambino. Il connubio fra arte e vita, dove il caos degli spettacoli si confonde con quello dietro le quinte, è l'humus per una pellicola ricca e disordinata, pantagruelica e sfaccettata, che per lunghi tratti gira a casaccio (come la vita vera, in fondo), lasciando che i personaggi attraversino numerose crisi, prima di concludersi con una nuova nascita che ricompatta finalmente il gruppo. Come gli "Orchi" del titolo, i teatranti sono affamati di molte cose: cibo, sesso, amore, arte, vendetta, emozioni ed esperienze di ogni genere. Girato nel 2014 ma uscito solo due anni dopo, il film (il secondo della Fehner) non proviene dal festival di Venezia ma da quello di Pesaro, dove ha vinto i premi della critica e del pubblico.

Paradise (Andrei Konchalovsky, 2016)

Paradise
di Andrei Konchalovsky – Russia/Germania 2016
con Christian Clauss, Yuliya Vysotskaya
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Folgorato dai discorsi di Hitler, il giovane e idealista aristocratico tedesco Helmut (Clauss) vende tutte le sue proprietà e si arruola nelle SS. Divenuto ufficiale, in un campo di concentramento ritroverà Olga (Vysotskaya), la contessa russa di cui si era innamorato anni prima, ora imprigionata per aver tentato di salvare due bambini ebrei. I personaggi rievocano la propria storia – e di riflesso quella della guerra, del nazismo e dell'olocausto – attraverso una serie di interviste nell'aldilà, dopo la loro morte, di fronte a un giudice invisibile (collocato dal nostro lato della macchina da presa, proprio come in "Rashomon"). Oltre a Helmut e Olga, a raccontarci le vicende c'è anche Jules (Philippe Duquesne), il poliziotto francese collaborazionista che ha arrestato la donna. Intenso, commovente ma anche ruffianamente russofilo, il film di Konchalovsky ha il pregio di mostrare l'orrore da diversi punti di vista e per mezzo di figure che si trovavano sui lati opposti della barricata, illustrandone aspirazioni, prospettive, timori, incertezze, pregi e difetti, superando la semplicistica divisione fra buoni e cattivi e mostrandoli per quello che sono: esseri umani (Olga che cede alle avances del suo aguzzino, per esempio, oppure Helmut che mette in crisi le basi su cui poggia la teoria del Superuomo). Se alla fine le porte del paradiso (quello "vero") si aprono ovviamente solo per Olga, il personaggio costruito meglio e più a tutto tondo è quello di Helmut, con il suo desiderio di vedere costruire dal nazismo "un paradiso per i tedeschi, un paradiso tedesco in terra", e poco importa se per molti altri questo significa invece l'inferno (una delle prigioniere nel campo di concentramento recita i versi dell'Inferno di Dante prima di morire). Il film, che ha vinto a Venezia il premio per la regia, è girato in bianco e nero, in formato 4:3 e ovviamente in più lingue (tedesco, russo, francese: ma c'è anche un breve flashback in Italia, con la canzone "Parlami d'amore Mariù" come sottofondo nostalgico). Il tutto contribuisce a evocare tanto cinema del passato (per dirne una, Olga con la testa rasata assomiglia alla Giovanna d'Arco di Dreyer).

25 settembre 2016

Animali notturni (Tom Ford, 2016)

Animali notturni (Nocturnal Animals)
di Tom Ford – USA 2016
con Jake Gyllenhaal, Amy Adams
***1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Susan (Amy Adams), gallerista in carriera, paga con l'infelicità e l'insonnia le scelte del passato: anni prima aveva sacrificato l'amore vero e romantico in favore del successo e della volgarità. Ora, in piena crisi esistenziale e personale, riceve inaspettatamente dall'ex marito Edward (Jake Gyllenhaal), da lei abbandonato e di cui non aveva notizie da vent'anni, le bozze di un romanzo, "Nocturnal animals", dedicato proprio a lei. Si tratta all'apparenza di un thriller, che racconta l'odissea di un uomo in cerca di vendetta dopo che un gruppo di sbandati gli ha stuprato e ucciso la moglie e la figlia. Ma fra le righe è una rilettura del rapporto fra i due ex coniugi. Di ritorno al cinema a sette anni di distanza dal suo primo film ("A single man"), lo stilista Tom Ford adatta un romanzo di Austin Wright e realizza una pellicola stratificata e intrisa di significati, di emozioni e di pathos, con cui indaga il malessere dell'America mettendo in scena due mondi che sembrerebbero distanti anni luce: quello di finzione, ambientato nelle desolate e desertiche pianure del Texas, dove i cellulari non prendono e la densità urbana e quasi inesistente; e quello di Los Angeles, la città dove vive e lavora Susan, che fra feste, kermesse e inaugurazioni non dorme mai, dove tutti conoscono tutti e i cellulari seguono in ogni istante la vita delle persone (c'è chi lo usa per tenere sott'occhio i bambini 24 ore su 24). A legarli c'è lo stesso senso di angoscia, di impotenza, di solitudine, oltre a tanti piccoli particolari (il protagonista del romanzo è un uomo "debole", o comunque accusato di essere tale, proprio come Edward nel mondo reale). Ma che il vero fil rouge sia quello della vendetta (reale o simbolica che sia) è suggerito, ben prima delle due scene finali (quella del romanzo e quella della "realtà"), da piccoli segnali (come il quadro nella galleria d'arte, acquistato da Susan senza nemmeno ricordarsene, che riporta a caratteri cubitali proprio la parola "Revenge"). O forse, più che vendicarsi, Edward cerca solo un modo per comunicare tutto il suo dolore. Regia e fotografia impeccabili, con atmosfere a tratti lynchiane. Nell'ottimo cast anche Michael Shannon (il detective Andes), Aaron Taylor-Johnson, Isla Fisher, Armie Hammer e Laura Linney, più un Martin Sheen che spiega a Susan: "il nostro mondo è molto meno doloroso del mondo reale".

Pets - Vita da animali (Renaud, Chene, 2016)

Pets - Vita da animali (The secret life of pets)
di Chris Renaud, Yarrow Chene – USA 2016
animazione digitale
**

Visto al cinema Ducale, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Cosa fanno gli animali domestici mentre i loro padroni sono fuori di casa? Aspettano fedelmente il loro ritorno, certo. Ma bazzicano anche con gli amici, organizzano feste con gli altri animali del circondario e vivono straordinarie avventure come quella raccontata in questo film. Il jack russel Max è costretto a dividere il suo appartamento con il nuovo – e "ingombrante" – arrivato Duke, metticio appena giunto dal canile. I continui battibecchi fra i due li portano a smarrirsi per le strade di New York: e per sfuggire agli accalappiacani, finiscono con l'incrociare la strada di un bizzarro gruppo di animali – guidati dal coniglietto Nevosetto (Snowball in originale) – che vivono clandestinamente nelle fogne e progettano una "rivoluzione armata" contro la razza umana. Al loro salvataggio si lanciano gli amici del condominio di Max, a partire dalla pomerania bianca Gidget, di lui segretamente innamorata. Trama e dinamiche fra i personaggi (la dicotomia fra animali domestici e selvatici, i due rivali che finiscono poi col diventare amici, lo smarrimento e il lungo viaggio per tornare a casa, lo stesso rapporto fra pets e padroni) sono tutt'altro che originali, anzi sono stati visti e rivisti mille volte in altri film (da "Lilli e il Vagabondo" agli "Aristogatti", per restare sul classici dell'animazione; ma innegabili sono i paralleli anche con "Toy Story"). Gli studi Illumination, diventati celebri per la serie "Cattivissimo Me" (e il fortunato spin-off "Minions"), non vi aggiungono seconde letture come avrebbe probabilmente fatto la Pixar, ma solo inseguimenti, capitomboli e comicità slapstick: il target è decisamente infantile, ma il roller-coaster (a volte nonsense) garantisce il divertimento. A condire il tutto, la simpatia e la caratterizzazione (basilare pure questa) dei tantissimi personaggi di contorno: dal gruppo di amici di Max (che comprende anche una gatta cinica e pigra, un bassotto, un carlino, e persino un parrocchetto, una cavia e un falco!) agli improbabili membri della gang di Nevosetto (un maiale tatuato, capace anche di guidare l'automobile, un alligatore, un bulldog con museruola e una vipera, fra gli altri), per non contare quelli meno coinvolti nell'azione (mitico Leonardo, il barbone che – all'insaputa del suo raffinato proprietario – ama la musica heavy metal). Scena cult: la visita alla fabbrica di wurstel.

Stefan Zweig: A farewell to Europe (M. Schrader, 2016)

Stefan Zweig: A Farewell to Europe (Vor der Morgenröte)
di Maria Schrader – Germania/Francia/Austria 2016
con Josef Hader, Barbara Sukowa
**

Visto al cinema Apollo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Attraverso sei capitoli, girati per lo più in piano sequenza, il film racconta gli anni dell'esilio di Stefan Zweig in Sudamerica. Dal congresso internazionale del PEN Club a Buenos Aires nel 1936, alle visite nelle piantagioni di canna da zucchero in Brasile; da una breve permanenza a New York durante un rigido inverno, al trasferimento a Petrópolis, ancora in Brasile, nel 1941; fino al suicidio, insieme alla moglie, nel febbraio del 1942. Ne esce un fedele ritratto dello scrittore austriaco di origine ebrea, costretto a lasciare la patria per le persecuzioni naziste, e che, pur innamorandosi del Brasile (descritto come "il paese del futuro") e tentando a suo modo di abbracciare il cambiamento (una nuova moglie, una nuova casa, nuovi amici, persino un nuovo cane), non riuscì a sopravvivere alla perdita del proprio mondo e di quella vecchia Europa cui apparteneva e alla cui cultura era immensamente legato (tanto da evocare un'era in cui il continente avrebbe vissuto in pace, "senza più confini o passaporti"). Ben girato e interpretato, il film si limita ad accostare fatti (per quanto relativi a piccoli episodi, a volte triviali, come ricevimenti, incontri con amici o parenti, visite, riflessioni), lasciando che la figura dello scrittore emerga dalla quotidianità e non dai grandi eventi, senza dare interpretazioni o giudizi morali. Anche se è evidente la simpatia verso il personaggio, di cui si rappresentano anche le convinte idee sul ruolo dell'intellettuale nella società, a partire dalla riluttanza di lasciarsi coinvolgere in crociate populiste o politiche. Il suo limite, forse, è di essere una pellicola fine a sé stessa, più interessante per chi conosce già la figura di Zweig che non per uno spettatore casuale.

24 settembre 2016

Godless (Ralitza Petrova, 2016)

Godless (Bezbog)
di Ralitza Petrova – Bulgaria 2016
con Irena Ivanova, Ivan Nalbantov
***

Visto al cinema Apollo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

L'infermiera Gana accudisce a domicilio anziani infermi e ne approfitta per derubarli dei loro documenti d'identità, che poi smercia sul mercato nero grazie a un complice e a un ufficiale di polizia corrotto. La sua vita è triste, senza amore, degradata e degradante. Ma la sua coscienza comincia a vacillare quando il complice uccide per un "incidente" una delle vecchiette. "Voglio amare", afferma Gana, "ma non posso", rendendosi conto che i propri sentimenti e la propria empatia non sono del tutto scomparsi ma soltanto anestetizzati dalle avversità della vita e dallo squallore che la circonda. Per un breve istante sembra che possa trovare una sorta di redenzione attraverso la musica: entra infatti a far parte di un coro che intona canti sacri sotto la direzione di uno dei suoi pazienti, un insegnante di musica in pensione che era stato un perseguitato politico durante gli anni del comunismo. In questo mondo cupo e disperato, però, non c'è possibilità di fuga. Il titolo, Bezbog ("Senza Dio"), è il nome di una montagna locale, quella su cui sono ambientate la scena iniziale del film (che va collocata in realtà nel finale, e che mostra che per Gana ormai non c'è più scampo) e quella conclusiva (che invece rivela come anche per il cattivo, ovvero il poliziotto corrotto, sia in serbo una vendetta divina...). Come molti film dell'est europeo (si pensa subito a "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni" di Mungiu), la regista mette in scena uno spaccato di vita durissimo e intenso, girando nel formato 4:3 per aumentare il senso di chiusura e di claustrofobia e trascinando lo spesttatore a forza, volente o nolente, nel degrado che circonda personaggi che hanno il gelo nel cuore (la storia si svolge d'inverno, e non poteva essere altrimenti). Ottima l'attrice protagonista. Il film ha vinto il Pardo d'Oro al Festival di Locarno.

23 settembre 2016

The Lure (Agnieszka Smoczyńska, 2015)

The Lure (Córki dancingu)
di Agnieszka Smoczyńska – Polonia 2015
con Marta Mazurek, Michalina Olszańska
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Tre musicisti di un night club incontrano sulla spiaggia due giovani sirene che li affascinano con la loro voce. Portate a terra, le due sorelle diventano ben presto gli idoli del cabaret grazie a numeri di canto e ballo estremamente provocanti. Quando sono sulla terraferma, Oro e Argento (questo il loro nome) hanno l'apparenza di due normali ragazze (anche se prive di vagina!): non appena vengono bagnate con l'acqua, però, si ritrasformano in sirene. Quando Argento si innamora del giovane chitarrista Mietek, Oro la mette in guardia: se il ragazzo dovesse tradirla, lei si trasformerà in schiuma del mare, a meno che non lo divori prima dell'alba (le sirene sono infatti cannibali). Curiosa rilettura della fiaba della "Sirenetta" di Andersen in chiave horror-musicale, dove però il kitsch e il grottesco (pur presenti) non sovrastano mai lo spessore psicologico e i sentimenti dei personaggi. Soprattutto la caratterizzazione delle due sirene è da manuale: tanto Oro è una seduttrice/predatrice seriale, che si "nutre" (letteralmente) degli uomini e delle donne che le cadono ai piedi, tanto Argento è invece sinceramente innamorata di Mietek, al punto da scegliere di cambiare sé stessa per lui (si fa trapiantare da un chirurgo la parte inferiore di un corpo umano) e infine di sacrificarsi pur di non fargli del male. Il contesto del locale notturno, con spettacoli musicali e di strip tease (in stile anni ottanta), aggiunge colore alla pellicola, graziata anche da numeri musicali e da coreografie quanto mai surreali, acide e sopra le righe. Un film insolito, bizzarro, assolutamente metaforico (le sirene sono un'astrazione, o magari un'allegoria: la perdita dell'innocenza, la scoperta del sesso e del vizio, la trasformazione del corpo con l'arrivo dell'età adulta). La regista l'ha definito "una storia di coming-of-age, parzialmente autobiografica", visto che sua madre lavorava proprio in un night club.

Les beaux jours d'Aranjuez (W. Wenders, 2016)

Les beaux jours d'Aranjuez
di Wim Wenders – Francia/Germania 2016
con Reda Kateb, Sophie Semin
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno (in 3D), con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Per portare sullo schermo un testo teatrale dell'amico Peter Handke (che fa un breve cameo durante il film, così come il cantante Nick Cave), Wenders sceglie di ricorrere al 3D, di cui evidentemente è ormai innamorato: scelta alquanto bizzarra, visto che la pellicola essenzialmente mostra soltanto due persone intente in una conversazione attorno a un tavolo e la terza dimensione sembra dunque superflua. Nel contesto, il regista immagina che uno scrittore (Jens Harzer), nella sua casa di campagna, al tempo stesso crei ed assista al dialogo fra i due personaggi, un uomo (Kateb) e una donna (Semin) che parlano di amore, sesso, vita e morte mentre siedono sulla veranda della villa, immersi nella natura e nel vento dell'estate. I due sono senza nome, simboleggiano forse gli uomini e le donne di tutto il mondo e di tutti i tempi: ma l'analogia principale è quella con Adamo ed Eva e il giardino dell'Eden (non a caso sul tavolo spicca, in bella vista, una mela rossa). Se la cornice ha il suo fascino, difficile è però rimanere concentrati e seguire con interesse il dialogo filosofico ed esistenzialista che si sviluppa fra i due personaggi di finzione, che fra domande e risposte, osservazioni e ricordi, accompagnano lo spettatore in un viaggio che – a parte alcuni passaggi più o meno indovinati – lascia alla fine il tempo che trova e dà l'impressione di non essere andato da nessuna parte. Nel frattempo il cagnolino della coppia si fa i fatti suoi, dal jukebox dello scrittore risuonano canzoni e ballate (fra cui "Into my arms", del citato Cave), la malinconia legata alla fine dell'estate (o del mondo?) sovrasta tutti. Alquanto esile, come se Wenders avesse avuto fra le mani il testo da portare in scena, abbia pensato giusto a un contesto e abbia voluto aggiungere il 3D per dare almeno un po' di "spessore". L'Aranjuez del titolo è la località spagnola dove il re iberico aveva una residenza estiva, con vasti giardini e ricchi orti, e di cui si rimpiange la perdita: un altro giardino dell'Eden, a suo modo.

22 settembre 2016

Une vie (Stéphane Brizé, 2016)

Une vie
di Stéphane Brizé – Francia/Belgio 2016
con Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin
**1/2

Visto al cinema Ariosto, con Sabrina e Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Fedele adattamento de "Una vita", il primo romanzo di Guy de Maupassant (di cui cerca di riprodurre il realismo amaro ma anche la profonda sensibilità), il film segue la storia di Jeanne, giovane aristocratica, dalla fine dell'adolescenza alla vecchiaia. La ragazza, che all'inizio dell'ottocento abita con i genitori nel castello di famiglia in Normandia, va in sposa al giovane Julien, che però – dopo i primi momenti di platonico romanticismo – la tradirà più volte: dapprima con la domestica Rosalie, e poi con una vicina di casa. Ucciso dal marito di quest'ultima, Julien non lascia a Jeanne che un figlio, Paul, sul quale la donna trasferisce morbosamente tutti i suoi affetti, rendendolo viziato e inconcludente. A causa dei continui debiti di Paul, che nel frattempo si è trasferito in Inghilterra, Jeanne finisce col perdere tutti i suoi averi. Ma proprio quando la depressione e la follia sembrano avere la meglio su di lei, trascinata in una spirale di eventi sempre più negativi, l'inatteso arrivo di una nipotina consente di concludere la vicenda su una nota più lieta. Come spiega la rediviva Rosalie, tornata in tarda età ad accudire la sua padrona, "la vita non è mai tutta buona o tutta cattiva come si dice". Girato in formato 4:3 con macchina a mano e inquadrature quasi sempre strette, angosciante e dal ritmo lento (ma proprio il continuo senso di angoscia, figlio della disillusione e della decadenza, lo salva dall'essere tedioso), il film non è di facile visione e a volte sintetizza in pochi istanti interi anni di vita, per lasciare invece spazio in altri momenti ai ricordi e alle illusioni. E proprio come la vita di Jeanne, una volta concluso e ripensandolo nel suo insieme, ci si accorge del suo autentico valore, anche come ritratto di un personaggio femminile costretto a barcamenarsi in un mondo che sta cambiando, vittima di persone e soprattutto di meccanismi sociali contro i quali non ha armi a disposizione. Fra i momenti per diversi motivi più memorabili, il dialogo di Jeanne con il parroco che vorrebbe convincerla a rivelare la verità sul tradimento del marito, e l'istante in cui la ragazza legge le lettere della madre dopo la sua morte. Da sottolineare inoltre il tema della terra, dalle cure verso l'orto che la ragazza apprende dal padre ad accudire, al prezioso valore delle fattorie di famiglia, che le danno sostentamento e la cui perdita rappresenta il punto di non ritorno. La colonna sonora si appoggia su alcune composizioni del clavicembalista settecentesco Jacques Duphly.

21 settembre 2016

I magnifici sette (Antoine Fuqua, 2016)

I magnifici sette (The magnificent seven)
di Antoine Fuqua – USA 2016
con Denzel Washington, Chris Pratt
**

Visto al cinema Orfeo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Remake del classico western di John Sturges del 1960, che a sua volta era una rilettura de "I sette samurai" di Akira Kurosawa: ma sembra che ad ogni passaggio la materia trattata perda di spessore e di significato. Ciò che resta in questa versione è soltanto lo spettacolo, che pure soddisfa e non manca a tratti di epica: ma i personaggi hanno una caratterizzazione basilare, quando non monodimensionale (si pensi al cattivo, cattivissimo), spariscono i temi sociali, la struttura monolitica non dà più spazio agli episodi marginali (dai quali proveniva gran parte della caratterizzazione dei personaggi secondari, i contadini in primis), e si finisce con lo stravolgere anche il concetto di fondo, quello dei guerrieri che combattono per una causa non loro. Qui il leader dei sette ha invece un conto in sospeso con il capo dei nemici, e dunque si batte per la propria vendetta e non per semplice senso di giustizia. Come nella più recente tradizione hollywoodiana "ecumenica" (o, se vogliamo, improntata al politically correct), i sette protagonisti sono quanto mai diversi etnicamente: abbiamo un nero (influenze tarantiniane?), il cacciatore di taglie Sam Chisolm (Denzel Washington), ex soldato nordista; l'irlandese alcolizzato, estroverso e giocatore d'azzardo Josh Faraday (Chris Pratt); l'ex cecchino sudista e cajun Goodnight Robicheaux (Ethan Hawke), in preda ai fantasmi del passato; il sicario asiatico Billy Rocks (Lee Byung-hun), abile con le lame; il fuorilegge messicano Vasquez (Manuel Garcia-Rulfo); il trapper di montagna e cacciatore di orsi Jack Horne (Vincent D'Onofrio); il guerriero comanche Red Harvest (Martin Sensmeier). Che persone come queste, nonostante i tanti dissidi storici e sociali che li dovrebbero separare (il nordista e il sudista, il texano e il messicano, l'indiano e il cacciatore), si mettano insieme così facilmente e si fidino l'uno dell'altro quasi senza conoscersi è alquanto improbabile: il comanche è addirittura un pellerossa incontrato letteralmente per caso! Le caratteristiche che identificano i personaggi sono appena abbozzate, non hanno alcun seguito (l'alcolismo di Faraday) o vengono usate in maniera esclusivamente funzionale (la crisi di Robicheaux), quando non servono semplicemente ad aiutare lo spettatore a distinguere un personaggio dall'altro (l'indiano, l'orientale, il trapper...: poco più che stereotipi). Gli unici altri personaggi con un ruolo chiave sono il cattivo Bartholomew Bogue (Peter Sarsgaard), spietato uomo d'affari che intende impadronirsi della miniera d'oro che si trova sotto il terreno dei contadini (ed è ironico come nei "Magnifici sette" originale si scherzasse proprio sul fatto che nel villaggio ci fosse un giacimento d'oro, cosa naturalmente non vera), ed Emma (Haley Bennett), la ragazza che arruola i sette eroi (ma lo fa di propria iniziativa, non su decisione della comunità: e naturalmente sarà lei a sparare il colpo decisivo contro il nemico). È invece completamente assente la "scheggia impazzita", il personaggio di rottura che nel film di Kurosawa era Toshiro Mifune e in quello di Sturges era (in versione già attenuata) Horst Buchholz. Nel complesso il cast non deve sprecarsi troppo, visto che la sceneggiatura non lo richiede e la regia pare attenta solo a rendere al meglio le scene d'azione. D'altronde, a questo siamo di fronte: un film d'azione, che su questo piano alza pure la posta (i nemici da affrontare sono cinque volte tanti rispetto al 1960), e ciò nonostante fatica a far percepire l'eroismo o il dramma del sacrificio. In ogni caso, l'intrattenimento per due ore non manca, e chi è in astinenza di cinema western potrà anche dichiararsi soddisfatto. Da segnalare il ripescaggio di due o tre frasi del film originale ("Spesso mi hanno offerto molto, ma mai tutto", "Se Dio non avesse voluto che li tosassimo, non ne avrebbe fatto delle pecore", "Fino a qui tutto bene") nonché del celebre tema musicale, relegato però ad aprire i titoli di coda come una sorta di omaggio nostalgico.

20 settembre 2016

Frantz (François Ozon, 2016)

Frantz (id.)
di François Ozon – Francia/Germania 2016
con Paula Beer, Pierre Niney
***

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina, Marisa, Daniela e Federica, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Siamo nel 1919: la prima guerra mondiale si è conclusa da poco, lasciando profonde ferite in tutta Europa. In un villaggio della Germania giunge il giovane francese Adrien per posare fiori sulla tomba di Frantz, soldato tedesco rimasto ucciso al fronte. Anna, l'inconsolabile promessa sposa di Frantz, e i genitori di questi lo accolgono in casa propria, dove Adrien racconta di essere stato amico del ragazzo durante il suo soggiorno a Parigi. E la sua sola presenza riesce a rasserenare gli animi, quasi sostituendo Frantz nel cuore dei suoi cari, tanto che i genitori cominciano a considerarlo come un figlio, e ad auspicare un suo matrimonio con Anna. Ma la verità è ben diversa, e solo Anna ne viene a conoscenza... Fotografato in un elegante bianco e nero (il colore irrompe solo nei momenti dei ricordi – veri o fasulli che siano – e in quei brevi istanti dove la gioia di vivere e la felicità tornano ad avere la meglio sul dolore e il tormento), Ozon rilegge "L'uomo che ho ucciso" (Broken Lullaby), film di Ernst Lubitsch del 1932 (a sua volta tratto da una pièce di Maurice Rostand), costruendo un melodramma antibellico che, gira e rigira, torna sui temi a lui cari dell'ambiguità e del rapporto fra realtà e finzione (con la scrittura, in questo caso le lettere di Anna ai genitori, che contribuisce alla creazione di una realtà immaginaria), con echi talvolta di "Jules e Jim", de "Il nastro bianco" e di "Heimat". Il personaggio di Frantz (a proposito: il nome stesso è un ponte fra i due mondi, quello tedesco e quello francese), sensibile, pacifista, amante dell'arte, torna a rivivere in Adrien, di cui anche Anna non può che innamorarsi, nonostante nasconda un terribile segreto. E proprio l'arte (la musica di Chopin, le poesie di Verlaine, i quadri di Manet), oltre all'amore, fornisce ai personaggi un appiglio per tenerli ancorati al mondo, nonostante gli impulsi di morte. Lo sfondo storico mostra le conseguenze della guerra su entrambi i fronti, il dolore per i caduti, il cieco risentimento verso il "nemico": interessanti a questo proposito le situazioni simmetriche che Adrien e Anna si trovano a vivere quando visitano l'uno il paese dell'altra (vengono visti con sospetto, o con malcelato odio, e sono testimoni del risentimento e dei rigurigiti nazionalisti del "nemico", come nelle scene in cui assistono a inni e canti nelle osterie). Intenso a livello psicologico, forse nella seconda parte il film concede un po' troppo al melodramma, per riprendersi però nel finale. Bravi i due giovani interpreti (Niney sembra un Adrien Brody giovane, e il suo personaggio ha pure lo stesso nome; la Beer ha vinto a Venezia il premio Mastroianni per la miglior attrice emergente). La scena dell'incontro fra Adrien e Frantz nella trincea riporta alla mente la canzone di Fabrizio De Andrè "La guerra di Piero".

19 settembre 2016

Venezia e Locarno 2016

Si apre oggi a Milano la consueta rassegna dei film di Venezia (e Locarno). Oltre al titolo che ha vinto il Leone d'Oro, il fluviale "The woman who left" del filippino Lav Diaz (del quale avevo già apprezzato due anni fa l'ancora più lungo "From what is before"), prevedo di guardare i lavori di François Ozon, Wim Wenders, Andrei Konchalovsky, Tom Ford, la coppia Brosens-Woodworth (che aspetto al varco dopo "La quinta stagione"), più altri spiluccicati qua e là, sperando in gradite sorprese. Fra i titoli più interessanti che erano in concorso ma che mancano in questa rassegna, si segnalano invece i film di Larraín, Kusturica, Villeneuve e l'acclamato musical "La La Land": pazienza, alcuni di questi usciranno sicuramente in sala nei prossimi mesi.

17 settembre 2016

Il tempo si è fermato (John Farrow, 1948)

Il tempo si è fermato (The big clock)
di John Farrow – USA 1948
con Ray Milland, Charles Laughton
***

Visto in divx.

Il giornalista George Stroud (Ray Milland), direttore della rivista di criminologia pubblicata dal magnate della stampa Earl Janoth (Charles Laughton), viene incaricato da quest'ultimo di rintracciare lo sconosciuto che ha trascorso la sera precedente in giro per la città con la sua amante Pauline (Rita Johnson). Quello che Janoth non sa, è che l'uomo che cerca è lo stesso Stroud. Ma quello che Stroud non sa, è che Janoth ha ucciso Pauline e intende far ricadere la colpa sul misterioso individuo... Da un romanzo di Kenneth Fearing – che sarà poi adattato, cambiandone il contesto, anche nel 1976 ("Police Python 357" di Corneau) e nel 1987 ("Senza via di scampo" di Donaldson) – un thriller ad altissima tensione, soprattutto nella seconda parte, che si svolge interamente nell'edificio che ospita la casa editrice di Janoth. Costui, pignolo, esigente e ossessionato dal tempo e dagli orologi, è interpretato da un grandissimo – come al solito – Laughton (con i baffi!): e proprio in un gigantesco orologio, quello che dà il titolo originale alla pellicola, si svolge una delle scene chiave della vicenda. La sceneggiatura a incastro presenta numerosi elementi ed indizi che acquisteranno importanza solo in seguito (il fazzoletto, il quadro, la meridiana, l'attore). Accanto a classici temi del noir (la caccia all'uomo, la dark lady perditrice, l'innocente accusato ingiustamente) c'è spazio per una (pur vaga) analisi e satira del mondo moderno (i mass media, l'importanza del tempo). Attorno ai protagonisti si muove tutta una serie di comprimari caratterizzati alla perfezione da attori memorabili: dai vari testimoni che quella sera hanno visto George in compagnia di Pauline (l'antiquario, i baristi... e su tutti l'eccezionale Elsa Lanchester nei panni della svampita pittrice Louise Patterson, in grado di donare tocchi di comicità anche alle scene di maggior suspence) ai colleghi di Stroud che lo aiutano a indagare su sé stesso, fra cui il critico d'arte Klausmeyer (Harold Vermilyea). Maureen O'Sullivan è la moglie di George; George Macready è Hagen, il braccio destro di Janoth; Harry Morgan è la sua silenziosa e inquietante guarda del corpo.

16 settembre 2016

If only (Gil Junger, 2004)

If only (id.)
di Gil Junger – GB 2004
con Paul Nicholls, Jennifer Love Hewitt
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dopo aver assistito alla morte della fidanzata Samantha (Hewitt) in un incidente stradale, il giovane manager londinese Ian (Nicholls) scopre, al risveglio, di avere la possibilità di rivivere l'intera giornata. Ne approfitterà per compiere scelte diverse, nella speranza di cambiare le cose, trascorrendo momenti preziosi insieme alla ragazza e imparando finalmente il vero significato dell'amore. Da uno spunto a metà strada fra "Ricomincio da capo" e i film di Frank Capra, una pellicola che – idea iniziale a parte – non sfugge dai cliché del genere romantico, caratterizzazione dei protagonisti compresa. Almeno fino al finale, che giunge in un certo senso inaspettato: peccato che tanto la sceneggiatura quanto la regia sprechino l'occasione senza chiudere adeguatamente il cerchio o mostrare consapevolezza da parte di Ian, vanificando di fatto l'elemento soprannaturale e riducendolo a un semplice gimmick. Gradevole a tratti, soprattutto nella prima parte, ma incapace di decollare e, alla resa dei conti, del tutto dimenticabile. Tom Wilkinson è il tassista misterioso. La canzone di Samantha è stata composta e cantata dalla stessa Hewitt.

14 settembre 2016

Bullet in the head (John Woo, 1990)

Bullet in the head (Die xue jie tou)
di John Woo – Hong Kong 1990
con Tony Leung Chiu-wai, Jackie Cheung, Waise Lee
***1/2

Rivisto in DVD.

1967: i tre amici Ben (Leung), Frankie (Cheung) e Paul (Lee), costretti a fuggire da Hong Kong dopo una bravata di troppo, si rifugiano nel Vietnam sconvolto dalla guerra, dove sperano di fare fortuna con il contrabbando. Ma gli orrori cui assisteranno li cambieranno profondamente e faranno perdere loro l'innocenza. Pur di impadronirsi di una cassa piena d'oro, infatti, Paul non esiterà a sparare a Frankie, lasciandogli una pallottola nel cranio che lo renderà un reietto: e Ben, sopravvissuto a modo suo alla guerra, si vendicherà. Da uno script inizialmente pensato per "A better tomorrow 3" (i dissidi fra il regista e il produttore Tsui Hark ne arrestarono però la lavorazione, e Hark dirigerà poi il prequel per proprio conto), forse il capolavoro di John Woo: meno iconico di "The killer" o dello stesso "A better tomorrow", ma ad altissimo impatto emotivo e sicuramente il suo film più personale, faticoso ("È il mio Apocalypse Now!", ha dichiarato il regista) oltre che – strano ma vero – parzialmente autobiografico. Spettacolare e adrenalinico, melodrammatico come nella miglior tradizione del cinema hongkonghese, ma anche assai duro e a tratti terribile, nonostante l'intensità e la lunghezza delle scene d'azione (da ricordare l'irruzione nella casa del boss vietnamita; la fuga dal campo di prigionia dei Vietcong; e naturalmente la sanguinosa resa dei conti finale in auto al porto di Hong Kong) il film non perde mai di vista i suoi elementi più umani: parla essenzialmente di amicizia, illusioni e tradimento, temi peraltro da sempre al centro delle opere di Woo. Al fianco di tre attori uno più bravo dell'altro, perfettamente a loro agio nel ritrarre le tre figure tragiche al centro della storia (Ben, il più gentile e sensibile; Frankie, il più avventato e giocoso; Paul, il più materialista e senza scrupoli), c'è anche un carismatico Simon Yam nei panni nel killer franco-cinese Luc, che aiuta i nostri eroi a barcamenarsi a Saigon. Yolinda Yam è la cantante Sally, mentre Woo si concede un cameo nel ruolo del poliziotto che va a cercare Ben per arrestarlo. Sia Cheung che Lee avevano già lavorato con il regista, rispettivamente in "The killer" e in "A better tomorrow", mentre per Leung (che tornerà in "Hard boiled") e Yam era la prima volta. Importante la collocazione temporale: la discesa all'inferno dei tre protagonisti parte da lontano, da quando crescono insieme nella Hong Kong degli anni sessanta, fra amori, risse, cronici problemi di soldi e sogni di fuga. Erano anni difficili, con la colonia britannica sconvolta da proteste, scioperi e guerriglia urbana (significativo il parallelo, nella mente di Ben, con la guerra in Vietnam). Quando l'azione si trasferisce a Saigon, la musica non cambia, anzi peggiora. E il culmine della tensione si raggiunge nella scena del campo di prigionia (con evidenti echi de "Il cacciatore"), dove i prigionieri sono costretti a uccidersi fra loro. Grande lo sforzo produttivo, almeno per gli standard hongkonghesi (all'epoca si trattò del film più costoso mai girato nella colonia), anche per via della ricostruzione storica. Le scene ambientate in Vietnam sono state girate in Thailandia, e Woo aggiunse alcune sequenze che richiamano le proteste di piazza Tienanmen. Del lungometraggio esistono varie versioni, di durata differente: in particolare quella con un finale alternativo, più secco e immediato, nel quale Ben uccide Paul nella sala riunioni (viene a mancare così il sanguinoso inseguimento in auto, una delle scene più spettacolari del cinema di Woo, con Paul che si rivolge al cranio di Frank come una sorta di Amleto folle, mentre il montaggio richiama le struggenti immagini del passato e della spensierata amicizia di un tempo).

13 settembre 2016

Le colline blu (Monte Hellman, 1966)

Le colline blu (Ride in the whirlwind)
di Monte Hellman – USA 1966
con Jack Nicholson, Cameron Mitchell
*1/2

Visto in TV.

"Visto che dovete girare un film, perché non ne girate due?": queste le parole che il finanziatore Roger Corman disse al regista Monte Hellman, che si apprestava a cominciare le riprese del cult western "La sparatoria". Seguendo il suo consiglio, Hellman approfittò della disponibilità di attori e location per realizzare di seguito anche "Le colline blu". Tre mandriani (fra i quali spicca un giovane Jack Nicholson, anche sceneggiatore) vengono scambiati per i banditi che hanno assaltato una diligenza, e come tali inseguiti e braccati da uno sceriffo e dai suoi vigilantes. Solo uno riuscirà a sopravvivere. Rispetto al film gemello si tratta di un western meno atipico, anche se comunque più duro e realistico della media, dove la distinzione fra il bene e il male è praticamente inesistente. I protagonisti, pur essendo innocenti, sono costretti a compiere nefandezze – prendere una famiglia di coloni in ostaggio, rubarne i cavalli e ucciderne il patriarca – pur di scampare alla caccia da parte di tutori della legge intenzionati prima a impiccarli e poi a chiedere spiegazioni. Peccato che il basso budget e l'improvvisazione generale si vedano tutti. Poco dopo la fine delle riprese, i luoghi dove il film fu girato vennero ricoperti da un lago artificiale. Millie Perkins è la figlia del colono ucciso, Harry Dean Stanton (con benda sull'occhio) è il capo dei banditi.

11 settembre 2016

La sparatoria (Monte Hellman, 1966)

La sparatoria (The shooting)
di Monte Hellman – USA 1966
con Warren Oates, Millie Perkins
**1/2

Visto in divx.

Due minatori, l'ex cacciatore di taglie Willet Gashade (Warren Oates) e il sempliciotto Coley (Will Hutchins), vengono ingaggiati da una donna misteriosa (Millie Perkins) affinché le facciano da guida attraverso il deserto. Ai tre si aggiungerà Billy Spear (Jack Nicholson), uno spietato pistolero, anch'egli assoldato dalla donna. Ben presto diventa chiaro che lo scopo del viaggio è quello di raggiungere un uomo in fuga, e che la donna ha qualcosa da vendicare... Prodotto dal leggendario Roger Corman e girato nell'arco di tre sole settimane, un western enigmatico e non convenzionale, diventato presto un film di culto pur non avendo mai avuto una regolare distribuzione in sala, almeno in patria (apparve invece in televisione). Gran parte del suo fascino dipende dal mistero e dal non detto della situazione, dai paesaggi lunari e desertici e dal finale rapido e spiazzante. Nonostante il basso budget a disposizione (si tratta a tutti gli effetti di un B-movie), Hellman riesce a costruire tensione e spessore in un mondo autoreferenziale e fuori dall'ordinario, spoglio ed essenziale (i critici l'hanno paragonato al teatro di Beckett), potendo contare su un montaggio disorientante (opera dello stesso regista) e sulle musiche spettrali di Richard Markowitz. Su suggerimento di Corman, approfittando di attori e location a disposizione, Hellman e Nicholson girarono in contemporanea anche un secondo western, "Le colline blu".

9 settembre 2016

Swimming pool (François Ozon, 2003)

Swimming Pool (id.)
di François Ozon – Francia/GB 2003
con Charlotte Rampling, Ludivine Sagnier
**1/2

Rivisto in divx.

La scrittrice inglese Sarah Morton (Rampling), scostante e solitaria, si reca in Francia per trascorrere qualche giorno da sola nella villa di campagna del suo editore John (Charles Dance), nella speranza di ritrovare l'ispirazione. Qui è però raggiunta all'improvviso dalla figlia di John, la spigliata e disinibita Julie (Sagnier), che sconvolge la sua vita con una ventata di giovinezza e sensualità (fa il bagno nuda nella piscina della villa, porta a casa ogni notte un uomo diverso). Sarah è disturbata e attratta al tempo stesso dall'ingombrante presenza della ragazza, e all'ostilità iniziale si sostituisce una morbosa curiosità: non può fare a meno di spiarla, ne copia le pagine del diario e ben presto la trasforma nella protagonista del nuovo libro che sta scrivendo. Ma è tutta realtà oppure, come l'improvvisa (e improbabile) svolta "gialla" suggerisce, soltanto frutto della sua fantasia? Il finale spiazzante dà la risposta e rivela la reale portata dell'immaginazione della scrittrice (già intravista in precedenza nei suoi sogni, nei quali coinvolge – oltre a Julie – anche un aitante cameriere del vicino villaggio e il vecchio giardiniere della villa). Da uno spunto esile, Ozon trae un thriller ambiguo e sofisticato che non lascia indifferente lo spettatore, grazie alla suspense e alla consueta attenzione alla psicologia dei personaggi. Il tema, evidentemente caro al regista francese (visto che tornerà nei successivi "Angel" e "Nella casa"), è quello del labile confine fra realtà e finzione, e in particolare dello scrittore che si ispira alla realtà, inglobandola nei propri libri e sostituendo l'immaginazione alla vita vera. Entrambe le interpreti avevano già lavorato con Ozon: la Rampling in "Sotto la sabbia", Ludivine in "Gocce d'acqua su pietre roventi" (anche lì a seno nudo) e "8 donne e un mistero".

7 settembre 2016

Getaway! (Sam Peckinpah, 1972)

Getaway! (The getaway)
di Sam Peckinpah – USA 1972
con Steve McQueen, Ali MacGraw
**1/2

Rivisto in DVD.

Il rapinatore di banche Carter "Doc" McCoy (McQueen) esce in prigione grazie agli auspici del potente e corrotto uomo d'affari Jack Benyon (Ben Johnson), che lo incarica di effettuare un nuovo colpo per conto suo. Quando però scopre che l'intenzione è quella di eliminarlo, Doc fugge con il bottino insieme alla moglie Carol (MacGraw), cercando di attraversare il Texas e di raggiungere il confine con il Messico, inseguito dall'ex complice Rudy (Al Lettieri), dagli uomini di Benyon e dalla polizia, che lo ritiene l'unico responsabile della rapina. Una sceneggiatura di un giovane Walter Hill (da un romanzo di Jim Thompson) per un thriller on the road con la coppia Steve McQueen-Ali MacGraw protagonista assoluta, due coniugi che nonostante le molte difficoltà, i tranelli della caccia all'uomo e i tradimenti incrociati (il ruolo di Rudy è particolarmente ambiguo: lavora per Benyon o per proprio conto?) riescono a restare uniti fino al termine. Il lieto fine è insolito per una pellicola di Peckinpah e forse anticlimatico, ma per una volta ci può stare (il romanzo di Jim Thompson prevedeva un'ultima scena surreale e allegorica che McQueen volle eliminare). Fra i tanti momenti di tensione, da ricordare la fuga con il fucile e la sparatoria finale nell'albergo di El Paso. Resta impresso anche il personaggio di Rudy, un cattivo con un volto da poliziottesco italiano e venature sadiche (evidente nel rapporto con la coppia di veterinari che prende in ostaggio, interpretati da Jack Dodson e Sally Struthers). Roy Jenson è il fratello di Benyon, Richard Bright il ladro alla stazione dei bus, Slim Pickens il vecchio cowboy che aiuta Doc e Carol ad attraversare il confine. Il film fu fortemente voluto dallo stesso McQueen, che dopo aver scelto inizialmente Peter Bogdanovich come regista, virò su Peckinpah in seguito alla felice esperienza de "L'ultimo buscadero". Pur se la pellicola divenne il maggior successo al botteghino per il vecchio Sam fino ad allora, la lavorazione non fu senza contrasti (anche perché McQueen volle avere l'ultima parola sul montaggio e la colonna sonora) e sul set i problemi con l'alcool di Peckinpah si intensificarono. Nel 1994 ne è stato realizzato un remake con Alec Baldwin e Kim Basinger.

5 settembre 2016

Uno, due, tre! (Billy Wilder, 1961)

Uno, due, tre! (One, Two, Three)
di Billy Wilder – USA 1961
con James Cagney, Horst Buchholz
***

Visto in DVD, con Daniela e Sabrina.

C.R. MacNamara (Cagney), direttore dello stabilimento di Berlino Ovest della Coca-Cola, viene incaricato dal presidente della società di tenere d'occhio Scarlett (Rossella nella versione italiana, per mantenere il riferimento a "Via col vento"), la sua scapestrata figlia diciassettenne, che sta visitando l'Europa e ha la tendenza a trovarsi fidanzati ovunque. Ovviamente la ragazza (Pamela Tiffin), sfuggita al controllo dell'uomo, si innamora di Otto (Horst Buchholz), giovane comunista della Germania Est, e non solo lo sposa ma si ritrova anche subito incinta. Come spiegarlo al padre? Scatenata farsa che piega le dinamiche della guerra fredda ai ritmi e alle gag dalla commedia slapstick. Cagney (al suo penultimo film: l'ultimo sarà "Ragtime", vent'anni dopo), protagonista assoluto e straordinario, manovra dietro le quinte la "trasformazione" di Otto da rivoluzionario socialista a perfetto gentiluomo capitalista, per renderlo più "accettabile" agli occhi del futuro suocero, organizzando una pantomina non dissimile da quelle dei classici film di Capra "Signora per un giorno" (1933) e "Angeli con la pistola" (uscito nello stesso 1961), anche se il cinismo di Wilder – per non parlare del ritmo frenetico della pellicola – rende il tutto molto più divertente. Fra i tormentoni, da ricordare l'orologio a cucù "patriottico" di McNamara, con lo zio Sam che esce a ogni rintocco per scandire le ore che mancano all'arrivo del padre di Rossella. Molti, e azzeccati, i personaggi di contorno: dalla bella segretaria svampita Ingeborg (Liselotte Pulver, in un ruolo che sembrava scritto apposta per Marilyn Monroe) ai tre agenti russi con i quali McNamara discute l'espansione della Coca-Cola oltre la cortina di ferro; dall'efficiente segretario Schlemmer (Hanns Lothar), con un passato nelle SS e che batte i tacchi ogni volta che riceve un ordine, alla moglie del protagonista, Phyllis (Arlene Francis), che minaccia di lasciarlo dietro le quinte (ma ci sarà un relativo lieto fine). Il soggetto è liberamente tratto da una commedia teatrale di Ferenc Molnár (anche se gli elementi di satira politica sul comunismo ricordano in parte "Ninotchka", film co-sceneggiato dallo stesso Wilder). Le gag, in ogni caso, colpiscono in ogni direzione (gli slogan del bolscevismo e le strategie delle multinazionali, il patriottismo americano e il razzismo della Georgia, le infedeltà extraconiugali e la corruzione degli impiegati statali, l'ipocrisia dell'alta società e i favoritismi sul posto di lavoro). Nella colonna sonora spicca la "Danza delle sciabole" di Kachaturian, un perfetto commento musicale alle scene più concitate (come l'inseguimento e la fuga in auto da Berlino Est). Curiosità: il film fu girato appena prima che venisse eretto il muro di Berlino, che dunque non appare sullo schermo (il passaggio fra le due parti della città è nei pressi della porta di Brandeburgo). Quando la pellicola uscì nelle sale, la costruzione del muro aveva fatto salire la tensione alle stelle e pertanto il suo tono leggero fu considerato poco appropriato da pubblico e critica.

4 settembre 2016

Futuro impedito (Werner Herzog, 1971)

Futuro impedito (Behinderte Zukunft)
di Werner Herzog – Germania 1971
documentario
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Breve documentario sul tema dei bambini disabili o nati con handicap fisici, come arti mancanti o più corti del normale. Attraverso interviste ai bambini stessi, ma anche a genitori, insegnanti e compagni di scuola, il film racconta di persone che la società tende a rimuovere (l'obiettivo è quello di accrescere la consapevolezza del pubblico sull'esistenza di queste patologie) o a guardare con sospetto, pietà o compassione, benché esistano comunque strutture o scuole speciali dove si cerca di aiutarli a crescere in modo da potersi inserire da adulti nella vita "normale". Nel finale, Herzog fa un paragone con l'America, dove i disabili fisici sono maggiormente accettati e integrati nella società: per la mancanza di barriere architettoniche, certo, ma anche per un atteggiamento in generale più oggettivo nei loro confronti. In Germania, è la pessimistica conclusione (sintetizzata nel titolo), c'è invece ancora molta strada da fare: non è questione di mezzi ma di mentalità. Documentario sincero, interessante, diretto, che Herzog girò dietro input di un amico disabile, e che ha i suoi punti più alti quando la parola è data direttamente ai bambini, decisamente consapevoli di sé stessi, del proprio stato e del mondo che li circonda.

3 settembre 2016

Kingsman: Secret Service (M. Vaughn, 2014)

Kingsman - Secret Service (Kingsman: The Secret Service)
di Matthew Vaughn – GB 2014
con Colin Firth, Taron Egerton
**

Visto in divx alla Fogona, con Monica, Roberto e Marisa.

La Kingsman è un'organizzazione segretissima di agenti speciali britannici, nata dopo la Prima Guerra Mondiale, quando molti ricchi aristocratici si ritrovarono senza eredi e decisero di impiegare le proprie fortune per il mantenimento della pace e della sicurezza del paese. Il gruppo si nasconde dietro le vetrine di un negozio di alta sartoria di Londra e i suoi membri hanno nomi in codice che richiamano quelli dei cavalieri della Tavola Rotonda. Alla morte di uno di questi, Lancillotto, l'organizzazione si adopera a trovare un sostituto. Harry Hart/Galahad (Colin Firth) propone il giovane "Eggsy" Unwin (Taron Egerton), il cui padre gli aveva salvato la vita anni prima. Dopo un lungo addestramento, Eggsy si troverà a dover sventare i piani di Richmond Valentine (Samuel L. Jackson), megalomane guru delle telecomunicazioni che intende sterminare l'umanità per porre fine al riscaldamento globale. Tratto da un fumetto di Mark Millar e Dave Gibbons (è la seconda volta, dopo "Kick-Ass", che il regista Matthew Vaughn adatta un lavoro di Millar), un film di spionaggio scanzonato e leggero che si propone di ringiovanire i cliché delle pellicole di James Bond (gli stessi personaggi li citano e ci scherzano sopra) abbinando l'azione e le assurde tecnologie a un'ironia britannica tongue-in-cheek. Esagerazioni e scene sopra le righe abbondano (lo stesso piano del cattivo non ha senso, così come tante altre cose: troppe per prenderle sul serio), le questioni morali sono fastidiosamente inesistenti (anche i "buoni" non si fanno scrupoli ad ammazzare centinaia di persone) e la forma prevale sulla sostanza (a partire dall'abbigliamento impeccabile degli angenti della Kingsman: dopotutto sono dei sarti!), ma il divertimento procede di pari passo con la suspence, grazie anche a un cast di supporto di tutto rispetto. Oltre a Colin Firth, infatti, fra gli agenti veterani della Kingsman troviamo Michael Caine (Artù) e Mark Strong (Merlino), mentre fra i giovani compagni di addestramento di Eggsy c'è Roxy (Sophie Cookson). Mark Hamill è il professor Arnold. Sofia Boutella è Gazelle, l'assistente di Valentine, che usa come armi delle protesi affilate come rasoi. Già in cantiere un sequel.

2 settembre 2016

Il castello (Michael Haneke, 1997)

Il castello (Das Schloss)
di Michael Haneke – Austria/Germania 1997
con Ulrich Mühe, Susanne Lothar
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Adattamento del romanzo di Kafka, girato per la televisione austriaca ma uscito in alcuni paesi – non in Italia – anche nelle sale cinematografiche. Ambientato ai giorni nostri, o comunque in un'epoca più moderna rispetto a quella originale, racconta la storia di K., un uomo che giunge in un villaggio sormontato da un misterioso e inaccessibile castello, dal cui padrone è stato assunto come agrimensore per censire i terreni circostanti. Ma ogni tentativo di svolgere il proprio compito si rivela vano (gli vengono anche assegnati due assistenti, giovani e immaturi, che gli sono per di più di intralcio): il sindaco del villaggio gli riferisce addirittura che la sua assunzione è frutto di un errore, e che in realtà non c'è lavoro per lui. I tentativi di parlare con Klamm, il funzionario preposto al suo incarico, vengono continuamente frustrati da pastoie burocratiche e da una lunga serie di personaggi, intermediari, figure di disturbo e regolamenti inutilmente complicati che gestiscono i locali rapporti sociali, lavorativi e persino sentimentali o sessuali. Il tutto in un'atmosfera sempre più "confusa e insolubile", durante un freddo inverno, nel corso del quale K. deve anche fronteggiare l'ostilità della maggior parte degli abitanti e dei notabili del villaggio (a tratti sembra quasi che ruoli e lavori siano intercambiabili, e che non dipendano affatto dalle competenze ma dai capricci dei potenti o del fato). Proprio come il romanzo, lasciato incompiuto dall'autore, il film si interrompe a metà di una frase, lasciandoci incerti sul destino finale di K. E in un certo senso l'interruzione si confà al tema generale della vicenda (l'impossibilità per l'uomo comune di ottenere una risposta sul proprio destino dalle autorità, siano queste – a seconda della lettura che ne si voglia dare – religiose, politiche o burocratiche) e funziona addirittura meglio di quanto avrebbe fatto una conclusione definitiva. Ulrich Mühe, l'enigmatico protagonista, era già in "Benny's video" e lo ritroveremo (insieme a Susanne Lothar, qui nei panni di Frieda) in "Funny games" dello stesso Haneke, oltre che nel capolavoro "Le vite degli altri" di Florian Henckel von Donnersmarck. Regia e confezione, pur con pochi guizzi, sono solide e claustrofobiche.