30 agosto 2016

Arancia meccanica (Stanley Kubrick, 1971)

Arancia meccanica (A Clockwork Orange)
di Stanley Kubrick – GB/USA 1971
con Malcolm McDowell, Patrick Magee
****

Rivisto in DVD.

Il giovane Alex (Malcolm McDowell) è a capo di una banda di teppisti che trascorrono le serate a bere "latte più" (ovvero "potenziato" con droghe) e a praticare quella che chiamano "ultra-violenza": pestare barboni, battersi con altre gang e compiere irruzioni in case isolate – come quella dello scrittore Frank (Patrick Magee) – per distruggere ogni cosa, picchiare gli inquilini e stuprarne le donne. Incurante delle proprie azioni, trascurato dai genitori e seguito inutilmente dai servizi sociali, Alex viene arrestato e portato in prigione quando sarà tradito dai suoi stessi compagni dopo aver provocato la morte di una delle sue vittime. Qui sarà scelto dal governo – che intende svuotare le carceri dai criminali comuni per riservarle invece a quelli politici – come cavia per un trattamento sperimentale che mira a riabilitare forzatamente i detenuti: la “cura Lodovico”, un condizionamento psicologico che lo spingerà ad associare nausea e malessere fisico ad ogni atto di violenza, impedendogli così di commettere del male... Da un romanzo di Anthony Burgess (che Kubrick, come suo solito, adatta molto liberamente, omettendo per esempio il capitolo finale in cui Alex si redimeva, capitolo peraltro eliminato anche nell'edizione americana del libro; ma manca anche ogni riferimento al significato del titolo), un capolavoro sui temi della violenza, dell'etica e del libero arbitrio. Dopo la cura, Alex diventa “buono” per costrizione, non per scelta, e non perde mai veramente la pulsione verso il male. Una volta liberato e reinserito nella società, inoltre, il ragazzo si ritrova vittima di tutti coloro che aveva incontrato nella vita precedente, come in una sorta di contrappasso (il barbone, i genitori, i suoi ex compagni, lo scrittore). Il finale, sardonico, rimette le cose a posto.

Ambientato in Inghilterra e in un futuro prossimo, il film appartiene a quel genere distopico così popolare nella fiction britannica sin dai tempi di Orwell e Wells, ma affronta temi di attualità come la delinquenza minorile e l'efficacia del sistema punitivo ed educativo. La rappresentazione della violenza, degli stupri e del sadismo dei vari personaggi (non soltanto Alex e compagni, ma anche le autorità, a partire dalla polizia) fu alquanto controversa all'epoca, ma la collocazione in un mondo alternativo (evidente nelle architetture, nell'arredamento, nelle vetture e negli abiti) contribuisce a renderla – almeno in parte – astratta, trasformando l'intera vicenda in una riflessione morale sul significato del bene e del male. In certi momenti, la società in cui si svolge il film sembra immorale e anestetizzata alla violenza tanto quanto Alex: si pensi ai suoi genitori, praticamente impassibili di fronte alle vicende del figlio, al sadismo della polizia o al diffuso erotismo quasi pornografico nella vita di tutti i giorni (l'arredamento del Korova Milk Bar o quello della clinica per dimagrire in cui vive la “donna dei gatti”). A contribuire al world building, uno degli aspetti più interessanti del film (nonché quello che colpì maggiormente Kubrick quando lesse il romanzo) è il linguaggio utilizzato da Alex e dai suoi compagni: un misto di neologismi, slang (“drughi”, “gulliver”), costrutti lessicali (“ultra-violenza”, “il dolce su-e-giù”), formule (“right-right”) e termini di origine russa (“karasho”, “devochka”), ottimamente reso nell'adattamento italiano di Riccardo Aragno e nel doppiaggio diretto da Mario Maldesi (supervisionati dallo stesso Kubrick). Nelle loro scorribande, Alex e i suoi drughi (“compagni”) indossano una sorta di uniforme – un abito bianco con sospensori che ricorda una divisa da cricket, bombette o cilindri neri, ciglia finte, ed eventualmente maschere durante le irruzioni – che identifica la loro banda (quella rivale di Billy Boy, per esempio, veste in abiti militari), come ad anticipare “I guerrieri della notte”.

L'aspetto satirico, già presente in altre opere kubrickiane (come “Il dottor Stranamore”), oltre che nella natura della cura stessa ("Lei si sente male perché comincia a stare meglio", dice l'infermiera ad Alex), risalta qui in personaggi come l'assistente sociale, il signor Deltoid (Aubrey Morris), o il direttore della prigione (Michael Bates), per non parlare dell'ipocrisia del ministro (Anthony Sharp), rappresentante di un governo con tendenze totalitariste (non che gli oppositori, come Frank e i suoi seguaci, siano descritti con maggior indulgenza: entrambe le parti intendono usare Alex a fini politici). Gli ambienti sono valorizzati dalle geometrie e dalle carrellate che caratterizzano la regia attenta e precisa di Kubrick: ricordiamo lo zoom all'indietro che apre la pellicola e che dal primo piano di Alex finisce a mostrare gli interni del Korova Milk Bar, ma anche i due momenti identici in cui Alex suona alla porta di Frank (la prima volta, la macchina da presa si sposta verso destra mostrando la moglie dello scrittore; la seconda volta, c'è invece una guardia del corpo). Fra i momenti memorabili di regia, anche quello in cui Alex ascolta in casa sua “La gran Nona del Ludovico Van”, con le inquadrature che staccano sui vari dettagli dell'arredamento della sua stanza (dal poster sul muro alle quattro statuette di Cristo: il tema tornerà più avanti, quando – in prigione – Alex si immagina di partecipare alla flagellazione di Gesù). Per non parlare della scena accelerata in cui Alex si intrattiene in camera propria con due ragazze abbordate in un negozio di dischi, che si rispecchia in quella invece rallentata in cui il giovane si vendica dei due “drughi” che avevano messo in dubbio la sua autorità (entrambe le scene sono accompagnate dalla musica di Rossini).

E proprio la colonna sonora gioca un ruolo fondamentale. Alla musica elettronica di Walter (non ancora Wendy) Carlos, che ingloba motivi classici come il "Funeral of the Queen Mary" di Purcell o un tema della “Sinfonia Fantastica” di Berlioz (lo stesso che sarà riutilizzato da Kubrick anche in “Shining”), si affiancano le ouverture de “La gazza ladra” e del “Guglielmo Tell” di Rossini (spesso utilizzate come commento musicale alle “imprese” di Alex e dei suoi drughi), le “Pomp and Circumstances” di Elgar, ma soprattutto – in chiave diegetica – la nona sinfonia di Beethoven. Come già detto, Alex è un grande fan del compositore tedesco. E quando viene sottoposto al condizionamento artificiale, che consiste nell'assistere alla proiezione non-stop di film violenti (gli occhi vengono mantenuti spalancati da un “fissapalpebre”, mentre un addetto provvede a versare gocce di collirio), per coincidenza proprio la nona di Beethoven fa da commento musicale a un video su Hitler e l'olocausto, cosicché Alex si ritrova condizionato ad associare il proprio malessere anche a quella musica che tanto amava. A proposito di Beethoven, il film accatasta tanti riferimenti incrociati: il trattamento cui Alex viene sottoposto si chiama “Cura Lodovico”, il campanello in casa dello scrittore fa risuonare le prima quattro note della quinta sinfonia, un piccolo busto dello scrittore si intravede – fra i tanti dipinti e le sculture erotiche – in casa della donna dei gatti. La musica ha infine un altro ruolo chiave nella trama: la canzone “Singin' in the rain”, che Alex canta al momento dell'irruzione in casa di Frank, lo tradirà quando la intonerà nuovamente dopo essere stato accolto da lui, che non lo aveva riconosciuto. Ultimo riferimento musicale: nel negozio di dischi è in bella mostra un album con la colonna sonora di “2001: Odissea nello spazio”.

29 agosto 2016

Whity (Rainer Werner Fassbinder, 1971)

Whity (id.)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1971
con Günther Kaufmann, Hanna Schygulla
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Siamo nel 1878, in una cittadina di frontiera negli Stati Uniti. Il mulatto Whity (Kaufmann) lavora come maggiordomo nella tenuta del potente proprietario terriero Ben Nicholson (Ron Randell), di cui peraltro è il figlio illegittimo ("l'unico che ha ereditato qualcosa del mio carattere", riconosce lo stesso patriarca). Il suo senso di fedeltà e di appartenenza al nucleo famigliare, anche in un ruolo subalterno (di fatto è uno schiavo), sono superiori all'orgoglio e al desiderio di diventare un uomo libero: ma quando si rende conto di come la famiglia Nicholson sia ormai corrotta e decadente (tanto la giovane moglie di Ben, la ninfomane Katherine, quanto il suo primo figlio, l'effemminato Frank, gli chiedono di uccidere il padrone di casa, che a sua volta si finge malato per mettere alla prova l'avidità della moglie), sarà lui stesso a sterminare tutti, non risparmiando nemmeno l'altro figlio Davie, minorato mentale, per poi fuggire nel deserto con Hanna (Schygulla), la cantante e prostituta del saloon di cui è innamorato. La sua ribellione, comunque, si rivelerà vana e senza futuro. Se i temi sono quelli, cari a Fassbinder, del ruolo dell'individuo nella società, sullo sfondo di una torbida ragnatela di intrighi e di rapporti distorti in una famiglia disfunzionale, l'insolita ambientazione western (il film è stato girato in Spagna, negli stessi luoghi dove aveva lavorato Sergio Leone) si rivela soltanto un pretesto, anche se consente al regista stesso un'apparizione vestito da cowboy, con tanto di cappello e cinturone, nei panni di un mandriano razzista che bazzica nel saloon dove Hanna canta le sue canzoni da cabaret. Il film – uno dei primi esperimenti di Fassbinder con il colore e l'unico dai lui realizzato in Cinemascope (ma paradossalmente mai distribuito in sala) – segna la prima collaborazione del regista con il grande direttore della fotografia Michael Ballhaus, che lavorerà per lui in una dozzina di lungometraggi successivi (fra cui "Le lacrime amare di Petra von Kant", "Il matrimonio di Maria Braun" e "Lili Marleen"). E proprio la qualità pittorica delle immagini resta particolarmente impressa: dal rosso accesso dell'uniforme di Whity, al bianco pallido e cadaverico (quasi verdognolo) dei volti dei membri della famiglia Nicholson, che ne sottolineano la decadenza fisica ancor prima che morale.

27 agosto 2016

Bolero (Claude Lelouch, 1981)

Bolero (Les uns et les autres)
di Claude Lelouch – Francia 1981
con Robert Hossein, Nicole Garcia
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Un grande affresco sul destino e sul potere della musica, raccontato attraverso le vicende di quattro famiglie di diversa nazionalità (francese, americana, russa, tedesca) ma accomunate dalla passione per la musica e il balletto, che si dipanano dalla metà degli anni trenta all'inizio degli anni ottanta (attraversando così i grandi eventi della storia, a cominciare dalla seconda guerra mondiale). Le storie dei personaggi scorrono in parallelo, sfiorandosi e incrociandosi più volte, fino a quando il fato li farà convergere tutti in un unico punto: un concerto sotto la Torre Eiffel in cui viene eseguito il "Bolero" di Ravel con la celebre coreografia "circolare" di Maurice Béjart (in cui un solo ballerino danza all'interno di un cerchio rosso, con altri che gli ruotano intorno). E circolare è anche l'andamento della pellicola, che nonostante la lunga durata (tre ore) scorre rapidamente e senza tempi morti. Si comincia nel 1936, con la presentazione di quattro coppie: Tatiana (Rita Poelvoorde), danzatrice del Bolshoi, che sposa il suo impresario Boris Itovitch (Jorge Donn); gli ebrei francesi Anne (Nicole Garcia) e Simon Meyer (Robert Hossein), che suonano nelle orchestre dei cabaret di Parigi; il giovane pianista tedesco Karl Kremer (Daniel Olbrychski), apprezzato anche da Hitler, e sua moglie Magda (Macha Méril); il compositore americano di canzonette Jack Glenn (James Caan), leader di un'orchestrina jazz, e sua moglie Suzanne (Geraldine Chaplin). Lo scoppio del conflitto mescola le carte: Boris muore al fronte, lasciando sola Tatiana con il figlio Sergei; Anne e Simon vengono deportati (e sono costretti ad abbandonare il loro neonato, che Anne cercherà poi di rintracciare per tutta la vita); Karl viene inviato con le truppe di occupazione a Parigi, dove avrà una fugace relazione con la chanteuse Évelyne (Évelyne Bouix), dalla quale a sua insaputa nasce Édith; Jack suona con la sua banda in Europa ed è presente a Parigi il giorno della liberazione, mentre in patria lo attendono la moglie e i figli Jason e Sarah. Negli anni successivi, mentre Karl diventa un celebrato direttore d'orchestra (ma i legami con il nazismo continueranno a gettare un'ombra su di lui), l'attenzione si sposta sulla generazione successiva: Robert (sempre Hossein), il figlio di Anne, nel frattempo adottato da un parroco, combatterà la guerra in Algeria, diventerà un avvocato e avrà un figlio, Patrick (Manuel Gélin), che eredita la passione per la musica dalla nonna; Sarah (sempre la Chaplin) avrà successo come cantante pop, assistita dal fratello manager Jason (sempre Caan); Sergei (sempre Donn), celebre ballerino, fuggirà dall'Unione Sovietica per stabilirsi in occidente; Édith (sempre la Bouix), dopo alterne fortune, diventa un'annunciatrice televisiva e contribuirà a organizzare il concerto che vedrà riuniti tutti i personaggi.

Il succedersi delle generazioni ne mette in mostra gli elementi in comune (la musica in primo luogo, autentico filo conduttore del destino dei personaggi) ma anche le differenze: nonostante le difficoltà, i drammi e gli orrori della guerra, le coppie originali mantengono quella visione e quell'ottimismo che le spingono a non arrendersi mai e a cercare di sopravvivere a ogni costo, a portare avanti i propri sogni e poi quelli dei propri figli. La generazione intermedia, invece, sembra molto meno felice: si succedono malattie (Sarah), divorzi (Robert), tentati suicidi (Jason, uno degli amici di Robert). I più giovani, infine, rappresentati da Patrick, sono una pagina ancora bianca, il cui destino è tutto da scrivere. Ma è bello come, nel concerto finale, a contribuire al risultato comune ci siano rappresentanti di tutte e tre le generazioni (Karl dirige l'orchestra, Sergei danza il "Bolero", Sarah e Patrick cantano). Se la sceneggiatura (dello stesso Lelouch) cerca di dare il sufficiente spazio sotto i riflettori a tutti i personaggi (compresi quelli minori o di contorno: si pensi a Évelyne, o agli amici di Robert, compagni d'arme in Algeria), la regia è ariosa, fra movimenti circolari che seguono gli attori con il grandangolo (per esempio quando salgono o scendono le scale), lunghi piani sequenza (memorabile quello alla stazione di Parigi, alla fine della guerra, che mostra il ritorno di Anne dal campo di concentramento e, contemporaneamente, la partenza di Karl per la Germania). Bello anche, nel finale, il momento dell'incontro fra Robert (cresciuto ignaro dell'identità dei propri genitori) e sua madre Anne nell'istituto psichiatrico, accompagnato dalle prime note di quel "Bolero" che proseguirà poi sulle immagini del ballo di Sergei. La ricca colonna sonora (che naturalmente comprende molti brani di vari generi: dalla musica classica a quella leggera) è opera, fra gli altri, di Michel Legrand. I personaggi sono immaginari, ma non è difficile riconoscere le ispirazioni a celebri musicisti o figure iconiche del ventesimo secolo (Karajan, Nureyev, Edith Piaf, Glenn Miller, ecc.). Nel cast, in ruoli minori, anche Jean-Claude Brialy, Fanny Ardant, Jacques Villeret, Richard Bohringer, Alexandra Stewart, Jean-Claude Bouttier, Francis Huster e persino, non accreditata, una giovanissima Sharon Stone. I titoli di testa sono parlati. Il film vinse il Grand Prix tecnico al Festival di Cannes.

26 agosto 2016

Five dedicated to Ozu (A. Kiarostami, 2003)

Five, aka Five dedicated to Ozu
(5 Long Takes dedicated to Yasujiro Ozu)
di Abbas Kiarostami – Iran/Fra/Gia 2003
**1/2

Visto in divx.

Come da titolo, il film è composto da cinque sequenze, girate nel novembre del 2003 sulla costa del Mar Caspio (tranne la seconda, che pare sia stata ripresa in Spagna) con inquadratura fissa (solo nella prima la macchina da presa si muove leggermente) e di durata variabile (da una decina di minuti a quasi mezz'ora). Le onde del mare trascinano un tronchetto sul bagnasciuga. Dei passanti camminano sulla banchina lungo il mare. Un gruppo di cani è seduto sulla spiaggia. Papere in processione corrono avanti e indietro. Infine, di notte, uno specchio d'acqua riflette la luna che entra ed esce dalle nuvole, prima di un temporale e dell'arrivo dell'alba. Senza dialoghi né trama, un documentario di pura contemplazione della natura, con l'acqua del mare come tema conduttore. Quasi un esercizio alla Warhol o un esperimento da installazione videoartistica per un museo, anche se Kiarostami – anche nelle sue pellicole di finzione – ci ha abituato al modo acuto e preciso con cui ritrae l'ambiente che circonda i suoi personaggi. Qui, semplicemente, c'è solo l'ambiente e i personaggi mancano: o forse lo siamo noi, gli spettatori. Oltre alle immagini, grande importanza hanno i suoni: lo sciabordio delle onde, i versi degli animali, il rumore della pioggia. Fra una sequenza e l'altra, mentre lo schermo sfuma in nero (o in bianco), si odono brevi brani musicali. Curiosa la dedica a Ozu (il regista giapponese, anche se girava sempre con la camera fissa, non ha mai realizzato cose del genere). In ogni caso, un esempio originale, ipnotico e affascinante di cinema non narrativo: decisamente un'esperienza da ricordare per chi riesce a seguirla fino in fondo.

24 agosto 2016

La madre (Vsevolod Pudovkin, 1926)

La madre (Mat)
di Vsevolod Pudovkin – URSS 1926
con Vera Baranovskaya, Nikolai Batalov
***

Visto su YouTube, con cartelli sottotitolati in inglese.

Quando il figlio Pavel, che lavora come operaio, viene arrestato per aver partecipato a uno sciopero (nel corso del quale il marito, al soldo dei padroni della fabbrica, rimane ucciso negli scontri con i rivoltosi), pur di salvargli la vita la madre lo consegna alle autorità. Questo non risparmia a Pavel un processo farsa che lo condanna ai lavori forzati. Pentitasi di averlo tradito, la donna si unirà ai rivoluzionari in marcia il Primo Maggio verso la prigione per liberare il figlio e gli altri operai incarcerati, sfidando anche i colpi dell'esercito dello zar. Dal romanzo di Maksim Gorkij ambientato durante la rivoluzione russa del 1905, il primo capolavoro muto di Pudovkin, capitolo iniziale di una trilogia sul tema dello sviluppo di coscienza sociale da parte del popolo (i film successivi saranno "La fine di San Pietroburgo" e "Tempeste sull'Asia"). Pudovkin era allievo di Lev Kuleshov, teorico che vedeva nel montaggio l'elemento fondamentale del linguaggio cinematografico, in contrapposizione a coloro che invece ritenevano che il cinema dovesse mantenere una visione naturale e documentaristica, senza manipolare le immagini o il flusso della narrazione. Qui la scelta e l'abbinamento delle inquadrature, l'espressività degli attori, le suggestioni e le metafore (si pensi alla marcia dei rivoltosi, alternata con immagini della banchina ghiacciata che si scioglie o va in frantumi, simbolo della "primavera" che avanza) concorrono nel portare avanti una comunicazione diretta con lo spettatore. Memorabile, in generale, tutto il finale, con la cavalcata dei soldati dello zar che travolge la folla e la bandiera rossa che, agli occhi della madre, sventola in cima al palazzo. Si trattava soltanto del secondo film di Pudovkin, ma tecnicamente è già ad altissimi livelli. Restaurato dalla Mosfilm nel 1968, con l'aggiunta di una colonna sonora di Tikhon Khrennikov.

22 agosto 2016

Una calibro 20 per lo specialista (M. Cimino, 1974)

Una calibro 20 per lo specialista (Thunderbolt and Lightfoot)
di Michael Cimino – USA 1974
con Clint Eastwood, Jeff Bridges
**1/2

Visto in divx.

Un giovane vagabondo che si fa chiamare Caribù (Bridges), forse in omaggio agli indiani d'America, fa la conoscenza occasionale dell'Artigliere (Eastwood), rapinatore di banche e veterano della guerra di Corea, in fuga dai suoi complici che lo sospettano di aver sottratto il bottino di un precedente colpo. I due diventano presto amici, e decidono di provare un nuovo "lavoro" insieme, con l'aiuto dei due uomini che davano la caccia all'Artigliere (George Kennedy e Geoffrey Lewis) e che si sono finalmente convinti della sua innocenza. Ma la rapina a una banca del Montana (l'intero film è girato nello stato nord-occidentale degli Usa, fra canyon, natura e spazi sterminati) non andrà come previsto... Al suo primo film, anche sceneggiatore, Michael Cimino mette in scena molti degli elementi che gli staranno a cuore fino alla fine: l'America rurale e dei grandi spazi incontaminati, il desiderio di libertà, l'amicizia maschile e il conflitto. Nella prima metà, la pellicola si poggia sul rapporto fra i due protagonisti, assai diversi fra loro (Bridges è giovane, esuberante e dongiovanni, agisce senza riflettere ed è aperto a ogni nuova esperienza, mentre Eastwood è più anziano, cauto e riservato), all'insegna dell'irriverenza e dell'anarchia (si pensi a incontri comico-surreali come il cacciatore pazzo che dà loro un passaggio), mentre la seconda mostra la preparazione e lo svolgimento della rapina in banca (anche qui non mancano tocchi ironici, come i lavoretti che i quattro uomini accettano per finanziarsi la rapina – da gelatai a operai – e la scena in cui Caribù si veste da donna per "distrarre" un addetto alla sorveglianza). Fra il buddy movie e l'on the road, una pellicola un po' incerta e sconclusionata ma non priva di un suo fascino, dove il carisma degli attori e gli scenari dell'America più profonda si combinano con efficacia. Inizialmente avrebbe dovuto dirigerla lo stesso Eastwood, ma l'attore fu colpito dall'entusiasmo del giovane Cimino, fino ad allora soltanto sceneggiatore, gli affidò la macchina da presa. Grande successo di pubblico (il secondo più grande nella carriera del regista, dopo "Il cacciatore") e nomination all'Oscar per Bridges. Cimino ha dichiarato di essersi ispirato a un film degli anni '50, "Il ribelle d'Irlanda" (in originale, "Captain Lightfoot") con Rock Hudson. Il titolo italiano, completamente fuori registro (quello originale sarebbe stato da tradurre in "L'Artigliere e Caribù", dai soprannomi dei due personaggi), fa pensare a un poliziesco e probabilmente venne scelto per richiamare i fan di Eastwood (solo l'anno prima era uscito "Una 44 Magnum per l'ispettore Callaghan", co-sceneggiato fra l'altro dallo stesso Cimino). Temi e panorami simili si rivedranno nell'ultimo film del regista americano, "Verso il sole".

21 agosto 2016

Per favore, non mordermi sul collo! (R. Polanski, 1967)

Per favore, non mordermi sul collo!
(The Fearless Vampire Killers)
di Roman Polanski – GB/USA 1967
con Roman Polanski, Jack MacGowran
**

Rivisto in DVD.

Il professore Abronsius (MacGowran) e il suo assistente Alfred (lo stesso Polanski, non accreditato) giungono in Transilvania a caccia di vampiri. Sara (Sharon Tate), la figlia del proprietario della locanda dove i due alloggiano, viene rapita durante la notte dal Conte von Krolock (Ferdy Mayne). Per salvarla, Abronsius e Alfred si introducono nel castello del Conte, scoprendo che si tratta di un vampiro: ma riusciranno a sfuggire alla sua sete di sangue? Al suo primo film ad alto budget, Polanski scrive (con Gérard Brach), dirige e interpreta una parodia del filone horror dei vampiri, prendendo spunto sorpattutto dai tanti cliché delle pellicole inglesi della Hammer. Peccato che proprio le gag non siano particolarmente divertenti: in generale non ho mai amato i film di genere o comico-avventurosi del regista polacco (credo che questo e "Pirati" siano i suoi due lavori peggiori). Fra le cose migliori, sicuramente la fotografia (di Douglas Slocombe) e in generale la confezione (i costumi, le scenografie). Girato, non senza difficoltà produttive, a Ortisei e nelle Dolomiti. Per molti versi sembra un fumetto alla "Alan Ford", con personaggi pasticcioni, pavidi, straccioni e pezzenti (il professore, l'assistente, il locandiere che viene vampirizzato a sua volta, il figlio gay del Conte) e un umorismo di grana grossa, amplificato dalle scelte del distributore americano che aggiunse un'introduzione animata e fece ridoppiare alcuni personaggi con una voce più goffa e da cartoon (il professor Abronsius su tutti). Il titolo di lavorazione (mantenuto nel musical che dal film fu tratto) era "Dance of the Vampires". Sharon Tate, che indossa una parrucca rossa, sostituì all'ultimo momento la prima scelta Jill St. John e divenne poco dopo la moglie di Polanski.

19 agosto 2016

Erbe fluttuanti (Yasujiro Ozu, 1959)

Erbe fluttuanti (Ukigusa)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1959
con Ganjiro Nakamura, Machiko Kyo
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Una compagnia itinerante di attori teatrali giunge in un villaggio sulla costa meridionale del Giappone. Qui, all'insaputa di tutti, il capo della compagnia Komajuro (Ganjiro Nakamura) ha un'ex amante (Haruko Sugimura) e soprattutto un figlio che non vede da dodici anni, Kiyoshi (Hiroshi Kawaguchi). Quando lo viene a sapere, l'attrice Sumiko (Machiko Kyo), attuale compagna di Komajuro, istiga gelosamente la collega più giovane Kayo (Ayako Wakao) a sedurre il ragazzo. Kayo e Kiyoshi finiranno con l'innamorarsi davvero, suscitando l'ira di Komajuro che non vuole che il figlio si mescoli con la gente di teatro. Al secondo film girato nel 1959 (era dal 1936 che non sfornava due pellicole nello stesso anno), Ozu realizza un fedele remake di un suo lavoro precedente, "Storie di erbe fluttuanti" (1934), questa volta sonoro e a colori, mantenendo identica la trama ma spostandone l'ambientazione da una località di montagna a una di mare ed enfatizzando il tema del contrasto fra le generazioni che evidentemente gli stava particolarmente a cuore negli anni del dopoguerra (nelle frasi di Komajuro sul "pubblico che non apprezza più i bei spettacoli di un tempo" potrebbe nascondersi la frustrazione dello stesso Ozu nel vedere bollato il proprio stile come vecchio e datato: persino Kiyoshi accusa il padre di essere troppo legato al passato e di portare in scena personaggi non realistici o al passo con i tempi). Proprio Komajuro, parlando con la madre del ragazzo, è costretto ad ammettere che "niente resta costante sotto il sole, tutto cambia: è così che va il mondo". In generale, la dimensione nostalgica è enfatizzata non solo dallo stile del regista (e dalla natura di remake del film) ma anche dai rapporti fra i personaggi. Già il concetto di una compagnia itinerante di kabuki pare del tutto anacronistico negli anni dopo la guerra, e infatti la tournée va progressivamente peggio, gli spettatori languono, l'impresario teatrale (Chishu Ryu) non si fa più vedere e il denaro comincia a scarseggiare, fino all'inevitabile scioglimento della compagnia.

Ecco dunque che il tema della vita nomade degli attori (suggerito dal titolo della pellicola e già centrale nel film del 1934), destinati a farsi trascinare dalla corrente senza mettere mai radici da nessuna parte, sfuma in quello legato al passare del tempo e alla nostalgia. Il senso di precarietà è evidente persino nelle sequenze comiche con l'attore Kinnosuke (Hiroshi Mitsui) e i suoi due colleghi che cercano inutilmente di conquistare le ragazze locali (diverente, in particolare, la scenetta di Kinnosuke alle prede con la figlia e... la moglie del barbiere). La frase di Komajuro rivolta agli attori che stanno meditando sul da farsi, "Coloro che possono lasciare il teatro lo facciano", rivela che gli uomini di spettacolo sono i primi a non valutare più di tanto la propria professione. Un concetto rafforzato da Kayo, che non si sente degna di Kiyoshi, e ancora da Komajuro nella lite con Sumiko (alla quale grida "Mio figlio è diverso da te, appartiene a una razza superiore"). Anziché dalla Shochiku, sua abituale casa di produzione, Ozu girò il film con la Daiei, lo studio dell'amico e collega Kenji Mizoguchi (morto tre anni prima, e al quale aveva promesso di lavorare insieme). Questo spiega l'assenza di alcuni dei suoi collaboratori abituali (a partire dall'operatore e direttore della fotografia Yuharu Atsuta, sostituito da Kazuo Miyagawa). Stilisticamente prosgue l'utilizzo consapevole del colore da parte del regista, forse mai in maniera così astratta. Predominano il bianco, il nero e il rosso: i primi due negli abiti e nei kimono di tutti i personaggi, il terzo per appuntare singoli oggetti all'attenzione dello spettatore (come l'ombrello rosso di Sumiko nella scenata di gelosia sotto la pioggia). L'inquadratura di apertura della pellicola è indicativa, mettendo in contrapposizione il faro bianco all'ingresso del porto e una bottiglia nera appoggiata sul molo. Lo stesso faro torna poi in numerose inquadrature da punti di vista differenti, come un oggetto che calamita lo sguardo dello spettatore. Da sottolineare infine l'insolita intensità di alcune scene (la resa dei conti finale fra Komajuro, Kiyoshi e Kayo, dove volano schiaffi e insulti; ma anche la sensualità esplicita negli incontri fra Kiyoshi e Kayo).

17 agosto 2016

The village (M. Night Shyamalan, 2004)

The village (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2004
con Bryce Dallas Howard, Joaquin Phoenix
**1/2

Rivisto in TV, con Daniela.

Pennsylvania, fine Ottocento: per sfuggire ai mali e alle violenze del mondo, una comunità religiosa si è ritirata a vivere in un villaggio isolato all'interno di una radura, circondata da una foresta che si dice abitata da misteriose e malvagie creature soprannaturali. Ma l'illusione che il male possa venire solo dall'esterno si rivela fallace: quando Lucius (Joaquin Phoenix), il ragazzo che ama, viene ferito gravemente dal folle e geloso Noah (Adrien Brody), la coraggiosa Ivy (Bryce Dallas Howard) chiede al padre Edward (William Hurt) e agli altri anziani del villaggio il permesso di attraversare la foresta per raggiungere la città, alla quale tutti avevano giurato di non fare mai più ritorno, per procurarsi le medicine necessarie a salvarlo. Dopo "Il sesto senso" e "Unbreakable", Shyamalan (come sempre anche sceneggiatore e produttore) sforna un altro film con il finale a sorpresa, questa volta sotto forma di fiaba gotica. Visto che il pubblico sapeva ormai cosa aspettarsi dal regista indo-americano, questi lo spiazza lasciando intendere per lunghi tratti che il colpo di scena sia legato alla natura delle misteriose creature, prima di ribaltare nel finale il background stesso della storia. Forse il twist ending è meno efficace rispetto ai film precedenti, e anche le premesse non sono del tutto plausibili, ma il significato del film (una riflessione sulla paura e sull'isolazionismo: non a caso la pellicola è stata realizzata negli anni successivi agli attentati dell'11 settembre) va oltre il semplice fattore sorpresa. Il ricco cast (ci sono anche Sigourney Weaver, Brendan Gleeson, Michael Pitt e Jesse Eisenberg) e la buona sceneggiatura (che gioca con le menzogne e i segreti, seminando indizi apparentemente innocui che invece assumono rilevanza solo più tardi) sono serviti da una regia d'atmosfera che mantiene la suspense grazie anche alla colonna sonora di James Newton Howard e a una fotografia interessante per l'uso "narrativo" dei colori: il rosso, il colore del male, è quello associato alle creature (e come tale è bandito dal villaggio), mentre il giallo le tiene lontane (ed ecco che Ivy, quando si avventura nel bosco, indossa una mantella di questa tinta, diventando un vero e proprio "Cappuccetto giallo"). Come in ogni fiaba che si rispetti, inoltre, l'eroina deve avere un handicap: in questo caso è la cecità, che da un lato le impedisce di vedere i pericoli e come stanno realmente le cose, ma dall'altro le permette di leggere in maniera diretta l'anima delle persone, riconoscendone le qualità e i sentimenti.

16 agosto 2016

Salomè (Pedro Almodóvar, 1978)

Salomè (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1978
con Isabel Mestres, Fernando Hilbeck, Agustín Almodóvar
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

I primi passi del giovane Almodóvar nel mondo del cinema consistono in una serie di cortometraggi amatoriali in Super 8, che il regista stesso proiettava nei locali notturni e nei circuiti della movida di Madrid e Barcellona, con una colonna sonora improvvisata a base di audiocassette e musica dal vivo. A questi seguirono un lungometraggio mai distribuito ("Folle... folle... fólleme, Tim!") e infine questo corto di ispirazione biblica, il suo primo lavoro in pellicola da 16 millimetri, prima di debuttare nelle sale cinematografiche vere e proprie nel 1980 con "Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio". Il corto mescola in maniera provocatoria due distinti episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Arrampicandosi fra colline brulle e spoglie, Abramo (interpretato da Agustín Almodóvar, il padre di Pedro) e suo figlio Isacco si imbattono in Salomè, che si presenta come "una danzatrice del palazzo reale". Affascinato dalla ragazza, Abramo le chiede di ballare per lui, promettendole in cambio qualsiasi cosa ella vorrà. Dopo aver eseguito la danza dei sette veli (accompagnata da una musica da corrida), Salomè gli ordina di sacrificare il figlio. Mentre sta per adempiere al proprio giuramento, Abramo è interrotto dalla voce di Dio, proveniente da un falò: aveva soltanto voluto mettere alla prova la sua fede. Salomè non era che una delle molte forme in cui la divinità può presentarsi, e ammirarne la bellezza significa dunque adorare il Signore. Un messaggio chiaro per ribadire come il sesso faccia parte integrante della vita e della natura, concetto reso ancor più evidente da una messa in scena scarna ed essenziale, che suggerisce una dimensione mitologica e ancestrale.

14 agosto 2016

Insomnia (Christopher Nolan, 2002)

Insomnia (id.)
di Christopher Nolan – USA 2002
con Al Pacino, Robin Williams
**

Rivisto in divx.

Due poliziotti di Los Angeles vengono inviati in uno sperduto villaggio dell'Alaska per indagare sull'omicidio di una ragazza. Uno dei due è Will Dormer (Al Pacino), autentica celebrità del mondo investigativo, ammirato come un eroe dalla giovane detective locale Ellie Burr (Hilary Swank), che ha addirittura scritto la sua tesi su di lui. Dormer sta però attraversando un brutto momento: sotto pressione perché inquisito dagli affari interni che lo sospettano di aver manomesso le prove in alcune indagini, teme che il collega Hap Eckhart (Martin Donovan) possa deporre contro di lui. Nel corso di un appostamento per catturare l'assassino della ragazza, Dormer uccide senza volerlo proprio Eckhart, e in preda ai sensi di colpa simula che il proiettile sia stato sparato dall'uomo cui stanno dando la caccia. Ma questi, lo scrittore Walter Finch (Robin Williams), ha visto tutto e ne approfitta per ricattare il detective, chiedendo il suo aiuto per essere scagionato e far ricadere le accuse su qualcun altro... Remake di un omonimo film norvegese del 1997, il terzo lungometraggio di Nolan è anche l'unico per il quale il regista non figura come scrittore (anche se pare abbia comunque contribuito alla versione finale della sceneggiatura). Più che sulla trama poliziesca, con forti venature noir, la pellicola si concentra nella progressiva discesa del protagonista in un inferno personale, fra rabbia repressa, sensi di colpa e dubbi morali, il tutto accompagnato da uno stato di salute (mentale e fisica) messo a dura prova dall'incapacità di dormire, non essendo abituato al fatto che a latitudini elevate il sole non tramonta quasi mai, e dunque il cielo è luminoso anche di notte. Dormer si ritrova così a lottare non solo con la tentazione e la corruzione, ma anche contro le proprie allucinazioni e i propri fantasmi. Più lineare degli altri lavori di Nolan, il thriller è caratterizzato da un andamento lento, da musica d'atmosfera e dai paesaggi freddi e spettrali di un Artico inospitale, anche se l'originale componente dostoevskiana del prototipo norvegese risulta attenuata da uno script un po' macchinoso e dall'ingombrante presenza delle star hollywoodiane. Al fianco di un ottimo Pacino che mostra nel volto la progressiva stanchezza fisica e morale, non convince fino in fondo Robin Williams nell'insolito ruolo del cattivo.

12 agosto 2016

Divorzio all'italiana (Pietro Germi, 1961)

Divorzio all'italiana
di Pietro Germi – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Daniela Rocca
***1/2

Visto in divx.

Siamo ad Agramonte, (fittizia) cittadina siciliana di provincia. Il barone Ferdinando "Fefè" Cefalù (Mastroianni), invaghito della giovane e bella cugina Angela (Stefania Sandrelli), vorrebbe sbarazzarsi della moglie Rosalia (Daniela Rocca). Non essendoci ancora la possibilità del divorzio (che in Italia sarà introdotto solo nel 1970), l'uomo progetta allora di ricorrere a un "delitto d'onore", per il quale la legge dell'epoca prevedeva tutte le attenuanti. Si dà dunque da fare per "procurare" alla moglie un amante, con l'intenzione di coglierli sul fatto e avere una scusa per uccidere la donna, e lo individua in Carmelo Patanè (Leopoldo Trieste), professore d'arte e restauratore, da sempre innamorato di Rosalia... Dopo una serie di pellicole drammatiche e neorealiste, con questa graffiante black comedy (ispirata al romanzo di Giovanni Arpino "Un delitto d'onore") Germi cambia improvvisamente registro e comincia a realizzare film che attraverso la leggerezza, la satira e la commedia trattano delle questioni sociali e dei compromessi morali di un'Italia di provincia (alla Sicilia di questo film e del successivo "Sedotta e abbandonata", seguirà il Veneto di "Signore & signori"). Eccezionale la prova di Mastroianni, in una delle sue migliori interpretazioni, che modella un personaggio indimenticabile mediante l'espressione, la mimica facciale (il verso con la bocca), la meta-narrazione, le sequenze in cui si immagina la morte della moglie o l'arringa dell'avvocato che lo difenderà al processo. L'analisi sociale è evidente in scene come quella in cui tutto il paese "disapprova" Ferdinando perché non sembra mostrare alcuna intenzione di vendicare l'onore della propria famiglia. Ma sono degni di nota anche l'arrivo in città del film di Fellini "La dolce vita" (interpretato dallo stesso Mastroianni, anche se sullo schermo si vede solo la Ekberg), che scatena l'entusiasmo del pubblico e la riprovazione del parroco; l'intervento del "mafioso" locale per aiutare Ferdinando a rintracciare la moglie fuggita; e la scena delle lettere scambiate (quella d'amore di Angela destinata a Ferdinando finisce per errore nelle mani del padre della ragazza, procurandogli un coccolone). Enorme successo di pubblico e di critica, anche all'estero: da ricordare in particolare le tre candidature agli Oscar (con vittoria per la miglior sceneggiatura originale e nomination per la miglior regia e il miglior attore). La Sandrelli, solo quindicenne, divenne una star. Nel cast anche Lando Buzzanca e Odoardo Spadaro. Pur non trattandosi del primo esempio del filone, proprio dal titolo di questo film è nata l'espressione "Commedia all'italiana" con cui si è identificato il fortunato genere cinematografico che ha furoreggiato dagli anni cinquanta agli anni settanta.

10 agosto 2016

CinquePerDue (François Ozon, 2004)

CinquePerDue - Frammenti di vita amorosa (5x2)
di François Ozon – Francia/Italia 2004
con Valeria Bruni Tedeschi, Stéphane Freiss
***

Rivisto in divx.

Dalla separazione fino al primo incontro, la storia di una coppia raccontata attraverso cinque sequenze montate in ordine anti-cronologico. Si comincia quindi con il divorzio (con un tardivo tentativo di riconciliazione destinato a fallire), si prosegue con una serata in casa che evidenzia già una profonda crisi, e poi la nascita di un figlio, il matrimonio, il primo incontro in un villaggio vacanze. L'insolita struttura a ritroso, come in altre pellicole che ne fanno uso ("Peppermint Candy", "Irreversible", "Memento"), guida con intelligenza lo spettatore alla scoperta della storia dei personaggi mostrandone prima gli effetti e poi le cause, o meglio gli indizi del fatto che qualcosa sarebbe andato storto. Tentazioni di infedeltà (Marion cede alle avances di uno sconosciuto la notte stessa delle nozze), la paura di costruire un futuro insieme (Gilles non riesce ad accettare la nascita del figlio, non presentandosi all'ospedale al momento del parto), la mancanza di intesa o di complicità (durante la cena con il fratello di Gilles, i due coniugi viaggiano su binari diversi e paralleli)... E i difetti segnano anche l'inizio e la fine della relazione, rendendo i due protagonisti umani e fallibili. Il passaggio da una sequenza all'altra è accompagnato da una colonna sonora a base di canzoni italiane: Paolo Conte ("Sparring partner"), Luigi Tenco ("Ho capito che ti amo" e "Mi sono innamorato di te"), Bobby Solo ("Una lacrima sul viso") e Nico Fidenco ("Se mi perderai"). I brani di Tenco, in particolare, sottolineano alla perfezione i paradossi e le contraddizioni di una storia d'amore che Ozon – aiutato da due ottimi attori – ritrae in maniera schietta e realista, senza cinismo ma anche senza paraocchi, rendendo interessante una vicenda che sarebbe apparsa banalissima se raccontata nel normale ordine cronologico. Nel cast anche Géraldine Pailhas, Françoise Fabian e Michael Lonsdale.

8 agosto 2016

Destino (Fritz Lang, 1921)

Destino (Der müde Tod)
di Fritz Lang – Germania 1921
con Lil Dagover, Bernhard Goetzke
**1/2

Visto in divx.

Un inquietante straniero (Bernhard Goetzke) giunge in un tranquillo paese di campagna, chiedendo di acquistare un terreno vicino al cimitero per poterne fare un giardino dove risiedere in pace. Si tratta nientemento che della morte, stanca di vagabondare per il mondo, che pur stabilendosi nel villaggio continua a svolgere il proprio lavoro. Quando reclama l'anima di un giovane (Walter Jansen), la ragazza di cui è innamorato (Lil Dagover) si presenta da lui per chiedergli di rilasciarlo. Impietosito, il mietitore le propone un accordo: se la ragazza gli dimostrerà che l'amore è più forte della morte, acconsentirà alla sua richiesta. Nella vena di altri film muti divisi in episodi di diversa ambientazione storica – come "Intolerance" o "Pagine del libro di Satana" – la pellicola prosegue dunque raccontando tre vicende (collocate rispettivamente in Persia, a Venezia e in Cina, in contesti più fiabeschi che storici) in cui una coppia di innamorati è messa a dura prova dalle avversità del destino. Ma in tutti i casi, è sempre la morte ad averla vinta. Disperata, alla ragazza è offerta un'ultima possibilità: rivedrà il suo uomo se in cambio saprà procurare alla morte l'anima di un altro essere vivente. Dopo aver inutilmente cercato di convincere un vecchio, un mendicante e un malato a sacrificarsi per la sua felicità, la ragazza sceglierà invece di donare sé stessa, immolandosi per salvare un neonato in un incendio. E la morte la ricompenserà riunendola con il suo amato nell'aldilà. Primo successo internazionale di Lang, su sceneggiatura della futura moglie Thea von Harbou, questo dramma gotico-fiabesco è modellato su una "Ballata popolare tedesca in sei canti", come recita la didascalia iniziale. Già maturo nell'uso del montaggio, della fotografia e delle scenografie, il film è un ottimo esempio di cinema espressionista che influenzò, fra gli altri, Alfred Hitchcock (per la tecnica cinematografica), Luis Buñuel (per la simbologia) e Douglas Fairbanks (per le sequenze esotiche e i molti effetti speciali). Da ricordare scene come il tempio della morte colmo di candele che simboleggiano le vite umane. I tre protagonisti principali sono interpretati sempre dagli stessi attori in tutti le varie epoche, mentre variano quelli secondari (fra cui si riconosce Rudolf Klein-Rogge, il "cattivo" nell'episodio veneziano).

7 agosto 2016

The raid - Redenzione (G. Evans, 2011)

The Raid - Redenzione (The Raid)
di Gareth Evans – Indonesia/USA 2011
con Iko Uwais, Donny Alamsyah
*1/2

Visto in divx, con Giovanni.

Una squadra delle forze speciali di polizia irrompe nel palazzo dove si nasconde un boss della droga. Ma l'intero edificio di quindici piani è sotto il controllo del malvivente, e ben presto i poliziotti da predatori diventano prede, costretti a difendersi dagli attacchi di tutti gli inquilini... Al suo secondo film sul pencak silat (un'arte marziale indonesiana), e con lo stesso protagonista del precedente "Merantau" (Iko Uwais, qui nei panni della giovane recluta Rama che scopre che una delle guardie del corpo del boss è suo fratello Andi), il regista gallese Gareth Evans alza la posta e realizza una pellicola d'azione praticamente senza pause: a parte i cinque minuti introduttivi, il film è tutto un susseguirsi di scontri e combattimenti, estremamente duri e cruenti, pieni di energia e ben coreografati anche se talvolta con un eccesso di effetti digitali. Purtroppo, oltre a questi c'è ben poco: la trama è esile, i personaggi non hanno caratterizzazione o profondità, i dialoghi sono stereotipati (soprattutto quelli della prima parte, che racconta l'irruzione della polizia nel palazzo, che sembrano uscire da un film bellico di serie Z) e i contenuti del tutto sacrificati a una furiosa e viscerale messa in scena che procede solo per accumulo, priva di qualsivoglia spessore e degna – è la definizione degli stessi filmmaker – di un "survival horror". I combattimenti, come detto, sono l'unica ragion d'essere del film: da ricordare, in particolare, quello in cui Rama e Andi affrontano Mad Dog (Yayan Ruhian), braccio destro del boss, che tiene loro testa in uno contro due. Ma sembra quasi di assistere a un videogioco, con il protagonista che terminato ogni scontro è sempre di nuovo in forma per il successivo. Buon successo di pubblico, che ha portato alla realizzazione di un sequel. Si era parlato anche di un remake americano, ma per ora non se ne è fatto nulla.

5 agosto 2016

Momenti di gloria (Hugh Hudson, 1981)

Momenti di gloria (Chariots of Fire)
di Hugh Hudson – GB 1981
con Ben Cross, Ian Charleson
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Daniela e Sabrina.

Oggi iniziano le Olimpiadi di Rio: niente di più scontato che riguardarsi il film più famoso (e bello) sul tema dei Giochi Olimpici, vincitore del premio Oscar nel 1981, che celebra gli atleti britannici che parteciparono all'edizione di Parigi 1924. Con una trama lineare, una caratterizzazione semplice e una ricostruzione storica accurata (almeno a livello di immagini, abiti e scenari: le vicende sono invece in parte romanzate), la pellicola si concentra in particolare su due atleti: Harold Abrahams, studente ebreo di Cambridge, che ai Giochi vinse la medaglia d'oro nei 100 metri piani, ed Eric Liddell, missionario evangelico scozzese, che trionfò invece nei 400 metri. Le loro storie scorrono in parallelo, senza mai veramente entrare in contatto, anche se proprio una sconfitta in un'esibizione contro Liddell spinge Abrahams a fare di tutto per andare ancora oltre i propri limiti, affidandosi alle cure dell'allenatore professionista Sam Mussabini (Ian Holm), in un periodo in cui l'atletica alle Olimpiadi era ancora una disciplina riservata ai soli dilettanti. I due campioni avrebbero dovuto competere entrambi sulla corta distanza, ma il fatto che le eliminatorie dei 100 metri fossero programmate di domenica, giorno che intendeva dedicare completamente al Signore, spinse Liddell, fervente praticante, a iscriversi invece ai 400 metri. Il confronto diretto fra i due protagonisti viene così a mancare, con uno smorzamento del climax nella seconda parte della pellicola: i due atleti si "limitano" a battere i rivali americani e, naturalmente, sé stessi. Le motivazioni dei due personaggi, in effetti, sono alquanto diverse e in ogni caso lontane dalla semplice sete di gloria: se lo scozzese corre per onorare Dio, Abrahams vede invece nell'atletica una via di riscatto all'interno di una società che guarda ancora gli ebrei con sospetto. Detto della bella ricostruzione d'epoca (l'ambiente del college, le operette di Gilbert e Sullivan, l'atmosfera delle Olimpiadi dei primordi), il film è entrato nella memoria collettiva anche e soprattutto per la colonna sonora di Vangelis, che ruppe molte convenzioni (era assai raro usare musica elettronica in un period movie) e produsse un tema ("Chariots of fire", appunto, quello che accompagna la corsa degli atleti britannici sulla spiaggia in apertura e chiusura di film) destinato a diventare uno dei più celebri motivi musicali associati allo sport. Fra gli altri brani del compositore greco che si sentono nella pellicola, da segnalare "Abraham's Theme" e "Hymne" (poi usato fino alla nausea negli spot di una nota marca di pasta).

3 agosto 2016

Ant-Man (Peyton Reed, 2015)

Ant-Man (id.)
di Peyton Reed – USA 2015
con Paul Rudd, Michael Douglas
**

Visto in divx.

Il ladruncolo Scott Lang (Paul Rudd), da poco uscito di prigione e in cerca di un lavoro, viene assoldato dallo scienziato Henry "Hank" Pym (Michael Douglas) affinché indossi una speciale tuta di sua invenzione, in grado di rimpicciolire il corpo umano alle dimensioni di un insetto. Pym, negli anni della guerra fredda, era stato infatti un supereroe noto come Ant-Man (l'uomo formica), e intende evitare che il segreto della sua scoperta, le cosiddette "particelle Pym", venga usato a scopi malvagi. Con l'aiuto della figlia di Pym, la bella Hope (Evangeline Lilly), e di un gruppo di scapestrati amici (guidati dall'ex compagno di cella Luis, interpretato da Michael Peña), Scott dovrà dunque introdursi nei sorvegliatissimi laboratori di Darren Cross, l'uomo d'affari che si è impadronito della tecnologia di Pym per mettere a punto una versione ben più letale della tuta di Ant-Man: l'armatura del Calabrone... Con l'intenzione di rimpolpare il roster dei suoi personaggi cinematografici (e tutto è già intavolato per il crossover con gli Avengers, che avverrà l'anno successivo in "Captain America: Civil War": qui Ant-Man ha il suo battesimo del fuoco quando cerca di penetrare nella base degli eroi più potenti della Terra e si ritrova ad affrontare uno di loro, ovvero Falcon), i Marvel Studios portano sullo schermo uno dei personaggi più classici della fase pionieristica della Casa delle Idee: non nella sua incarnazione originale degli anni sessanta, però (Hank Pym, appunto, che si "limita" al ruolo di mentore, anche perché un flashback rivela che ha perso in missione la sua compagna di una vita, Janet Van Dyne/Wasp), ma in quella degli anni ottanta (Scott Lang, con tanto di figlioletta Cassie a carico). Leggero, spensierato e a tratti incoerente, a parte i poteri dell'eroe (oltre a rimpicciolirsi e a tornare normale a piacimento, c'è la capacità di comunicare mentalmente con gli insetti), che consentono di mettere in scena divertenti combattimenti su "piccola scala" (lo scontro finale con il cattivo avviene in un diorama con il modellino di un treno), il film ha ben poco di originale e ricalca dinamiche viste già altre volte in pellicole dello stesso tipo, come il conflitto – su più livelli – fra genitori e figli (e lo stesso personaggio di Cross, il rivale di Pym che indossa il costume del Calabrone, ricorda in maniera impressionante l'Obadiah Stane del primo "Iron Man"), cercando di renderle più vivaci con una robusta iniezione di umorismo: è probabilmente una delle pellicole Marvel più marcatamente "per famiglie". Nel controfinale si suggerisce una possibile carriera per Hope come nuova Wasp. Ambientato a San Francisco, il film doveva inizialmente essere diretto da Edgar Wright, che ha firmato la prima versione della sceneggiatura insieme a Joe Cornish e che ha abbandonato il progetto quando è stato deciso di smussarne gli elementi comici e di legarlo in maniera più stretta al Marvel Cinematic Universe.