30 maggio 2016

Taxi driver (Martin Scorsese, 1976)

Taxi Driver (id.)
di Martin Scorsese – USA 1976
con Robert De Niro, Jodie Foster
****

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Paola e Costanza.

Travis Bickle (De Niro), solitario e psicotico reduce dal Vietnam, soffre di insonnia cronica e decide quindi di farsi assumere come tassista notturno. Guidando incessamente per le strade di New York, entra in contatto con un mondo degradato che finisce per esacerbare la sua sociopatia e i suoi disturbi di personalità. La situazione peggiora quando, invaghitosi dell'avvenente Betsy (Cybill Shepherd), attivista che collabora alla campagna del candidato alle elezioni presidenziali Charles Palantine (Leonard Harris), viene da questa respinto. Ossessionato dall'idea di "ripulire la città", trasferisce tutto il suo odio sull'uomo politico, che vede come un simbolo del male imperante. Pianificherà di ucciderlo, ma non riuscendoci si getterà a testa bassa in un violento e sanguinoso scontro a fuoco per salvare una baby prostituta (Jodie Foster) dal suo sfruttatore (Harvey Keitel): e finirà con l'essere osannato dai mass media come un eroe. Uno dei più grandi film di tutti i tempi, capolavoro di Scorsese e dello sceneggiatore Paul Schrader, "Taxi Driver" coglie alla perfezione il malessere sociale ed esistenziale che permeava l'America a metà degli anni settanta, una nazione sconvolta dal trauma della guerra, dagli scandali politici e dalle rivolte sociali. Fu in effetti uno dei primi film a portare sullo schermo i disagi dei reduci del Vietnam, oltre che ad enfatizzare l'ambiguità della figura del "vigilante", mostrando quanto fosse sottile il confine fra bene e male (è solo per caso che Travis passa dall'essere un terrorista al diventare un eroe). Graziato dall'interpretazione di De Niro (cui Scorsese concesse ampio spazio di improvvisazione), il film lanciò definitivamente le carriere parallele dell'attore e del regista, che per lungo tempo continuarono a viaggiare di pari passo, e ha influenzato profondamente l'humus del cinema americano per molti anni a venire.

Schrader, che si ispirò alle memorie di Arthur Bremer (autore nel 1972 di un attentato contro un candidato alla presidenza) e alle "Memorie del sottosuolo" di Dostoevskij, oltre che all'esistenzialismo di Sartre e Camus, descrive la città come un vero e proprio inferno popolato da anime irrequiete e disperate, fra sporcizia, delinquenza e prostituzione. Investita da un'insolita ondata di calore estivo e deturpata anche da uno sciopero della nettezza urbana, la New York in cui si muove Travis simboleggia in realtà tutte le metropoli del mondo (lo script iniziale era ambientato a Los Angeles, ma la location fu cambiata perché nella città californiana i taxi non sono così diffusi). L'ottima fotografia di Michael Chapman, iperrealista e colorata, esalta questa visione "infernale" di una città notturna, con le strade illuminate dai neon delle insegne e soffocate dal vapore che fuoriesce dai tombini. In generale, Scorsese volle che la consistenza delle immagini ondeggiasse fra la realtà e il sogno, "come se la pellicola fosse ambientata in un limbo dove la coscienza è annebbiata". La regia avvolgente e dinamica, piena di carrelli e di ralenti, supera sé stessa nella virtuosistica sequenza finale dello scontro a fuoco, con la macchina da presa che monitora dall'alto le azioni degli uomini, quasi a volerne prendere le distanze e infine distogliere lo sguardo. La scena, fra l'altro, presenta colori desaturati rispetto al resto del film perché la commissione di censura lamentò che fosse troppo cruenta. La bellissima colonna sonora, opera di Bernard Herrmann, fu l'ultima opera del compositore (che morì prima che il film giungesse nelle sale: la pellicola è dedicata alla sua memoria) e comprende un tema principale col sassofono, mellifuo e malinconico, mentre in sottofondo si odono suoni profondi e dissonanti che simboleggiano la città, i suoi rumori, le sue trappole e la sua decadenza. Il mood jazzistico ben si sposa con un personaggio che vaga alla ricerca di sé stesso.

Immerso in un mondo di vizio, violenza e degrado, il protagonista si illude di essere al di sopra di tutto questo, al punto da vedersi come un angelo vendicatore (la simbologia religiosa, come sempre, in Scorsese è onnipresente), destinato a purificare la città. In realtà Travis ne è parte indissolubile, ne accetta le regole e non ne è immune (come dimostra la sua dipendenza dalla pornografia: ne è talmente assuefatto che gli pare del tutto normale portare Betsy a guardare un film per adulti durante il loro primo appuntamento, perdendo così di colpo ogni possibilità di mantenere un legame con la donna, che pure in qualche modo era da lui attratta e affascinata). La sua psicosi paranoide procede attraverso varie fasi, e la sua trasformazione finale in vigilante è al tempo stesso inevitabile e casuale. Rifiutato non solo da Betsy ma dall'intera società (un rifiuto, questo, che sembra corrisposto, vista la sua escerbata solitudine), Travis cerca faticosamente una nuova ragione per esistere e per tenersi a galla in un mare di follia ed ipocrisia: prova a "riorganizzare la sua vita", acquista armi da fuoco per difendersi (ma gli capiterà ben presto di usarle in altro modo), giunge poi alla convinzione di avere un compito da svolgere (uccidere Palantine). E quando fallisce miseramente anche in questo, è con spirito suicida che corre in aiuto di Iris, finendo per diventare controvoglia un eroe. Non si tratta di un personaggio simpatetico: cineasti e spettatori ne vedono tutta la follia e la psicosi, eppure non si può fare a meno di partecipare alle sue vicende, di "tifare per lui" in alcune occasioni, di assistere con curiosità agli sviluppi della sua storia, quella in fondo di un personaggio anonimo in una metropoli che annulla ogni residuo di umanità (per Iris, la salvezza consisterà nel tornare nel paese di campagna dal quale proviene).

Durante le riprese del film, De Niro stava lavorando contemporaneamente a "Novecento" di Bertolucci e si spostava spesso in aereo da un continente all'altro. La sua interpretazione, una delle più celebri della sua carriera, deve molto anche all'improvvisazione. In particolare, il celebre monologo davanti allo specchio ("Ma dici a me? Dici a me? Non ci sono che io qui...") non era previsto nella sceneggiatura. La scena divenne così popolare che in seguito fu rifatta, citata, parodiata innumerevoli volte (persino dallo stesso attore, ne "Le avventure di Rocky e Bullwinkle"!). Certo, in italiano vanta anche il valore aggiunto della voce di Ferruccio Amendola, lo storico doppiatore di De Niro. Anche dialoghi come quello fra Travis e Betsy nel caffè furono improvvisati sul momento. Fra gli elementi del personaggio diventati iconici, da ricordare il taglio alla mohicana che il protagonista sfoggia al momento in cui tenta di assassinare Palantine: fu scelto perché si trattava di un tipo di acconciatura adottata da molti soldati americani mentre combattevano nella giungla in Vietnam. Quanto al resto del cast, l'allora tredicenne Jodie Foster (che aveva già recitato per Scorsese in "Alice non abita più qui") fu seguita da uno psicologo per assicurarsi che non fosse traumatizzata dall'ambiguità della sua parte. In ogni caso, venne sostituita da una controfigura (la sorella diciannovenne) nella scena in cui accenna a slacciare i pantaloni di Travis. Il ruolo la fece diventare una star, e le procurò anche un pericoloso stalker, John Hinckley Jr., che per attirare la sua attenzione qualche anno più tardi cercò di assassinare il presidente Reagan. Harvey Keitel, protagonista dei primissimi film di Scorsese, recita nel ruolo del magnaccia. Fra gli altri volti si riconoscono Peter Boyle, Albert Brooks e lo stesso Scorsese nei panni del passeggero tradito dalla moglie. Candidato a quattro premi Oscar, il film vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes.

28 maggio 2016

X-Men: Apocalisse (Bryan Singer, 2016)

X-Men: Apocalisse (X-Men: Apocalypse)
di Bryan Singer – USA 2016
con James McAvoy, Michael Fassbender
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

"Il terzo film è sempre il peggiore", afferma un personaggio mentre esce dal cinema dopo aver appena visto "Il ritorno dello jedi" (la storia si svolge infatti nel 1983). Probabilmente Singer intendeva lanciare un meta-commento al terzo capitolo della trilogia originale degli X-Men, "Conflitto finale", guarda caso l'unico non diretto da lui (ed effettivamente il più brutto dei tre). Ma la frase è valida anche se riferita a questa trilogia di prequel, di cui "Apocalisse" è appunto il terzo episodio dopo "X-Men: L'inizio" e "Giorni di un futuro passato". Non che manchi l'intrattenimento: chi da un film di supereroi si attende spettacolari scene d'azione, variopinti poteri, e vivaci dinamiche fra i vari personaggi (particolarmente simpatici i siparietti con Quicksilver e Nightcrawler) non resterà troppo deluso. Ma rispetto ai suoi due predecessori, la storia è parecchio generica, le caratterizzazioni superficiali, le svolte prevedibili e stereotipate, sono assenti i sottotesti sociali e razziali (sostituiti da una vaga metafora religiosa) e si resta con l'impressione di aver assistito semplicemente a un unico, prolungato, artificio per ripristinare lo status quo della franchise, reintroducendo personaggi cardine (Ciclope, Tempesta, Nightcrawler), quasi tutti in versione teen, e formando la squadra che sarà protagonista delle future avventure (manca giusto Wolverine, che comunque si concede un'apparizione nei panni dell'Arma X). Certo, in mezzo ai tanti qualcuno risulta sacrificato: penso a Magneto (Michael Fassbender), ridotto quasi a una figura di contorno (se si eccettua la sequenza in cui perde la moglie e la figlia con cui aveva cercato di rifarsi una vita normale, tornando di conseguenza sulla strada del male); in confronto Mystica (Jennifer Lawrence) sembra invece divenuta un punto di riferimento centrale nella saga, tanto che molti giovani mutanti (a partire da Tempesta) la venerano come un'eroina e un modello da seguire. Eppure, come ho già avuto modo di dire, preferisco di gran lunga i film degli X-Men a quelli degli Avengers prodotti direttamente dai Marvel Studios: almeno "sembrano" vero cinema e non lunghi episodi di un telefilm.

Siamo negli anni ottanta, dunque: come le due pellicole precedenti sfruttavano lo scenario degli anni '60 e '70 per dare spessore all'ambientazione, anche in questo caso trovamo sullo sfondo le dinamiche socio-politiche dell'epoca (i materiali di repertorio comprendono filmati di Reagan e Andropov). Il cattivone è En Sabah Nur (Oscar Isaac), ossia Apocalisse, forse il primo mutante in assoluto, in giro da almeno cinquemila anni e in grado di accumulare nuovi poteri a ogni reincarnazione. Risvegliato da un sonno millenario e intenzionato a conquistare il mondo, comincia con lo "smantellare" gli arsenali nucleari delle superpotenze, aiutato dai quattro mutanti che ha scelto come suoi "cavalieri": Angelo (cui ha donato ali metalliche, come nei fumetti), Psylocke (entrambi in una versione differente da quella apparsa in passato), Tempesta (reclutata nelle strade del Cairo) e Magneto. A opporsi a loro ci sono il professor Xavier (James McAvoy) e i suoi studenti: i fedeli Bestia e Havok, la rediviva Mystica, la giovane Jean/Fenice e le nuove reclute Ciclope e Nightcrawler, ai quali si aggiunge Quicksilver (figlio di Magneto, all'insaputa di questi). Come si vede, tantissimi personaggi, e tutti più giovani rispetto alle incarnazioni successive (si completa così il ricambio generazionale degli interpreti: qui Tye Sheridan, Sophie Turner, Kodi Smit-McPhee e Alexandra Shipp vanno a sostituire James Marsden, Famke Janssen, Alan Cumming e Halle Berry rispettivamente nei panni di Ciclope, Jean, Nightcrawler e Tempesta). Fra le new entry, Olivia Munn è Psylocke, Ben Hardy è Angelo e Lana Condor è Jubilee (poco più di un cameo, visto che dal montaggio finale è stata tagliata tutta la parte al centro commerciale). Brevi apparizioni per Calibano e Blob. Nella colonna sonora spiccano i brani non originali, utilizzati in quelle che forse sono le scene più belle dell'intero film: l'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven (nella sequenza della distruzione degli arsenali nucleari) e la canzone "Sweet Dreams (Are Made of This)" degli Eurythmics (quando Quicksilver salva gli studenti della scuola Xavier, mostrata tutta dal punto di vista "accelerato" del personaggio). Lo scontro mentale fra Xavier e Apocalisse nel finale potrebbe essere stato ispirato dal classico duello fra il professore e il Re delle Ombre nella serie a fumetti. Il consueto cameo di Stan Lee, per una volta, include anche sua moglie, Joanie. La scena post-credits, in cui la Essex Corporation recupera campioni di sangue dell'Arma X, sarà probabilmente sviluppata nei futuri film di Wolverine, di Gambit e degli stessi X-Men.

27 maggio 2016

Perfidia (Robert Bresson, 1945)

Perfidia (Les dames du Bois de Boulogne)
di Robert Bresson – Francia 1945
con María Casares, Paul Bernard
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Per vendicarsi di Jean (Paul Bernard), l'amante che l'ha lasciata, l'intrigante parigina Hélène (María Casares) lo spinge fra le braccia della giovane Agnès (Elina Labourdette), all'apparenza una semplice ragazza di campagna, in realtà con un torbido passato da prostituta. Soltanto dopo che i due si saranno sposati, Hélène rivelerà a Jean la verità. Nonostante il disonore, però, l'uomo continuerà ad amare la ragazza. Ispirandosi a un episodio contenuto nel romanzo "Jacques il fatalista" di Diderot, Bresson realizza un dramma che a tratti può ricordare gli intrighi de "Le relazioni pericolose" (anche se in questo caso la ragazza da sedurre è tutt'altro che innocente e il seduttore è la vera vittima del complotto), coadiuvato ai dialoghi da Jean Cocteau (che si ricorderà della Casares cinque anni più tardi, quando girerà il suo "Orfeo"). Al centro dell'intreccio c'è ovviamente la morale in fatto di costumi sessuali e il contrasto fra la povera Agnès, che le circostanze avverse della vita hanno trasformato suo malgrado in una donna non onorevole, ed Hélène, dama dell'alta società ma dall'animo contorto, manipolatrice e vendicativa nei confronti dell'ingenuo Jean. Pur ambientato in epoca contemporanea, sono assenti riferimenti alla situazione sociale e politica della Francia del dopoguerra. Al suo secondo film, Bresson ricorre qui ancora ad attori professionisti e ad una messa in scena piuttosto tradizionale: a partire dalla pellicola successiva, "Il diario di un curato di campagna", cambierà approccio e affinerà il suo stile essenziale e minimalista.

25 maggio 2016

Ho affittato un killer (Aki Kaurismäki, 1990)

Ho affittato un killer (I hired a contract killer)
di Aki Kaurismäki – GB/Fra/Fin/Ger/Sve 1990
con Jean-Pierre Léaud, Margi Clarke
**1/2

Rivisto in divx.

Henri (Léaud), francese in "esilio" a Londra dove è impiegato in un ufficio comunale, conduce una vita vuota, monotona e solitaria. Quando perde il lavoro, decide di suicidarsi: non riuscendo però a uccidersi con le proprie mani, commissiona l'incarico ad un killer (Kenneth Colley). L'incontro con una donna, Margaret (Clarke), gli farà però cambiare idea: a questo punto farà di tutto per sfuggire al sicario che lui stesso ha assoldato. Alla sua prima produzione internazionale (anche se non si tratta del suo primo film girato all'estero, visto che c'era stato "Leningrad Cowboys Go America"), Kaurismäki non rinuncia al proprio stile laconico ed essenziale, e sceglie un attore il cui volto impassibile si sposa alla perfezione con la sua poetica: Jean-Pierre Lèaud, icona della Nouvelle Vague e celebre per i film di Truffaut. Se la trama è alquanto inverosimile, ondeggiando tra la black comedy e la farsa (i vari tentativi di suicidio di Henri, che non vanno a buon fine per imperizia o per sfortuna) e con un meccanismo narrativo a tratti forzato (la rapina), l'atmosfera è invece quella di un perfetto noir. Gli ambienti (i quartieri più proletari e degradati della Londra thatcheriana; gli appartamenti spogli che riflettono il vuoto nelle vite dei personaggi; i pub e i locali dove si consumano whisky e sigarette senza pensare al futuro) e i personaggi di contorno (da Margaret, venditrice di rose, allo stesso killer, che si scopre malato terminale di cancro) contribuiscono al tono malinconico e fatalista tipico dei migliori esempi del genere. Nel finale c'è spazio per un po' di speranza, magari da andarsi a cercare altrove (tanto "la classe operaia non ha patria", dice Henri). Cameo di Joe Strummer (il chitarrista), di Serge Reggiani (il proprietario del chiosco di hamburger) e dello stesso Kaurismäki (il venditore di occhiali da sole).

24 maggio 2016

Siamo donne (Rossellini, Visconti, et al, 1953)

Siamo donne
di Alfredo Guarini, Gianni Franciolini, Roberto Rossellini, Luigi Zampa, Luchino Visconti – Italia 1953
con Alida Valli, Ingrid Bergman, Isa Miranda, Anna Magnani
**

Visto in divx.

Film in cinque episodi, ideato da Cesare Zavattini per "applicare la poetica del quotidiano a personaggi famosi". A parte il primo segmento, infatti, gli altri quattro presentano celebri attrici nei panni di sé stesse. Ogni episodio è aperto, sui titoli di testa, da una successione di locandine dei film più famosi di ciascuna interprete. I segmenti dedicati a Ingrid Bergman e Anna Magnani sono decisamente comici e farseschi, mentre quelli di Alida Valli e Isa Miranda sono più drammatici e si incentrano sul loro desiderio di vivere una vita normale. Nel complesso, una pellicola interessante ma – come sempre capita con i film a episodi – di livello diseguale.

"4 attrici, 1 speranza" di Alfredo Guarini (*1/2)
Decine di ragazze si accalcano a Cinecittà per partecipare a un concorso per aspiranti attrici. Una di loro, infatti, sarà scelta per partecipare al film che stiamo guardando. La selezione è narrata in prima persona da Anna Amendola, che alla fine sarà scelta insieme a Emma Danieli. È l'episodio meno interessante, anche perché la caratterizzazione delle candidate (protagonista compresa) è quasi inesistente. Un anno prima era uscito "Bellissima" di Visconti, molto più efficace (e spietato) nel mettere in scena l'illusione e l'attrazione per il dorato mondo del cinema. Amendola e Danieli, così come qualche altra delle aspiranti attrici che si vedono sullo schermo (fra cui Marcella Mariani), avranno una breve carriera cinematografica negli anni a venire.

"Alida Valli" di Gianni Franciolini (**1/2)
Alida Valli è sommersa da obblighi e impegni, e trova sempre più soffocante l'ambiente in cui lavora, senza poter mai essere sé stessa. Per sfuggire a un noioso ricevimento, una sera decide di recarsi invece alla festa di fidanzamento della propria cameriera Anna. Qui scopre di invidiare la vita semplice ma genuina della ragazza e assapora un breve istante di "normalità". Forse perché desidera di essere al posto di Anna, comincia involontariamente a flirtare con il suo fidanzato: quando se ne rende conto, vergognandosi di sé stessa, abbandona anche questa festa. In fondo anche lì stava solo recitando.

"Ingrid Bergman" di Roberto Rossellini (**)
Ingrid Bergman racconta un episodio accadutole quando si era appena trasferita ad abitare con Rossellini in una bella villa fuori Roma. L'attrice dà vita a una vera e propria faida con il pollo di una vicina di casa, che accusa di entrare nel giardino e di rovinarle il roseto che accudisce con tanta cura. L'incidente ha un epilogo imbarazzante quando la Bergman chiude il pollo in un armadio perché stanno arrivando degli ospiti in casa, solo per veder giungere la vicina che l'accusa davanti a tutti di essere una "ladra di polli". Episodio abbastanza sciocco, niente più di una barzelletta, anche se sono da apprezzare l'autoironia e il carattere documentaristico, tipicamente rosselliniano.

"Isa Miranda" di Luigi Zampa (**)
Isa Miranda vive per il lavoro e nel culto della propria personalità, ma rimpiange di aver sacrificato tutto alla carriera e di non aver mai avuto il tempo di farsi una famiglia. Diventerà madre per un giorno quando si prenderà cura di quattro bambini di periferia, rimasti soli in casa perché i genitori sono fuori a lavorare. Dopo aver infatti portato in ospedale un bimbo che era rimasto ferito giocando in strada, l'attrice lo riconduce a casa e trascorre tutto il pomeriggio accudendo lui, i suoi fratellini e sorelline, e "giocando" a fare la mamma fino al ritorno di quella vera.

"Anna Magnani" di Luchino Visconti (**1/2)
Anna Magnani ricorda un episodio di dieci anni prima, quando lavorava nel teatro di varietà. Mentre si sta recando al lavoro in taxi, ha una discussione con l'autista perché questi pretende di farle pagare una lira di supplemento per il suo cane, un piccolo bassotto: l'attrice sostiene invece di non essere obbligata a pagare, trattandosi di un "cane da grembo". Decisa per principio a non darla vinta al tassista, la Magnani lo trascina prima da un poliziotto e poi direttamente in caserma. Alla fine le autorità le daranno ragione, ma nel frattempo avrà perso tempo e speso molto più di quanto avrebbe dovuto pagare inizialmente. L'episodio – il migliore del film, perché sorretto dalla verve di una Magnani come sempre vitale ed esuberante – si conclude con l'attrice, a teatro, che intona lo stornello "Com'è bello fa' l'amore quann'è sera".

22 maggio 2016

The happiness of the Katakuris (T. Miike, 2001)

The happiness of the Katakuris (Katakuri-ke no kofuku)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Kenji Sawada, Naomi Nishida
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Monica, in originale con sottotitoli.

La famiglia Katakuri si è trasferita in campagna per gestire una piccola pensione in una zona poco frequentata da turisti e campeggiatori. Ma i loro clienti hanno una brutta abitudine: per volontà (suicidio) o per caso (incidente), finiscono tutti col morire mentre sono ospiti dell'albergo. Per evitare che la notizia dei decessi si propaghi e getti una cattiva luce sulla struttura, il capofamiglia Masao convince i parenti a seppellire i cadaveri presso il laghetto adiacente, senza dire nulla alla polizia... Remake della black comedy sudcoreana "The quiet family", che Miike trasforma in un musical demenziale e grottesco, un misto di commedia e horror a briglie sciolte: se la trama segue più o meno fedelmente quella del film originale, lo stile salta di palo in frasca, con sequenze animate a passo uno (sin dai titoli di testa) e inserti musicali che evidenziano con enfasi palesemente esagerata lo stato d'animo dei personaggi. Situazioni farsesche e paradossali, momenti splatter, comici o surreali (il nonno che colpisce al volo i corvi con tronchi di legno!), personaggi sopra le righe (il truffatore che millanta di essere parente dei reali d'Inghilterra) e coreografie trash e kitsch, per una pellicola che non si prende mai sul serio e che, se si riesce a stare al gioco, garantisce un divertimento sfrenato e contagioso, anche quando esalta – mettendoli in fondo alla berlina – i valori dell'unità della famiglia e dell'ottimismo che aiuta a superare ogni ostacolo. Come detto, il regista non si fa scrupolo a ricorrere in certe sezioni a una grottesca animazione in stop motion (nei titoli di testa e in alcune sequenze particolarmente “spettacolari” che, se fossero state girate in live action, avrebbero richiesto costosi effetti speciali) e persino a canzoni particolarmente sdolcinate che invitano il pubblico a cantarle insieme agli interpreti, con tanto di sovrimpressioni per il karaoke. A tratti esilarante, anche se come spesso capita Miike sembra non avere limiti nel buono o nel cattivo gusto. Dieci anni fa mi aveva entusiasmato e sorpreso per la sua anarchica follia nonsense. Devo però confessare che, rivisto una seconda volta, mi è parso un po' meno divertente.

20 maggio 2016

La notte del demonio (J. Tourneur, 1957)

La notte del demonio (Night of the demon, aka Curse of the demon)
di Jacques Tourneur – GB 1957
con Dana Andrews, Peggy Cummins
***

Visto in divx.

Dana Andrews said prunes
gave him the runes,
and passing them used lots of skills...

Lo psicologo americano John Holden (Dana Andrews), arrivato in Inghilterra per partecipare a un convegno sul soprannaturale, si ritrova ad indagare sulla misteriosa morte di un collega che aveva pubblicamente diffamato il capo di una setta satanica. Lo scettico Holden non crede alla magia nera o al demonio, e se la ride quando il suo rivale, il dottor Julian Karswell (Niall MacGinnis), gli scaglia contro una maledizione per mezzo di una pergamena con antichi caratteri runici, prevedendo la sua morte entro due giorni... Ma dovrà ricredersi. Fra inquietanti scene notturne e sequenze d'atmosfera nel cerchio di pietre di Stonehenge, uno dei più celebri horror britannici degli anni cinquanta, colmo di suspense e costantemente in bilico fra la realtà concreta e l'ambiguità del mondo arcano. Tourneur, che torna al genere dopo la trilogia girata in America per Val Lewton nei primi anni quaranta ("Il bacio della pantera", "Ho camminato con uno zombi" e "L'uomo leopardo") e lo sceneggiatore Charles Bennett (che adatta un romanzo del 1911, "Casting the runes " di M. R. James) ebbero contrasti con il produttore Hal E. Chester, che impose loro di mostrare apertamente sullo schermo il demone. Bennett e Tourneur avrebbero preferito lasciare nel dubbio lo spettatore sulla reale presenza o meno di una creatura soprannaturale, e sarebbe di certo stato meglio (anche perché gli effetti speciali sono alquanto imbarazzanti). Interessante la caratterizzazione del cattivo, intrigante e affabile al tempo stesso, che vive nel suo castello nella campagna inglese insieme all'anziana madre e nel tempo libero gioca a fare l'illusionista per i bambini del villaggio. Al fianco di Andrews c'è Joanna (Peggy Cummins), la nipote del suo collega morto. Fra le scene più memorabili, quella dell'interrogatorio sotto ipnosi di un adepto della setta (Brian Wilde), caduto in stato catatonico dopo essere stato accusato di aver commesso un altro omicidio, e quella della seduta spiritica in cui un medium evoca lo spirito dello zio della ragazza.

18 maggio 2016

La calda amante (François Truffaut, 1964)

La calda amante (La peau douce)
di François Truffaut – Francia 1964
con Jean Desailly, Françoise Dorléac
**1/2

Rivisto in DVD.

Pierre Lachenay (Desailly), affermato scrittore e studioso di letteratura, sposato da quindici anni e con una figlia piccola, durante un viaggio a Lisbona per una conferenza conosce una giovane hostess, Nicole (Dorléac), di cui si invaghisce. Comincia così a frequentarla a più riprese, finché non diventa la sua amante. Ma il tempo per gli incontri clandestini è sempre troppo poco, e la sua notorietà di accademico (oltre al timore di dare scandalo mostrandosi con lei in pubblico) mette di continuo i bastoni fra le ruote alla loro relazione. Quando la moglie scoprirà tutto, la situazione precipiterà. Dopo l'enorme successo di "Jules e Jim", che lo aveva proiettato nell'olimpo cinematografico come uno dei giovani registi più popolari della Nouvelle Vague, Truffaut sorprese tutti mettendo in scena una storia d'amore quasi agli antipodi del film precedente. Se quello celebrava l'amore libero, anarchico e fuori dalle regole, questo propone il più ordinario triangolo borghese (marito, moglie, amante); se quello manifestava un approccio rivoluzionario e poneva i sentimenti al di sopra di tutto, persino della vita e della patria, questo soffoca i suoi protagonisti nei lacci del conformismo e delle convenzioni sociali, raccontandone la vicenda in maniera fredda, quasi senza partecipazione. Il finale in particolare, nonostante la sua drammaticità, fatica a smuovere le emozioni dello spettatore. Lo stesso regista spiegò: «Ho voluto fare "La peau douce" proprio per dimostrare che l'amore è qualcosa di molto meno euforico ed esaltante. L'ho fatto quindi in risposta a "Jules e Jim": ci sono le menzogne, il lato sordido, la doppia vita. È un film da incubo». Tanto bastò per procurargli la disapprovazione di pubblico e di critica, che fischiarono il film al Festival di Cannes (anche se con il tempo, ovviamente, è stato rivalutato). Come se non bastasse, quando uscì nelle sale italiane fu pesantemente censurato (il che è un paradosso, se si pensa che il titolo nostrano ne enfatizza invece l'aspetto "scandalistico"): l'edizione in DVD ripristina le numerose scene tagliate, inserendole in originale con i sottotitoli. Eppure, nonostante la banalità del soggetto, Truffaut è abile come sempre a descrivere psicologicamente i suoi personaggi, e in particolare il protagonista maschile, di cui mostra tutte le debolezze e le insicurezze, l'aspirazione a una nuova gioventù attraverso una relazione "pura" e fresca, tenuta però a freno dalla paura di essere scoperto (tutta la lunga sequenza del viaggio a Reims, dove i due amanti sperano di trascorrere un week-end romantico lontano da Parigi ma che finisce per risolversi in un disastro, è magistrale, permeata da una comicità cinica che scorre sottotraccia: nel vedere frustrati i tentativi di Pierre di restare solo con Nicole, sembra di assistere a una commedia in stile "Quando la moglie è in vacanza"). Ne risulta quasi uno studio scientifico – venato di inevitabile pessimismo – sull'infedeltà e l'impossibilità di sfuggire ai lacci della vita che ci si è costruita con le proprie mani. La moglie di Lachenay è interpretata da Nelly Benedetti. La Dorléac, sorella di Catherine Deneuve, all'epoca aveva una relazione con lo stesso Truffaut.

17 maggio 2016

La signora di mezzanotte (M. Leisen, 1939)

La signora di mezzanotte (Midnight)
di Mitchell Leisen – USA 1939
con Claudette Colbert, Don Ameche
***

Visto in divx.

La cantante e ballerina americana Eve Peabody (Colbert), senza un soldo e senza bagaglio, giunge a Parigi allo scoccare della mezzanotte con il treno proveniente da Montecarlo, dove ha perso al casinò tutti i suoi averi. L'unica cosa che le è rimasta è il vestito elegante e dorato che indossa. In cerca di un lavoro, stringe amicizia con il tassista di origine ungherese Tibor Czerny (Ameche), che naturalmente se ne innamora, ricambiato, ma presto i due si perdono di vista. Introdottasi clandestinamente a una festa dell'alta società, Eve si spaccia per la “baronessa Czerny”, prendendo a prestito il nome del tassista, e conquista il cuore di Jacques Picot (Francis Lederer), un ricco gigolò. Il suo segreto è scoperto dall'aristocratico George Flammarion (John Barrymore), che però le copre il gioco perché ha tutto l'interesse che Picot – che è l'amante di sua moglie – metta la testa a posto. Le cose si complicano quando Czerny, avendo rintracciato Eve, si presenta nella lussuosa dimora dei Flammarion, dove Eve è ospite, fingendo a sua volta di essere un barone nonché il marito della ragazza... Sceneggiato da Charles Brackett e Billy Wilder, in uno dei loro primi lavori cinematografici, un classico della commedia screwball anteguerra, assai divertente e a tratti esilarante (come nella scena della finta telefonata fra i “coniugi” Czerny e la loro figlioletta, cui presta la voce l'anziano Flammarion). Sul canovaccio della commedia degli equivoci (personaggi che mentono e fingono di essere quello che non sono) e di quella romantica (il modello è ovviamente “Accadde una notte” di Capra) si appoggiano la satira dell'alta società, quella dell'arrivismo e dei conflitti di classe, e quella dei rapporti coniugali (memorabile il processo per il divorzio fra Eve e Tibor, che non sono nemmeno sposati!). Il ruolo della Colbert doveva andare inizialmente a Barbara Stanwyck, che vi rinunciò perché impegnata nelle riprese di un altro film. Insoddisfatto delle modifiche apportate alla sceneggiatura durante le riprese, Wilder decise di diventare a sua volta regista per avere il controllo completo sui propri copioni.

15 maggio 2016

A scanner darkly (R. Linklater, 2006)

A scanner darkly - Un oscuro scrutare (A scanner darkly)
di Richard Linklater – USA 2006
con Keanu Reeves, Robert Downey Jr.
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Sabrina, Monica e Marisa.

Al suo secondo film in animazione rotoscope (dopo “Waking life”), Linklater adatta un romanzo semi-autobiografico di Philip K. Dick e ricorre a un cast di attori celebri (quasi tutti perfettamente riconoscibili anche in versione “ricalcata”) che comprende Keanu Reeves, Winona Ryder, Robert Downey Jr., Woody Harrelson e Rory Cochrane. In un prossimo futuro in cui il 20% della popolazione è dipendente da una droga chiamata "Sostanza M" (che provoca allucinazioni, schizofrenia, e a lungo andare distrugge le capacità cerebrali), Reeves è Bob Arctor, un uomo che ha abbandonato la propria famiglia e ospita nella sua casa in California un piccolo gruppo di amici più o meno "sballati" con cui condivide la dipendenza dalla droga e indugia in conversazioni sconclusionate e deliranti. Ma Bob è anche un agente della narcotici in incognito, introdottosi nel gruppo all'insaputa dei suoi compagni per scoprire se vi si nascondono elementi sovversivi. L'intera dimora è tenuta sotto controllo da videocamere che riprendono segretamente ogni cosa ("l'oscuro scrutare" del titolo). La doppia vita di Bob, sempre più schizofrenico a causa della droga che è costretto ad assumere per svolgere il suo incarico e che causa progressivamente una separazione delle funzioni dei due emisferi cerebrali, raggiunge infine un punto di non ritorno. Fra paranoie e allucinazioni, perdita di identità e di memoria, la pellicola racconta in maniera efficace – grazie anche al particolare approccio visivo, sempre in bilico fra immagini realistiche e deviazioni per la tangente – la discesa negli inferi della tossicodipendenza, la perdita di controllo mentale e gli effetti delle sostanze psicotrope. A tratti visionario e fantascientifico (come dimenticare la “tuta disindividuante” che gli agenti in incognito indossano per celare la propria identità anche ai colleghi, attraverso la quale cambiano aspetto in continuazione, e il cui effetto mimetico è in fondo replicato dalla stessa tecnica digitale con cui è girato il film?), altre volte quanto mai tragico e concreto (come suggeriscono i toccanti titoli di coda, nei quali Dick ricorda tutti i suoi amici rimasti vittime di anfetamine e sostanze psicotrope), il film ambienta una vicenda di complotti autoritari (la potente corporazione che gestisce la disintossicazione dei dipendenti dalla droga è in realtà la sua prima produttrice) in un mondo allucinato e visionario che ricorda quello dei protagonisti di “Paura e delirio a Las Vegas”, con persone che si trasformano in insetti, ricevono la visita di strani alieni e perdono la percezione del tempo e dello spazio.

14 maggio 2016

Laurence Anyways (Xavier Dolan, 2012)

Laurence Anyways (id.)
di Xavier Dolan – Canada/Francia 2012
con Melvil Poupaud, Suzanne Clément
***

Visto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Raccontati in un unico e lungo flashback (la durata del film sfiora le tre ore!), dieci anni della vita di Laurence Alia, insegnante di letteratura di Montreal che nel 1989, all'età di trent'anni, comunica alla fidanzata Frédérique e ai parenti la propria intenzione di diventare una donna. Se la famiglia e la scuola lo ostracizzano, Fred sceglie invece di rimanere al suo fianco: il percorso si rivelerà però difficile, e la loro relazione ne soffrirà le conseguenze. Al suo terzo film, il regista prodigio Xavier Dolan mette in scena l'odissea di un personaggio transgender che sceglie di andare per la propria strada, incurante di tutto e di tutti, fino a conquistare quell'identità di cui era in cerca da sempre. Al centro del racconto, prima ancora della trasformazione di Laurence (“Non sto mica diventando un unicorno!”), c'è però costantemente il suo rapporto con Fred, la donna che ama e che ancor più di lui attraversa crisi di ogni genere pur di stargli vicina. A un certo punto Fred prova ad allontanarsi da Laurence e a costruirsi una vita “normale”, con un marito e un figlio, ma le basi su cui poggia sono fragili perché manca quel legame di complicità e di scherzo che funzionava così bene con lui. La regia virtuosistica di Dolan fa respirare la vicenda con sprazzi di visionarietà e arricchisce alcune sequenze con uno stile da videoclip, un utilizzo mai banale (a tratti kubrickiano) della musica più disparata (Beethoven e Prokofiev, fra gli altri) e una cura delle immagini che, anche nei momenti più surreali (la farfalla che esce dalla bocca, la pioggia in casa, la nevicata di panni), non perdono mai il loro valore di metafora e di simbolo della liberazione dai ruoli sociali di genere. Ottimi gli interpreti, in particolare la Clément (favolosa nella scena in cui esplode di rabbia nella tavola calda). Nel cast anche Nathalie Baye (la madre di Laurence), Monia Chokri (la sorella di Fred) e Susan Almgren (la giornalista che intervista Laurence).

12 maggio 2016

Captain America: Civil War (A. e J. Russo, 2016)

Captain America: Civil War (id.)
di Anthony e Joe Russo – USA 2016
con Chris Evans, Robert Downey Jr.
**

Visto al cinema Colosseo.

Il terzo film di Captain America è in realtà più una pellicola degli Avengers al completo che del vendicatore a stelle e strisce, benché questi rimanga comunque al centro dei riflettori. Gli eroi più potenti della Terra (o almeno dell'Universo Marvel) sono infatti vittima di un complotto ordito da Helmut Zemo (Daniel Brühl) per dividerli in due fazioni, capeggiate rispettivamente da Tony Stark/Iron Man (Downey Jr.) e Steve Rogers/Captain America (Evans), e farli scontrare gli uni contro gli altri. Non che Zemo debba sforzarsi troppo, visto che – come si era già capito dalle pellicole precedenti – i due eroi hanno ideali e "filosofie" decisamente in contrasto. Le numerose vittime civili e collaterali durante le recenti missioni dei Vendicatori hanno spinto i governi del pianeta a riconsiderare lo status di autonomia con cui gli eroi operano, e le Nazioni Unite stipulano un trattato che li obbliga a subordinare le loro attività alle decisioni di un apposito comitato. Gli eroi si dividono fra quelli che trovano giusto adeguarsi a tale protocollo (Iron Man, Vedova Nera, Visione, War Machine) e quelli che invece temono che possa pregiudicare la necessaria libertà d'azione e di intervento (Cap, Falcon, Wanda, Occhio di Falco). La situazione precipita quando il Soldato d'Inverno (ovvero Bucky, l'antico compagno di Captain America) viene accusato di essere il responsabile di un attentato contro le stesse Nazioni Unite, nel quale perde la vita anche l'anziano re del Wakanda. Intenzionato a dare fiducia all'amico di un tempo, Cap aiuta Bucky a sfuggire alla cattura, e questo scatena la guerra fra le due fazioni di eroi, rimpolpate per l'occasione da alcune guest star (Pantera Nera e Spider-Man nel team di Stark, Ant-Man e lo stesso Winter Soldier in quello di Rogers). Alla fine si scoprirà che a incastrare Bucky è stato Zemo, ma la rivelazione non spegnerà il contrasto fra Cap e Iron Man, anzi lo esacerberà quando Tony si renderà conto che proprio Bucky, pure se mentalmente controllato dall'Hydra, è stato il responsabile della morte dei suoi genitori.

Adattando una celebre saga dei comics (che però nella versione a fumetti aveva raggio e conseguenze ben più ampie), i fratelli Russo portano sullo schermo un nuovo tassello dell'Universo Cinematico Marvel, ormai un vero e proprio serial a puntate più che una successione di pellicole indipendenti. In particolare, il lungometraggio segna l'inizio della cosiddetta "Fase Tre" del MCU, che dovrebbe culminare con i due "Avengers: Infinity War" in uscita nel 2018 e 2019. In linea con i film precedenti, ovvero con un baricentro spostato sull'azione e le scazzottate fra eroi, caratterizzazioni basilari e dinamiche semplicistiche (il che non è necessariamente un difetto), "Civil War" prosegue le vicende di Bucky (Sebastian Stan) raccontate nel precedente film del Capitano, mette in scena l'atteso e inevitabile scontro fra Iron Man e Cap, ma introduce anche nuovi personaggi, a partire dallo Spider-Man "ufficiale" (Tom Holland) che prende il posto di quello del recente reboot di Marc Webb (da considerarsi dunque defunto dopo solo due film, peraltro assai mediocri), destinato a interagire con regolarità con gli altri eroi Marvel. Fra le caratteristiche del nuovo Uomo Ragno (di cui fortunatamente non vengono raccontate per l'ennesima volta le origini) sono da segnalare una zia May (Marisa Tomei) ben più giovane di quella canonica e un costume "tecnologico", opera di Tony Stark. Per il resto, assistiamo all'evoluzione di Ant-Man in Giant-Man (ovvero Golia), ai primi accenni di una relazione fra Visione e Wanda, e all'introduzione del wakandiano Pantera Nera (Chadwick Boseman), anch'egli – come Spider-Man – futuro protagonista di un film personale. Scarlett Johansson è la Vedova Nera, William Hurt è il generale "Thunderbolt" Ross, Emily VanCamp è Sharon Carter, mentre Stan Lee fa il suo cameo come postino. Gli elementi chiave del genere sono rispettati e l'intrattenimento non manca, e tanto è bastato a riscuotere l'approvazione di un pubblico e una critica ormai assuefatti. Ma l'altro blockbuster di stagione incentrato su scontri fra supereroi, il bistrattato "Batman v Superman", nonostante i difetti di sceneggiatura, mi era sembrato trattare con maggior spessore i dilemmi morali e i lati oscuri degli eroi.

10 maggio 2016

Corvo rosso non avrai il mio scalpo (S. Pollack, 1972)

Corvo rosso non avrai il mio scalpo (Jeremiah Johnson)
di Sydney Pollack – USA 1972
con Robert Redford, Will Geer
***

Visto in TV.

A metà del diciannovesimo secolo, il trapper Jeremiah Johnson abbandona la civiltà e si trasferisce a vivere e a cacciare da solo sulle Montagne Rocciose. Dopo un primo inverno assai duro, l'uomo comincia a ambientarsi sempre meglio in un territorio selvaggio e inospitale, all'epoca ancora infestato dagli indiani. E senza volerlo, finirà per farsi una famiglia, sposando Cigno Pazzo (della tribù delle Teste Piatte) e adottando un bambino (Caleb, che con sua madre era stato l'unico sopravvissuto di un violento attacco dei Piedi Neri). Il breve momento di serenità avrà fine quando la sua casa sarà assalita dai bellicosi Corvi. Johnson giurerà vendetta al loro capo, il temibile Mano Che Segna Rosso, e diventerà una leggenda vivente, temuto e rispettato dai suoi stessi nemici. Ispirato a una storia vera – quella di John "Liver-eater" ("Mangiafegato") Johnson, la cui biografia è stata adattata dallo sceneggiatore John Milius – il film di Pollack è un'autentica pietra miliare del genere western, uno dei primi film (insieme insieme ai di poco precedenti "Soldato blu" e "Piccolo Grande Uomo") a rappresentare i nativi americani senza ricorrere a stereotipi o travisamenti, mostrandoli magari anche ostili all'uomo bianco ma non necessariamente cattivi o inferiori (sono semmai forze della natura e parte integrante di una wilderness di cui è celebrato il mito e il fascino, ma anche i pericoli e le insidie). Lo stesso protagonista dimostra a più riprese il suo rifiuto verso il modo di vivere occidentale, la politica e la guerra (si accenna al fatto che ha combattuto nel conflitto messicano-statunitense), mentre in parallelo giunge a conoscere bene gli indiani e a rispettarne le credenze e le usanze: anche per questo, nonostante la parte finale della pellicola si regga sulla faida personale fra Johnson e i Corvi, il titolo italiano è piuttosto fuorviante. Più che una trama unica, il film segue la vita di Johnson attraverso una serie di incontri, come quelli con altri cacciatori – l'anziano "Artiglio d'orso" (Will Geer) e l'eccentrico Del Gue (Stefan Gierasch) – o con le varie tribù di indiani, e naturalmente il figlio adottivo e la moglie (Delle Bolton), con i quali a lungo non parla mai (la donna perché non conosce la sua lingua, il bambino perché è diventato muto per lo shock). La fotografia di Duke Callaghan esalta gli scenari naturali e i paesaggi dello Utah attraverso le varie stagioni: dall'inverno innevato alla rinascita della primavera. La colonna sonora è opera di Tim McIntire e John Rubinstein, più noti come attori che come musicisti. Curiosità: è stato il primo western accettato in concorso al festival di Cannes. Inizialmente avrebbe dovuto essere diretto da Sam Peckinpah e interpretato da Clint Eastwood, ma i due, che non andarono d'accordo, abbandonarono il progetto. La pellicola e il suo personaggio rappresentano la principale fonte di ispirazione per la serie a fumetti "Ken Parker" di Berardi e Milazzo, il cui protagonista sfoggia infatti il volto di Robert Redford.

8 maggio 2016

Quando c'era Marnie (H. Yonebayashi, 2014)

Quando c'era Marnie (Omoide no Marnie)
di Hiromasa Yonebayashi – Giappone 2014
animazione tradizionale
**1/2

Visto in TV.

Anna è una dodicenne introversa e asociale. Poiché soffre di asma, il dottore le consiglia di trascorrere qualche giorno fuori città: viene così inviata in un paesino sulla costa, ospite di una coppia di zii campagnoli. Qui, fra le rovine di una grande villa disabitata che si affaccia sul mare, fa la conoscenza di una sua coetanea, la bionda Marnie, che come lei è alla disperata ricerca di un'amica, vivendo praticamente come una reclusa. Ma chi è veramente Marnie? Un'amica immaginaria, frutto dei sogni e delle fantasie di Anna? Un fantasma, rimasto nei luoghi dove abitava quando era in vita? O una persona reale? Al suo secondo film dopo "Arietty", il regista Yonebayashi adatta un romanzo della scrittrice inglese Joan Gale Robinson (molto amato dal suo mentore Hayao Miyazaki), spostandone il setting dalla Gran Bretagna all'Hokkaido (l'isola più settentrionale del Giappone). Ne esce una pellicola delicata e poetica, forse a tratti un po' lenta, soprattutto nella prima parte, ma che commuove sinceramente nel finale quando viene rivelata la vera storia della misteriosa Marnie e il suo legame con Anna. L'amicizia fra le due ragazzine, e la crescita della protagonista (che impara finalmente ad apprezzare la vita e i rapporti con gli altri), sono raccontate con garbo e sensibilità, e gli scenari e le atmosfere (rese palpabili e poetiche come solo gli animatori dello Studio Ghibli sono in grado) fanno il resto. Disegni, sfondi e animazioni sono in perfetto stile Miyazaki, al punto che – ritmo a parte – uno spettatore distratto potrebbe confondere il film con uno di quelli del maestro.

6 maggio 2016

Ted 2 (Seth MacFarlane, 2015)

Ted 2 (id.)
di Seth MacFarlane – USA 2015
con Mark Wahlberg, Amanda Seyfried
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

L'orsacchiotto di peluche senziente Ted e il suo "rimbombamico" John (Wahlberg) ritornano con le loro avventure all'insegna del politicamente scorretto e della nostalgia per l'infanzia e gli anni ottanta: stavolta, però, sulla comicità si innestra una trama "seria" (la lotta di Ted per difendere i propri diritti civili, che lo stato del Massachussets vorrebbe negargli perché, in quanto giocattolo, non sarebbe una "persona" ma semplicemente un "bene") che riduce alquanto il divertimento. E dunque, anche se gli ingredienti sono gli stessi della precedente pellicola, il risultato non è altrettanto fresco e dirompente. Per la causa in tribunale, Ted e Johnnie assoldano la giovane avvocatessa Samantha L. Jackson (Amanda Seyfried), con la quale si trovano subito in sintonia (tanto che John se ne innamora). Ma il ritorno di Donny (Giovanni Ribisi), lo "stalker" di Ted già visto nel primo film, che ha convinto il ceo della Hasbro a vivisezionare l'orsacchiotto per scoprire come mai ha preso vita e costruirne così milioni di esemplari da mettere in commercio, complica le cose. Se alcune gag e le molte situazioni imbarazzanti in cui i protagonisti amano ficcarsi con il loro comportamento eternamente irresponsabile continuano a divertire, complessivamente l'impianto della storia è decisamente meno frizzante, anche per la mancanza di un autentico antagonista (quanto sarebbe stato più interessante il film se la personalità di Samantha avesse cozzato con quella di Ted e John, invece di condividerne parecchi aspetti, l'amore per le droghe in primis?). Nella versione originale, anche stavolta, il regista e sceneggiatore Seth MacFarlane dà la voce a Ted. Nella scena ambientata al Comic Con, è divertente provare a riconoscere le centinaia di personaggi di fumetti e serie televisive che fanno capolino sotto forma di cosplayer. Fra le celebrità che interpretano sé stesse, da segnalare Tom Brady (giocatore di football americano), Jay Leno e Liam Neeson. Morgan Freeman è invece l'avvocato che i nostri amici cercano di assoldare a New York.

4 maggio 2016

La fiammiferaia (Aki Kaurismäki, 1990)

La fiammiferaia (Tulitikkutehtaan tyttö)
di Aki Kaurismäki – Finlandia/Svezia 1990
con Kati Outinen, Vesa Vierikko
***1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Iris conduce una vita solitaria e senza gratificazioni. Di giorno lavora in una fabbrica di fiammiferi per mantenere una madre nullafacente e un patrigno violento; la sera frequenta locali da ballo alla ricerca di un amore che sembra non giungere mai. Quando finalmente incontra un uomo, Aarne, questi la scarica dopo una sola notte: e alla notizia che la ragazza è rimasta incinta, le manda un assegno per invitarla ad abortire. Al culmine della depressione, umiliata e rifiutata da tutti, Iris prende una decisione irrevocabile... Ispirato solo superficialmente alla fiaba di Andersen "La piccola fiammiferaia", il terzo film della cosiddetta "trilogia del proletariato" (dopo "Ombre nel paradiso" e "Ariel") è, nella sua breve durata (solo 68 minuti), uno dei lavori più riusciti e compiuti di Kaurismäki, sicuramente quello più drammatico e "nero". Quando Iris si reca in farmacia per comprare il veleno per topi, lo spettatore è spinto a pensare che stia meditando il suicidio: la decisione di avvelenare invece Aarne (oltre a un altro uomo che la approccia fugacemente nel bar) e i genitori giunge dunque a sorpresa, ma risulta perfettamente in linea con il personaggio e la storia narrata, ed eleva la pellicola al di sopra del melodramma (un genere quantomai lontano dalle corde del regista finlandese), virandola verso la black comedy e la tragedia fatalista. La consueta laconicità dei personaggi aggiunge spessore psicologico, mentre l'inevitabile finale completa quello che è un vero e proprio gioiellino cinematografico, graziato dalla fotografia lucida e pittorica di Timo Salminen, dalla colonna sonora rock & blues (Iris cerca l'amore anche nelle canzoni, nei libri, nei film, mentre il mondo intorno a lei sembra insensibile all'arte, e in televisione scorrono le immagini della rivolta di piazza Tienanmen e della visita del papa in Finlandia), e soprattutto dalla prova d'attrice di Kati Outinen, volto impassibile e costante nelle produzioni di Kaurismäki, che sforna qui una delle sue interpretazioni più intense e memorabili.

3 maggio 2016

Il regno dei sogni e della follia (M. Sunada, 2013)

Il regno dei sogni e della follia (Yume to kyoki no okoku)
di Mami Sunada – Giappone 2013
con Hayao Miyazaki, Toshio Suzuki
*1/2

Visto in TV.

Documentario sullo Studio Ghibli che segue in particolare la lavorazione di "Si alza il vento", l'ultimo film di Hayao Miyazaki, leggendario fondatore dello studio insieme all'amico Isao Takahata (che a sua volta, mentre veniva realizzato il documentario, stava lavorando alla sua pellicola d'addio, "La storia della principessa splendente"). Alternando scene riprese all'interno dello studio con spezzoni di conferenze stampa e immagini di repertorio, il film prova a trasmettere l'atmosfera di serenità e di complicità che si respira durante la lavorazione di uno dei capolavori di Miyazaki, figura che rimane sempre al centro della narrazione. Ma nel complesso sembra saltare un po' di palo in frasca, senza una vera direzione o un messaggio da trasmettere. Se è piacevole vedere Miyazaki al lavoro e negli ambienti dove dà sfogo alla propria creatività, la struttura del film risulta per lo più confusa, fra le dinamiche interne allo studio (i produttori preoccupati per i ritardi di Takahata; le incertezze di Goro, il figlio di Miyazaki), alcuni momenti della lavorazione di "Si alza il vento" (la scelta del regista Hideaki Anno come doppiatore del protagonista), immagini poetiche (le frasche degli alberi mosse dal vento, la gatta che dorme sul tavolo) e generiche riflessioni di Miyazaki su sé stesso ("Sono un uomo del ventesimo secolo"), sul cinema ("I film sono esseri viventi") e sul futuro ("A tenermi ancorato a questo mondo sono i bambini").