30 aprile 2016

Cane di paglia (Sam Peckinpah, 1971)

Cane di paglia (Straw Dogs)
di Sam Peckinpah – USA/GB 1971
con Dustin Hoffman, Susan George
***1/2

Rivisto in DVD.

Il matematico americano David Summer (un Hoffman strepitoso) si trasferisce con la moglie Amy nelle campagne inglesi per compiere in pace i propri studi. Ma l'atmosfera non è delle migliori: la presenza di Amy, giovane, bionda e bella, risveglia le attenzioni morbose del suo ex spasimante Charlie e degli amici che David ha assunto per restaurare un capanno vicino alla casa, mentre il professore stesso è vittima di derisioni e scherzi di ogni genere, ai quali non sa reagire (la moglie lo accusa di essere pavido e indeciso). La situazione precipita quando Amy, mentre David è assente, violentata in casa da Charlie e da uno dei suoi compagni. E giunge al punto di non ritorno dopo che David, avendolo investito in auto, accoglie in casa Henry Niles (David Warner), minorato mentale accusato di aver violentato e ucciso una ragazzina del villaggio. Deciso a farsi giustizia da solo, Tom (Peter Vaughn), lo zio ubriacone della ragazza, assalta la casa insieme a Charlie e compari. Ma David saprà difendere la propria dimora: utilizzando ogni risorsa a disposizione, il mite professore si trasformerà in un guerriero, uscendo trionfatore in un'escalation di estrema violenza. Il primo film di Peckinpah non iscrivibile al genere western (ma l'assedio finale alla casa ha tutti i crismi di un assalto indiano a un fortino!), oltre che il primo girato fuori dall'America (in Cornovaglia, per la precisione), è un thriller ad alta tensione che fu accusato, alla sua uscita, di fascismo (per la redenzione del protagonista attraverso la violenza) e di misoginia (per la scena dello stupro, naturalmente, ma in generale per i personaggi femminili – non solo Amy, ma anche la giovanissima Janice – ritratti come "provocatrici" e causa prima di ogni tragedia). In realtà la lettura è ben più stratificata, con connotazioni di natura sessuale (la mitezza e la pavidità di David possono essere un'allegoria dell'impotenza, mentre la sua successiva risolutezza e aggressività sottintendono l'orgoglio di una ritrovata virilità) e una rappresentazione della violenza quasi archetipica, ovvero come qualcosa di innato negli esseri umani, anche se apparentemente inermi e pacifisti. Tale violenza non può essere tenuta a freno dalle leggi della società (il maggiore Scott, tutore dell'ordine nel villaggio, è il primo a essere eliminato): se si presenta l'occasione, l'uomo torna al suo lato selvaggio. Si rivelano così speciose le discussioni fra il matematico e il reverendo del paese sulla responsabilità della scienza o della religione negli spargimenti di sangue della storia (rispettivamente a causa della bomba atomica o delle crociate): la violenza è insita nell'uomo a prescindere dell'una o dell'altra. Da notare lo scambio di battute fra David e i giovani inglesi, che gli chiedono se l'America è davvero così violenta come si dice in giro, al che lui risponde: "Solo nei film europei". Il pendolo di Newton sulla scrivania del professore suggerisce il principio di azione e reazione. Come ne "Il mucchio selvaggio", Peckinpah apre la pellicola con una scena che mostra bambini che giocano (qui, in un cimitero). La potenza delle immagini è esaltata dal montaggio, in particolare durante la scena del ricevimento (con Amy che rievoca i momenti dello stupro) e nella sequenza finale dell'assedio. Il titolo del film (che in inglese è al plurale) deriva da una citazione del Tao Te Ching. La pellicola è tratta dal romanzo "The Siege of Trencher's Farm" dello scozzese Gordon M. Williams, che in un primo momento avrebbe dovuto essere portato sullo schermo da Roman Polanski. Nel 2011 ne uscirà un remake ambientato negli Stati Uniti.

29 aprile 2016

The Commitments (Alan Parker, 1991)

The Commitments (id.)
di Alan Parker – Irlanda/GB/USA 1991
con Robert Arkins, Andrew Strong
***

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Daniela, Alessandro, Paola, Costanza.

“Gli irlandesi sono i più negri d'Europa, i dublinesi sono i più negri di Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino”: così afferma il giovane manager Jimmy Rabbitte ai membri dello scalcinato gruppo musicale che ha messo insieme, The Commitments, per spiegare loro perché suoneranno il soul nei locali più malfamati e in sale di quart'ordine della capitale irlandese. Tratto da un romanzo di Roddy Doyle, che ha contribuito alla sceneggiatura, il film racconta la nascita, i successi e lo scioglimento di una band sui generis, graziata dal talento artistico (in particolare dalla voce del cantante, che fuori dal palcoscenico è invece un ubriacone cafone e sboccato), ma tormentata dalla disorganizzazione, dai problemi economici e dai dissidi interni, oltre che dalle dinamiche relistiche della vita di periferia. Proprio il setting circostante, gli ambienti proletari e le famiglie numerose, i pub, i mercati, le strade del northside di una Dublino quanto mai viva e pulsante, fanno da sfondo imprescindibile alle vicende del gruppo, narrate dallo stesso Jimmy come in una finta intervista a un reporter interessato a ricostruirne la storia. Ne risulta una pellicola corale e avvicente, molto più che una semplice risposta irlandese a “The Blues Brothers”, che riesce a raccontare come poche altre la magia della musica, la sua capacità di far sognare ed elevare (spiritualmente ancor prima che materialmente) i singoli individui e un'intera comunità. La sceneggiatura caratterizza mirabilmente i vari componenti della banda, lavoratori che si barcamenano fra il proprio mestiere e il tempo dedicato alla musica, le pressioni sociali e il desiderio di emergere dalla mediocrità. Fra tutti, spiccano Deco (Andrew Strong), il suddetto cantante, volgare e odiato dai compagni, che quando sale sul palco sembra trasformarsi; il trombettista americano Joey “Labbra” Fagan (Johnny Murphy), il veterano del gruppo, che millanta di aver suonato in compagnia dei nomi più grandi della musica soul e blues, e che in qualche modo riesce a portarsi a letto tutte le coriste; e lo stesso Jimmy (Robert Arkins), collante della banda, che tuttavia nulla può quando – proprio mentre il successo comincia ad arridere – dissidi e litigi interni pongono fine all'esperienza del gruppo. Colm Meaney è il padre di Jimmy, appassionato di Elvis Presley al punto da appendere in casa il suo ritratto persino sopra quello del papa. Gli altri interpreti, quasi tutti sconosciuti all'epoca, hanno preferito poi proseguire la carriera musicale anziché quella cinematografica. Nella colonna sonora figurano (fra gli altri) brani di Otis Redding, Aretha Franklin e Wilson Pickett, tutti rifatti dalla band.

28 aprile 2016

Il quartiere dell'amore e della speranza (N. Oshima, 1959)

Il quartiere dell'amore e della speranza (Ai to kibo no machi)
di Nagisa Oshima – Giappone 1959
con Hiroshi Fujikawa, Yuki Tominaga
**1/2

Visto alla Fogona, in divx con sottotitoli inglesi.

Il giovane Masao, povero ma orgoglioso, vive con la mamma e la sorellina Yasue in un'umile dimora alla periferia di Tokyo. La madre, che quando non è malata lavora come lustrascarpe, spera che il figlio prosegua gli studi, iscrivendosi al liceo dopo l'imminente esame di terza media. Masao, invece, vorrebbe trovarsi un lavoro, e nel frattempo guadagna qualche soldo con un “commercio” truffaldino, ovvero vendendo davanti alla stazione i piccioni viaggiatori che la sorella ha allevato, contando sul fatto che questi alla prima occasione torneranno a casa, dandogli la possibilità di rivenderli nuovamente. Due giovani donne finiscono col prendersi a cuore le sorti del ragazzo: la sua insegnante, Akiyama, e una ricca liceale, Kyoko, che cerca di farlo assumere nell'industria di famiglia. Ma i pregiudizi contro chi vive nei bassifondi si riveleranno un ostacolo insormontabile... Al suo primo lungometraggio, Oshima realizza un breve (poco più di un'ora) ma incisivo affresco sociale che parla di povertà e di riscatto, mettendo a confronto diversi contesti del Giappone del dopoguerra e mostrando come i sogni e l'idealismo debbano fare i conti con la realtà e i pregiudizi di classe. Il tutto senza cedere al melodramma o ai luoghi comuni del neorealismo, ma trovando un approccio personale che sfocerà nella cosiddetta Nuberu Bagu (nouvelle vague) nipponica, corrente cinematografica sviluppatasi di pari passo con quella francese. Qui, come suggerisce il titolo, nonostante tutto c'è ancora spazio per l'ottimismo: il giovane protagonista, in particolare, saprà trovare da solo una propria strada, al di là di ogni compromesso, di ogni scorciatoia o anche del desiderio di coloro che gli stanno attorno. Ma il regista mette subito in chiaro come al centro del suo cinema ci saranno i contrasti fra classi differenti, oltre che l'indagine delle pulsioni disilluse e radicali della nuova generazione di giapponesi.

26 aprile 2016

Profumo (Tom Tykwer, 2006)

Profumo - Storia di un assassino (Perfume: The Story of a Murderer)
di Tom Tykwer – Germania 2006
con Ben Whishaw, Dustin Hoffman, Alan Rickman
**1/2

Visto in TV.

Nella Francia dell'ottocento, l'orfano Jean-Baptiste Grenouille (Ben Wishaw) scopre di avere un dono unico al mondo: un olfatto incredibilmente sensibile, in grado di riconoscere e di "apprezzare" qualsiasi odore. Divenuto allievo di un maestro profumiere, l'italiano Giuseppe Baldini (Dustin Hoffman), il giovane cerca di carpire da lui il segreto per immagazzinare per sempre l'odore che più di tutti gli sta a cuore, quello delle giovani donne. Ciò lo trasformerà in un serial killer, visto che scoprirà che l'unico modo per creare il "profumo" di cui è alla ricerca è quello di drenarlo letteralmente dai corpi di tredici ragazze giovani e belle. La sua tredicesima vittima sarà Laura (Rachel Hurd-Wood), la bellissima figlia del notabile Richis (Alan Rickman), che per vendicarsi gli darà la caccia. Ma nel frattempo Grenouille ha completato il suo profumo, e questo ha un effetto stupefacente su chi lo fiuta... Dal romanzo di Patrick Süskind (un best seller negli anni ottanta), un originale thriller dalle premesse inverosimili ma dallo sviluppo coerente, che riesce però solo a tratti a coinvolgere e a catturare lo spettatore nel suo mondo paradossale e – in un certo senso – allegorico. La fotografia di Frank Griebe si ispira a pellicole come "Oliver Twist" e "I miserabili", ma anche ai quadri di Caravaggio e Rembrandt, e cerca di rendere sullo schermo la cupezza, lo sporco e la commistione di effluvi della Parigi del diciannovesimo secolo. In questo scenario fin troppo oscuro e crudele (si pensi alla sfortunata sorte di tutti i personaggi secondari, che escono di scena in maniera violenta subito dopo che la loro strada si divide da quella di Grenouille), spicca come protagonista un personaggio a suo modo unico e straordinario. Sociopatico e quasi muto (dirà non più di una decina di frasi in tutto il film), concentrato sul proprio obiettivo in maniera ossessiva, il giovane Grenouille è apparentemente insensibile e senza rimorsi di coscienza per gli omicidi che compie, il che lo rende un killer con un aura di innocenza ("È un angelo!", diranno di lui nel finale). Semplicemente per Grenouille gli odori sono tutto, e ogni cosa si "misura" solo in base a essi: come si lasciano appassire i fiori per catturarne l'essenza per i profumi, così è lecito fare per ogni altro essere vivente, uomini e donne compresi. Anche quando sembra che si innamori di una ragazza (la giovane venditrice di prugne all'inizio, Laura poi), in realtà è innamorato solo della sua bellezza, o meglio della sua "essenza", e il suo scopo è quella di possederla per tenerla con sé per sempre. Confezione di ottimo livello per regia, fotografia, interpretazioni. Per lungo tempo Süskind aveva rifiutato di concedere al cinema i diritti del suo libro, perché riteneva che solo Stanley Kubrick o Miloš Forman sarebbero stati in grado di tradurre in immagini il suo testo: e in effetti Tykwer sfoggia qui uno stile iper-classico ed elegante che ricorda molto quello di Forman in "Amadeus". Non guasta di certo la scelta di non ricorrere mai ad effetti speciali o digitali (nemmeno nel difficile tentativo di trasporre gli odori in immagini). Il regista tedesco dirigerà ancora Ben Whishaw in "Cloud Atlas".

24 aprile 2016

Jupiter - Il destino dell'universo (Wachowski, 2015)

Jupiter - Il destino dell'universo (Jupiter Ascending)
di Lana e Lilly Wachowski – USA 2015
con Mila Kunis, Channing Tatum
**

Visto in TV.

Jupiter Jones (Mila Kunis), umile immigrata clandestina che si guadagna da vivere come donna delle pulizie, scopre di essere nientemeno che la reincarnazione di colei che un tempo era la legittima proprietaria della Terra. Il pianeta, insieme a molti altri sparsi nella galassia, fa infatti parte delle proprietà di una ricca famiglia reale (gli Abrasax) che ne "alleva" gli abitanti per ricavare da essi un elisir di giovinezza che poi vende in tutto l'Universo. Contro il ritorno di Jupiter e la rivendicazione dei suoi diritti si battono i suoi tre "figli", Balem (Eddie Redmayne), Titus (Douglas Booth) e Kalique (Tuppence Middleton), che non intendono lasciare che la ragazza si riappropri della loro eredità ma soprattutto che metta fine, per motivi etici, al loro "commercio". Per fortuna Jupiter sarà aiutata dagli ex legionari spaziali Caine (Channing Tatum) – un licatante (ibrido fra uomo e lupo) di cui si innamora – e Stinger (Sean Bean). Incaricate dalla Warner Brothers di sviluppare una franchise fantascientifica nuova di zecca, le sorelle (ex fratelli) Wachowski sfornano una variazione sul tema di "Matrix" (un mondo in cui misteriose entità extraterrestri “sfruttano” gli esseri umani a nostra insaputa) stavolta in chiave di space opera, ricca di effetti speciali, di viaggi interstellari e di strane creature aliene in un universo che alterna scenari quotidiano-famigliari ad altri barocco-esotici. I toni sono comunque più leggeri, con una storia che non si prende sempre sul serio (si pensi alla sezione con i burocrati), che si diverte a spiazzare le attese dello spettatore (Sean Bean non muore!), che gioca con cliché e citazioni ("Io non sono tua madre!", grida Jupiter, capovolgendo completamente la celebre frase di Darth Vader) e soprattutto che traccia un audace parallelo fra i genocidi intergalattici della dinastia Abrasax e i moderni metodi di sfruttamento delle imprese terrestri a scopi commerciali (come gli allevamenti di bestiame). Il successo al botteghino però non è arriso, e anche la critica statunitense è stata parecchio negativa: forse non solo per le scene d'azione lunghe e a volte confuse e per una sceneggiatura con diversi momenti incoerenti o sopra le righe, ma anche perché fondamentalmente la pellicola lancia un forte attacco al capitalismo, con il cattivo che agisce all'insegna del motto "Vivere è consumare" e che rivendica come la sua impresa debba “creare profitto” a ogni costo (che la protagonista sia di origine russa, dunque, forse non è un caso). In compenso, buona l'accoglienza da parte del pubblico femminile. Nel cast, da segnalare i piccoli ruoli per Bae Du-na (la cacciatrice motorizzata), Terry Gilliam (il vecchio ministro burocrate, in una scena che ricorda “Brazil”) e James D'Arcy (il padre di Jupiter).

22 aprile 2016

Le confessioni (Roberto Andò, 2016)

Le confessioni
di Roberto Andò – Italia/Francia 2016
con Toni Servillo, Daniel Auteuil
*1/2

Visto al cinema Apollo.

Il presidente del Fondo Monetario Internazionale (Daniel Auteuil) e i ministri dell'economia del G8 si riuniscono in un albergo di lusso sulla costa della Germania per deliberare una manovra segreta contro la crisi economica. Al summit, a sorpresa, sono invitati anche tre elementi esterni: una rock star, una scrittrice per bambini (Connie Nielsen, ispirata evidentemente a J.K. Rowling) e un monaco certosino votato al silenzio (Servillo). A quest'ultimo, a sera inoltrata, il presidente chiede inaspettatamente di essere confessato nella privacy della propria stanza. Ma quando la mattina dopo l'uomo viene trovato morto, si scatenano dubbi e panico: si è suicidato? è stato ucciso (con il monaco come primo sospettato)? Ma soprattutto, ha rivelato nella sua confessione il segreto della manovra finanziaria che sta per essere varata, e che avrà conseguenze pesanti per i paesi più deboli e già in difficoltà? Dopo "Viva la libertà", Andò – con l'aiuto di Servillo – prosegue la sua riflessione sul potere, centrando meglio l'attenzione da quello politico a quello economico. Ma lo fa con un film sì elegante (e che può contare su un ricco cast internazionale: ci sono anche Pierfrancesco Favino, Lambert Wilson, Marie-Josée Croze, Togo Igawa e Moritz Bleibtreu) ma anche freddo, fumoso e qualunquista nelle sue riflessioni a vasto raggio (oltre a politica ed economia, si sfiorano anche arte e religione). L'aggancio all'attualità (la crisi economica, l'austerity, il default della Grecia) si perde in generalizzazioni tanto superficiali quanto discutibili, mentre il gioco dei contrasti (il monaco umile in abito bianco che si aggira nei corridoi di un hotel lussuoso e asettico, i politici e gli economisti che devono prendere decisioni disumane e che frattanto mostrano vizi e virtù quanto più umane possibili) lascia il tempo che trova. Quanto all'aspetto giallistico, Andò ha dichiarato di essersi voluto rifare a maestri come Polanski e Hitchcock (di cui si cita esplicitamente "Io confesso"): ma evidentemente non sembra aver compreso la lezione di sir Alfred secondo cui la suspence va costruita "titillando" il pubblico: qui lo spettatore è tenuto all'oscuro di quasi tutti i dettagli della vicenda, i segreti dei personaggi rimangono tali anche per lui, il monaco è sempre enigmatico e impenetrabile, e dunque vengono a mancare gli appigli per costruire la tensione e rendere avvincente il thriller. Aggiungiamovi la caratterizzazione mal riuscita o inesistente di gran parte dei personaggi (alcuni dei quali, come il cantante, francamente inutili), la stereotipazione dei "buoni" e dei "cattivi" (i soli a manifestare dubbi sulla manovra economica sono il ministro italiano e l'unica donna, la canadese, mentre fra i "duri" ci sono ovviamente il tedesco, l'americano e il russo: le simpatie e le antipatie del regista sono fin troppo evidenti), i luoghi comuni sul potere delle banche, sul cinismo del capitalisti e sulla disumanità di potenti che non ascoltano la propria coscienza. A rendere un po' più gradevole il tutto non bastano sporadici momenti surreali o poetici (gli uccelli, il cane, il vecchio ricco con l'alzheimer, il finale semi-comico che però giunge fuori tempo massimo in un film che si è preso troppo sul serio) o la bravura degli interpreti (alcuni però, come Auteuil o la Nielsen, affossati dal doppiaggio). Nella colonna sonora di Nicola Piovani c'è spazio per Lou Reed ("Walk on the wild side") e Schubert ("Winterreise").

20 aprile 2016

Lasciami entrare (Tomas Alfredson, 2008)

Lasciami entrare (Låt den rätte komma in)
di Tomas Alfredson – Svezia 2008
con Kåre Hedebrant, Lina Leandersson
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Sabrina, Marisa, Monica e Roberto.

Oskar, dodicenne senza amici e vittima di bullismo a scuola, fa amicizia con Eli, sua coetanea appena trasferitasi nell'appartamento a fianco al suo (siamo in un sobborgo di Stoccolma). In realtà la bambina è una vampira (“Ho dodici anni, ma li ho da un bel po' di tempo”) che con i suoi poteri farà giustizia dei bulli che tormentano Oskar. Originale pellicola che affronta un tema quanto mai inflazionato e di moda, quello dei vampiri, con un taglio quotidiano, minimalista e psicologico e – soprattutto – il punto di vista di un ragazzino. Una possibile lettura degli eventi narrati è che si tratta interamente del frutto dell'immaginazione di Oskar, che vediamo da subito interessato ai delitti e ai casi di cronaca nera (ne raccoglie i ritagli di giornale in un album), sogna di vendicarsi dei bulli con la violenza (ha un coltello a serramanico) e naturalmente si fabbrica un'amica immaginaria in grado di risolvergli i problemi (come, simbolicamente, fa con il Cubo di Rubik) e che solo lui incontra e conosce (i due comunicano fra loro in modo “segreto”, con il codice morse, all'insaputa dei genitori). La scena finale, in cui il ragazzino parte in treno da solo (trasportando Eli chiusa nella sua “bara”), parrebbe confermarlo, così come i dialoghi che tracciano un analogia fra i vampiri e le vittime di bullismo. Fra i pregi, l'ambientazione scandinava: paesaggi innevati, poca luce e mood introspettivo e malinconico. Da notare come i vampiri abbiano tutte le caratteristiche “classiche” della letteratura, in particolare l'impossibilità di entrare in una casa se non sono stati prima invitati a farlo (da cui il titolo del film). Grande il riscontro di critica, forse anche oltre gli effettivi meriti del film, il che ha portato qualche anno dopo alla realizzazione di un remake made in USA, "Let me in", uscito in Italia come "Blood story".

18 aprile 2016

Bellissima (Luchino Visconti, 1951)

Bellissima
di Luchino Visconti – Italia 1951
con Anna Magnani, Walter Chiari
***

Visto in divx, con Sabrina, Paola e Chiara.

Il regista Alessandro Blasetti (che interpreta sé stesso) cerca una bambina di sei-otto anni per il nuovo film che deve girare a Cinecittà. Fra le molte madri che portano le loro figlie all'audizione c'è anche Maddalena Cecconi (Anna Magnani), infermiera a domicilio che sogna per la sua Maria una luminosa carriera nel mondo dello spettacolo, quella cui forse lei stessa aveva aspirato in gioventù senza poterla realizzare. Incurante delle critiche, della derisione e dei tentativi di scoraggiamento che le giungono dai familiari e dai vicini di casa, Maddalena compie ogni sacrificio per far sì che Maria venga scelta dal regista. La povera bambina, che non viene mai interpellata, è così trascinata nel giro di pochi giorni da un provino all'altro, costretta a prendere lezioni di recitazione (da un'insegnante sciroccata, ex attrice fallita) e di ballo (con la madre che spera che di vederla volteggiare sulle punte dopo una sola ora), a farsi ritrarre in posa dal fotografo e a vestirsi come una vedette, a truccarsi e a tagliarsi i capelli ("Solo una spuntatina e due ricciolini", si raccomanda Maddalena, ma le cose andranno diversamente). E visto che la mamma non intende lasciare alcuna carta intentata, prova anche la via della raccomandazione, finendo però fra le mani del traffichino Alberto Annovazzi (Walter Chiari), che la trufferà per comprarsi una Lambretta... Alla fine, nonostante tutto, l'obiettivo sarà raggiunto e la timida Maria sarà scelta dal regista. Ma avendo assistito all'umiliazione della bambina da parte dei cineasti, che ridevano durante il provino in cui la piccola era scoppiata a piangere, sarà proprio Maddalena a cambiare idea e a non volere più che la figlia diventi uno zimbello per intrattenere il pubblico. Realizzato nella cornice del neorealismo (il soggetto è di Cesare Zavattini), il film mette in scena tutte le illusioni di gloria, di ricchezza e di riscatto di un personaggio che subisce, in particolare, l'attrazione del magico mondo del cinema, tanto quello popolare che quello hollywoodiano (Maddalena è una fan appassionata dei grandi attori americani, come Montgomery Clift o Burt Lancaster: curiosamente, pochi anni più tardi la stessa Magnani reciterà insieme a quest'ultimo). A differenza di parabole come "A che prezzo Hollywood" o il futuro "La signora senza camelie" di Antonioni, qui il sogno non è vissuto dalla protagonista in prima persona ma attraverso la figlia, sulla quale vengono proiettati desideri e aspirazioni impossibili da realizzare direttamente. Quando diventa chiaro quale sia il prezzo da pagare per esaudire tali desideri, ovvero la perdita della dignità, Maddalena avrà il coraggio e l'orgoglio di rinunciarvi e di tornare fra le braccia di quel marito pragmatico che disapprovava i suoi sforzi e che si poneva traguardi e progetti più immediati e concreti (come l'acquisto di una nuova casa). Strepitosa la prova della Magnani, una vera forza della natura, personaggio comico e senza freni ma capace di mostrare un'espressività talmente intensa ed emozionale da risultare commovente. Visconti, al terzo film e di ritorno alla regia dopo l'insuccesso de "La terra trema", dà l'addio al neorealismo con una commedia cinica e a tratti grottesca, che ritrae senza sconti la gente comune ed è lontana anni luce dall'idealizzare tanto la povertà quanto il falso mito della ricchezza. La colonna sonora incornicia il tutto nel segno del melodramma con brani da "L'elisir d'amore" di Donizetti: all'inizio tracciando un parallelo fra il ciarlatano Dulcamara e l'illusoria truffa della fama cinematografica; nel finale sottolineando dolcemente il sonno della bambina, che finalmente può assopirsi tranquilla. Il film segna la prima collaborazione di Visconti con il costumista Piero Tosi, che lavorerà poi con lui in quasi tutti i lungometraggi successivi.

16 aprile 2016

Benny's video (Michael Haneke, 1992)

Benny's Video (id.)
di Michael Haneke – Austria/Svizzera 1992
con Arno Frisch, Angela Winkler, Ulrich Mühe
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Rimasto colpito da un video che mostra l'abbattimento di un maiale, il liceale Benny si filma mentre uccide a sangue freddo una coetanea nel proprio appartamento. Quando i genitori se ne rendono conto, guardando il video, decidono di aiutarlo a far sparire il corpo della ragazza... Al secondo film per il cinema, Haneke prosegue la sua indagine nell'orrore che si fa strada all'interno della vita quotidiana, mettendo in scena una forma impressionante di "banalità del male" dentro una famiglia come tante. Mentre in tv passano immagini della guerra nei Balcani e notizie di disordini razziali in Europa, l'esistenza di Benny e della sua famiglia sembra anestetizzata alla violenza (anche a quella dei film d'azione di cui il figlio è appassionato) e scorre nel modo più "normale" possibile (a vivacizzarla ci sono giusto le strane manovre della figlia maggiore, impegnata in una specie di marketing piramidale). Benny stesso è introverso, con pochi amici: dalla sua stanza buia (con le tapparelle perennemente abbassate) guarda il mondo esterno soltanto attraverso la sua videocamera. Appassionato di video al punto da disconnettersi dalla realtà, compie un omicidio quasi per caso e per noia, senza apparenti emozioni. Al padre che gli chiede perché l'ha fatto, risponde: "Non so. Volevo vedere com'era, probabilmente". Alla fine, anche la scelta di confessare alla polizia verrà presa senza un vero motivo, e senza una reale comprensione di ciò che comporta (alla fine della confessione, chiede al commissario: "Posso andare?"). L'unico momento in cui nel ragazzo sembra scattare qualcosa è quando si taglia i capelli a zero, come a voler sottolineare un desiderio di ribellione o di cambiamento, che viene prontamente neutralizzato dai rimproveri del padre. Gli stessi genitori, di fronte al delitto del figlio, non cercano nemmeno di indagarne i motivi, quasi avessero paura di scoprirne le cause o anche solo di parlarne con lui (il viaggio in Egitto che Benny compie con la madre nei giorni successivi, mentre il padre rimane a casa per far sparire il cadavere, è quanto di più banalmente "turistico" si possa immaginare). Il tema della realtà registrata su videocassetta, e della sua influenza sulla vita vera, tornerà in altri film di Haneke, come "Funny Games" (con tanto di riavvolgimento e ripetizione) e "Niente da nascondere".

14 aprile 2016

La ricompensa del gatto (H. Morita, 2002)

La ricompensa del gatto (Neko no ongaeshi)
di Hiroyuki Morita – Giappone 2002
animazione tradizionale
**

Visto in TV, con Sabrina.

Spin-off de "I sospiri del mio cuore", film d'animazione dello Studio Ghibli del 1995, nel quale compariva la statuetta di un gatto antropomorfo e vestito di tutto punto, chiamato "Barone" dalla protagonista, che ne faceva il personaggio del romanzo fantasy da lei scritto. E proprio Baron prende vita in questo sequel indiretto, tratto da un racconto dell'autrice del manga originale che avrebbe dovuto sfociare in un cortometraggio per un parco di divertimenti: ma poi Hayao Miyazaki decise di "mettere alla prova" il giovane regista Morita, affidandogli un intero lungometraggio: si tratta solo del terzo, da quando esiste lo Studio Ghibli, non diretto da Miyazaki stesso o da Isao Takahata. La trama vede Haru, liceale pigrona ma di buon cuore, salvare un gatto che stava per essere investito da un camion. Il felino si rivela essere il principe del paese dei gatti: per ricompensarla, il re suo padre invita la ragazza nel proprio regno con l'intenzione di darla in sposa – contro la sua volontà – al principe stesso. Qui, fra l'altro, la ragazza rischia di essere trasformata a sua volta in una gatta. A salvarla ci penseranno il suddetto Baron, oltre al colossale e burbero gatto bianco Muta (già presente nel film originale) e al corvo Toto. Il semplice soggetto, con evidenti richiami ad "Alice nel paese delle meraviglie", è svolto senza particolari guizzi o sorprese. E per essere un film dello Studio Ghibli, l'animazione appare più povera del solito e i disegni meno morbidi e più stilizzati (per non parlare di un character design non sempre felice: orribile, per esempio, il re gatto). Nel complesso, un film poco più che passabile, peggiorato nella versione italiana dal solito, pessimo (non) adattamento dei dialoghi di Gualtiero Cannarsi.

12 aprile 2016

Alien: la clonazione (J. P. Jeunet, 1997)

Alien: la clonazione (Alien: Resurrection)
di Jean-Pierre Jeunet – USA 1997
con Sigourney Weaver, Winona Ryder
**1/2

Rivisto in DVD.

Sembrava che "Alien³" avesse messo la parola fine alla saga cominciata con il leggendario film di Ridley Scott, ma – miracoli della fantascienza – Ripley è tornata ed è pronta a combattere nuovamente gli xenomorfi. Duecento anni dopo la sua morte, viene infatti riportata in vita da un gruppo di scienziati al servizio dell'esercito, che l'hanno clonata per poter ricreare anche la regina aliena che ospitava dentro di sé. L'esperimento ha successo, ma Ripley stessa scopre di essere mutata in una sorta di ibrido fra uomo e alieno: oltre a forza e agilità incrementate, ha acquisito una sorta di legame empatico con gli extraterrestri. Tuttavia, quando i mostri sfuggono al controllo degli scienziati, la donna si allea con un gruppo di pirati e trafficanti spaziali per fermarli prima che la stazione spaziale, guidata dal pilota automatico, raggiunga la Terra. Del gruppo fa parte anche Call (Winona Ryder), androide di ultima generazione, dotata della capacità di agire in autonomia (un personaggio giovane che nelle intenzioni doveva "svecchiare" la franchise e che avrebbe potuto sostituire la Weaver, o affiancarsi ad essa, nelle successive pellicole). Scritto da un Joss Whedon alle prime armi (che si dichiarò insoddisfatto del risultato finale), il quarto film della saga è diretto dal francese Jean-Pierre Jeunet, reduce da un paio di pellicole interessanti soprattutto per il loro stile visivo ("Delicatessen" e "La città dei bambini perduti", girate insieme all'artista concettuale Marc Caro: ma il sodalizio fra i due si rompe con questo film). Jeunet – scelto dopo che i produttori avevano inizialmente pensato a Danny Boyle, Peter Jackson e Bryan Singer – porta a bordo molti dei suoi soliti collaboratori, sia tecnici (il responsabile degli effetti speciali Pitof, il direttore della fotografia Darius Khondji) che attori (Ron Perlman, Dominique Pinon). Nel cast ci sono anche Dan Hedaya (il generale) e Brad Dourif (uno degli scienziati).

Se dal punto di vista dell'intrattenimento il film rappresenta un passo avanti rispetto all'infelice terzo capitolo, di sicuro "La clonazione" è però quello più derivativo e meno originale, oltre che il meno "necessario" della franchise, che avrebbe potuto benissimo ritenersi conclusa con il lungometraggio precedente. Il target è decisamente più basso: nonostante alcune occasionali scene "forti" (come quella in cui Ripley incontra i cloni che l'hanno preceduta, tentativi andati male e risultati in creature deformi che mostrano anche fisicamente la loro natura ibrida), la pellicola è più leggera e divertente delle precedenti e si prende meno sul serio, come dimostrano gag, battutine ("Con chi devo scopare per volare via da questa navetta?") e personaggi da fumetto (i pirati, ma non solo). Riguardo alle scene d'azione, sono interessanti quelle che si svolgono nei compartimenti allagati della stazione: guardando gli alieni muoversi sott'acqua, eleganti, agili e veloci nel nuoto, viene da pensare che forse il loro habitat naturale è proprio quello acquatico. Naturalmente non mancano i soliti riferimenti alla maternità ("Sono la madre del mostro", dice Ripley), esplicitati qui da immagini di tessuto biologico, materia uterina (e la stessa acqua citata prima) e dal parto "in diretta" della regina aliena. Anche Ripley, infatti, ha donato a sua volta qualcosa al mostro: un sistema riproduttivo umano. Ne nasce una creatura completamente ibrida, che riconosce sua madre in Ripley (e non nella regina), e che nei bozzetti originari di Jeunet avrebbe dovuto esibire anche genitali umani (sia maschili che femminili: naturalmente la censura hollywoodiana si oppose). Nel finale, Ripley e i pochi sopravvissuti giungono finalmente sulla Terra (la donna commenta: "Anch'io sono una straniera qui"). Si pensava infatti a realizzare un quinto film, ambientato sul nostro pianeta, ma alla fine (nonostante un possibile coinvolgimento di James Cameron) non se ne fece nulla. In ogni caso, nel 2004 uscirà il crossover "Alien vs. Predator" (non un granché, ma sempre meglio del suo pessimo sequel), e poi nel 2012 Ridley Scott tornerà alle radici della saga con il prequel "Prometheus".

10 aprile 2016

Alien³ (David Fincher, 1992)

Alien³ (id.)
di David Fincher – USA 1992
con Sigourney Weaver, Charles Dance
**

Rivisto in DVD.

Sulla Sulaco, l'astronave che sta riportando Ripley e i suoi compagni verso la Terra dopo gli eventi di "Aliens", si è introdotta anche una creatura aliena: questa fa precipiare la navetta su Fury 161, un avamposto minerario che funge anche da colonia penale, abitata da una ventina di carcerati che hanno scelto volontariamente di rimanere lì (formando una sorta di comunità religiosa) dopo che ogni attività di estrazione e di fusione è stata interrotta. Ancora una volta Ripley scopre di essere l'unica rimasta in vita, e che con lei nella prigione è giunto uno xenomorfo che semina la morte fra i detenuti. Come se non bastasse, la stessa Ripley è stata impregnata da un facehugger e ospita al suo interno una regina aliena pronta a nascere... Il terzo episodio della serie di Alien (il cui titolo, senza un vero motivo se non un vezzo grafico, presenta il 3 sotto forma di apice, come se si dovesse pronunciare "Alien cubed"), pur scegliendo coraggiosamente di cambiare ancora una volta direzione alla saga, anche a costo di scontentare i fan, risulta purtroppo inferiore in tutto e per tutto ai precedenti capolavori di Ridley Scott e James Cameron. La sua gestazione è stata lunga, difficile e tormentata, con numerosi sceneggiatori (lo scrittore di fantascienza William Gibson, Eric Red, David Twohy) e registi (Renny Harlin, Vincent Ward) succedutisi l'uno all'altro prima che i produttori decidessero di affidare la regia al giovane e inesperto David Fincher, al suo primo lavoro dopo alcuni video musicali e spot pubblicitari. Se l'ambientazione in cui si svolge la storia è interessante (una sorta di prigione-monastero, i cui delicati equilibri vengono turbati dall'arrivo di Ripley – unica donna e fonte di "tentazione" – prima ancora che dall'attacco dell'alieno), per il resto la pellicola – almeno nella versione uscita nelle sale – non sembra dotata di sufficiente energia. Tanto i primi due film avevano rappresentato delle pietre miliari per i rispettivi generi (la fantascienza-horror e l'action-bellico spaziale), tanto questo sembra scarno di idee e povero di suspence, con Fincher che cerca di costruire la tensione tramite ripetute sequenze del mostro in soggettiva e puntando tutte le sue carte su un finale che avrebbe voluto essere definitivo (ma non lo sarà: la franchise proseguirà cinque anni dopo con "Alien: La clonazione").

Il modo in cui vengono fatti subito uscire di scena Newt e Hicks, dopo tutta la fatica fatta da Ripley per salvarli in "Aliens" (in particolare la bambina), è particolarmente anticlimatico e ha suscitato parecchie critiche (anche da chi aveva lavorato ai film precedenti). L'androide Bishop, anch'egli danneggiato oltre ogni possibile riparazione, viene almeno riattivato brevemente dalla protagonista (e Lance Henriksen, nel finale, interpreta anche il Bishop originale, lo scienziato che ha creato gli androidi e che non è altro che uno dei pezzi grossi della compagnia Weyland-Yutani). Alcuni passaggi narrativi sono confusi (come ha potuto un facehugger entrare nella navetta della Sulaco? L'aveva forse lasciato la regina aliena al termine di "Aliens"? E da dove arriva quello che impregna il cane?) e in generale gli elementi più tipici della franchise sono riproposti senza particolare spessore (il mostro alieno non fa mai davvero paura). Anche i personaggi di contorno, a parte Ripley (che sfoggia un inedito look con i capelli rasati a zero), sono meno interessanti rispetto a quelli dei precedenti capitoli: si va dal medico della prigione, Clemens (Charles Dance), a sua volta un ex carcerato, al supervisore Andrews (Brian Glover), dal leader dei detenuti, Dillon (Charles S. Dutton), a vari altri prigioneri pressoché intercambiabili l'uno con l'altro (si riconoscono, fra i tanti, i volti di Paul McGann, Pete Postlethwaite e Ralph Brown). Del tema della religione, introdotto a fianco di quello della prigionia (fondendo di fatto due versioni precedenti della sceneggiatura, una che ambientava la storia in una colonia penale e un'altra in un pianeta-monastero), alla fine non se ne fa nulla di concreto: pare però che una versione estesa e rieditata, uscita nel 2003 (la cosiddetta "Assembly Cut"), insista maggiormente sul simbolismo religioso, di cui nella copia uscita al cinema c'è giusto traccia nel sacrificio finale di Ripley, quando si getta nella fornace nella sequenza più memorabile della pellicola. Rispetto ad "Aliens", spicca la quasi totale assenza di armi e, in parte, di tecnologia, scelta che contribuisce a dare a questo terzo capitolo almeno una sua personale identità. Diverso anche l'aspetto estetico, con la fotografia di Alex Thomson che punta quasi sempre su colori caldi, il rosso e (soprattutto) il giallo, al posto del freddo blu che caratterizzava il film di Cameron.

8 aprile 2016

Ossessione (Luchino Visconti, 1943)

Ossessione
di Luchino Visconti – Italia 1943
con Massimo Girotti, Clara Calamai
***1/2

Visto in divx.

Girovagando in cerca di lavoro, il meccanico Gino Costa (Girotti) si ferma nell'osteria gestita dal corpulento Giuseppe Bragana (Juan de Landa) e da sua moglie Giovanna (Clara Calamai). Qui diventa l'amante della donna, e insieme decidono di uccidere il marito di lei. I sensi di colpa impediranno però alla coppia di continuare a vivere insieme serenamente, e alla fine sarà il destino stesso a punirli. Liberamente tratto dal romanzo "Il postino suona sempre due volte" di James McCain, il film che segna l'esordio alla regia del conte Luchino Visconti di Modrone (dopo alcune collaborazioni in Francia come assistente di Jean Renoir) è una pellicola fondamentale nella storia del cinema italiano, considerata da molti critici come il precursore del neorealismo: non tanto per la storia narrata, torbida e cupa come un noir ante litteram, quanto per l'ambientazione (i luoghi della Bassa Padana, nel ferrarese, e il porto di Ancona) e i personaggi, umili e disadattati, decisamente lontani da quelli del cosiddetto "cinema dei telefoni bianchi" che aveva imperato durante il fascismo con i suoi scenari art decò e le atmosfere asettiche e da commedia. Qui i temi trattati (l'adulterio in primis, ma anche l'omosessualità, adombrata dal personaggio dello "Spagnolo" interpretato da Elio Marcuzzo), così come la passione delle scene d'amore e la sensualità morbosa che traspare dalle inquadrature del corpo di Massimo Girotti, vero e proprio "oggetto del desiderio", oltre che l'insolita e schietta caratterizzazione di molti personaggi secondari (la giovane prostituta Anita, lo Spagnolo stesso), scandalizzarono le autorità del regime e la Chiesa, al punto che la pellicola venne tolta dalla distribuzione dopo pochi giorni e infine vietata. Visconti stesso ne salvò dalla distruzione una copia, tenendola nascosta fino alla fine della guerra. Stilisticamente si nota un debito alla corrente del realismo poetico francese (la cui influenza sarà evidente anche sul noir americano), anche se Visconti vi sovrappone una personale forza espressiva e una concretezza assai palpabile a livello fisico prima ancora che psicologico. Il regista esordisce con un stile già coerente e maturo, dove trovano spazio l'amore e l'inclinazione al melodramma, ma anche lo studio dei personaggi e i riferimenti al contesto storico e culturale (qui, in particolare, si mescola cultura alta e bassa: indimenticabile, per esempio, la scena in cui Bragana partecipa al concorso canoro per dilettanti, intonando l'aria "Di provenza il mare, il suol" dalla Traviata, mentre Giovanna e Gino amoreggiano alle sue spalle). Importante, come detto, la scelta di girare in esterni, lungo il fiume Po e i suoi argini, facendo dell'ambientazione una protagonista della vicenda al pari dei personaggi e dei loro riti (la pesca, le partite a bocce, le bevute). Un altro elemento di "rottura" rispetto al cinema italiano dell'epoca è naturalmente la fonte del soggetto: in tempi di autarchia e di guerra, ricorrere a un romanzo americano era senza dubbio una scelta controcorrente, tanto da non essere nemmeno indicata nei titoli. Alla sceneggiatura hanno collaborato anche Mario Alicata, Giuseppe De Santis, Gianni Puccini e, non accreditati, Alberto Moravia e Antonio Pietrangeli. Visconti aveva probabilmente letto il libro di McCain mentre si trovava in Francia (dove forse aveva anche visto "Le dernier tournat" di Pierre Chénal, film del 1939 a esso ispirato): tre anni più tardi, negli Stati Uniti, uscirà l'adattamento ufficiale diretto da Tay Garnett con John Garfield e Lana Turner.

6 aprile 2016

Il settimo continente (M. Haneke, 1989)

Il settimo continente (Der siebente Kontinent)
di Michael Haneke – Austria 1989
con Dieter Berner, Birgit Doll, Leni Tanzer
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il primo lavoro cinematografico di Haneke, fino ad allora autore solo di alcuni film per la tv, racconta l'improvviso e misterioso suicidio di una famiglia viennese, composta dal padre Georg, ingegnere, dalla madre Anna, che gestisce un negozio di ottica, e dalla figlioletta Eva. Dopo aver mostrato la loro routine quotidiana in casa, al lavoro e a scuola (le prime due parti delle tre in cui è diviso il film raccontano ciascuna una giornata della famiglia, nel 1987 e nel 1988, mentre la terza e ultima è ambientata nel 1989), dove piccoli momenti di crisi non sembrano scuotere più di tanto un'esistenza del tutto comune, all'improvviso la pellicola mette in scena un elaborato atto di autodistruzione: dopo aver preso la loro decisione (Georg si licenzia, l'automobile viene venduta, tutto il denaro viene ritirato dalla banca), i tre componenti della famiglia distruggono sistematicamente ogni cosa contenuta in casa: mobili, oggetti, vestiti, libri, dischi, persino ricordi come gli album di fotografie o i disegni della bambina, come se volessero letteralmente sfregiare e mandare in frantumi la propria esistenza borghese, rifiutare e rigettare la loro vita e la società di cui fanno parte. Si tratta di una serie di sequenze di forte impatto (su tutte quelle della morte dei pesci dell'acquario e quella del denaro nel water, su cui torniamo dopo), con echi di Ferreri ("Dillinger è morto") e Antonioni ("Zabriskie Point"), tanto più angoscianti perché frutto di una decisione quasi incomprensibile. Alla fine, avvelenatisi, i tre moriranno guardando un televisore senza sintonia rimasto acceso su un mucchio di macerie. Proprio la calma e la ripetitività delle prime due sezioni del film rendono particolarmente d'impatto la parte finale. I segnali della crisi e dell'angoscia del vivere, in ogni caso, sono presenti sin dall'inizio: la depressione, l'insoddisfazione, il rapporto con i parenti, il malessere esistenziale e generalizzato (persino nella bambina, che a scuola si finge cieca senza alcun motivo apparente) hanno già distrutto la famiglia, e lo smantellamento che viene mostrato nel finale non è che la logica conseguenza di una morte già avvenuta. Lo stile freddo e lucido di Haneke appare qui già personale e maturo, con particolare attenzione alle inquadrature (che spesso tralasciano i volti dei personaggi, lasciandoli fuori campo, ma si concentrano sulle loro azioni), all'equilibrio fra i dialoghi e i lunghi silenzi (con occasionali scoppi di pianto), e al montaggio (con quei siparietti neri che staccano le varie sequenze), dando all'intera pellicola un aspetto ordinato e quasi asettico, privo di emozioni, nonostante la materia trattata: la stessa mancanza di emozioni che i tre personaggi esibiscono nella loro decisione finale. Il titolo può riferirsi all'Australia, evocata dai protagonisti come possibile destinazione di una fuga (un manifesto turistico spicca sulle pareti dell'autolavaggio nella scena iniziale), ma anche all'aldilà: e il sogno ricorrente di Georg, che mostra una spiaggia talmente incontaminata da sembrare irreale, come se fosse su un altro pianeta o in un'altra dimensione, ne è una rappresentazione simbolica. Curiosità: pare che la scena in cui tutto il denaro finisce nel water sia stata quella che ha sconvolto maggiormente gli spettatori, dimostrando secondo Haneke come la distruzione del denaro sia "il più grande tabù della civiltà occidentale, tanto da rendere il suicidio di una famiglia meno scioccante".

5 aprile 2016

Safety not guaranteed (C. Trevorrow, 2012)

Safety Not Guaranteed
di Colin Trevorrow – USA 2012
con Aubrey Plaza, Mark Duplass
**

Visto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il film si ispira a un annuncio economico realmente pubblicato nel 1997 su una rivista (si trattava della burla di un redattore, che aveva bisogno di un riempitivo per la rubrica degli annunci): "Cerco qualcuno per viaggiare indietro nel tempo con me. Non è uno scherzo. [...]. Sarete pagati dopo il ritorno. Portate le vostre armi. Sicurezza non garantita. L'ho già fatto una volta". Incuriosito, il regista Trevorrow (insieme all'amico sceneggiatore Derek Connolly) volle costruirci su una storia, quella di un giornalista che decide di indagare se ci sia qualcosa di vero, recandosi nel luogo dove si trova la casella postale (alla quale giungono le risposte) insieme a due stagisti. Una di questi, Darius, rintraccia l'autore dell'annuncio e riesce a convincerlo a prenderla come partner, finendo anche con l'innamorarsi di lui. Ma si tratta di un pazzo paranoico, di un semplice truffatore, o di un autentico viaggiatore nel tempo? Il film lascia il dubbio fino alla scena finale, ma il tema chiave non è quello: semmai è il chiedersi se sia giusto correggere gli errori passati (il giornalista cerca di riallacciare i rapporti con una ex fidanzata), se è possibile rifarsi una vita (Darius è asociale e senza vere amicizie), o dove sceglieremmo di andare se fosse davvero possibile "tornare indietro". Delicata e intima (il viaggio nel tempo diventa ben presto una metafora della relazione sentimentale), anche se con qualche tempo morto di troppo, la pellicola indipendente e a basso budget piacque a tal punto a Hollywood che Trevorrow fu assunto per dirigere blockbuster come "Jurassic World" e il futuro "Star Wars: Episode IX" (curiosi, a tal proposito, i diversi riferimenti nerd che nel film vengono fatti proprio a "Guerre stellari").

2 aprile 2016

Batman v Superman: Dawn of Justice (Z. Snyder, 2016)

Batman v Superman: Dawn of Justice (id.)
di Zack Snyder – USA 2016
con Ben Affleck, Henry Cavill
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Nell'ambito del popolare filone supereroistico, il 2016 sarà ricordato come l'anno in cui i due principali universi fumettistici e cinematografici hanno offerto per la prima volta al pubblico pellicole incentrate su uno dei più diffusi cliché del genere: quello degli scontri fra eroi (anziché fra un eroe e un criminale), vere e proprie battaglie fra differenti filosofie o modus operandi, situazione che nei comics sembra spesso imprescindibile – anche se magari dovuta a un fraintendimento o a un'incomprensione – prima della formazione di un'alleanza contro un nemico comune. Fra qualche mese toccherà alla Marvel, con la "Civil War" che vedrà i Vendicatori dividersi in due fazioni rivali (guidate rispettivamente da Captain America e Iron Man); nel frattempo, però, è il turno della DC, che mette di fronte i suoi due personaggi più celebri, ovvero Batman contro Superman. Formalmente il film è un sequel de "L'uomo d'acciaio", la pellicola dello stesso Zack Snyder che raccontava le origini di Superman, alla quale si ricollega la scena iniziale della battaglia fra l'eroe e l'astronave kryptoniana del generale Zod e da cui eredita tutto il cast relativo a Metropolis (Henry Cavill come Clark Kent/Superman, Amy Adams come Lois Lane, Laurence Fishburne come Perry White, Diane Lane e Kevin Costner – in un cameo – come i genitori di Clark). Quello di Gotham City, invece, è del tutto inedito, visto che il film rappresenta un nuovo inizio per l'uomo pipistrello e non è direttamente legato alla trilogia del cavaliere oscuro di Christopher Nolan: in particolare abbiamo Ben Affleck (che sostituisce Christian Bale) nei panni di Bruce Wayne/Batman e Jeremy Irons (al posto di Michael Caine) in quelli di Alfred. Le origini di Batman (ambientate nel 1981: si noti come il cinema davanti al quale passano il piccolo Bruce e i suoi genitori preannunci l'uscita dell'"Excalibur" di John Boorman) sono rapidamente riproposte nella sequenza dei titoli di testa.

Entrambi creati negli anni trenta, e legati in seguito da una forte amicizia e da un reciproco rispetto sulle pagine delle loro storie a fumetti, Superman e Batman rappresentano in realtà due concetti estremamente diversi di supereroe: stupisce come solo negli anni ottanta, in particolare nella seminale miniserie di Frank Miller, "Il ritorno del cavaliere oscuro", i due personaggi siano stati messi per la prima volta in forte contrapposizione, impegnati in una lotta senza esclusione di colpi le cui sequenze hanno notevolmente ispirato anche i realizzatori di questo film (le scene in cui Batman indossa l'armatura corazzata per poter fronteggiare la potenza di Superman, non prima di essersi equipaggiato con armi e proiettili alla kryptonite per indebolire il suo avversario, provengono direttamente dalle tavole di Miller). Qui le loro differenze sono evidenziate dal concetto di dio (Superman) contro uomo (Batman). Il primo, "venuto dal cielo" (essendo un alieno) e dai poteri immensi e quasi senza limiti, è visto e percepito dall'umanità come un salvatore, una figura quasi religiosa; e le analogie teologiche permeano gran parte della trama (il "cattivo" del film, un giovane e megalomane Lex Luthor, le cavalca a spron battuto), tanto che le autorità si interrogano persino sul proprio diritto a ingabbiare e limitare una forza tanto grande e superiore. L'uomo pipistrello, primo di veri superpoteri e mosso dagli istinti umani più viscerali e innati (il desiderio di vendetta e di giustizia), invece, incarna l'umanità nei suoi tratti migliori e peggiori, in un delicato equilibrio fra bene e male che lui stesso a volte mette in discussione. Il conflitto fra i due personaggi si gioca dunque sul piano morale e filosofico prima ancora che su quello fisico (anche su questo, comunque, ci sono sottigliezze che li mettono in contrapposizione: Batman, per esempio, ha spesso la barba incolta, mentre l'aspetto di Superman è impeccabile). L'ottimismo, la fiducia, l'illusione e la speranza sono le armi che li dovrebbero unire: e quando vengono a mancare (tanto all'uno quanto all'altro, a seconda dei momenti) li pongono in guerra diretta fra loro.

Naturalmente, pur essendo personaggi iconici di un medesimo genere narrativo, Batman e Superman hanno anche un differente "raggio d'azione": fronteggiano minacce diverse e vivono in setting assai distanti. I poteri di Superman gli permettono di affrontare nemici altrettanto potenti, minacce cosmiche ed extraterrestri, pericoli di natura globale (alle quali non sempre presta la sufficiente attenzione: le sue debolezze umane – come l'amore per Lois Lane – lo portano a trascurare a volte le conseguenze delle proprie azioni e a non prendere in considerazione le responsabilità che un tale potere gli dona; d'altro canto, proprio il suo retaggio umano – simboleggiato per esempio dai genitori adottivi – contribuisce a farne l'eroe che è). Batman, invece, si muove fra le strade e i vicoli bui di Gotham City, affronta un sottobosco criminale di piccolo calibro o al limite, quando si tratta dei suoi nemici più noti e pittoreschi, di psicopatici. La scena introduttiva, quella in cui Bruce Wayne assiste quasi impotente alla distruzione provocata dallo scontro fra Superman e l'astronave del generale Zod, lo mette bene in evidenza. Il contrasto fra questi due mondi, che avrebbe potuto essere illustrato in chiave ingenua e camp (come, in un certo senso, avviene nel film della Marvel), è trattato in maniera quanto mai realistica, sfociando in una pellicola che ha sì i suoi momenti d'azione, le sue lunghe scazzottate fra esseri dotati di poteri fantastici, i tanti momenti di sospensione dell'incredulità, ma è anche complessivamente cupa, oscura e pessimista, con l'umanità che si interroga sulla reale natura e pericolosità di questi eroi (a volte percepiti anch'essi come criminali, temuti o anche solo semplicemente contestati dal pubblico, guardati con sospetto e diffidenza dalle autorità), sulle orme di un'altra classica serie degli anni ottanta, quel "Watchmen" di Alan Moore cui il film reca un omaggio esplicito (sulle mura di un edificio abbandonato si intravede la frase "Quis custodiet ipsos custodes?" di Giovenale).

Cupo, "realistico", filosofico, dicevamo (i critici, che l'hanno stroncato, l'hanno accusato di essere "poco divertente"). Tuttavia resta un film d'azione, dinamico, fracassone e ad alto impatto visivo. La sceneggiatura (di Chris Terrio e David S. Goyer) ha certo le sue pecche: buchi logici o passaggi un po' precipitosi, cose che avvengono soltanto perché fanno comodo allo script per procedere da un punto a un altro. D'altro canto, ci sono anche piccoli colpi di genio (come mettere in relazione il fatto che la madre di Batman e quella adottiva di Superman hanno lo stesso nome: Martha). La regia di Zack Snyder non è niente di che, ma almeno per una volta non fa danni. Altalenante il comparto attoriale, dove Affleck in particolare non mi è dispiaciuto (nel cast di supporto, fra gli altri, c'è pure Holly Hunter nei panni della senatrice June Finch). A un certo punto, quasi a sorpresa e fuori contesto, appare anche Wonder Woman (interpretata da Gal Gadot), che si allea agli altri due eroi nella lotta finale contro Doomsday, scatenato da Luthor per sconfiggere definitivamente Superman (e chi ha letto i fumetti, segnatamente quelli di Dan Jurgens, a quel punto si immagina facilmente il finale: il sacrificio e la morte di Superman, fra l'altro, si ricollegano alla lettura cristologica del personaggio; e gli ultimi fotogrammi svelano già la sua inevitabile resurrezione). Si intravedono, inoltre, Flash, Aquaman e Cyborg. Ed ecco che il sottotitolo del film ("Dawn of Justice") acquista un nuovo significato: la pellicola funge da buildup per la nascita della Justice League, protagonista di film futuri. In effetti, insieme a "L'uomo d'acciaio", essa dà vita al cosiddetto "DC Extended Universe", franchise che nelle intenzioni dovrebbe rivaleggiare con il "Marvel Cinematic Universe" e di cui sono già in lavorazione numerosi capitoli in uscita nei prossimi anni (e chissà che la bizzarra sequenza onirica/futuristica non preannunci qualcosa: "Crisis", magari?). Ultime note: Lex Luthor (Jesse Eisenberg), come detto, è giovane, rampante, considerevolmente folle; e perde i capelli non perché diventa calvo, ma perché glieli rasano a zero quando finisce in prigione! Nei titoli di coda, fra i tanti fumettisti ringraziati, spiccano al posto d'onore i citati Frank Miller e Dan Jurgens. Infine, per chi si chiedesse chi ha la meglio fra Batman e Superman senza volersi sciroppare due ore e mezza di film: beh, a tutti gli effetti vince Batman.