30 marzo 2016

Aliens (James Cameron, 1986)

Aliens - Scontro finale (Aliens)
di James Cameron – USA 1986
con Sigourney Weaver, Michael Biehn
***1/2

Rivisto in DVD.

Il terzo film di James Cameron è il seguito del fortunato "Alien" di Ridley Scott, che molta impressione aveva lasciato agli spettatori sin dalla sua uscita nel 1979 (è curioso notare come ben tre dei primi cinque lungometraggi di Cameron siano dei sequel: "Piranha paura", "Aliens" e "Terminator 2"; di quest'ultimo almeno aveva diretto anche il primo capitolo). Se l'originale mescolava la fantascienza con l'horror, questo ha invece tutte le stimmate del film bellico e d'azione. Si svolge 57 anni dopo il precedente, quando la capsula con a bordo Ripley (Sigourney Weaver), unica sopravvissuta del cargo Nostromo, viene recuperata da una stazione spaziale. Uscita dall'ibernazione, la donna (di cui finalmente conosciamo il nome: Ellen) racconta ai responsabili della compagnia Weyland-Yutani gli eventi dell'avventura precedente, ma inizialmente non viene creduta. Tutto cambia però quando la compagnia perde ogni contatto con le famiglie che nel frattempo avevano colonizzato il satellite roccioso su cui il Nostromo aveva fatto sosta. Nel timore che i coloni possano aver trovato l'astronave aliena e scatenato la furia degli xenomorfi, viene approntata una missione di salvataggio, di cui fanno parte – oltre a Ripley, al rappresentante della compagnia Burke (Paul Reiser) e all'androide Bishop (Lance Henriksen) – anche uno squadrone di marines spaziali, fra i quali spiccano l'inesperto tenente Gorman (William Hope), il sergente Apone (Al Matthews), il caporale Hicks (Michael Biehn) e la tostissima soldatessa Vasquez (Jenette Goldstein). I soccorritori giungono in ritardo, visto che la base dei coloni è stata ormai invasa dagli alieni che hanno sterminato tutti fuorché una bambina, Newt (Carrie Henn), nascostasi nei canali di aerazione. Nemmeno i marines riusciranno a tenere testa alle orde di mostri, e nonostante l'opposizione di Burke (la compagnia, proprio come nel primo film, vorrebbe riportare sulla Terra degli esemplari alieni per studiarli e sfruttarli come armi biologiche) l'unica soluzione sarà quella di far esplodere la base. Non prima, naturalmente, di uno "scontro finale" fra Ripley e la regina madre degli xenomorfi.

Il titolo al plurale mette subito le cose in chiaro. Se nel primo film l'equipaggio del Nostromo aveva dovuto far i conti con un alieno, stavolta le minacce sono molteplici. In quanto sequel, la pellicola è abile a riutilizzare tutti gli elementi del primo capitolo (per esempio il ciclo biologico dei mostri, il fatto che abbiano acido nel sangue, l'impiego di androidi da parte della compagnia, ecc.), senza travisarli o modificarli, ma integrandoli con nuove informazioni e nuovi dettagli (la presenza della regina aliena, colei che depone le uova). Può sembrare implausibile che, fra tutti i mondi a disposizione, gli esseri umani abbiano scelto proprio quel satellite roccioso (lontanissimo e isolato) per colonizzarlo e "terraformarlo", ma è un caso esemplare della sospensione dell'incredulità necessaria per godersi un film di questo tipo. La pellicola è essenzialmente divisa in due parti, con una lunga introduzione (quasi un'ora) che precede l'incontro con gli alieni; da lì in poi è tutta un'ininterrotta sequenza d'azione, una battaglia per la distruzione e la sopravvivenza fra i marines e gli alieni (con frasi entrate nel mito, come "Vengono fuori dalle fottute pareti!" o "Io dico: nuclearizziamo"), che culmina – ed è significativo, trattandosi di un film ad alto tasso di testosterone – nello scontro diretto fra le due figure "materne" di Ripley e della regina aliena. Entrambe combattono per proteggere i propri "figli": Ripley per salvare Newt, che di fatto ha "adottato" (nel momento di maggior pericolo, la bambina la chiama addirittura "mamma"), in sostituzione forse della vera figlia che ha perduto a causa del lungo tempo in cui è rimasta in ibernazione (in una scena tagliata, recuperata poi nell'edizione "Director's Cut" uscita in DVD, scopriamo che tale figlia è morta a 66 anni, prima che Ripley venisse tratta in salvo: la foto che viene mostrata è quella della madre dell'attrice Sigourney Weaver); la regina per vendicare la sua prole e le uova che sono state distrutte da Ripley stessa. Come nel precedente film, gli alieni sono terribili creature guerriere e assassine, ma non "cattive" di per sé: fanno solo quello che la natura dice loro di fare.

Il personaggio di Ellen Ripley, rispetto al primo film (che pure l'anticipava), ha una forte evoluzione: da "scream queen" a eroina d'azione che non si limita a scappare davanti ai mostri ma li affronta direttamente, come nell'iconico combattimento finale (grazie a un esoscheletro da lavoro). In numerose scene, Ripley dimostra di non avere meno forza e coraggio dei tanto celebrati marines spaziali (fra i quali, comunque, ci sono anche donne, sia pure "macho" e muscolose come Vasquez). In questo senso, la pellicola è stata un punto di svolta nella rappresentazione di genere all'interno del cinema d'azione, una tendenza che i successivi lavori di Cameron (a partire da "Terminator 2") non faranno che confermare. Anche la piccola Newt, pur essendo solo una bambina, esibisce tutta la sua forza di volontà e il suo coraggio, mentre fra i più "deboli" ci sono solo maschi (il tenente Gorman, il soldato Hudson, il traditore Burke). Naturalmente, avere forza e coraggio non significa essere supereroi: sia Ripley che Newt hanno paura dei mostri, come dimostra il fatto che entrambe soffrono di incubi a causa degli orrori cui hanno assistito e della perdita di amici e parenti. Significativo, dunque, che al termine del film, mentre stanno per ibernarsi, Ripley assicuri alla bambina che ora faranno "tutto un sogno fino a casa". La pellicola, d'altronde, si apriva con una bella transizione dal volto addormentato di Ripley alla rotondità del pianeta Terra visto dallo spazio. Come nel primo film, fra gli esseri umani si nasconde un robot: stavolta, però, che Bishop sia un androide è chiaro da subito (lo rivela la scena del gioco con il coltello, a seguito del quale si ferisce leggermente a un dito e ne fuoriesce il liquido bianco). E a differenza dell'Ash del primo "Alien", non è cattivo, segue (e cita) le leggi della robotica di Asimov e contribuisce nel finale a salvare Ripley e Newt. La regia di Cameron è dinamica, efficace e con molte idee (una su tutte, quella di mostrare la ricognizione dei marines attraverso le immagini riprese da ciascuno di loro, con tanto di nome in sovrimpressione sui vari schermi). La musica, d'atmosfera, è di James Horner (con il quale Cameron tornerà a collaborare per "Titanic"). Il film ha fortemente influenzato tutto un filone di fantascienza bellica che ha prosperato non solo al cinema, ma anche in fumetti e videogiochi (tipo "Halo"). La franchise proseguirà sei anni dopo con il meno riuscito "Alien³" di David Fincher.

29 marzo 2016

I due superpiedi quasi piatti (E.B. Clucher, 1977)

I due superpiedi quasi piatti
di E.B. Clucher – Italia 1977
con Bud Spencer, Terence Hill
***

Rivisto in TV.

Dopo aver inutilmente cercato – ciascuno per proprio conto – di trovare un lavoro da scaricatori al porto di Miami, scontrandosi però con una banda di gangster che gestisce a modo suo gli affari al molo, i due sbandati Wilbur Walsh (Bud Spencer) e Matt Kirby (Terence Hill) decidono di rapinare insieme un supermercato: per errore, però, finiscono in una stazione di polizia e sono costretti a fingere di essere lì per arruolarsi. Completato il corso di addestramento, vengono inviati a pattugliare le strade di Miami. Il loro progetto è quello di farsi espellere dalla polizia alla prima occasione, ma ben presto si prendono a cuore il caso di un cinese assassinato (anche perché Kirby si è innamorato della sua nipote) e finiranno per sgominare una banda di trafficanti di droga, gestita – guarda caso – dai gangster del porto. Girato interamente in Florida (tranne due scene in Italia, entrambe in interni: quella nella villa della "contessa" e la scazzottata finale al bowling), uno dei film più riusciti fra quelli di ambientazione contemporanea della coppia Hill/Spencer. Già dietro la macchina da presa dei due "Trinità", E.B. Clucher (alias Enzo Barboni) è senza dubbio uno dei migliori registi ad aver mai diretto il dinamico duo, e si vede: la qualità delle inquadrature e la geometria della messa in scena (si pensi al loro primo incontro al porto) valorizzano le gag ma anche l'alchimia fra i due caratteri e l'ambiente circostante. Il film si apre con vedute aeree di Miami e dintorni (su cui scorrono i titoli di testa, con la musica dei fratelli De Angelis) e prosegue con una serie di scene autoconclusive ma collegate l'una all'altra in una trama orizzontale priva di tempi morti. Parecchie le battute memorabili: "Ci ho il crimine nel sangue, io" (detta da Hill prima del tentativo di rapina, e poi riadattata a varie circostanze: "Ci ho le pallottole nel sangue", "Ci ho il whisky nel sangue", ecc.), "'Questa è una rapina' dillo tu, che hai la voce più grossa", "Questa è... questa è... questa è proprio una bella giornata!", oltre a uno scambio di battute che, da bambino, mi faceva sempre tanto ridere: "Appena fatto il colpo, andremo a spassarcela in Florida" – "Ma ci siamo già in Florida!".

Oltre che alle consuete dinamiche interne alla coppia, le risate sono garantite dal rapporto con il capitano della polizia, David Huddleston (doppiato da Ferruccio Amendola), che favorisce immancabilmente Kirby rispetto a Walsh, e da sequenze come l'arresto dei due uomini politici (maltrattati a proposito per farsi cacciare dalle forze dell'ordine, il che ovviamente non avverrà: Bud Spencer sbotta addirittura in un "Politicanti di merda!" assolutamente fuori contesto ma proprio per questo ancor più divertente) o l'incontro con la "contessa russa" e la sua amica, inviate dai gangster per sedurre i due poliziotti e metterli fuori combattimento. Quest'ultimo è uno dei rari casi in cui Bud e Terence sono alle prese con tentazioni di natura sessuale: di solito nei loro film l'attrazione per le donne viaggia su un binario più "puro", come è il caso, anche in questa pellicola, dell'infatuazione di Kirby per la ragazza cinese (interpretata da una Laura Gemser – Emmanuelle Nera! – qui ingenua e candida). E a proposito di comprimari, fra i cattivi si riconoscono i "soliti" Luciano Catenacci, Riccardo Pizzuti e Claudio Ruffini. In più c'è il tormentone delle auto distrutte (è uno dei film in assoluto con il maggior numero di automobili sfasciate, almeno prima che arrivasse "The Blues Brothers") e, ovviamente, la solite e memorabili scazzottate, fra cui quella con i teppisti nella tavola calda (con Kirby che si finge storpio e Walsh sordomuto: "Ma lui lo vede che ho la pistola?" "Certo, sono muto, mica cieco!") e quella con la banda di "Geronimo" allo stadio di football americano. Non mancano citazioni, più o meno vaghe, ai precedenti film della coppia. Quando i due sono al chiosco degli hamburger, alla radio si può sentire "Angels and beans", la canzone di "Anche gli angeli mangiano fagioli" (dove però al posto di Terence c'era Giuliano Gemma). E nella frase di Hill "Ringrazia Dio che somigli a mio fratello!" non si può non cogliere un riferimento alla saga di Trinità e Bambino.

28 marzo 2016

Conto alla rovescia (R. Altman, 1968)

Conto alla rovescia (Countdown)
di Robert Altman – USA 1968
con James Caan, Robert Duvall
**

Visto in divx.

Per anticipare i sovietici, che stanno per inviare sulla Luna una capsula con tre cosmonauti, la NASA accelera a sua volta il programma segreto Pilgrim: con sole tre settimane di addestramento verrà lanciato sul satellite l'astronauta civile Lee Stegler (James Caan), scelto a discapito dell'amico Chiz (Robert Duvall) perché quest'ultimo è un militare e gli Stati Uniti non vogliono – al pari dei russi – dare l'impressione che la conquista della Luna abbia connotazioni belliche. Fra Lee e Chiz scoppia un'accesa rivalità, ma alla fine il secondo accetta di addestrare il primo per la difficile missione. Un film di hard science fiction che segna il ritorno di Altman al cinema dopo un paio di tentativi senza successo e un decennio trascorso a lavorare per lo più in televisione. La pellicola affronta un tema che era quanto mai di attualità, visto che in quegli anni la guerra fredda si combatteva anche nello spazio e la conquista della Luna era ormai percepita da tutti come imminente (avverrà infatti l'anno dopo). In ogni caso, rispetto a quella dell'Apollo 11, il film (tratto da un romanzo di Hank Searls) racconta una missione leggermente diversa: gli americani inviano un solo uomo sulla Luna (i russi tre), e questi dovrà rimanere sul satellite per quasi un anno, all'interno di un "rifugio" lanciato in precedenza, in attesa che una capsula successiva giunga a riprenderlo. Pur realizzato con un budget notevolmente basso, la pellicola è ben curata dal punto di vista scientifico, anche se tutto sembra su "piccola scala", compresa l'organizzazione della NASA (che ha collaborato alla realizzazione). Peccato che sia nel complesso poco emozionante, con poca suspense e con personaggi debolmente caratterizzati (il rapporto fra Lee e Chiz si basa solo sulla loro amicizia/rivalità): si salva la scena in cui Lee, sulla Luna, trova i cosmonauti russi morti ed espone la bandiera sovietica insieme a quella americana. La colonna sonora è di Leonard Rosenman. Ad Altman fu rifiutato il montaggio finale.

27 marzo 2016

Christine (John Carpenter, 1983)

Christine - La macchina infernale (Christine)
di John Carpenter – USA 1983
con Keith Gordon, John Stockwell
**1/2

Visto in divx.

Il giovane meccanico Arnie acquista una Plymouth Fury del 1957, ormai ridotta a un rottame, per ripararla e rimetterla in strada. Di pari passo alla "rigenerazione" dell'auto, anche il ragazzo cambia personalità: se prima era imbranato e costantemente vittima dei bulli della scuola, ora diventa più sicuro di sé (tanto da riuscire a conquistare la bella Leigh) ma anche aggressivo e paranoico. Ben presto sia Leigh che Dennis, il miglior amico di Arnie, cominciano a chiedersi se l'auto non abbia qualche tipo di influenza nefasta su di lui. E in effetti la macchina è una creatura senziente e malvagia, in grado di autorigenerarsi e di causare incidenti e strane morti. Da un romanzo di Stephen King (che in qualche modo tornerà sull'argomento con il successivo "Brivido", l'unico film da lui diretto), un horror inquietante nella sua semplicità (i motivi della natura "infernale" di Christine non vengono spiegati: se nel libro di King si chiariva che l'auto era posseduta dallo spirito malvagio di un precedente proprietario, qui essa è "maledetta" sin da quando esce dalla catena di montaggio), che gioca con uno dei miti della cultura giovanile americana, l'automobile, e con certi tratti feticistici del consumismo, ovvero il trasferimento degli affetti su un oggetto inanimato. Favorito dal fatto che l'auto ha un nome femminile, Arnie sviluppa con lei una vera e propria relazione sentimentale, che comprende complicità e gelosia (l'auto diventa per lui più importante della sua ragazza, e proprio Leigh rischia di diventare una delle sue vittime). Da segnalare i rimandi a "Il ritratto di Dorian Gray" e "Duel". Carpenter, che pure non sentiva il film come un progetto personale e scelse di realizzarlo solo per voltare pagina dopo l'insuccesso commerciale de "La cosa", è abile nel fondere i temi orrorifici e soprannaturali con un'ambientazione quotidiana e familiare. Fra le scene più inquietanti, quella in cui Christine – avvolta dalle fiamme, come Ghost Rider – insegue i teppisti che l'hanno danneggiata, e in generale tutte quelle che mostrano la macchina comunicare attraverso la propria autoradio, che trasmette canzoni rock'n'roll degli anni cinquanta. Notevoli, per l'epoca, gli effetti speciali che mostrano l'automobile ripararsi da sola (realizzati mediante pompe idrauliche). Roberts Blossom è l'uomo che vende la macchina ad Arnie, Harry Dean Stanton è il poliziotto che indaga sugli incidenti causati da Christine.

25 marzo 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot (G. Mainetti, 2015)

Lo chiamavano Jeeg Robot
di Gabriele Mainetti – Italia 2015
con Claudio Santamaria, Luca Marinelli
**1/2

Visto al cinema Plinius.

A causa di un tuffo fuori programma nel Tevere (sul fondo del quale si trovano fusti di scorie radioattive!), Enzo Ceccotti (Santamaria), delinquente di piccolo calibro, acquisisce incredibili poteri (piuttosto generici, a dire il vero: superforza, resistenza e guarigione rapida). Li usa per scassinare un bancomat e per rapinare un furgone portavalori, mettendo senza volerlo il bastone fra le ruote alla banda dello Zingaro (Luca Marinelli), che gli giura vendetta. Ma l'incontro con Alessia (Ilenia Pastorelli), figlia ritardata di un suo ex complice, lo spingerà sulla via del bene, facendolo diventare un eroe: la ragazza, infatti, è una fan della serie animata "Jeeg Robot d'Acciaio", e ne identifica in Enzo il protagonista. Dopo "Il ragazzo invisibile" di Salvatores, un altro tentativo di adattare il fortunato filone cinematografico dei supereroi a un setting italiano, in questo caso romano. Mainetti (all'esordio dopo alcuni corti, fra cui "Basette" e "Tiger Boy", che omaggiavano rispettivamente Lupin III e l'Uomo Tigre) pesca a piene mani dall'immaginario culturale di una generazione cresciuta con gli anime giapponesi e i fumetti della Marvel (per non parlare del titolo, che riecheggia Trinità), sforzandosi di rendere realistici i luoghi comuni del genere all'interno di un contesto nostrano, e guardando anche alla lezione di Luc Besson ("Leon", per ammissione stessa del regista, è stato il principale riferimento per la caratterizzazione dei personaggi). E a proposito di personaggi, tutti alquanto sociopatici, il punto di forza della pellicola – grazie anche a ottimi interpreti, Marinelli in particolare – è proprio la loro caratterizzazione, per quanto grezza e impostata su isolati dettagli: Enzo, solitario e introverso, che si nutre solo di crema alla vaniglia confezionata e guarda solo film porno; lo Zingaro, maniaco dell'igiene e amante della canzone popolare italiana degli anni '80 (Anna Oxa, Gianna Nannini, Loredana Berté); Alessia, una bambina in un corpo da adulta, sciroccata anche perché vittima di abusi da parte del padre fin da quando era piccola. Se alla resa dei conti il film non dice nulla di nuovo come messaggio (i temi sono quelli classici del supereroismo: con grandi poteri vengono anche grandi responsabilità), l'ambientazione ruspante a Tor Bella Monaca e nelle periferie romane ha il suo perché, così come i giochi di potere fra bande sullo sfondo di una città in pieno caos, sconvolta dagli attentati terroristici e dove la legge è impotente (e i social media, come YouTube, favoriscono la popolarità di buoni e cattivi). Pochi gli effetti speciali (persino le scene dello scontro finale allo stadio sono state girate al risparmio, e si nota), ma nel complesso l'operazione può dirsi riuscita: e chissà che, al di là degli evidenti rimandi nostalgici, non si apra una nuova strada per il cinema di genere italiano, quello che aveva fatto la fortuna della nostra industria cinematografica negli anni '60 e '70. Stefano Ambrogi è il padre di Alessia, Antonia Truppo la camorrista napoletana.

22 marzo 2016

Dieci anni

E così siamo giunti al decimo compleanno di questo blog (l'anniversario, come sempre, coincide con l'inizio della primavera). Mi sembra ieri quando l'ho inaugurato, senza immaginare che sarebbe diventato una parte tanto importante della mia vita. Col tempo ho scoperto che scrivere di un film dopo averlo visto mi aiuta a comprenderlo meglio (quante volte ho cambiato opinione su una pellicola mentre ne scrivevo la recensione!), a focalizzare aspetti ed elementi che mi sarebbero sfuggiti se non "metabolizzati", e a ricordare meglio certi dettagli (sapere di doverne poi scrivere, aiuta a prestare maggior attenzione durante la visione). Dunque il blog si è rivelato innanzitutto utile a me stesso: se poi lo è anche per i lettori (per esempio, per suggerire film meritevoli di essere visti o recuperati), tanto meglio!

Negli ultimi tempi ho valutato se cambiare la grafica (il layout, anche se leggermente modificato, è ancora uno di quelli del vecchio Blogger), se rivoluzionare l'impostazione, se acquistare un dominio... Alla fine, come vedete, mi sono limitato ad aggiungere un sottotitolo, visto che alcuni mi hanno fatto notare come fosse difficile di primo acchito capire dall'home page quale fosse l'argomento trattato, ovvero il cinema.



Veniamo ora alle consuete statistiche. Negli ultimi dodici mesi (dal 22 marzo 2015 a oggi) i film recensiti sono stati 236. Di questi, 56 sono stati visti al cinema (32 nelle rassegne di Cannes e Venezia) e 180 in casa. 183 erano frutto di una prima visione, mentre i film rivisti sono stati 53. Il regista più frequentato nell'anno appena trascorso è stato Michelangelo Antonioni con 9 film (anche se 6 di questi erano cortometraggi), seguito da Pasolini con 6, da Fassbinder e Aki Kaurismäki con 5, da Hitchcock, Lanthimos, George Miller e Truffaut con 4, da Bergman, Dreyer, Scola, Sono e Zemeckis con 3. Sono particolarmente orgoglioso di aver completato, nel corso del 2015, la filmografia di Akira Kurosawa (uno degli obiettivi futuri del blog sarà quello di fare la stessa cosa con i registi più importanti).

In occasione del decennale, vi offro anche un grafico che mostra il numero di film recensiti per ogni anno di vita del blog. Come si vede, dopo l'inizio di fuoco c'è stato un periodo di calo, ma per il terzo anno consecutivo il numero dei film recensiti è tornato a crescere. Molto dipende dal tempo libero, da questioni organizzative, o semplicemente dalla voglia che c'è (o non c'è) di guardarsi un film la sera prima di andare a dormire... Nel complesso, in questi dieci anni ho scritto di 2378 film (1713 visti a casa, 651 al cinema, 14 altrove, ossia in aereo o in autobus), divisi in 1755 prime visioni e 623 film rivisti.

20 marzo 2016

Quel pomeriggio di un giorno da cani (S. Lumet, 1975)

Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon)
di Sidney Lumet – USA 1975
con Al Pacino, John Cazale
***1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Con l'aiuto del complice Sal (John Cazale), l'omosessuale disoccupato Sonny Wortzik (Al Pacino) tenta una rapina in banca nel bel mezzo di Brooklyn, poco prima della chiusura della filiale. Ma le cose vanno storte sin dal principio: la cassaforte è praticamente vuota perché il furgone portavalori è appena passato per ritirare il contante, e l'edificio viene circondato dalla polizia prima che Sonny e Sal possano darsi alla fuga. I due rapinatori non hanno altra scelta che rinchiudersi dentro la banca, prendere come ostaggi il direttore e le cassiere, e intavolare una trattativa con la polizia e l'FBI nella speranza di guadagnarsi una via di fuga (richiedono infatti un pulmino che li porti all'aeroporto, e un aereo per fuggire all'estero). Ma col passare delle ore, la situazione si complica sempre di più. Tratto da una storia vera (i cineasti hanno preso ispirazione da un articolo apparso sulla rivista "Life", che raccontava la rapina avvenuta nel 1972: come nel film, gli eventi si dipanano nell'arco di poco più di una decina di ore, in un torrido pomeriggio newyorkese), un heist movie iconico e influente, perfettamente collocato in un periodo della storia americana carico di tensioni sociali (erano gli anni della contestazione alla guerra del Vietnam, della lotta per i diritti dei neri, e della controcultura). Se l'atmosfera all'interno della banca è alternativamente tesa e rilassata (come il rapporto che Sonny e Sal instaurano con gli ostaggi), altrettanto interessanti sono le relazioni con chi è all'esterno: dalla folla di curiosi che si raduna attorno alla banca, molti dei quali manifestano solidarietà con Sonny, che viene visto come un simbolo della ribellione e della lotta contro l'ordine costituito (lui stesso è un veterano del Vietnam, e arringa la folla al grido di "Attica! Attica!", facendo riferimento alla rivolta nell'omonima prigione newyorkese che pochi mesi prima aveva messo in luce i soprusi della polizia contro i detenuti), ai mass media che vogliono intervistarlo, soprattutto dopo la rivelazione del vero motivo per cui l'uomo ha tentato la rapina in banca: procurarsi il denaro necessario per pagare l'operazione di cambio di sesso al suo amante omosessuale (Chris Sarandon). Con interpretazioni eccellenti (Pacino su tutti) e una regia solida e precisa, al film si possono perdonare facilmente alcuni leggeri scivoloni (le figure della moglie e della madre di Sonny, dipinte eccessivamente come "macchiette"): resta ampiamente carico di motivi, di temi e di significati, che spaziano al di là degli eventi narrati e contribuiscono a ritrarre – proprio come altre pietre miliari di quel periodo, per esempio "Taxi driver" – le turbolenze politiche e sociali dell'America degli anni settanta attraverso vicende personali di personaggi disadattati. Pacino e Cazale avevano già recitato insieme ne "Il padrino". Nel cast anche Charles Durning, James Broderick, Lance Henriksen, Sully Boyar e Penelope Allen. Nominato a sei premi Oscar, il film vinse quello per la sceneggiatura (di Frank Pierson).

19 marzo 2016

La signora senza camelie (M. Antonioni, 1953)

La signora senza camelie
di Michelangelo Antonioni – Italia 1953
con Lucia Bosè, Andrea Checchi
**1/2

Rivisto in DVD.

La giovane Carla (Lucia Bosè, al secondo film con Antonioni dopo "Cronaca di un amore"), commessa in un negozio di Milano, viene "scoperta" dai produttori Ercolino (Gino Cervi) e Gianni (Andrea Checchi) e convinta ad entrare nel mondo del cinema. Grazie alla sua bellezza, le basta un ruolo minore per conquistare subito una vasta popolarità. Ercolino ha intenzione di farne una grande attrice popolare, protagonista di film scollacciati e disimpegnati, mentre il geloso Gianni, che nel frattempo ne è diventato il marito, vorrebbe che smettesse di recitare o, al limite, che diventasse un'attrice "seria". A questo scopo la dirige lui stesso in un'impegnativa e pretenziosa "Giovanna d'Arco", che però si traduce in colossale flop di critica e di pubblico, mettendone in mostra tutti i limiti di attrice drammatica. Per salvare dal fallimento economico il marito (che aveva finanziato il film in prima persona), Paola – che ha finalmente capito di non amarlo – accetta di tornare brevemente al cinema popolare: dopo aver estinto i suoi debiti, potrà lasciarlo senza sensi di colpa. Ma anche la nuova vita che sperava di rifarsi si rivelerà un'illusione, e la ragazza dovrà fare i conti con la dura realtà. Sullo sfondo di Cinecittà e delle sue dinamiche (il film è quasi una risposta italiana a "A che prezzo Hollywood?" di Cukor), un melodramma che vede il personaggio principale attraversare diverse fasi di consapevolezza, di maturità e di accettazione: dalla ragazza ingenua che fa tutto ciò che vogliono gli uomini attorno a lei (i produttori, il marito), alla donna che prende in mano la situazione e decide finalmente per sé stessa, dalla fragilità dei sogni di gloria e della possibilità di un amore libero da ogni vincoli (con un piacente diplomatico romano, che invece la lascerà per paura di uno scandalo) all'amara consapevolezza dei propri limiti e delle ingiustizie di un mondo che pensa soltanto a sfruttarla. Nella sua triste parabola di vittima destinata alla sconfitta ne esce un ritratto femminile, con le dovute distanze, quasi mizoguchiano. Il titolo, ovviamente, ironizza presentando la protagonista come una sorta di Margherita Gautier. Nel cast anche Ivan Desny (l'amante), Monica Clay (l'amica) e Alain Cuny (il collega attore).

18 marzo 2016

I vinti (Michelangelo Antonioni, 1953)

I vinti
di Michelangelo Antonioni – Italia 1953
con Jean-Pierre Mocky, Franco Interlenghi, Peter Reynolds
***

Visto in DVD.

Film sulla delinquenza giovanile, diviso in tre episodi ambientati in tre diversi paesi (Francia, Italia, Inghilterra) e lì girati con attori del posto. La pellicola è ispirata a una serie di fatti di cronaca nera dell'immediato dopoguerra, cui si fa riferimento nella sequenza introduttiva che mostra fotografie e ritagli di giornale, alludendo a una "generazione bruciata" di giovani e adolescenti che, a differenza dei loro genitori e di chi aveva combattuto la guerra, volevano il successo "tutto e subito". Naturalmente ormai siamo abituati al fatto che ogni generazione si scontri con la precedente, la quale fa fatica a capirla (e il film, a tratti, riesce a essere equilibrato nel mostrare le ragioni di entrambi), ma l'introduzione è vagamente moralista e paternalista nel guardare a questa ribellione giovanile (forse una delle prime nella storia dell'Italia contemporanea) come a un'aberrazione. In ogni caso, l'intento programmatico è quello di non "abbellire" la realtà ma di mostrare le tragiche conseguenze delle scelte di vita che trasformano un giovane in un criminale e un assassino. Nell'episodio francese (con Jean-Pierre Mocky ed Etchika Choureau), durante una gita in campagna, un gruppo di studenti parigini progetta l'omicidio di un compagno per impossessarsi del suo denaro. Ma ignorano che il ragazzo fingeva solo di essere ricco e di fare la bella vita. A sparargli (e a pagarne il prezzo) sarà il più sensibile del gruppo. Nell'episodio italiano (con Franco Interlenghi e Anna Maria Ferrero), Claudio, il figlio di una coppia borghese, all'insaputa dei genitori è complice di una banda di contrabbandieri di sigarette. Una notte, per sfuggire a una retata della polizia, uccide un uomo che gli sbarrava la strada. Ferito a sua volta, il mattino dopo andrà a dire addio alla ragazza che ama. Nell'episodio inglese (con Peter Reynolds e Patrick Barr), un giovane poeta, misantropo e megalomane, trova il cadavere di una donna (Fay Compton) nel parco e, anziché chiamare la polizia, avvisa un giornalista per "vendergli" la notizia e assicurarsi la propria foto in prima pagina. Qualche giorno più tardi, in cerca di ulteriore fama, confesserà di aver commesso lui stesso il delitto. Sarà vero?

Ben diversi fra loro per atmosfera e personaggi, i tre episodi sono tutti assai riusciti nella caratterizzazione dei vari protagonisti, alla ricerca di una via di fuga da un mondo (quello costruito e regolamentato per loro dai genitori o dagli adulti) che trovano stretto o scomodo. Per questo prendono il destino nelle proprie mani e sono disposti a commettere anche un omicidio (spesso senza pentimenti o rimorsi, mettendo in scena una sorta di "banalità del male") per raggiungere l'indipendenza, la libertà e l'autodeterminazione: c'è chi lo fa solo con l'immaginazione (come Pierre, la vittima dell'episodio francese, che racconta agli amici di condurre una vita avventurosa), chi con il crimine (Claudio, nell'episodio italiano), chi con l'azzardo (Aubrey, il poeta dell'episodio inglese, che scommette sulle corse dei cani e per il quale anche il "delitto perfetto" è soltanto un gioco, una scommessa fra sé e la polizia). Per fuggire, però, "ci vogliono denari... tanti e subito. Perché questa vita io la voglio vivere da giovane, a vent'anni, e non quando sarò vecchio" (come spiega Claudio). Da notare come l'episodio inglese sembri prefigurare temi e situazioni del futuro "Blow Up": abbiamo un omicidio in un parco, una riflessione sulla relatività della verità (anche se Aubrey confessa il delitto, non sapremo mai con certezza se è colpevole o meno), e persino una partita a tennis (nell'inquadratura finale). Produttori e censori si scagliarono contro il film, che venne tagliato, rimaneggiato e osteggiato in ogni maniera. All'episodio francese (che oltralpe rimase proibito per dieci anni) fu imposto un finale "positivo", da quello italiano vennero eliminati i riferimenti politici (il che lo derubrica a un banale fatto di cronaca, e ne fa il segmento più debole della pellicola), e anche quello inglese – riproposto poi nel 1962, con il titolo "Il delitto", in un altro film a episodi, "Il fiore e la violenza" – non ottenne mai il visto della censura nel Regno Unito.

17 marzo 2016

La città dei bambini perduti (Jeunet, Caro, 1995)

La città perduta (La cité des enfants perdus)
di Jean-Pierre Jeunet, Marc Caro – Francia 1995
con Ron Perlman, Daniel Emilfork
**1/2

Rivisto in divx.

Al secondo film dopo "Delicatessen", la coppia Jeunet-Caro sforna un'insolita fiaba dai toni dark e surreali e dall'ambientazione steampunk, colma di spunti e di suggestioni, ma anche più attenta all'estetica e all'aspetto visivo che non all'equilibrio narrativo. L'incipit ci rivela che uno scienziato (Dominique Pinon), che vive su una piattaforma al largo della costa circondata da mine, ha creato – oltre a una moglie nana, a un esercito di cloni di sé stesso come figli, e a un cervello senziente che soffre di mal di testa – anche Krank (Emilfork), l'uomo più intelligente del mondo, che però invecchia prematuramente perché incapace di sognare. Per rimediare, Krank fa rapire (dalla banda dei "ciclopi") bambini piccoli dalla vicina città portuale, nella speranza di poter penetrare nei loro sogni con speciali macchinari, ma i suoi tentativi falliscono regolarmente perché i piccoli hanno troppa paura di lui per poter avere sogni tranquilli. Quando a essere rapito è il fratellino adottivo di One (Perlman), forzuto che si esibisce nella fiera della città, questi si getta alla sua ricerca con l'aiuto di Miette (Judith Vittet), giovane leader di una banda di ladruncoli. Fra situazioni avventurose e oniriche (come quando Miette deve entrare a sua volta nel sogno del bambino per salvarlo, in stile "Nightmare"), personaggi bizzarri e grotteschi (l'addestratore di pulci assassine, il palombaro smemorato, la "Piovra" – una coppia di gemelle siamesi – che sfrutta gli orfani costringendoli al furto come in "Oliver Twist"), ambientazioni fumettistiche o surreali (che a turno ricordano Terry Gilliam o anticipano Michel Gondry), pur nel suo sbilanciamento il film è suggestivo nei suoi aspetti più visionari e può vantare alcune sequenze memorabili (fra le più riuscite, il crescendo che parte da una lacrima di Miette in un momento di difficoltà e, attraverso una serie di assurde concatenazioni, porta alla salvezza dei nostri eroi). La scena in cui uno dei ciclopi collega il proprio visore a quello del compagno che sta strangolando ne ricorda una analoga di "Strange days", uscito lo stesso anno. Fondamentali i contributi dei costumi di Jean-Paul Gaultier, degli effetti speciali di Pitof, della fotografia di Darius Khondji e della musica di Angelo Badalamenti (la cui canzone nei titoli di coda, "Who will take my dreams away?", interpretata da Marianne Faithfull, sarà resa celebre quattro anni più tardi da "La ragazza sul ponte" di Patrice Leconte). Uscito in Italia come "La città perduta", nell'indifferenza di pubblico e critica, il film è stato poi rieditato in home video con un titolo più fedele all'originale.

16 marzo 2016

Amnèsia (Gabriele Salvatores, 2002)

Amnèsia
di Gabriele Salvatores – Italia/Spagna 2002
con Diego Abatantuono, Rubén Ochandiano
**

Rivisto in TV.

Sandro (Diego Abatantuono) ha abbandonato da anni l'Italia e si è trasferito a Ibiza dove dirige e produce film pornografici. Quando la sua diciassettenne figlia Luce (Martina Stella) viene a trovarlo, l'uomo le nasconde il proprio lavoro: ma scoprirà che la "bambina" non è poi così innocente e cela a sua volta un segreto. Nel frattempo, l'amico Angelino (Sergio Rubini) mette casualmente le mani su una valigetta contentente quattro chili di eroina e cerca di smerciarla per proprio conto, attirando l'attenzione di un sicario americano (Ian McNeice). Sul caso indaga il capo della polizia dell'isola, Xavier (Juanjo Puigcorbé), il cui figlio Jorge (Rubén Ochandiano) è un teppista ribelle che trascorre le giornate e le notti a bighellonare con gli amici e ha un rapporto assai conflittuale con il padre. Di impostazione corale, il film è diviso in due parti che seguono (nell'arco di tre giorni) le vicende di due distinti gruppi di personaggi, le cui storie si intersecano ma viaggiano per lo più parallele. La prima parte ricorda i classici film di Salvatores su un gruppo di italiani all'estero, in fuga dalle consuetudini e in cerca di libertà, ma è francamente la meno interessante e la meno memorabile (avevo già visto il film alla sua uscita, quattordici anni fa, e me ne ero completamente dimenticato!). Meglio decisamente la seconda, più sperimentale: il momento che divide il lungometraggio in due (con tanto di "riavvolgimento" della pellicola per rivelare che assisteremo agli stessi eventi da un altro punto di vista) segna un cambiamento anche nello stile, nella regia (più "moderna"), nella fotografia e nel montaggio (che fa uso, nel finale, di numerosi split screen), tanto che pare di assistere a due film diversi. Che Salvatores si fosse stancato dei temi trattati fino ad allora e fosse alla ricerca di una nuova direzione e di un nuovo stile, come in effetti dimostrerà la sua filmografia successiva? Nel complesso la pellicola – coprodotta da Italia e Spagna – è riuscita a metà. Se l'ambientazione ha il suo perché (un'Ibiza edonistica e turistica, fra donne, droga e vizi di ogni tipo), il modo in cui affronta i suoi temi (su tutti, il rapporto fra padri e figli) è assai banale. Anche la famosa scena dell'eclissi lascia il tempo che trova. Non aiuta il fatto che i vari personaggi diano la sensazione di appartenere a mondi diversi (alcuni – come Pilar, la segretaria di Sandro, e Xavier, con le sue segrete frequentazioni gay – potrebbero provenire da un film di Almodovar; altri – come il grasso killer americano che ama i Beatles e ha a sua volta problemi familiari – da uno dei fratelli Coen). Nel cast anche Bebo Storti, Alessandra Martines e Maria Jurado. Il titolo è il nome della discoteca frequentata da tutti i personaggi.

14 marzo 2016

Anomalisa (C. Kaufman, D. Johnson, 2015)

Anomalisa (id.)
di Charlie Kaufman, Duke Johnson – USA 2015
animazione a passo uno
***

Visto al cinema Apollo.

Il guru aziendale Michael Stone, esperto nella gestione del servizio clienti, vola per lavoro a Cincinnati, dove dovrà tenere un discorso. Il ritorno nella città in cui dieci anni prima aveva vissuto con una vecchia fiamma, da lui abbandonata senza spiegazioni, amplifica la crisi psicologica che sta attraversando. Anche perché tutte le persone che gli stanno intorno – compresa la moglie e il figlio – sono da lui percepite con lo stesso volto e la stessa voce. Proprio per questo si innamora all'istante di Lisa, una ragazza conosciuta in albergo, l'unica che ha un viso diverso e soprattutto una voce differente: una vera e propria "anomalia"... Tratto da un lavoro teatrale dello stesso Kaufman (scritto con lo pseudonimo di Francis Fregoli), un originalissimo film sul tema dell'innamoramento o della sua illusione. A parte il protagonista (doppiato in originale da David Thewlis) e Lisa (Jennifer Jason Leigh), tutti gli altri personaggi hanno infatti lo stesso volto e la stessa voce (quella di Tom Noonan), ed è proprio l'unicità di lei a far scattare l'infatuazione di Michael. Tanto che al mattino dopo, quando l'innamoramento sta già attraversando una fase di regresso, la voce della donna comincia a mescolarsi con quella, standardizzata, di tutte le altre persone. Surreale e molto kaufmaniana anche la sequenza del sogno che vede Michael convocato dal direttore dell'albergo, il quale gli confessa apertamente che tutti gli esseri umani intorno a lui sono una sola persona, di lui innamorata: una sequenza che ricorda in parte "The Truman Show" e in parte "Essere John Malkovich" (scritto proprio da Kaufman). La scelta stessa di realizzare la pellicola in animazione a passo uno, ovvero con pupazzi e modellini, consente di "giocare" con i simboli e i significati del racconto, mostrando tutte le persone con la stessa faccia, ovviamente, ma anche raffigurando simbolicamente i volti – dei quali si intravedono i bordi – come delle "maschere" (a un certo punto, nel sogno, quella di Michael finisce anche per staccarsi). È inoltre insolito, per un film d'animazione (ma questo è decisamente per adulti), mostrare tutta la trivialità del quotidiano (le funzioni corporali, il sesso, il mangiare, il bere, la nudità), accentuando così il senso di disagio e la crisi del protagonista. Da notare come la voce omologata si estenda anche alla musica che Michael ascolta (il duetto dei fiori della "Lakmé" di Delibes): anche per questo, quando Lisa intona "Girls Just Want To Have Fun" di Cyndi Lauper (anche in una versione tradotta in italiano!), la sua voce femminile scatena in Michael un'emozione irrefrenabile. Per Kaufman (coadiuvato da Duke Johnson, specialista di animazione in stop motion) è il secondo film da regista dopo "Synecdoche, New York".

12 marzo 2016

Room (Lenny Abrahamson, 2015)

Room (id.)
di Lenny Abrahamson – Canada/Irlanda/GB 2015
con Brie Larson, Jacob Tremblay
***1/2

Visto al cinema Ducale, con Sabrina, Paola, Teresa e Paolo.

Rapita e tenuta prigioniera per sette anni in un capanno da giardino, Joy trova l'unico conforto nel piccolo Jack, nato dalla relazione con il suo aguzzino, che ha trascorso tutti i suoi cinque anni di vita con lei all'interno della "stanza". Quando i due riconquisteranno la libertà, la cosa più difficile sarà proprio riadattarsi al mondo esterno. Da un romanzo di Emma Donoghue (anche sceneggiatrice), una pellicola intensa e capace di emozionare senza retorica e sensazionalismo, nonostante le trappole di un soggetto difficile (anche se il caso reale cui si ispira, quello dell'austriaca Elisabeth Fritzl, presentava connotazioni ancora più scabrose). Merito, forse, della scelta di raccontare tutto dal punto di vista del bambino (che fornisce la voce narrante ed è sempre presente in ogni scena: negli unici casi in cui si separa dalla madre, è lui che il regista sceglie di seguire). All'inizio Jack vive in un ambiente fittizio, dove l'intero mondo che conosce si riduce a una stanza, e tutto ciò che è al di fuori è irraggiungibile o semplicemente non è "vero" (compreso ciò che si vede in televisione). Per proteggerlo, la madre – oltre a educarlo mentalmente e fisicamente (fra le letture spiccano "Il conte di Montecristo" e "Alice nel paese delle meraviglie"!) – gli ha infatti insegnato una particolare "cosmologia" che nega la realtà di ciò che si trova oltre il lucernario che rappresenta l'unico punto di contatto con l'esterno. Ma quando giunge il momento di fuggire, le cose cambiano. E di fronte al mondo di fuori, il piccolo comincia a porsi domande ("Siamo su un altro pianeta?") e a scoprire nuove dinamiche e nuove regole. Essendo "plastico" (come lo definisce uno psicologo) per via della sua giovane età, saprà rapidamente adattarsi al nuovo ambiente, pur dovendo superare molte prove (dalle più banali, come imparare a salire le scale – che nella stanza non c'erano! – a quelle più ostiche, come interagire con le altre persone). Ben più difficile sarà il reinserimento della madre, soggetta a una profonda crisi psicologica, che di fatto la vede "crollare" proprio quando riacquista la libertà. Anche perché la prigionia l'ha cambiata completamente (quando è stata rapita era poco più che adolescente: la sua camera da letto sembra quella di una liceale) e nel frattempo anche il mondo è andato avanti (i genitori hanno divorziato, per esempio).

Strutturalmente, il film è diviso in due parti: la prima racconta della prigionia e della fuga (e a molti registi sarebbe bastata), la seconda del "dopo", delle conseguenze delle ferite psicologiche e delle difficoltà di cominciare una nuova vita. Se la prima parte è intensa e tiene lo spettatore attaccato alla poltrona come se fosse un thriller, la seconda è forse ancora più importante ed è quella che caratterizza maggiormente la pellicola. Al centro di tutto resta sempre il rapporto strettissimo fra madre e figlio (a differenza dei mass media, o anche del padre stesso della ragazza, Joy non vede Jack come il figlio del mostro che l'ha imprigionata: "Lui è solo mio", afferma). Per entrambi, allo scopo di superare l'inevitabile e paradossale "nostalgia" della vita precedente, si rivelerà catartica un'ultima visita alla "stanza", un'occasione per dire addio definitivamente alla loro prigione (per Jack l'addio è come quello che si dà a un gruppo di amici, avendo il bambino "personificato" ogni oggetto lì presente, oltre che la stanza stessa). Per crescere, in fondo, tutti dobbiamo dire addio prima o poi alle stanze del nostro passato. "Sembra più piccola", commenta Jack (che poco prima, sull'onda dei ricordi, l'aveva invece descritta come "infinita"), una percezione comune quando si rivisitano i luoghi dell'infanzia. In questo caso, tuttavia, per lui la stanza non era un semplice luogo ma il mondo intero, e la crescita implica come non mai l'aprirsi a un universo del tutto nuovo. Candidata a quattro premi Oscar (fra cui miglior film, regia e sceneggiatura), la pellicola è valsa a Brie Larson la statuetta come miglior attrice protagonista. Notevole comunque anche la prova del piccolo Jacob Tremblay, che per gran parte del film sfoggia capelli lunghi che lo fanno sembrare una bambina (a lunghi tratti l'ambiguità rimane). Nel cast si riconoscono Joan Allen e William H. Macy (i genitori di Joy), oltre a Sean Bridgers (Old Nick) e Tom McCamus (Leo). Curiosità: l'enfasi sul dente perso dalla madre (che Jack conserva come amuleto per darsi coraggio: il piccolo ricambierà poi il favore quando si taglierà i capelli che gli "danno forza" per donarli alla mamma ricoverata in osperale) ricorda il film greco "Dogtooth" di Yorgos Lanthimos, che affrontava un tema molto simile.

10 marzo 2016

Cronaca di un amore (M. Antonioni, 1950)

Cronaca di un amore
di Michelangelo Antonioni – Italia 1950
con Lucia Bosè, Massimo Girotti
***

Rivisto in DVD.

Il film che segna l'esordio di Michelangelo Antonioni alla regia (dopo una decina di brevi documentari) è un noir all'italiana che fa simbolicamente da spartiacque fra la stagione del neorealismo (che in quegli anni stava giungendo a conclusione) e quella del disagio esistenziale e dello studio psicologico dei personaggi, elementi chiave della poetica del maestro ferrarese. Certo, il soggetto non è particolarmente originale (una coppia di amanti progetta l'uccisione del ricco marito di lei: molti critici lo considerarono una versione borghese di "Ossessione" di Visconti) e del regista dell'incomunicabilità e dell'alienazione c'è ancora poco (anche se i temi della solitudine e dell'angoscia esistenziale fanno comunque capolino), ma il film è efficace nel mettere in relazione i personaggi con l'ambiente che li circonda e nell'affrontare argomenti allora nuovi per il cinema italiano: la crisi della borghesia, il vuoto delle metropoli, il conflitto di classe. Nonostante i toni un po' melodrammatici e da fotoromanzo (genere che Antonioni conosceva bene, avendolo affrontato in uno dei suoi documentari) di una vicenda torbida e romantica al tempo stesso, e una sceneggiatura che non sfugge ad alcuni cliché nel descrivere gli elementi del "triangolo" (la moglie annoiata dalla ricchezza, il marito geloso ma ignaro, il giovane povero ma pronto a tutto), il film è sostenuto da un comparto tecnico ad alto livello, in particolare da una fotografia che ritrae con realismo le strade e i palazzi della città (di Milano si intravedono molti luoghi simbolo – l'idroscalo, il planetario, i bastioni di Porta Venezia... – ma ci sono anche alcune scene girate nella Ferrara dello stesso Antonioni) e da una regia molto attenta all'inquadratura, alla gestione degli spazi, alla costruzione psicologica dei personaggi anche attraverso la "fisicità". L'elemento più interessante è il come la fatalità si accanisca contro i protagonisti, comunque non innocenti. Anche se desiderate e volute, le disgrazie attorno a loro avvengono per un tragico caso, ottenendo l'effetto opposto a quello desiderato: separarli, anziché permettere loro di stare insieme. Lucia Bosé è giovane e bellissima. Ferdinando Sarmi è il marito, Gino Rossi è l'investigatore.

9 marzo 2016

Daunbailò (Jim Jarmusch, 1986)

Daunbailò (Down by Law)
di Jim Jarmusch – USA 1986
con Tom Waits, John Lurie, Roberto Benigni
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Tre uomini – il deejay Zack (Waits), il pappone Jack (Lurie) e l'italiano Roberto (Benigni) – si conoscono nella cella di un carcere di New Orleans: i primi due sono stati incastrati, mentre il terzo ha ucciso un uomo senza volerlo. Stringendo un'improbabile amicizia, i tre riescono a evadere, fuggendo per le paludi della Louisiana. Girato in bianco e nero, con un ritmo lento e avvolgente e una regia che predilige i long take, "Down by law" (il titolo italiano è non è altro che la trascrizione della pronuncia di quello originale) è un film indipendente e minimalista incentrato sulla caratterizzazione dei personaggi, con molta improvvisazione da parte degli interpreti, due musicisti (Waits e Lurie, quest'ultimo autore anche della colonna sonora) e un Benigni – alla prima di tre collaborazioni con Jarmusch (seguiranno "Taxisti di notte" e "Coffee and cigarettes") – che parla un inglese buffo e sgrammaticato, che si annota su un taccuino le frasi e i modi di dire che più lo colpiscono (e che usa poi a sproposito) e che cita – in italiano – grandi poeti americani come Walt Whitman e Robert Frost. Proprio Roberto e il suo personaggio eccentrico e ottimista è il collante che tiene uniti i tre fuggitivi: senza di lui, infatti, Jack e Zack non fanno che litigare, mentre tutti insieme sapranno trovare una via d'uscita dalle avversità (anche se il film si conclude con ciascuno dei tre che prende una strada diversa: non si fugge mai veramente da sé stessi e dalla propria prigione, come suggerisce la scena in cui gli evasi si rifugiano in una capanna che ricorda in maniera impressionante la loro cella). Le donne del cast sono Nicoletta Braschi (l'italiana di cui Roberto si innamora), Ellen Barkin (la ragazza di Zack) e Billie Neal (la prostituta di Jack).

8 marzo 2016

The women (Diane English, 2008)

The women (id.)
di Diane English – USA 2008
con Meg Ryan, Annette Bening
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Remake di "Donne" di Cukor, aggiornato ai giorni nostri – ma la trama resta sostanzialmente identica – e con la medesima caratteristica di ricorrere a un cast interamente femminile (animali compresi). L'unico interprete di sesso maschile in tutta la pellicola, in effetti, è il neonato che appare nella scena conclusiva. La storia vede Mary (Meg Ryan), benestante stilista di moda, scoprire che il marito la tradisce con Crystal (Eva Mendes), commessa del reparto profumeria di un grande magazzino. Consigliata dalla madre (Candice Bergen) e dalle amiche Sylvia (Annette Bening) e Edie (Debra Messing), inizialmente cerca di fare buon viso a cattivo gioco: ma poi si decide a chiedere il divorzio... Nonostante alcune variazioni rispetto alla versione del 1939 – per esempio il personaggio di Alex (Jada Pinkett Smith) è ora dichiaratamente lesbica, e inoltre gran parte delle protagoniste non si limitano a fare le casalinghe e a dipendere dagli uomini ma hanno un lavoro, quasi sempre nel campo della moda, della pubblicità o del giornalismo (Sylvia dirige una rivista) – alla resa dei conti poco cambia rispetto alla pellicola originale, come se in settant'anni le dinamiche del mondo femminile e dei rapporti fra donne e uomini non fossero mutate più di tanto. A mancare sono la coerenza formale dell'insieme (in Cukor l'impostazione teatrale era assai più evidente) e l'acidità di fondo, benché gossip, dialoghi spigliati, attenzione alla moda e alle apparenze la facciano ancora da padrone, e un costante velo di ironia alleggerisca il tutto e impedisca di prendere troppo sul serio le vicende dei personaggi (si pensi ai momenti che giocano ironicamente con gli stereotipi femminili – lo shopping di Sylvia con la visione alla "Terminator" – o vi affondano a piene mani – le donne che si gettano sul junk food nei momenti di difficoltà). Il vasto cast comprende anche Bette Midler, Carrie Fisher, Cloris Leachman, Debi Mazar. Il progetto originale del film prevedeva la regia di James L. Brooks e l'interpretazione di Julia Roberts, prima che la sceneggiatrice Diane English decidesse di dirigerlo lei stessa. I produttori, inizialmente scettici sulla possibile accoglienza di un film tutto al femminile, diedero il via libera solo dopo il successo di "Sex and the city". In ogni caso, nonostante un buon riscontro di pubblico, la pellicola venne stroncata dalla critica, forse immeritatamente (ma si sa, il confronto con un mostro sacro è sempre difficile). Curiosità: Meg Ryan aveva esordito al cinema nel 1981 in "Ricche e famose", che era stato proprio l'ultimo film diretto da Cukor (e anche lì Candice Bergen interpretava sua madre).

6 marzo 2016

Eroe per caso (Stephen Frears, 1992)

Eroe per caso (Hero, aka Accidental hero)
di Stephen Frears – USA 1992
con Dustin Hoffman, Geena Davis, Andy Garcia
***

Visto in TV, con Sabrina.

Bernie LaPlante (Dustin Hoffman), ladruncolo e piccolo truffatore, salva da morte sicura i passeggeri di un aereo di linea precipitato sull'autostrada, aiutandoli a fuoriuscire dalla carlinga prima che il velivolo esploda, per poi dileguarsi nel nulla (lasciando dietro di sé, come Cenerentola, solo una delle sue scarpe). A bordo dell'aeroplano c'era anche la giornalista televisiva d'assalto Gale Gayley (Geena Davis), che fa di tutto per rintracciare il proprio salvatore, identificandolo infine in John Bubber (Andy Garcia), un senzatetto che era entrato per caso in possesso dell'altra scarpa di Bernie. Celebrato come un eroe puro e disinteressato, e ribattezzato "L'angelo del volo 104", Bubber diventa l'idolo e il modello di un'intera nazione, anche grazie al suo aspetto fotogenico e ai suoi sentiti discorsi ispirazionali. Ma quando Bernie viene a sapere che l'emittente per cui Gale lavora ha riservato all'eroe una ricompensa di un milione di dollari, cerca in ogni modo di reclamare il premio per sé: peccato che nessuno voglia ascoltare la verità... Con una sceneggiatura di alto livello – che approfondisce i temi dell'eroismo e del coraggio, ma anche del potere dei media nel plasmare la verità, il tutto "giocando" con la retorica ma senza risultare retorica a sua volta – e tre ottimi interpreti (Hoffman su tutti), è uno dei migliori film di Frears, regista abile e versatile ma con molti alti e bassi. La progressione della vicenda mostra chiaramente come la divisione manichea fra buoni e cattivi di tanto cinema hollywoodiano non abbia qui spazio: sia LaPlante che Bubber sono in parte eroi e in parte truffatori, hanno un lato altruista e coraggioso e un altro egoista e interessato, tanto da non essere veramente rivali quanto due facce della stessa medaglia (e infatti solo mettendosi insieme riescono a trovare un accordo soddisfacente per tutti). LaPlante, in particolare, è un personaggio straordinario: eroe riluttante e cinico, da amare e da odiare contemporaneamente (come ammette anche la sua ex moglie). Sull'intera vicenda aleggia un'atmosfera – quanto mai gradita – da classico cinema hollywoodiano anni trenta, nello stile di Preston Sturges ("Evviva il nostro eroe"), Frank Capra o William Wellman ("Nulla sul serio"). Nel cast, anche Joan Cusack (l'ex moglie di Bernie) e Chevy Chase (il direttore dell'emittente televisiva).

4 marzo 2016

La città nuda (Jules Dassin, 1948)

La città nuda (The naked city)
di Jules Dassin – USA 1948
con Barry Fitzgerald, Howard Duff
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La voce di un narratore (il produttore Mark Hellinger) ci introduce al film citando i cineasti – al posto dei titoli di testa – e sottolineando che la pellicola non è girata in studio ma nella vera città di New York, protagonista con le sue strade, i suoi quartieri, i mercati, i treni, i ponti, e naturalmente i suoi abitanti, quanto e più degli attori stessi. Non si tratta però di un documentario ma di un giallo, un precursore del "police procedural", nel corso del quale seguiamo le indagini di un gruppo di agenti della squadra omicidi – guidati dall'anziano e affabile tenente Muldoon (Barry Fitzgerald) – sull'omicidio di una giovane modella, annegata nella sua vasca da bagno. Le tracce dell'assassino sono poche e non sembrano condurre a nulla, anche se un paio di sospetti non mancano: un misterioso amante (House Jameson) e un imbroglione che la ragazza frequentava (Howard Duff). Ma poi il caso si intreccia con una serie di furti di gioielli, e Muldoon e i suoi uomini – fra i quali spicca il giovane Halloran (Don Taylor) – trovano finalmente la pista giusta. Da ricordare l'inseguimento finale, quasi hitchockiano, su un pilone del Ponte di Brooklyn, prima che la vicenda si concluda con il narratore che afferma: "Ci sono otto milioni di storie nella città nuda. Questa era una delle tante". Due premi Oscar (per il montaggio e per la fotografia, ispirata pare ai film del neorealismo italiano oltre che agli scatti del fotogiornalista Weegee) e una certa fama per i cultori del genere noir, ma il soggetto è quello di un poliziesco convenzionale, per quanto solido e interessante, che offre alcuni buoni momenti (la visita dei genitori della ragazza all'obitorio, la ricerca dell'assassino per le strade) ma non approfondisce più di tanto le dinamiche interne alla polizia (il rapporto fra l'anziano tenente e il giovane detective) o quelle del sottobosco criminale. Diede origine a una serie tv, ogni episodio della quale si concludeva con la frase di cui sopra. In ogni caso, contribuì a portare una certa dose di realismo nel cinema hollywoodiano, evidente anche nei ritratti cinici e tutt'altro che accondiscendenti dei vari personaggi. Dassin finirà a breve nella black list del Maccartismo e sarà costretto a emigrare in Francia, dove dirigerà il suo capolavoro, "Rififi".

2 marzo 2016

Alien (Ridley Scott, 1979)

Alien (id.)
di Ridley Scott – USA/GB 1979
con Tom Skerritt, Sigourney Weaver
****

Rivisto in DVD.

Il cargo spaziale Nostromo, in viaggio verso la Terra con sette membri di equipaggio (più un gatto) in ibernazione, riceve un misterioso messaggio in radiofrequenza emesso da un satellite roccioso. Come da regolamento, il computer della nave, Mother, sveglia gli uomini a bordo affinché indaghino sull'origine del segnale. Questo risulterà provenire da un'astronave extraterrestre, naufragata da anni, al cui interno si cela una minacciosa presenza... Il secondo lungometraggio di Ridley Scott, ideato e sceneggiato da Dan O'Bannon (già autore del soggetto di "Dark Star" di John Carpenter), è un'accattivante commistione fra fantascienza e horror, una delle pellicole più significative e influenti del genere, pur non scevra da riferimenti a lavori precedenti (da "La cosa da un altro mondo", di cui proprio Carpenter avrebbe girato a breve un nuovo adattamento cinematografico, a "Lo squalo" di Steven Spielberg, di cui lo stesso O'Bannon affermò che era una versione fantascientifica, passando per "Il mostro dell'astronave" di Edward Cahn e "Terrore nello spazio" di Mario Bava). Oltre a stabilire definitivamente il nome di Ridley Scott (preferito a Walter Hill e a Robert Aldrich) nell'olimpo dei registi emergenti di Hollywood, il film lanciò anche la carriera della protagonista Sigourney Weaver, allora attrice teatrale semisconosciuta e nemmeno accreditata come primo nome nei titoli di testa (anche per depistare gli spettatori su chi sarebbe sopravvissuto e chi no). Oltre alla Weaver (che interpreta Ripley, terzo ufficiale a bordo dell'astronave), il cast comprende Tom Skerritt (Dallas, il comandante), John Hurt (Kane, il secondo ufficiale, il primo a essere "infettato"), Ian Holm (Ash, l'ufficiale scientifico), Veronica Cartwright (Lambert, il navigatore), Yaphet Kotto (il nero Parker) e Harry Dean Stanton (Brett), i due tecnici della sala macchine. I "panni" del mostro, nella sua versione adulta (gli stadi precedenti consistono in modellini realizzati da Carlo Rambaldi), sono occasionalmente vestiti da Bolaji Badejo, oltre che da alcuni stuntmen.

L'inizio è lento, teso e pieno d'atmosfera. Dopo i bellissimi titoli di testa (disegnati da Richard Greenberg), la musica di Jerry Goldsmith risuona mentre la macchina da presa esplora i locali dell'astronave, vuoti perché i membri dell'equipaggio sono tutti in ibernazione. Un monitor si accende, con lo schermo che si riflette sulle visiere degli scafandri, dando inizio alla procedura del risveglio. È l'avvio di una vicenda caratterizzata da enorme tensione, da un impianto che mescola l'esplorazione dell'ignoto alla lotta per la sopravvivenza, e costruita su quella tipica struttura che negli anni a venire sarà confidenzialmente denominata "totomorti" (un gruppo di persone, in un luogo chiuso o isolato, alle prese con una minaccia che li elimina uno a uno). I vari personaggi sono introdotti a grandi linee (sappiamo poco o niente del loro passato), attraverso basilari dinamiche di gruppo (vedi i due tecnici, Parker e Brett, che nutrono una certa acrimonia verso gli altri perché il loro stipendio è inferiore). Non si tratta di figure standard o idealizzate, rispondenti agli stereotipi del film di fantascienza: e anche se i ruoli sono i soliti (comandante, ufficiale scientifico, ecc.), la distanza da "Star Trek" non potrebbe essere maggiore. L'arrivo dell'alieno a bordo dà vita a tutta una serie di momenti di genuino terrore, privi dell'ingenuità che permeava analoghi film negli anni cinquanta (fra i tanti, cito la scena in cui il mostro fuoriesce sanguinosamente dallo stomaco di Kane, una scena che si fa fatica a dimenticare e che terrorizzò, sul set, gli stessi attori: John Hurt era stato infatti l'unico a essere avvisato in anticipo di cosa sarebbe accaduto). Il resto della pellicola alterna sequenze ad alta suspense (l'esplorazione della nave alla ricerca del mostro), sussulti (gli improvvisi attacchi ai vari membri dell'equipaggio) e alcune sorprese (la rivelazione che Ash è un robot, cui segue la sua distruzione, con l'impressionante liquido bianco che gli fuoriesce dalla bocca al posto del sangue). E poi c'è tutta la coda finale, che anticipa "Terminator" (quando sembra che il mostro sia stato ormai sconfitto, ecco che ritorna e costringe Ripley a un ulteriore scontro).

Che la sola sopravvissuta, e dunque l'eroina della storia, sia una donna (per quanto "tosta"), fu di certo innovativo per l'epoca, anche se i tempi erano ormai pronti per una serie di protagoniste femminili anche in generi cinematografici tradizionalmente riservati agli uomini (l'anno prima c'era stato "Halloween" di Carpenter, a breve sarebbero arrivati "Nightmare", "Terminator 2", e tanti altri). In effetti, il sesso dei personaggi non ha alcuna importanza nell'economia della vicenda (ne avrà molto di più nel sequel, con il parallelo fra Ripley e la regina aliena nei loro duplici ruoli di madri): fra i sette membri dell'equipaggio (cinque uomini e due donne) non sembra contare nulla, né nel determinare la gerarchia di comando, né nel partecipare ad azioni pericolose (a esplorare il pianeta vanno in tre, fra cui una donna). E l'unico istante in cui la femminilità di Ripley viene messa in evidenza davanti allo spettatore è proprio nel finale, quando – rimasta da sola – si appresta a tornare nella capsula per l'ibernazione spogliandosi e restando in mutandine e canottiera. Per il resto la pellicola è neutra, tanto che pure l'alieno non pare avere un sesso (anche se, nel suo design, le allusioni sessuali non mancano). Il suo ciclo di vita si svolge attraverso una serie di stadi ben precisi: si parte dalle uova che Kane rinviene nell'astronave extraterrestre, dalle quali fuoriesce il cosiddetto "face-hugger", creatura artropode che si attacca come un parassita al volto della vittima, infettandola e usandola come veicolo per la successiva nascita dell'alieno vero e proprio. Fondamentale, per l'estetica del film, il memorabile e terrificante design del mostro, opera dell'artista svizzero H.R. Giger, che fonde suggestioni biologiche e meccaniche (in particolare per la seconda fila di mandibole che fuoriesce dalla prima). In generale, del mostruoso xenomorfo – sulla cui origine in questo primo film non si viene a sapere nulla – sono le caratteristiche fisiche a fare più paura: chi non ricorda l'acido che ha al posto del sangue, e che lo rende una creatura quasi impossibile da distruggere? Di fatto è un guerriero perfetto, apparentemente senza punti deboli: "Ne ammiro la purezza", spiega Ash.

Lo scontro fra gli uomini e l'alieno ha luogo in un'astronave diversa da tutte quelle che fino ad allora erano comparse nei film di fantascienza. Corridoi bui, pareti arruginite, tubi, condotte e griglie di ventilazione in bella vista: si tratta di una fantascienza "sporca", che mette in chiaro come l'astronava sia "usata" e si corrompa con il tempo, agli antipodi dunque di quegli ambienti perfetti, puliti e asettici che per molti anni avevano caratterizzato l'immagine del futuro. Questo realismo si trasmette anche ai personaggi (tutti "normali" lavoratori, con cui dunque il pubblico si poteva facilmente identificare), dando l'impressione che qualsiasi cosa possa accadere e soprattutto che nessuno è al sicuro. Man mano che la storia procede e che l'alieno elimina i vari membri dell'equipaggio, si comincia a sospettare che, forse, nessuno ne uscirà vivo. Persino la mascotte di bordo, il gatto Jones, diventa sospetto! La lavorazione potè contare su una grande quantità di disegni preparatori, di studi di costumi, ambienti, scenari e atmosfere, e il risultato si vede: la Nostromo sembra reale, e tutto questo contribuisce a rendere il senso di pericolo ancora più palpabile (il che è uno dei segreti della buona riuscita di un film horror). Claustrofobia, angoscia e terrore ne conseguono in maniera naturale. Il doppiaggio italiano, pur di alto livello, scivola qui e lì in fase di adattamento: il nome di Ripley è sempre pronunciato "Raiplei" (tornerà "Ripli" dal secondo capitolo), mentre qua e là fanno capolino i famigerati "nitrogeno" e "silicone" al posto di "azoto" e "silicio" (errori comuni per chi traduce dall'inglese "ad orecchio"). Il successo del film darà il via a una lunga e celebrata franchise, fra sequel ("Aliens", "Alien³", "Alien: La clonazione"), crossover (i due "Aliens vs. Predator") e prequel ("Prometheus", l'imminente "Alien: Covenant"), per non parlare di fumetti, romanzi, videogiochi e via dicendo.