13 novembre 2016

Funny games (Michael Haneke, 2007)

Funny Games (id., aka Funny Games U.S.)
di Michael Haneke – USA 2007
con Naomi Watts, Tim Roth
**1/2

Visto in divx.

Nel realizzare il remake americano del suo film "Funny games" del 1997, questa volta con attori di lingua inglese per poter raggiungere più facilmente il pubblico statunitense, Haneke sceglie di non cambiare assolutamente nulla rispetto all'originale. Noto anche come "Funny Games U.S.", il lungometraggio è infatti un rifacimento del tutto identico al film di dieci anni prima, girato scena per scena negli stessi set e a partire dallo stesso storyboard. Le uniche differenze, davvero minime, riguardano alcuni passaggi nei dialoghi, visto che sono trascorsi dieci anni (al posto del telefono cordless c'è ora un cellulare) e che la storia si svolge negli Stati Uniti (dove tutti conoscono a memoria il numero delle emergenze: ecco perché George cerca di chiamare la polizia anziché un parente). Per il resto, inquadrature, tempi e scansione della pellicola riproducono 1:1 il film originale, mantenendone la carica disturbante e provocatoria (anzi, visto che il tema del film è quello della fruizione della violenza nei media da parte degli spettatori, rivolgersi a un pubblico americano calza ancora più a pennello). Forse gli attori, pur essendo bravi, sono un po' impostati e dunque meno efficaci di chi li aveva preceduti. Guardando i due film uno dopo l'altro, si ha la sensazione di assistere per due sere consecutive al medesimo spettacolo teatrale con cast differenti (qui i due "intrusi" sono interpretati da Michael Pitt e Brady Corbet). E anche la colonna sonora è identica. A cambiare è stata l'accoglienza di pubblico e critica, complessivamente positiva per il prototipo e tendenzialmente negativa per il remake. Si spiega solo con i dieci anni trascorsi fra l'uno e l'altro, che hanno fatto svanire l'effetto shock e la sorpresa? O forse l'operazione stessa di rifare un film tale e quale è stata percepita come inutile? Magari c'entra di più l'esposizione: il film del 1997 era una pellicola europea, "d'autore", ed era più facile accettarne la riflessione sul ruolo della violenza come forma di intrattenimento nelle opere di finzione; quello del 2007 ha raggiunto (almeno potenzialmente) un pubblico più mainstream, meno incline a comprendere i livelli di lettura sottostanti o a recepire con benevolenza quella che è una sostanziale critica alla natura stessa dei film di exploitation (senza contare che la pellicola ne infrange parecchie convenzioni, come l'aspettativa che i "buoni" riescano a salvarsi e i "cattivi" vengano puniti).

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