26 settembre 2016

Paradise (Andrei Konchalovsky, 2016)

Paradise
di Andrei Konchalovsky – Russia/Germania 2016
con Christian Clauss, Yuliya Vysotskaya
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Folgorato dai discorsi di Hitler, il giovane e idealista aristocratico tedesco Helmut (Clauss) vende tutte le sue proprietà e si arruola nelle SS. Divenuto ufficiale, in un campo di concentramento ritroverà Olga (Vysotskaya), la contessa russa di cui si era innamorato anni prima, ora imprigionata per aver tentato di salvare due bambini ebrei. I personaggi rievocano la propria storia – e di riflesso quella della guerra, del nazismo e dell'olocausto – attraverso una serie di interviste nell'aldilà, dopo la loro morte, di fronte a un giudice invisibile (collocato dal nostro lato della macchina da presa, proprio come in "Rashomon"). Oltre a Helmut e Olga, a raccontarci le vicende c'è anche Jules (Philippe Duquesne), il poliziotto francese collaborazionista che ha arrestato la donna. Intenso, commovente ma anche ruffianamente russofilo, il film di Konchalovsky ha il pregio di mostrare l'orrore da diversi punti di vista e per mezzo di figure che si trovavano sui lati opposti della barricata, illustrandone aspirazioni, prospettive, timori, incertezze, pregi e difetti, superando la semplicistica divisione fra buoni e cattivi e mostrandoli per quello che sono: esseri umani (Olga che cede alle avances del suo aguzzino, per esempio, oppure Helmut che mette in crisi le basi su cui poggia la teoria del Superuomo). Se alla fine le porte del paradiso (quello "vero") si aprono ovviamente solo per Olga, il personaggio costruito meglio e più a tutto tondo è quello di Helmut, con il suo desiderio di vedere costruire dal nazismo "un paradiso per i tedeschi, un paradiso tedesco in terra", e poco importa se per molti altri questo significa invece l'inferno (una delle prigioniere nel campo di concentramento recita i versi dell'Inferno di Dante prima di morire). Il film, che ha vinto a Venezia il premio per la regia, è girato in bianco e nero, in formato 4:3 e ovviamente in più lingue (tedesco, russo, francese: ma c'è anche un breve flashback in Italia, con la canzone "Parlami d'amore Mariù" come sottofondo nostalgico). Il tutto contribuisce a evocare tanto cinema del passato (per dirne una, Olga con la testa rasata assomiglia alla Giovanna d'Arco di Dreyer).

2 commenti:

Marisa ha detto...

L'unica che viene accolta dalla luce e quindi entra in "Paradiso" è Olga, che rinuncia alla propria vita per salvare quella della Kapò che ha una figlia e i due bambini ebrei, secondo la massima evangelica che "Chi perde la propria vita, la salverà..." In realtà, fuori da ogni speranza ultraterrena, un atto di estrema generosità compiuto in piena autonomia (cosa effettivamente molto rara) può dare una reale sensazione di libertà e di "illuminazione"...un vero e forse unico momento paradisiaco...

Christian ha detto...

Ci sono tante forme di "paradiso", in questo film, da quelle auspicate in terra a quelle trovate in cielo. In ogni caso, un taglio interessante per parlare di un argomento (l'olocausto) sul quale dire qualcosa di nuovo è sempre difficile (ma non impossibile: ci era riuscito già l'anno scorso "Il figlio di Saul").