22 luglio 2016

Perché il signor R. è diventato matto? (Fengler, Fassbinder, 1970)

Perché il signor R. è diventato matto? (Warum läuft Herr R. Amok?)
di Michael Fengler, Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Kurt Raab, Lilith Ungerer
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Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Kurt Raab conduce una vita del tutto normale: è impiegato come disegnatore tecnico in uno studio di ingegneria a Monaco di Baviera, con una promozione in vista, un buon tenore di vita, una bella moglie (che non lavora), un figlioletto con qualche problema a scuola. Attraverso lunghe sequenze quasi random, apparentemente slegate le une dalle altre, e con dialoghi mondani e realistici (in gran parte improvvisati dagli attori), lo seguiamo in momenti della vita di tutti i giorni: al lavoro con i colleghi, in compagnia della moglie, in un negozio di dischi in cerca di una canzone sentita alla radio... E ancora: una visita dei suoceri, un colloquio con l'insegnante del figlio, qualche chiacchiera con gli amici. È spesso silenzioso, immerso nei suoi pensieri, quasi imperscrutabile: l'atto di violenza, nel finale, esplode all'improvviso, tanto da chiedersi (come fa in fondo il titolo del film, meglio tradotto con "Perché il signor R. è colto da follia improvvisa?", una domanda che i cineasti rivolgono a sé stessi oltre che al pubblico) se la pazzia covasse già dentro di lui oppure se è la conseguenza di qualcosa. Non che manchino i segnali premonitori: la visita dal medico a causa di un'emicrania, o la scena iniziale in cui i colleghi, uscendo dall'ufficio, si scambiano stupide barzellette – una delle quali comincia proprio con "Un uomo uccide la moglie..." – mentre lui resta ad ascoltare in silenzio. Personaggio triste e tragico, boia e vittima al tempo stesso, il signor R. non pare mai davvero felice: con la moglie non ha un autentico rapporto (spesso a parlare, quando ci sono altre persone, è solo uno dei coniugi, mentre l'altro rimane in silenzio e annoiato) e l'ambiente circostante non lo vede mai integrato appieno. Il meccanismo di mostrare lunghe scene di banalissima quotidianità, prima di un colpo di scena finale tanto violento e agghiacciante quanto inspiegabile, ricorda quello che farà in seguito Michael Haneke nei suoi lavori (da "Il settimo continente" a "71 frammenti di una cronologia del caso"). Da notare che i personaggi hanno gli stessi nomi dei loro attori (fra quelli che compaiono in una sola scena c'è anche Hanna Schygulla), come quasi sempre nei film girati da Fassbinder nella prima parte della sua carriera, con il gruppo dell'Action-Theater. Tecnicamente si tratta del primo film a colori del regista tedesco, ma in realtà quasi tutte le scene sono state girate dal produttore Michael Fengler, al quale va dunque attribuita la regia, con Fassbinder che a malapena si faceva vedere sul set.

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