18 giugno 2016

Neruda (Pablo Larraín, 2016)

Neruda (id.)
di Pablo Larraín – Cile/Argentina 2016
con Gael García Bernal, Luis Gnecco
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Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Visionario biopic su Pablo Neruda (interpretato da un somigliantissimo Luis Gnecco), concentrato sui mesi fra il 1948 e il 1949, quando il poeta cileno – a quei tempi anche impegnato in politica ed eletto come senatore – fu costretto a darsi alla clandestinità per sfuggire alla persecuzione e all'arresto da parte del governo autoritario del presidente Videla. Il film rappresenta Neruda come un personaggio a tutto tondo, senza nasconderne le tante contraddizioni: le idee comuniste, l'esuberanza artistica, ma anche il carattere narcisistico e soprattutto l'edonismo (la scena in cui una militante gli chiede se, quando finalmente arriverà il comunismo e saranno tutti uguali, "saranno tutti come me o come lei?" è magistrale). Il vero colpo di genio è però quello di rendere narratore dell'intera vicenda – grazie alla sua voce fuori campo – il poliziotto che gli dà ossessivamente la caccia, l'ispettore Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal), che man mano che passa il tempo si rivela essere una proiezione dello stesso Neruda, un personaggio tragico con cui il poeta ammanta di romanticismo (come nei romanzi polizieschi che ama tanto leggere) il proprio esilio e la propria fuga. Lo stesso Peluchoneau si rende conto, a un certo punto, di essere una figura di finzione, creata dall'immaginazione stessa dell'uomo di cui è alla ricerca. E tutto ciò raggiunge il culmine nelle sequenze dell'avventurosa fuga del poeta attraverso la cordigliera delle Ande per raggiungere prima l'Argentina e poi l'Europa (a Parigi, dove lo aspettava l'amico Picasso), fra montagne e distese innevate, con momenti che sembrano uscire da un western di frontiera. Intenso, lirico e strabordante, il film intreccia i temi dell'arte, della vita e della politica rendendoli indistricabili, e sfrutta nel migliore dei modi una fotografia retrò, calda e avvolgente, spesso sovraesposta o controluce. Il presidente Videla è interpretato da Alfredo Castro, l'attore feticcio di Larraín. La colonna sonora fa ampio uso di musica classica (Penderecki, Grieg, Ives e Mendelssohn).

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