30 settembre 2015

Venezia e Locarno 2015 - conclusioni

Anche se non ha offerto capolavori o film che si stagliano nettamente sugli altri nel ricordo (anche perché erano assenti nomi di grandi registi, Sokurov a parte), la rassegna appena conclusa è stata abbastanza soddisfacente. Alla fine, la pellicola che ha vinto il Leone d'Oro, il venezuelano "Ti guardo", si è rivelata una delle più interessanti: il premio ci sta, decisamente. Il filo conduttore della maggior parte dei film programmati era la rappresentazione della realtà: tante pellicole raccontavano storie realmente accadute ("The danish girl", "Everest", "Tanna", "Il caso Spotlight", "Marguerite"), molti erano documentari ("Francofonia", "Behemoth", "Janis"), e non sono mancati nemmeno il film-diario ("Heart of a dog") e la satira sociale ("Pecore in erba"). Persino i lavori di fiction hanno scelto spesso temi realisti o toni neorealisti ("Right now, wrong then", "Arianna", "Per amor vostro", "Petting zoo"). Indice di una tendenza consapevole o semplicemente di scarsa immaginazione per imbastire una trama più originale, fantastica o visionaria? In ogni caso, i film belli non sono mancati: su tutti, oltre al Leone d'Oro, i lavori di Giannoli, Zhao Liang, Hong Sang-soo, Sokurov e Dani de la Torre. Fra le delusioni, direi "Everest", "Heart of a dog" e "The danish girl". E a proposito di quest'ultimo, l'altro tema plurifrequentato è stato quello della sessualità, spesso in versione non convenzionale, alternativa o distorta: da "Arianna" ad appunto "The danish girl", da "Petting zoo" a "Il caso Spotlight", fino allo stesso "Ti guardo" (dove però l'omosessualità era un red herring).

29 settembre 2015

Pecore in erba (Alberto Caviglia, 2015)

Pecore in erba
di Alberto Caviglia – Italia 2015
con Davide Giordano, Anna Ferruzzo
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, Daniela, Alessandro, Paola, Costanza, Marta, Francesca, Tiziana e Annapaola (rassegna di Venezia).

Surreale mockumentary che fa satira sull'antisemitismo (e sulla discriminazione in generale) immaginando un mondo alla rovescia, in cui il vero problema sociale è la cosiddetta "antisemifobia" e ad essere considerati discriminati sono coloro che non possono manifestare liberamente l'odio verso gli ebrei. Ecco così che il protagonista Leonardo Zuliani, la cui vita viene ricostruita da un servizio giornalistico trasmesso in tv in occasione di una manifestazione pubblica in suo onore, è considerato un paladino dei diritti civili per aver sempre lottato contro gli ebrei, sin da quando era bambino. Fumettista, designer, inventore, Leonardo è diventato una figura pubblica di grande ispirazione per la paradossale società descritta nella pellicola: e la sua storia viene raccontata attraverso interviste ad amici e familiari, ma anche a personaggi celebri di vario genere, molti dei quali si sono prestati al gioco e recitano nella parte di sé stessi (per esempio Corrado Augias, Carlo Freccero, Vittorio Sgarbi, Aldo Cazzullo, Ferruccio De Bortoli, Gianni Canova, Giancarlo De Cataldo: ma ci sono anche Fabio Fazio, Tinto Brass, Gipi, Linus, Mara Venier, e molti altri ancora). Leggero e divertente, ricco di battute e di situazioni surreali che deformano la realtà, il film procede per accumulo e forse pecca di ripetitività e ridondanza. In fondo, tenendo buona l'idea di partenza, avrebbe potuto durare 30 minuti come 3 ore. La vita di Leonardo (dalla quale si immagina anche che sia stato tratto un film neorealista, "Paura d'odiare", di cui si mostrano alcuni – irresistibili – spezzoni) è costellata di alti e bassi che si succedono senza però una reale progressione: ne risulta quindi un andamento che alla lunga – una volta compreso il messaggio e digerito il "gioco" del regista – potrebbe stancare. In ogni caso, per le intenzioni e il risultato, resta un piacevole e riuscito esperimento di satira sociale, che con la sua comicità parodistica, basata sul ribaltamento delle prospettive, strizza l'occhio persino ai Monty Python e a Luis Buñuel.

Desconocido (Dani de la Torre, 2015)

Desconocido - Resa dei conti (El desconocido)
di Dani de la Torre – Spagna 2015
con Luis Tosar, Javier Gutiérrez
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Carlos, dirigente di banca, esce di casa una mattina per accompagnare i figli a scuola. Non appena è salito in auto, però, riceve una chiamata da un numero sconosciuto: un uomo lo informa che sotto i sedili della macchina è collocata una bomba che esploderà non appena qualcuno di loro si alzerà dal proprio posto. Il misterioso individuo esige da Carlos una forte somma di denaro: e l'ipotesi che si tratti di uno scherzo evapora non appena l'auto di un suo collega, che aveva ricevuto una chiamata simile, salta in aria. Thriller d'azione teso e avvincente, già pronto per un possibile remake made in Usa (magari con Jason Statham come protagonista), l'adrenalinica opera prima del galiziano Dani de la Torre vede il personaggio principale sempre nell'abitacolo della sua vettura (come in "Locke") a dialogare via cellulare con il ricattatore, mentre la vita dei figli è in crescente pericolo e la sua scala di valori (il lavoro prima, la famiglia poi) viene completamente ribaltata e stravolta. In parallelo al confronto con l'avversario, infatti, Carlos dovrà fare i conti con sé stesso, il proprio passato e il proprio presente, rendendosi per esempio finalmente conto dei problemi nel rapporto ormai incrinato con la moglie e con i figli. In più, c'è spazio per riflettere e stigmatizzare il ruolo delle banche nei periodi di crisi economica, l'ingordigia di denaro e l'ossessione per il guadagno che può portare alla rovina risparmiatori e investitori. La sceneggiatura è abile a non perdere mai la presa sulla materia narrata, tenendo la tensione alta fino alla fine, senza svaccare nemmeno nel finale, mentre la regia si dimostra all'altezza dei migliori action hollywoodiani e si concede anche alcuni convincenti piani sequenza (come quello che mostra l'arrivo dell'artificiere Belèn nella piazza dove l'auto di Carlos è stata bloccata dalla polizia).

28 settembre 2015

Petting zoo (Micah Magee, 2015)

Petting zoo (id.)
di Micah Magee – USA 2015
con Devon Keller, Deztiny Gonzales
**1/2

Visto al cinema Beltrade, con Laura e Angelo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Layla, diciassettenne all'ultimo anno di liceo, vive con la nonna e ha vinto una borsa di studio per andare all'università. Ma tutti i suoi piani vanno a monte quando scopre di essere rimasta incinta, per via di una relazione fugace con un ragazzo che ha appena lasciato. Un piccolo film indipendente, dai toni realisti e delicati, girato da una regista all'esordio nel lungometraggio (37enne e madre di tre figli) e con attori non professionisti: non viene da Venezia ma da Berlino, dove era fuori concorso, e ha vinto il premio del pubblico al Festival di Pesaro. Nonostante lo spessore del soggetto, con i travagli di una protagonista che si ritrova da sola contro tutti (i genitori – siamo nel profondo Texas! – non approvano le sue scelte, e gli altri parenti sono dei farabutti, a parte la nonna che ben presto però la lascerà sola), lo svolgimento è privo di melodrammaticità e lo sguardo della regista è garbato e affettuoso, come suggerisce il titolo (i "petting zoo" sono quelli dove è possibile accarezzare gli animali, evidentemente abbastanza docili da consentirlo). Tra frustrazioni, amicizie, problemi di lavoro e un forte desiderio di autodeterminazione da parte di un'adolescente messa all'improvviso di fronte alle svolte della vita e costretta a crescere, il film scorre gradevole fino al finale, e potrebbe essere considerato una versione realistica di "Juno".

Janis (Amy Berg, 2015)

Janis (Janis: Little Girl Blue)
di Amy Berg – USA 2015
documentario
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Alessandro, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Bel documentario su Janis Joplin, raccontata nella sua dimensione più "intima" attraverso filmati di concerti, interviste a coloro che l'hanno conosciuta e moltissimo materiale di repertorio, in particolare lettere e diari della cantante, spezzoni di interviste e dietro le quinte delle sue esibizioni e delle sue (poche) incisioni. Ne esce un ritratto a tutto tondo di un personaggio sincero, ribelle e fragile, che metteva tutto sé stesso nella musica e, al di fuori di essa, soffriva. Significative, più che le sue esibizioni (dalle quali traspaiono comunque un'energia e una vitalità che hanno pochi termini di confronto nella storia del rock e del blues al femminile), le sue parole, spesso profonde e malinconiche anche in contesti apparentemente allegri e caciaroni, che ne mostrano al tempo stesso la consapevolezza e la vulnerabilità. Filo conduttore sono i rapporti con le sue origini, la cittadina del Texas dalla quale si è allontanata dopo un'adolescenza infelice, e la continua ricerca di sé stessa in luoghi più "liberi" e accoglienti, come la California ribollente di novità alla fine degli anni sessanta; una ricerca funestata dalla mancanza di punti fermi (di un uomo ma anche di una band alla sua altezza, dopo i primi successi con i Big Brother and the Holding Company) e i problemi con le droghe (che la porteranno alla morte a soli 27 anni, facendola entrare in quel macabro "club dei 27" di cui fanno parte altri musicisti come Jim Morrison, Jimi Hendrix, Brian Jones, Kurt Cobain e Amy Winehouse). Se dal punto di vista cinematografico il documentario è piuttosto classico e lineare, come contenuti sale in fretta di livello e riesce a coinvolgere anche grazie a una colonna sonora che raccoglie alcuni dei brani più celebri della Joplin, da "Piece of My Heart" a "Little Girl Blue" (che dà il sottotitolo al film), da "Summertime" a "Me and Bobby McGee".

27 settembre 2015

Heart of a dog (Laurie Anderson, 2015)

Heart of a dog (id.)
di Laurie Anderson – USA 2015
con Archie, Laurie Anderson
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Laura, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Un oggetto strano, questo film sperimentale, esistenzialista ed autobiografico realizzato dall'artista d'avanguardia newyorkese, musicista e vedova di Lou Reed. Prendendo come filo conduttore i ricordi del suo passato, in particolare quelli legati alla cagnetta Lolabelle, rat terrier morta pochi anni prima, il film mette insieme – come in una specie di diario intimo e personale – racconti, immagini, suggestioni di vario tipo a proposito degli animali, della vita e della morte. Aneddoti su Lolabelle, sull'11 settembre e sul conseguente cambiamento del mondo, citazioni filosofiche (Wittgenstein, Kierkegaard), ricordi d'infanzia, sogni, insegnamenti buddisti (in particolare dal Libro Tibetano dei Morti) sono esposti in un flusso continuo e ininterrotto dalla voce narrante della stessa Anderson, mentre sullo schermo scorrono fotografie e filmati, composizioni concettuali e ricostruzioni di esperienze d'infanzia o addirittura oniriche. Il rischio "fuffa" è sempre in agguato, e in alcuni punti (quelli in cui si parla della morte e delle sue conseguenze) il film non riesce ad evitarlo. La Anderson si concede a cuore aperto ai suoi spettatori, che possono rimanere un po' perplessi di fronte a certe bizzarrie (far dipingere, scolpire o suonare il pianoforte alla cagnolina, facendole persino tenere dei concerti o incidere un disco!) e a certi temi (il "bardo" tibetano, quella sorta di limbo in cui le anime dei morti restano per 49 giorni dopo il decesso), così come nell'affastellarsi di immagini non sempre originali e un po' troppo new age (il vetro rigato dalle gocce d'acqua, che come uno schermo è posto davanti ai filmati), ma nel complesso riesce a dare una coerenza d'insieme a tali contenuti e a suggestionare con il suo modo di porsi davanti al mondo e all'esistenza, raccontando – più che il suo cane, i suoi amici o la sua famiglia – soprattutto sé stessa. Il titolo proviene ovviamente dal romanzo di Bulgakov, "Cuore di cane".

26 settembre 2015

The endless river (Oliver Hermanus, 2015)

The endless river (id.)
di Oliver Hermanus – Sudafrica/Francia 2015
con Nicolas Duvauchelle, Crystal-Donna Roberts
**

Visto al cinema Centrale, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Gilles, francese trasferitosi a vivere in un ranch in Sudafrica, vede la propria famiglia sterminata nottetempo in maniera efferata da tre uomini introdottisi in casa sua. Fra i sospettati c'è Percy, delinquente da poco uscito di prigione dopo aver scontato quattro anni per una rapina: ma qualche giorno più tardi anche lui è ritrovato morto, proprio lungo la strada che conduce alla fattoria. Uniti dai rispettivi lutti, Gilles e Tiny – la moglie di Percy che lavora come cameriera nella locale tavola calda – si scoprono vicini e cercano conforto l'uno nell'altra per vincere le rispettive solitudini. Diviso pretestuosamente in tre capitoli, il film mette in primo piano il dolore, la rabbia e i sentimenti dei suoi personaggi, lasciando sullo sfondo le spiegazioni: ma gli manca forse un climax, soprattutto in una terza parte che convince poco con la posticcia storia d'amore fra i due protagonisti e che scorre inutilmente in attesa di una svolta chiarificatrice, congedandosi dallo spettatore con una scena tutta da interpretare (quella della pioggia notturna). Con un titolo preso da un album dei Pink Floyd, il film del trentaduenne Oliver Hermanus ha sconcertato il pubblico e ha raccolto fischi al festival di Venezia, anche se in fondo è meno peggio di quanto si è scritto in giro. Ha certo il demerito di una sceneggiatura che non convince nelle sue svolte e che si rivela inconcludente; ma in compenso, soprattutto nella parte centrale, affronta con realismo e amara intensità il dolore e lo spaesamento di chi ha subito un'incomprensibile violenza ed è alla disperata ricerca di appigli per continuare a vivere.

Marguerite (Xavier Giannoli, 2015)

Marguerite (id.)
di Xavier Giannoli – Francia/Belgio/Rep.Ceca 2015
con Catherine Frot, André Marcon
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

La facoltosa baronessa Marguerite Dumont, nella Parigi degli anni venti, organizza nella propria villa concerti di beneficenza a favore degli orfani di guerra, durante i quali si esibisce come cantante d'opera, essendo la musica per lei una vera passione. Peccato che... sia stonata come una campana, che non se ne renda minimamente conto, e che nessuno di coloro che le stanno attorno abbia il coraggio di dirglielo: chi per interesse, chi per compassione e chi per pavidità. Tragicomica vicenda ispirata alla storia vera di Florence Foster Jenkins (è sua la registrazione dell'aria della Regina della Notte che si sente nel finale), soprano statunitense passata alla storia come la peggior cantante di tutti i tempi. Ma quella di Marguerite per la musica è una passione "pura" e sincera, anche a sprezzo del ridicolo che si attira addosso nel momento di esibirsi in pubblico. E che finisce col coinvolgere e contagiare tutti, guadagnandole simpatie e persino l'amore di un marito che l'aveva sposata solo per i soldi. "Non è importante fare qualcosa di grande e di bello, ma fare quello che si fa con grandezza e bellezza", ovvero la passione vale più del talento: è una delle morali di un film che si dipana come una commedia attorno a una figura straordinaria, di cui sarebbe facile ridere ma che finisce con l'ispirare anche chi all'inizio ne approfittava (il giornalista, il giovane poeta dadaista, il marito, il maestro di canto). Come in "Angel" di Ozon, di cui Marguerite è uno specchio o un contraltare, la vita e le passioni possono essere vissute in due modi: sognandole o realizzandole. Ed è interessante, su tutte, la figura del maggiordomo Mandelbos (Denis Mpunga), che come lo Stroheim di "Viale del tramonto" è il custode delle memorabilia della sua padrona, nonché lo schermo che la protegge dal mondo esterno e dal conoscere la verità, anche se resta il dubbio che lo faccia, a sua volta, per interesse. Ottima la protagonista, Catherine Frot, che riesce a veicolare il ventaglio di emozioni che muovono il personaggio (l'amore per la musica, subordinato tuttavia all'amore per il marito), così come il resto del cast (dove spicca Michel Fau nei panni del maestro Atos Pezzini, divo gay in decadenza, circondato da una sorta di corte dei miracoli), fra giovani artisti che vedono in Marguerite quell'elemento di "rottura" in grado di scardinare i valori della cultura classica (il poeta Kirill von Priest, interpretato da Aubert Fenoy) e altri che le si affezionano sinceramente (il giornalista Lucien Beaumont e il soprano Hazel, ovvero Sylvain Dieuaide e Christa Théret). Tramite le sue stonature, Marguerite riafferma (involontariamente, certo) il valore stesso della musica e il significato profondo di ciò che essa dovrebbe convogliare: persino storpiare la Marsigliese, simbolo di libertà, diventa così un atto programmatico che mette in luce la libertà stessa. Un po' troppo lungo e certamente ridondante, il film è graziato da una colonna sonora ricca di brani celebri che spaziano attraverso quattro secoli di musica: Marguerite si "esibisce" con Mozart ("Der Hölle Rache", "Voi che sapete"), Bizet (la habanera della "Carmen") e Bellini ("Casta diva"), ma c'è spazio anche per Händel, Delibes (il duetto dei fiori), Leoncavallo e Verdi ("Addio del passato"). Nel finale, una breve tentazione – per fortuna subito abbandonata – di un inverosimile lieto fine in stile "Il concerto". Il nome della protagonista è probabilmente un omaggio a Margaret Dumont, l'attrice che faceva da spalla comica a Groucho in quasi tutti i film dei fratelli Marx.

25 settembre 2015

Ti guardo (Lorenzo Vigas, 2015)

Ti guardo (Desde allá)
di Lorenzo Vigas – Venezuela 2015
con Alfredo Castro, Luis Silva
***

Visto al cinema Ariosto, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

La strana relazione fra Armando, uomo di mezza età che adesca ragazzi per rapporti gay a pagamento, ed Elder, delinquentello per le strade di Caracas. Dopo un inizio violento (il ragazzo rifiuta le avances dell'uomo, lo picchia e lo deruba), una serie di successivi incontri li fanno avvicinare sempre più, al punto che Elder comincia a vedere in lui quel padre che avrebbe voluto avere. Ma forse non tutto è come sembra, e l'estrema ambiguità di Armando nasconde un piano per approfittare del giovane. Giostrato su molti livelli e ambientato in una città colma di "distanze" (il titolo originale significa "Da lontano"), omofobie e solitudini, un film intenso e coinvolgente, che spiazza continuamente lo spettatore (il tema dell'omosessualità, col senno di poi, si rivela secondario) e che lascia molte cose non dette, al punto da stimolare riflessioni e ipotesi di vario genere (siamo di fronte a un dramma psicologico, a un thriller o magari ad entrambi?). Fra attrazioni e repulsioni, scelte di individualità e bisogno di legami familiari, scenari di povertà e violenza e scorci di ricchezza usata come esca o tentazione (il denaro è una forza potente a ogni latitudine, anche se poi si rivela il surrogato di qualcos'altro), il regista è abile a non lasciare indizi evidenti sulla reale natura della personalità di Armando, tenendo dunque per valido il tema dei rapporti familiari (la relazione padre-figlio si riflette da un personaggio all'altro e si trasferisce nel rapporto fra Armando stesso e il ragazzo, con evidenti connotazioni edipiche) anche se, per paradosso, la vera storia fosse invece quella ben più banale di un killer che sfrutta un innocente per fargli fare il proprio lavoro. Ogni lettura in fondo potrebbe essere giustificata, perché gli elementi che la consentirebbero non mancano: alcuni di essi, semplicemente, sono "fuori fuoco", come suggerisce la fotografia delle scene iniziali e finali. L'estremo controllo del regista (esordiente) sulla vicenda, la sua torbidità e l'ambiguità generale, ben sostenuta comunque da personaggi a loro modo indimenticabili, sono valsi al film il Leone d'Oro a Venezia, forse a sorpresa ma anche meritato. Ottimi gli attori: alla fragilità del giovane Silva si contrappone l'espressiva enigmaticità di un impeccabile Castro (già protagonista dei capolavori di Pablo Larraín, "Tony Manero" e "Post mortem").

Chevalier (Athina Rachel Tsangari, 2015)

Chevalier
di Athina Rachel Tsangari – Grecia 2015
con Giannis Drakopoulos, Kostas Filippoglou
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Sei uomini, in barca per una vacanza a base di immersioni subacquee nel Mar Egeo, danno casualmente vita a un gioco che sulle prime sembra una cosa da nulla: misurarsi in una serie di gare sempre più competitive per stabilire chi di loro è il "migliore in tutto". E così, prendendo diligentemente nota su un taccuino del comportamento degli altri e attribuendosi voti a vicenda, valutano come ci si veste, si nuota, si mangia, si dorme... Le sfide sono di vario genere, fisiche o intellettuali: qual è il loro livello di salute, quanto rapidamente sono in grado di montare un mobile Ikea o di avere un'erezione, com'è lo stato dei loro rapporti familiari. E naturalmente, in un'inevitabile escalation, verranno alla luce tensioni, gelosie, conflittualità e rapporti irrisolti. Una buona idea, ma una realizzazione "timida" che dona alla pellicola – non priva comunque di momenti divertenti – la sensazione di trovarsi di fronte a un'occasione sprecata. Si nota che la regista è una donna, visto che trasferisce ai suoi protagonisti (che pure, essendo uomini, non difettano di competitività) una serie di caratteristiche tipicamente femminili: la tendenza a giudicarsi a vicenda, spesso su aspetti qualitativi (i maschi lo farebbero semmai su quelli quantitativi), e un forte spirito di osservazione. Buona, in ogni caso, la caratterizzazione dei personaggi, legati fra loro da rapporti di famiglia, di lavoro o di amicizia che posano su basi fragili.

Tanna (M. Butler, B. Dean, 2015)

Tanna (id.)
di Martin Butler e Bentley Dean – Australia/Vanuatu 2015
con Mungau Dain, Marie Wawa
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

"Giulietta e Romeo" in salsa Vanuatu e antropologica. Ambientato sull'isola vulcanica di Tanna, nell'arcipelago del Pacifico, racconta una storia avvenuta nel 1987 all'interno di una tribù Yakel, popolazioni indigene che hanno scelto di vivere secondo le usanze Kastom (da "Custom"), ossia le leggi tradizionali che precedono l'arrivo delle potenze coloniali. Abitando in mezzo alla natura e rifuggendo dalle tentazioni dell'Occidente (tecnologia, soldi, cristianità), i popoli Yakel seguono leggi rigide e antichissime, fra cui spicca quella del matrimonio combinato. Ma quando la giovane Wawa viene promessa in sposa a un membro di una belligerante tribù rivale, la ragazza preferisce fuggire insieme a Dain, l'uomo che ama. Braccati da entrambe le tribù, i due innamorati non avranno altra via di fuga che il suicidio: e l'evento spingerà tutti gli abitanti dell'isola ad integrare nella loro Kastom anche il matrimonio d'amore. I due registi realizzano di solito documentari, ma qui scelgono la via del film di finzione. I paesaggi, con i loro colori accesi (il verde della vegetazione, l'azzurro del mare, il rosso e il nero del vulcano attivo), dominano ogni inquadratura, mentre i personaggi, con la loro vitalità (si pensi a Selin, la sorellina di Wawa, che corre da ogni parte scatenata e irrefrenabile ed è di fatto la principale testimone della tragedia; ma anche al vecchio sciamano, ai genitori, alla nonna, e a tutti gli altri abitanti del villaggio) fanno da contorno a una storia che assume sempre più intensità man mano che procede. Non mancano momenti di straniante comicità, come quando il nonno spiega a Wawa che "anche la regina Elisabetta e il principe Filippo si sono sposati con un matrimonio combinato", o quando i due innamorati in fuga si avvicinano all'insediamento dei cristiani; ma dopo aver assistito alle loro stravaganti cerimonie, preferiscono andare a vivere nella foresta.

24 settembre 2015

Il caso Spotlight (Tom McCarthy, 2015)

Il caso Spotlight (Spotlight)
di Tom McCarthy – USA 2015
con Mark Ruffalo, Michael Keaton
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

La storia vera dell'indagine effettuata da Spotlight, la redazione investigativa del quotidiano "Boston Globe", sui tanti casi di abuso di bambini da parte di sacerdoti negli Stati Uniti e sulla loro copertura da parte delle alte sfere della gerarchia cattolica, che si limitavano a patteggiare in tribunale senza informare l'opinione pubblica e a trasferire poi i preti in questione in altre parrocchie, dove tutto inevitabilmente si ripeteva. Sin dai tempi di "Tutti gli uomini del presidente" il giornalismo d'inchiesta, che proprio in America vanta i suoi migliori rappresentanti, è spesso oggetto di film d'impegno sociale serrati e avvincenti. E questa pellicola ne è un perfetto esempio. Di impianto corale (i giornalisti sono Michael Keaton, Liev Schreiber, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Brian d'Arcy James, Gene Amoroso e John Slattery, ma fra gli interpreti spiccano anche Stanley Tucci e Billy Crudup) illustra tutte le tappe dell'indagine effettuata fra il 2000 e il 2002, che valse al "Globe" il premio Pulitzer l'anno successivo. Partendo dal caso di un singolo prete, e cercando le prove che l'arcivescovo della diocesi di Boston, il cardinale Law, fosse a conoscenza degli abusi, i reporter ampliarono poco a poco lo spettro dello scandalo, scoprendo una vera e propria procedura sistematica di rimozione e ricollocamento dei numerosissimi sacerdoti incriminati. E rivelando, inoltre, che la percentuale di preti coinvolti in abusi su minori era enormemente alta (ed è un peccato che questo non abbia stimolato riflessioni a più ampio raggio, per esempio sulle conseguenze della castità imposta dalla Chiesa ai suoi ministri e che viene spesso comunque violata in un modo o nell'altro – nel film si dice nel 50% dei casi – anche se non sempre con conseguenze così traumatiche). McCarthy dirige con piglio e controllo una pellicola solida, ben inquadrata nel suo genere (ma anche con i suoi limiti: vedi lo scarso coinvolgimento psicologico dei personaggi), che non intende tanto scandalizzare o scuotere le coscienze (anche se fa comunque un buon lavoro di informazione sul tema e di ricostruzione storica), quanto raccontare i meccanismi del lavoro dei giornalisti, la nascita e lo sviluppo di una vasta indagine fino alla pubblicazione finale dell'articolo. In fondo l'oggetto dell'inchiesta avrebbe potuto essere un altro (per esempio, un caso di corruzione politica) e il film non sarebbe cambiato di una virgola. Per affrontare direttamente l'argomento della pedofilia nella chiesa, in maniera equilibrata o anche ambigua, ci sono altri film, come "Il dubbio" o "Calvario".

Francofonia (Aleksandr Sokurov, 2015)

Francofonia - Il Louvre sotto occupazione (Francofonia)
di Aleksandr Sokurov – Fra/Ger/Ola 2015
con Louis-Do de Lencquesaing, Benjamin Utzerath
***

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dopo l'Ermitage di San Pietroburgo, protagonista del capolavoro "Arca russa", Sokurov dedica un film a un altro dei maggiori musei del mondo, il Louvre: ma la pellicola che ne esce è molto diversa dalla precedente, anche se – come quella – utilizza l'arte, le collezioni e il palazzo stesso che ospita il museo come un pretesto per parlare di qualcosa di più ampio: la natura umana, la storia, e in particolare la guerra. Ricorrendo anche a filmati e materiale d'epoca, infatti, il regista ci racconta i giorni del 1942 in cui Parigi fu occupata dall'esercito tedesco, e si incentra su due figure in particolare: l'allora direttore del museo, Jacques Jaujard, e l'ufficiale nazista addetto alla gestione delle opere d'arte nei territori invasi, il conte Franz Wolff-Metternich. Nonostante le loro differenze (l'uno un repubblicano francese, l'altro un aristocratico tedesco), i due unirono le forze per difendere il prezioso patrimonio culturare dalla guerra e dalla distruzione: Metternich giunse al punto di nascondere molte collezioni nei castelli della provincia francese, pur di tenerle lontano dalle grinfie dei suoi superiori. Il documentario – ma chiamarlo così è riduttivo, visto come Sokurov mescola su più livelli la ricostruzione storica, le riflessioni personali, i documenti d'epoca e momenti di oggettiva suggestione – parla soprattutto del legame indissolubile fra arte, guerra e potere: non a caso gran parte delle opere contenute nel Louvre sono trofei di guerra, come quelli sottratti da Napoleone nei paesi che via via conquistava. E proprio Bonaparte, insieme a Marianna, è uno dei due "fantasmi" che si aggirano per le sale del museo, invisibili a tutti tranne che al cineasta stesso, al quale fanno da insolite guide (Napoleone commentando "C'est moi" davanti a ogni suo ritratto, ma persino davanti alla Gioconda; Marianna ripetendo a pappagallo quelle tre parole – "Liberté, egalité, fraternitè" – che rappresentano la sua essenza). Fra scene ricostruite con attori (con tanto di "ciak" in scena), spezzoni di film francesi dell'epoca, gallerie di ritratti, cinegiornali che mostrano Hitler in una Parigi deserta e occupata, e sequenze con Sokurov stesso al lavoro nel suo studio, il regista racconta la storia, illustra le sue tesi, lancia ogni tanto frecciatine – ai francesi ("Si preoccupavano tanto del bolscevismo in Russia e non si accorsero del pericolo assai più vicino del nazismo") ma anche ai tedeschi ("Stupiti di aver perso la guerra? Perché? Ne avevate mai vinta una prima?") e persino a sé stesso o agli spettatori ("Vi state annoiando? Vi capisco. Coraggio, non manca molto alla fine del film") – e spesso rivendica con un certo orgoglio il suo essere russo, al punto da invocare gli spiriti di Cechov e Tolstoj come ultimi baluardi, in quanto uomini dell'ottocento, della cultura umanista prima delle follie del novecento ("I genitori si addormentarono, e il ventesimo secolo arrivò"). Ne risulta un film complesso, che scorre in mille rivoli che potrebbero da soli ispirare interi documentari (si pensi per esempio al rapporto fra Russia ed Europa; alle origini stesse dei musei; alla "cacofonia" che nasce dal riunire insieme e in un solo luogo le testimonianze di epoche e culture così differenti), e che con "Arca russa" ha in comune il tema dell'arte come elemento centrale dell'esistenza umana, preziosa ma così fragile da essere facilmente in balia delle forze e delle tempeste della storia (l'immagine della nave, carica di container con opere d'arte, scossa delle violente onde del mare, è al tempo stesso un richiamo al film precedente e un'esplicita metafora di tutto questo). Alla fine il Louvre, più che il mondo esterno, racconta e ritrae soprattutto sé stesso: il museo, l'istituzione, il paese ("Si vorrebbe una Francia senza Louvre? O una Russia senza l'Ermitage? Cosa saremmo senza i musei?").

23 settembre 2015

Per amor vostro (Giuseppe M. Gaudino, 2015)

Per amor vostro
di Giuseppe M. Gaudino – Italia 2015
con Valeria Golino, Massimiliano Gallo
**

Visto al cinema Arlecchino (rassegna di Venezia).

La napoletana Anna ha una vita difficile, barcamenandosi fra il lavoro (scrivere e reggere i cartelli per il "gobbo" in una telenovela prodotta in tv), i tre figli (il primo dei quali è sordomuto), i problemi economici dei genitori, e un marito violento e delinquente che si guadagna da vivere con un giro di usura. Le pressioni sociali, familiari e lavorative cominciano a essere tante: i vicini e gli inquilini dello stabile dove abita le mostrano ostilità per le attività del marito; un collega la accusa di averle rubato il posto; l'attore protagonista della telenovela le fa avances alle quali lei non è così insensibile... In mezzo a tutto questo, la donna è una vittima, ignava e sottomessa: ma troverà la forza per ribellarsi, affrontando finalmente anche le proprie paure (simboleggiate dalla tempesta che sconvolge il mare fuori dal suo balcone). Secondo lungometraggio di finzione (a quasi vent'anni di distanza dal primo, "Giro di lune tra terra e mare") per un regista che solitamente fa documentari: qui usa uno stile spurio, mescolando un bianco e nero da film neorealista a inserti colorati e animati da video-arte piuttosto kitsch, per lo più legati al passato di Anna, alla sua personalità, alle emozioni più profonde e alla metafora religiosa che la mostra come una martire e poi una santa in una serie di immagini votive elaborate in post-produzione. Ma la combinazione fra sceneggiata napoletana (tante le scene madri) e lo stile pretenzioso non sempre risulta piacevole, eccedendo in più direzioni, puntando al sensazionalismo, abusando della pazienza del pubblico e lasciandosi tentare da una lettura moraleggiante. Al punto da far sembrare quasi un peccato che la buona prova della Golino (vincitrice a Venezia della Coppa Volpi) sia sovrastata da tutto questo: in un film che avesse lavorato invece per "sottrazione", per esempio, l'attrice sarebbe stata ben più splendente. Nel finale, inutili spiegoni (come il telegiornale che racconta quello che si era già visto e capito) e una capziosa giustificazione del titolo ("L'ho fatto per amor vostro", dice Anna, rivolgendosi ai figli). Fondamentali le canzoni, scritte dallo stesso regista e composte da Sergio De Vito.

Arianna (Carlo Lavagna, 2015)

Arianna
di Carlo Lavagna – Italia 2015
con Ondina Quadri, Massimo Popolizio
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina (rassegna di Venezia).

La diciannovenne Arianna trascorre l'estate presso la casa di vacanza dei genitori, sul lago di Bolsena. Sarà l'occasione per andare alla scoperta della propria sessualità, visto che qualcosa non torna: la ragazza non ha infatti ancora avuto le prime mestruazioni, e percepisce un disagio sempre maggiore nei confronti del proprio corpo, anche confrontando le proprie esperienze con quelle della cugina e degli amici. Opera prima di un giovane regista romano sul tema (non è una sorpresa, essendo suggerito sin dall'incipit) dell'ermafroditismo e dell'intersessualità, visto attraverso gli occhi di un personaggio che va, tutto da solo, alla scoperta di sé stesso. E proprio questo approccio misurato è il segreto della riuscita del film, che procede con delicatezza ma anche ostinazione sulla propria strada, rinunciando a melodrammatiche scene madri e mostrando invece con convincente realismo e sobrietà l'esperienza (comune in fondo a tutti, "normali" etero e gay compresi) di indagare la propria identità sessuale, scoprendola magari non conforme alle convenzioni e alle costruzioni imposte dall'esterno, dalla società o dalla famiglia. Notevole la prova della giovane attrice Ondina Quadri, anch'essa esordiente. Un "piccolo" film indipendente che lascia ben sperare, non solo sul futuro dei suoi autori o sul presente del cinema italiano, ma soprattutto sulla possibilità di esplorare certi argomenti senza eccedere in sovrastrutture formali o banalizzazioni narrative (il paragone con "The danish girl", visto in questa stessa rassegna, sorge spontaneo).

Behemoth (Zhao Liang, 2015)

Behemoth (Beixi moshuo)
di Zhao Liang – Cina 2015
documentario
***

Visto al cinema Apollo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Il Behemoth, il mostro biblico che divorava le montagne, è l'uomo: lo ribadisce questo suggestivo documentario sulle miniere – spesso a cielo aperto – nel nord della Cina, ai confini con la Mongolia, che divorano il paesaggio (riducendo sempre più lo spazio che un tempo era di pecore e pastori) e alterano la conformazione fisica del territorio. Come in un sogno dantesco (i rimandi alla "Divina Commedia" sono peraltro espliciti), il narratore si addentra con la sua macchina da presa in un inferno di minerali e carbone, di ciminiere e fonderie, testimone – nudo in un paesaggio "frammentato" – della distruzione che l'uomo infligge alla natura ma anche a sé stesso (il lungometraggio ha anche un'anima di denuncia sociale quando affronta il tema delle malattie, spesso polmonari, che affliggono i minatori). Tutto questo "inferno" (e il "purgatorio" degli ospedali) per costruire, poi, un "paradiso" alquanto discutibile: città fantasma, composte da centinaia di grattacieli che rimarranno disabitati. E che il Behemoth siamo noi lo conferma la stessa guida, un Virgilio che avanza reggendo uno specchio sulla schiena, consentendo di vedere noi stessi in mezzo al caos. Visionario, surreale, ad ampio respiro, a metà fra un documentario di Herzog (la voce narrante ha persino una cadenza simile a quella del regista tedesco!) e una pellicola di Jia Zhang-ke (che in lavori come "Still life", ma non solo, aveva già affrontato il tema dei profondi cambiamenti nelle zone più rurali della Cina), il film offre al tempo stesso uno sguardo contemplativo ed elementi di riflessione, come ogni documentario che si rispetti.

22 settembre 2015

Everest (Baltasar Kormákur, 2015)

Everest (id.)
di Baltasar Kormákur – GB/USA/Islanda 2015
con Jason Clarke, Josh Brolin, Jake Gyllenhaal
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

La storia della tragica spedizione sul Monte Everest del maggio 1996, nel corso della quale perdettero la vita ben otto scalatori. Era l'epoca in cui la salita sulla vetta più alta della Terra cominciava a essere "commercializzata", con compagnie turistiche che organizzavano ascensioni anche per alpinisti dilettanti: due di queste, l'Adventure Consultants guidata dal neozelandese Rob Hall (Jason Clarke) e la Mountain Madness, guidata dall'americano Scott Fischer (Jake Gyllenhaal), unirono le forze al Campo Base per tentare la scalata insieme. Ma un'improvvisa bufera di neve, oltre a problemi minori di vario genere, provocarono il disastro. Fra i sopravvissuti, il texano Beck Weathers (Josh Brolin), che fu dato a lungo per disperso prima di ritrovare miracolosamente la via per tornare al campo, e il giornalista Jon Krakauer (Michael Kelly), lo stesso di "Into the wild", che faceva parte della spedizione di Hall e raccontò in seguito gli eventi in un celebre libro, "Aria sottile". Se da un lato il film cerca di mantenersi fedele ai fatti, come narrati da Krakauer e dagli altri sopravvissuti, dall'altro cade in tutti i cliché e le convenzioni dei disaster movie, al punto da risultare fin troppo prevedibile in gran parte dei suoi sviluppi. Non mancano nemmeno le scene melodrammatiche con le mogli di alcuni alpinisti, rimaste a casa, che trepidano per le sorti dei propri mariti o compagni. Ma la potenza della natura e l'asperità dell'alta montagna emergono prepotentemente come le vere protagoniste della vicenda: come dice uno degli scalatori, prima di tentare l'impresa, "non si tratta di una competizione fra esseri umani, ma fra gli uomini e la montagna. Ed è la montagna ad avere sempre l'ultima parola". Nel cast hollywoodiano anche Sam Worthington, John Hawkes, Keira Knightley, Emily Watson e Robin Wright. Il regista, islandese, ha girato gran parte delle scene nelle Alpi Venoste, in Alto Adige (oltre che in Nepal e in Islanda).

The danish girl (Tom Hooper, 2015)

The danish girl (id.)
di Tom Hooper – USA 2015
con Eddie Redmayne, Alicia Vikander
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Alessandro, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dall'omonimo bestseller di David Ebershoff, una versione romanzata della vera storia di Lili Elbe, nata come Einar Wegener, che nel 1930 fu uno dei primi pazienti a sottoporsi a un intervento chirurgico per cambiare sesso. Mettendo al centro dell'obiettivo il suo rapporto con la moglie, che rimarrà sempre al suo fianco, la pellicola segue la vita della coppia di pittori danesi Einar e Gerda Wegener (lui paesaggista, lei ritrattista), scossa quando l'uomo comincia a vestirsi da donna e ad impersonare – anche in pubblico – la propria "cugina" Lili, con il sostegno e la complicità di Gerda: la quale, fra l'altro, si afferma come pittrice proprio grazie a una serie di ritratti che raffigurano Lili. Quello che era cominciato come un gioco assume però via via sfumature sempre più complesse e drammatiche. Anche perché la crescente inquietudine di Einar, quando scopre di essere una donna nel corpo di un uomo, non troverà appoggio o conforto nella scienza medica, con fior di specialisti a bollare rapidamente l'artista, a seconda dei casi, come pervertito, schizofrenico o semplicemente omosessuale. Tutto cambierà con l'incontro con un luminare tedesco che sperimenterà su di lui quell'incredibile intervento mai provato prima. Hooper, il regista de "Il discorso del re", dirige con il suo stile fin troppo controllato e calligrafico: se non fosse per la potenza emotiva dei contenuti, per la sfaccettatura psicologica e per l'interpretazione dei protagonisti (con la svedese Alicia Vikander, a tratti, persino più intensa di Redmayne), il film farebbe fatica a decollare per quanto è freddo e ingessato nella sua ricerca di una perfezione formale comunque raggiunta (vedi la fotografia, che riproduce idealmente i gelidi paesaggi danesi). Matthias Schoenaerts è Hans Axgil, amico d'infanzia di Einar/Lili e suo primo amore. Nel cast anche Amber Heard, Sebastian Koch e Ben Whishaw.

Right now, wrong then (Hong Sang-soo, 2015)

Right now, wrong then (Jigeum-eun matgo geuttaeneun teullida)
di Hong Sang-soo – Corea del Sud 2015
con Jeong Jae-yeong, Kim Min-hee
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Ham Chun-su, regista affermato e donnaiolo, è giunto nella fredda città di Suwon con un giorno di anticipo per assistere alla proiezione di un suo film in un cineclub locale e partecipare al dibattito che ne seguirà. Mentre cerca di ingannare il tempo incontra una giovane pittrice, Hee-jung, e trascorre la giornata con lei, ma i suoi tentativi di sedurla non andranno a buon fine. Assisteremo poi alla stessa storia una seconda volta, ma con piccoli particolari cambiati: questa volta Chun-su si dimostrerà più sincero e onesto nel suo approccio a Hee-jung, senza tacerle il fatto di essere sposato e senza adulare la sua arte con frasi fatte e preconfezionate, riuscendo così a stringere con la ragazza un legame assai più empatico e duraturo. Hong Sang-soo aveva già frequentato il tema delle "Sliding doors" in diversi lavori precedenti ("Virgin stripped bare by her bachelor", "In another country"), e qui ancora una volta ci mostra due varianti della stessa storia in cui il protagonista, comportandosi in modo leggermente diverso, altera profondamente la propria esperienza e quella di coloro che incrocia durante il breve soggiorno. Un interessante esercizio narrativo, ben sorretto da personaggi la cui costruzione – e decostruzione – psicologica è favorita dal meccanismo della ripetizione (senza contare che, una volta che ci sono già familiari, seguiamo le loro vicende con maggior partecipazione), e da una regia minimalista e quasi paesaggistica (con occasionali zoom e movimenti di macchina ben definiti), sempre attenta al quotidiano e all'ambiente circostante. E alla fine, la neve che cade e che ricopre la città di provincia simboleggia la rinascita e un nuovo inizio, una pagina bianca da cui ripartire lasciandosi alle spalle la solitudine e l'infelicità. Il film, che ha il grande pregio di non lasciare che i concetti teorici alla sua base sovrastino le emozioni e i messaggi che intende veicolare, ha vinto il Pardo d'Oro al Festival di Locarno.

21 settembre 2015

Venezia e Locarno 2015

Come ogni anno, seguirò la rassegna dei film del Festival di Venezia (e di quello di Locarno) in programma nel settembre milanese. Sinceramente non so cosa aspettarmi: in giro ho letto un po' tutto e il contrario di tutto, e i nomi di registi già noti sono stavolta davvero pochi. In ogni casi, nei prossimi giorni vedrò fra gli altri il Leone d'Oro (il venezuelano "Ti guardo" di Vigas), nonché i lavori di Sokurov ("Francofonia"), Hooper ("The danish girl"), Anderson ("Heart of a dog") e Zhao Liang ("Behemoth"), e pure il vincitore di Locarno ("Right now, wrong then" di Hong Sang-soo). Il resto sarà un tuffo nel buio: speriamo bene! Dalla rassegna sono purtroppo assenti i film di Bellocchio (che recupererò, essendo già in sala), Gitai, Kaufman, Skolimowski e Tsai.

19 settembre 2015

Subway (Luc Besson, 1985)

Subway (id.)
di Luc Besson – Francia 1985
con Christopher Lambert, Isabelle Adjani
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

In fuga dopo aver fatto saltare in aria una cassaforte, il ladruncolo Fred si rifugia nella metropolitana di Parigi, nei cui sotterranei – anche dopo l'ora di chiusura – vive tutta una comunità di ladri, artisti, disadattati e senzatetto. Sulle sue tracce c'è Héléna, la donna cui Fred ha rubato alcuni documenti compromettenti e di cui si è innamorato a prima vista, che a sua volta è in fuga dall'oppressiva ricchezza del proprio matrimonio; e un nutrito gruppo di poliziotti, sia privati (al soldo del marito di Héléna) che statali (guidati dal flemmatico commissario Gesbert). Il secondo lungometraggio di Besson, pur ancora un po' grezzo, è quello che ha portato all'attenzione del grande pubblico l'energetico regista francese e il suo stile prettamente visivo (la corrente in cui si iscriveva all'epoca era quella del cinema du look, movimento di cui facevano parte anche Carax, Beineix, Jeunet e Caro, più attenti alle qualità dell'immagine e all'atmosfera generale che non alla sceneggiatura vera e propria, nella quale si ritrovavano peraltro contaminazioni e riferimenti alla cultura pop, ai fumetti e alla televisione). Ambientato quasi completamente nei tunnel e nei corridoi della metrò parigina (ma alcuni set sono stati ricostruiti dal leggendario Alexandre Trauner), un mondo claustrofobico e surreale – illuminato dai neon e dalle insegne e delimitato da transenne e scale mobili – dove si dipana una sorta di gioco di "guardie e ladri" con continui incontri, separazioni e ritrovi fra i personaggi, il film può contare sull'interpretazione di un interessante gruppo di attori, alcuni affermati e altri ancora no: oltre al protagonista Christopher Lambert (con un'iconica capigliatura bionda e, almeno all'inizio, un elegante smoking da cameriere) e alla bella Isabelle Adjani, si riconoscono Jean-Hugues Anglade (il ladro pattinatore), Jean Reno (il batterista), Richard Bohringer (il venditore di fiori) e Jean-Pierre Bacri (il poliziotto chiamato "Batman"). Il veterano Michel Galabru è il commissario Gesberg, mentre il compositore Éric Serra è il bassista del gruppo rock che Fred mette insieme, raccattandone i componenti fra i suonatori ambulanti che bazzicano le varie fermate, e che si esibisce in un finale che riecheggia "Fino all'ultimo respiro" di Godard. Il senso del divertimento e della contaminazione di cui prima sono evidenti sin dal cartello introduttivo, che (citando Vonnegut e altri) mette insieme Socrate, Sartre e Sinatra.

18 settembre 2015

L'impostore (Bart Layton, 2012)

L'impostore - The Imposter (The Imposter)
di Bart Layton – GB/USA 2012
con Frederic Bourdin, Carey Gibson
***

Visto alla Fogona, in divx, in originale con sottotitoli.

Da una storia vera, un documentario che racconta – con la voce dei suoi veri protagonisti (ma alcune scene sono state "ricostruite" con attori) – l'incredibile vicenda del francese Frederic Bourdin, che è riuscito a ingannare una famiglia texana, facendosi passare per Nicolas Barclay, ragazzino scomparso tre anni prima. E questo nonostante la differenza d'età (Bourdin aveva 23 anni, mentre Nicolas avrebbe dovuto averne 16), di fattezze, di caratteristiche fisiche (colore dei capelli, degli occhi, eccetera). Semplicemente, i parenti desideravano così tanto il ritorno di Nicolas da credere fermamente, e contro ogni evidenza, che Bourdin fosse lui! La pellicola costruisce la sua narrazione in maniera accattivante, come se si trattasse di un mystery o di un thriller, lasciando in più punti sulle spine uno spettatore che già non conoscesse la vicenda, suggerendo fra l'altro svolte sorprendenti o inquietanti. Bourdin, già noto all'Interpol, aveva una lunga storia di "ladro d'identità" ed era solito impersonare altre persone (di solito adolescenti) per togliersi dai guai od ottenere vantaggi, come l'accesso a case famiglia o strutture per orfani. In questo caso, però, fece il suo capolavoro: grazie alle innate doti d'attore e alla capacità di analizzare la psicologia di chi aveva di fronte, in modo da sfruttarne le debolezze, riuscì a ingannare non solo i parenti del ragazzo ma anche poliziotti ed esperti dell'FBI, al punto da ottenere un passaporto americano ed essere accolto nella casa di famiglia, dove rimase cinque mesi senza che nessuno avesse un sospetto. "Dopo quello che ha passato, per forza è un po' cambiato", si dicevano la madre o la sorella di "Nicolas", per giusticare le differenze o addirittura l'accento straniero che il ragazzo sfoggiava. Simile per certi versi a "Close up" di Kiarostami, e con echi addirittura del "Teorema" di Pasolini o di "Funny Games" di Haneke (c'è persino un nastro che viene riavvolto, all'inizio), il film indaga sulla natura dei legami familiari, sul tema dell'identità ("Volevo solo essere qualcuno", afferma Bourdin) e su quanto i desideri e le convinzioni possano dare vita alla realtà, sostituendo il vero con il desiderato. E mostrando, en passant, la fragile base su cui posa il "sogno americano". "Fingevano quanto me, se non di più", dice a un certo punto il truffatore a proposito della sua "famiglia". Nel montaggio, Layton alterna – come detto – interviste ai veri protagonisti della vicenda con scene ricostruite sul set, ma anche spezzoni di telegiornali e persino di telefilm polizieschi degli anni settanta ("Kojak", "Starsky & Hutch" e altri!).

16 settembre 2015

Racconto d'autunno (Eric Rohmer, 1998)

Racconto d'autunno (Conte d'automne)
di Eric Rohmer – Francia 1998
con Marie Rivière, Béatrice Romand
***1/2

Rivisto in DVD.

La vedova Magali (Romand) vive in campagna, nella regione dell'Ardèche, dove si occupa della propria vigna con cura e passione: ma comincia a soffrire di solitudine e a sentire la mancanza di un uomo. A sua insaputa, non una ma ben due amiche cercano dunque di combinarle un incontro. La libraia Isabelle (Rivière) mette un annuncio matrimoniale su un giornale locale e conosce così Gérard (Alain Libolt), interessante ingegnere di mezza età che frequenta per tre settimane prima di confessargli che la donna che dovrebbe incontrare non è lei ma l'amica. La studentezza di filosofia Rosine (Alexia Portal) progetta invece di "sistemare" Magali con Étienne (Didier Sandre), il suo avvenente ex professore ed ex amante, in modo di mettere insieme le due persone a cui tiene di più. "Ma non si può costringere la gente ad amarsi"... E il valzer di sentimenti e di intrighi, tutto condotto alle spalle della diretta interessata, si dipanerà come un gomitolo nella serata delle nozze di Émilia, la figlia di Isabelle. Rohmer porta a termine il bel ciclo dei "Racconti delle quattro stagioni" con l'ultima delle quattro pellicole, quella autunnale, tutta ambientata nel delizioso scenario della Valle del Rodano, su entrambe le sponde del fiume, fra campagne, colline e vigneti. Il tema della vendemmia è altamente simbolico: l'autunno è la stagione della vita in cui è necessario fare il raccolto di ciò che si è seminato in passato, per non ritrovarsi da soli nel successivo e gelido inverno. Abbiamo così una protagonista che va per i cinquant'anni (anche se appare ancora giovanile), energica e indipendente, ma anche sconfortata e stanca delle tante avversità della vita (anche i figli l'hanno abbandonata o stanno per farlo). "Voglio un vino che sappia invecchiare bene", dice a un certo punto uno dei personaggi: la metafora non potrebbe essere più esplicita. La consueta attenzione psicologica da parte della sceneggiatura di Rohmer è ben servita da attori che veicolano ogni dettaglio dei loro personaggi, non solo attraverso i dialoghi ma per una volta anche con il linguaggio del corpo, mentre la messa in scena assai semplice contrasta con la complessa ragnatela di macchinazioni e di rapporti sentimentali, quasi alla Beaumarchais o alla Marivaux. Su tutto aleggia un'atmosfera quotidiana, leggera e delicata, eppure ricca di sfumature e mai banale. La Rivière e la Romand sono fra le attrici che hanno lavorato più spesso con il regista.

15 settembre 2015

Tombstone (George P. Cosmatos, 1993)

Tombstone (id.)
di George Pan Cosmatos – USA 1993
con Kurt Russell, Val Kilmer
*1/2

Visto in TV.

Rilettura del mito di Wyatt Earp (Kurt Russell) e di "Doc" Holliday (Val Kilmer), già celebrato in tante pellicole western (fra le quali "Sfida infernale" di John Ford e "Sfida all'O.K. Corral" di John Sturges). La storia è nota: l'ex sceriffo Earp, insieme ai fratelli Virgil (Sam Elliott) e Norman (Bill Paxton) e all'amico Holliday, giocatore d'azzardo malato di tisi, si trasferisce a Tombstone in cerca di fortuna. Qui nascerà una faida con i Cowboy, gruppo di banditi che spadroneggia nella regione: dopo il celebre duello all'O.K. Corral, nel corso del quale tre Cowboy restano uccisi, e la rappresaglia di questi ultimi, che porterà alla morte di Norman e al ferimento di Virgil, Wyatt organizzerà una "posse" per dare la caccia ai banditi rimasti e al loro capo, Johnny Ringo (Michael Biehn). Nonostante la cura nell'ambientazione (anche se non basta far sputare per terra i personaggi ogni cinque minuti per ottenere una buona ricostruzione storica!) e nella confezione (peraltro di maniera tipicamente hollywoodiana, con tanto di commento sonoro onnipresente, soprattutto nei momenti drammatici), il film difetta di ritmo e pure di equilibrio a livello di sceneggiatura e di dialoghi. Alla buona caratterizzazione dei due personaggi principali e della loro amicizia, e all'efficace resa degli scontri a fuoco, si affianca un'eccessiva dispersione narrativa: la sottotrama romantica con l'attrice Josephine (Dana Delany), destinata a diventare la terza moglie di Wyatt, è stucchevole e distoglie l'attenzione dello spettatore senza aggiungere granché al protagonista, mentre sono molti, forse troppi, i personaggi minori (i fratelli di Wyatt, le donne, lo sceriffo della contea, l'attore, gli altri membri della posse, e persino i cattivi) gettati lì senza spessore o approfondimento. L'ultimo terzo di film (quello della resa dei conti dopo l'O.K. Corral), risulta infine compresso e anticlimatico. Il migliore del cast è Kilmer, ma solo nella versione originale. Piccole parti per Charlton Heston, Powers Boothe, Harry Carey Jr., Thomas Haden Church, Billy Bob Thornton e Billy Zane, mentre Robert Mitchum è il narratore che introduce e conclude la storia. All'epoca "Tombstone" ingaggiò una sorta di sfida a distanza con il "Wyatt Earp" di Lawrence Kasdan con Kevin Costner, uscito sei mesi dopo, di taglio biografico e più attento alla verosimiglianza storica. Gli spettatori preferirono il primo, i critici il secondo.

13 settembre 2015

Gemini (Shinya Tsukamoto, 1999)

Gemini (Sōseiji)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1999
con Masahiro Motoki, Ryo
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Il giovane medico Yukio Daitokuji, decorato durante la guerra per le tante vite salvate sul fronte, gestisce una piccola clinica a condizione familiare nei quartieri alti di Tokyo ed è benvoluto e rispettato da tutti. Ma il suo mondo pulito e idealista è macchiato da un'ombra che grava sul passato della sua famiglia: quella di un fratello gemello, Sutekichi, abbandonato alla nascita per via di una tremenda voglia sulle gambe, cresciuto nei bassifondi e desideroso di vendetta. Questi si sostituisce a Yukio, rinchiudendo il fratello in un pozzo e mettendolo così a confronto con il proprio lato oscuro. A fare da collante fra i due gemelli c'è anche Rin, la donna dal passato misterioso che Yukio ha sposato (credendola priva di memoria in seguito a un incendio) e che in precedenza è stata l'amante di Sutekichi. Ispirandosi a un racconto di Edogawa Ranpo e tuffandosi per la prima volta nel passato (ovvero nell'era Meiji, all'inizio del novecento), Tsukamoto rilegge il tema del “doppio” a modo suo, realizzando quasi una versione al contrario del “Dottor Jekyll e Mister Hyde”: se nel racconto di Stevenson l'uno si divideva in due, qui invece le due parti separate, quella “buona” e quella “cattiva”, finiscono con il riunirsi, visto che al termine del film il protagonista reintroietta la propria “ombra” e diventa una figura più completa e a tutto tondo (accettando, per esempio, di recarsi a curare anche quegli abitanti dei bassifondi che all'inizio tanto disprezzava). Girato con stile elegante e controllato, il film non rinuncia però a tuffarsi in un'atmosfera inquietante e malsana, e a tratti brulica di una vitalità “kurosawiana”, tanto nella rappresentazione teatrale ed espressionistica di certe scene e personaggi (gli abitanti dei bassifondi, per esempio), favorita anche dall'uso dei colori (notevole la fotografia dello stesso Tsukamoto) o da occasionali scene oniriche, quanto nella scelta dei temi, tutti ricorrenti nel cinema dell'Imperatore: il doppio e l'ombra (“Kagemusha”), l'etica della professione medica (“Barbarossa”, “L'angelo ubriaco”), la dicotomia dell'umanità divisa fra quartieri alti e poveri (“Anatomia di un rapimento”, “I bassifondi”). Grande la prova di Motoki, inquietante quella di Ryo.

11 settembre 2015

Uccellacci e uccellini (P. P. Pasolini, 1966)

Uccellacci e uccellini
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1966
con Totò, Ninetto Davoli
***1/2

Rivisto in divx, alla Fogona.

Dall'incontro fra la poetica di Pier Paolo Pasolini e l'arte interpretativa di Totò (che avrebbero poi collaborato insieme in due cortometraggi, "La terra vista dalla luna" e "Che cosa sono le nuvole?", prima della morte dell'attore nel 1967) nacque questo bizzarro oggetto cinematografico, un'ironica e favolistica allegoria sulla crisi del marxismo, che PPP percepiva come ormai incapace di parlare al popolo e vedeva – come al solito, in anticipo sui tempi – sull'orlo della sua sconfitta storica. Ambientato sulle strade di una periferia misera e desolata, fra vie intestate a persone qualunque ("Benito La Lacrima, disoccupato", "Lillo Strappalenzola, scappato di casa a 12 anni") e segnali stradali che indicano località lontane migliaia di chilometri (Istambul, Cuba), il film segue il cammino di due persone, padre (Totò) e figlio (Ninetto Davoli), che la didascalia introduttiva ("Dove va l'umanità? Boh!", definita ironicamente come il "succo di un'intervista di Mao") identifica da subito come rappresentanti dell'intero genere umano, in viaggio su una strada che non conduce apparentemente da nessuna parte. E infatti il loro percorso, al di là dei vari episodi, degli occasionali incontri e dei tanti discorsi (sia "concreti" che filosofici sulla vita, la morte, la natura), si snoda senza meta e senza fine. A un certo punto i due incontrano un corvo parlante (con la voce di Francesco Leonetti) che una didascalia, a scanso di equivoci, equipara a un "intellettuale di sinistra – diciamo così – di prima della morte di Palmiro Togliatti". Ma di fronte alle sue prediche, ai suoi dubbi e alla sua "voce della coscienza", Totò e Ninetto mostrano insofferenza e indisposizione all'ascolto. I due rappresentano la complessità e la contraddittorietà di quella popolazione che stava nascendo dalla fine del proletariato e dalla sua fusione con la borghesia, tanto che sono di volta in volta sfruttatori (quando esigono l'affitto di uno stabile di loro proprietà dalla famiglia povera che ci vive) o sfruttati (quando a loro volta devono dei soldi a un ricco ingegnere, il "pesce più grosso" che aveva prenannunciato il corvo). La loro "innocenza" (i due, di cognome, fanno proprio Innocenti) è semplicità d'animo, non necessariamente bontà o cattiveria, categorie che non sembrano più trovare spazio nel nuovo contesto in cui si muovono.

Nell'economia del film, lo spazio maggiore è dedicato all'episodio raccontato dal corvo e ambientato nel 1200, in cui due frati (interpretati sempre da Totò e Davoli) vengono incaricati da San Francesco (che cita Marx, "un uomo con gli occhi azzurri") di andare a predicare la parola del Signore e la pace agli uccelli. Dopo molto tempo e fatiche, sia i falchi che i passerotti accolgono la buona novella: peccato che fra loro continuino a farsi la guerra, indice che è dalle disuguaglianze fra classi che nasce la lotta e l'infelicità. Ma le parabole e gli insegnamenti del corvo, come già detto, non trovano terreno fertile nei due viandanti, tanto che il volatile farà una fine... ingloriosa: sarà mangiato! Pasolini, come sempre in anticipo sui tempi, è dunque il primo a riconoscere che una certa ideologia di sinistra, per quanto in buona fede, aveva ormai fatto il suo tempo. Proprio la citata morte di Togliatti (avvenuta due anni prima, e di cui vengono mostrate sequenze dei funerali) intende rappresentare una sorta di spartiacque fra un ideologia che riusciva a "parlare" al popolo (si pensi i primi piani sui volti degli operai che piangono durante le esequie) e un pensiero intellettuale che invece è visto come un peso, a malapena tollerato o, nel peggiore dei casi, distrutto e divorato (come il corvo) a fini utilitari ("la cultura come merce"). Il film però non si esaurisce nelle metafore sociali e politiche: con l'aiuto della straordinaria coppia di interpreti, offre tutta una serie di episodi bizzarri, stralunati, metafisici e poetici, degni di una pellicola on the road che si rispetti: dall'incontro con i saltimbanchi e con la donna che partorisce, a quello con la prostituta Luna (Femi Benussi), con cui padre e figlio si appartano separatamente, dal convegno dei "dentisti dantisti" alla guerra scatenata dall'aver... defecato nei campi, senza dimenticare la ragazza vestita da angelo che affascina Ninetto (la stessa attrice dell'annunciazione nel "Vangelo secondo Matteo"). La colonna sonora di Ennio Morricone, che si apre con gli straordinari titoli di testa cantati da Domenico Modugno, ingloba un po' di tutto: da Mozart (un paio di arie del "Flauto magico") a "Fischia il vento". Sergio Citti e Vincenzo Cerami sono aiuto registi.

10 settembre 2015

Lunchbox (Ritesh Batra, 2013)

Lunchbox (Dabba)
di Ritesh Batra – India 2013
con Irrfan Khan, Nimrat Kaur
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Il portapranzo con il cibo preparato ogni mattina da Ila per il marito, a causa di un errore, viene recapitato quotidianamente a uno sconosciuto: il contabile Fernandez, che sta per andare in pensione. Dapprima attraverso le prelibate pietanze, da cui traspare tutto l'amore e la cura con cui sono state cucinate, e poi con una corrispondenza "epistolare" fatta di bigliettini e lettere lasciate nel portapranzo, Ila e Fernandez scoprono di avere molto in comune, a partire dalla solitudine. Lei, trascurata dal marito (che forse ha un'altra donna), immagina di trasferirsi in un paese straniero, magari nell'idealizzato Bhutan; lui, vedovo, indurito dalla vita e chiuso in sé stesso, aspira a una famiglia e a quel calore umano che gli manca da tempo (visto che anche sul lavoro ha come unici compagni i numeri, e infatti sulle prime tratta con sufficienza il giovane inesperto che dovrebbe prendere il suo posto). Costruito su uno spunto semplicissimo eppure assai efficace, un insolito film "romantico" i cui protagonisti praticamente non si incontrano mai di persona (anche perché una loro vera relazione sarebbe ostacolata da troppi fattori, dalla differenza di età allo stato sociale). Il lungometraggio d'esordio del regista Batra, accolto con grande favore in occidente, illustra l'insolita organizzazione dei dabbawala di Mumbai, comunità di "fattorini" che ritirano le scatole portapranzo a casa, le consegnano nei luoghi di lavoro e poi le riportano, vuote, a domicilio: nella pellicola si afferma con orgoglio che il sistema è stato studiato anche da alcune università americane e britanniche, che hanno rilevato una percentuale di errore infinitesima: solo un portapranzo su sei milioni (quello di Ila, evidentemente!) viene consegnato al destinatario sbagliato.

8 settembre 2015

Conan il distruttore (Richard Fleischer, 1984)

Conan il distruttore (Conan the destroyer)
di Richard Fleischer – USA 1984
con Arnold Schwarzenegger, Grace Jones
*1/2

Rivisto in TV.

Secondo film dedicato al personaggio nato dalla penna di Robert E. Howard. Rispetto al prototipo, il "Conan il barbaro" diretto da John Milius due anni prima, è sicuramente un film su scala minore, in cui si respira meno epicità, meno magia e meno sense of wonder. Girato in Messico, presenta un canovaccio pieno di cliché (il soggetto è dei "marvelliani" Roy Thomas e Gerry Conway, rimasti peraltro insoddisfatti dalla sceneggiatura finale, al punto da realizzarne poi una propria versione a fumetti), prevedibile dall'inizio alla fine. Questa volta l'eroe cimmero è incaricato di recuperare un prezioso manufatto per ordine di una regina-strega, che intende servirsene per riportare in vita il malvagio dio Dagoth. Il barbaro, con l'aiuto di un pugno di compagni – fra i quali il ladro Malak (Tracey Walter), il mago Akiro (Mako Iwamatsu, già apparso nella precedente pellicola), il soldato Bombaata (il cestista Wilt Chamberlain) e la guerriera Zula (la cantante Grace Jones) – riesce nell'impresa, ma poi si rivolterà contro la regina quando scopre che intende sacrificare la propria figliastra Jehnna (Olivia D'Abo) per consentire a Dagoth di dominare il mondo. Rispetto al primo film, la produttrice Raffaella De Laurentiis scelse di diminuire le scene più violente, in favore di un'avventura più leggera e fumettistica. Il risultato, però, è noioso e senza guizzi. Costumi, scenografie ed effetti speciali sono al risparmio, anche se ci ha messo mano Carlo Rambaldi (che ha creato il mostro finale, sotto la cui maschera si cela il wrestler André the Giant). La rapida ascesa di Schwarzenegger nell'olimpo dei divi di Hollywood impedì la realizzazione di un terzo film, che avrebbe dovuto chiamarsi "Conan il conquistatore" e il cui script fu adattato per trasformarlo nel film di Kull, un altro personaggio di R.E. Howard. Conan tornerà invece sul grande schermo solo nel 2011, con un reboot di scarso successo.

6 settembre 2015

Nightmare (Wes Craven, 1984)

Nightmare - Dal profondo della notte
(A Nightmare on Elm Street)
di Wes Craven – USA 1984
con Heather Langenkamp, Robert Englund
***

Rivisto in DVD, per ricordare Wes Craven.

Nella cittadina di Springwood, un gruppo di ragazzi è alle prese con Freddy Krueger, misterioso assassino in grado di uccidere le proprie vittime all'interno dei loro sogni. Pietra miliare dell'horror più visionario, è il film che – insieme ad altri titoli seminali a cavallo fra gli anni '70 e '80 (come "Halloween" di John Carpenter e "Venerdì 13" di Sean Cunningham, quest'ultimo fra l'altro qui collaboratore in alcune scene) – ha contribuito a fondare quel genere slasher di cui più tardi lo stesso Craven definirà e decostruirà i cliche in "Scream": protagonisti adolescenti alle prese con morti brutali e splatter, ignorati o non creduti dagli adulti attorno a loro (anche se, in questo caso, proprio le azioni passate degli adulti hanno dato origine al mostro), e in cui l'archetipica battaglia fra bene e male, una sorta di mito moderno, si gioca anche sul piano della moralità (la protagonista Nancy, "pura" e religiosa, è l'unica in grado di tenere testa a Krueger, mentre l'amica Tina, sessualmente più disinibita, fa quasi subito una brutta fine). In più, c'è la brillante idea degli incubi che si ripercuotono nella realtà, il che consente di dare vita a scene bizzarre, surreali e oniriche, dove le leggi fisiche non hanno più valore e dove gli ambienti e gli oggetti circostanti possono essere utilizzati dal cattivo a proprio piacimento (si pensi alla scena in cui Nancy viene attaccata nella vasca da bagno, a quella in cui i suoi piedi affondano nelle scale, o a Glen "inghiottito" dal suo letto: tutte sequenze realizzate fra l'altro in maniera creativa ma molto artigianale – vedi anche la stanza che ruota – visto il bassissimo budget a disposizione per gli effetti speciali). Oltre a questa trovata, il grande successo della serie è dovuto naturalmente anche al villain, quel Freddy Krueger (chiamato ancora solo "Fred" in questo primo film) dal volto ustionato, dall'inconfondibile abbigliamento (cappello e maglione a righe rosso-verdi), dal guanto con le lame innestate, che sarebbe diventato una delle più celebri icone del cinema horror, vero e proprio "uomo nero" (con tanto di filastrocca per bambini che ne preannuncia le gesta) indistruttibile e invicibile perché opera al di fuori della realtà. Il controfinale aperto, voluto dai produttori, gli consentirà infatti di tornare in numerosi sequel, non sempre all'altezza e ai quali Craven non contribuirà (tranne che per la sceneggiatura del terzo capitolo). Dieci anni più tardi, lo stesso regista rileggerà però la saga in chiave metacinematografica con il settimo film, "Nightmare - Nuovo incubo", dando anche al buon vecchio Freddy una nuova origine. Nel cast, da segnalare l'esordio cinematografico di un giovanissimo Johnny Depp nei panni del ragazzo di Nancy. L'edizione italiana, ai tempi, censurò pesantemente alcune scene (come quella della morte di Tina).

5 settembre 2015

Il mondo perduto (Harry Hoyt, 1925)

Il mondo perduto (The Lost World)
di Harry O. Hoyt – USA 1925
con Wallace Beery, Bessie Love
**1/2

Visto su YouTube.

L'irascibile professor Challenger (Wallace Beery) afferma che nel cuore dell'Amazzonia esiste un altopiano popolato da dinosauri ancora vivi e vegeti. E per dimostrarlo a un'opinione pubblica che non lo prende sul serio, organizza una spedizione nel cuore della giungla. Vi partecipano il reporter Edward Malone (Lloyd Hughes), che vuole dar prova del proprio coraggio alla fidanzata e il cui giornale sponsorizza il viaggio; la giovane Paula White (Bessie Love), che spera di trovare le tracce del padre, esploratore scomparso proprio in quella zona; il cacciatore John Roxton (Lewis Stone), in cerca di nuove prede; e il professor Summerlee (Arthur Hoyt, fratello del regista), scettico collega di Challenger. Dal romanzo d'avventura di Arthur Conan Doyle (che introduce la pellicola presentandola in prima persona agli spettatori), un film che fece furore all'epoca grazie agli avveniristici effetti speciali di Willis O'Brien, che ha animato i dinosauri con la tecnica dello stop motion. Gli spettatori, in particolare, rimasero colpiti nel vedere mostri apparentemente giganteschi lottare fra di loro e condividere le stesse inquadrature degli attori umani, qualcosa che non era mai stato fatto in precedenza su così larga scala. Diverse sequenze, fra cui quella nel finale dove il brontosauro semina il panico fra le strade di Londra, anticipano il "King Kong" di Cooper e Schoedsack, i cui effetti speciali saranno sempre realizzati da Berry. Ma gli saranno debitori anche i lavori di Ray Harryhausen (che riteneva Berry il proprio maestro) e tutti i film di dinosauri successivi, da "Godzilla" a "Jurassic Park" (il cui secondo capitolo gli rende omaggio sin dal sottotitolo, "Il mondo perduto" appunto). Fra le specie animate si riconoscono allosauri, brontosauri, triceratopi, stegosauri, tirannosauri e pterodattili. Rifatto nel 1960 (con lucertole "truccate" da dinosauri!) e più volte dagli anni novanta in poi.

2 settembre 2015

Taxi Teheran (Jafar Panahi, 2014)

Taxi Teheran (Taxi)
di Jafar Panahi – Iran 2014
con Jafar Panahi, Hana Saeidi
***

Visto al cinema Eliseo, con Marisa.

Nonostante i divieti impostigli dal governo iraniano (dal 2010 gli è proibito di fare film e di espatriare), Panahi continua a sfornare nuove pellicole, sempre girate in modo "clandestino" e spesso con sé stesso come protagonista, alle prese con i modi più inventivi di aggirare le censure e i divieti. Questa volta si improvvisa tassista, montando una videocamera a bordo della propria vettura e viaggiando per le strade di Teheran in cerca di storie e di personaggi interessanti. Il cinema iraniano, sin dai tempi di Kiarostami (si pensi per esempio a "Il sapore della ciliegia"), ha una lunga tradizione di film girati interamente o in gran parte dall'interno di un'automobile: e lo stesso vale per i temi metacinematografici. Passandosi il testimone l'un l'altro, i passeggeri di Panahi (che a volte lo riconoscono e citano i suoi film precedenti: "Lo specchio", "Oro rosso", "Offside"...) danno vita a scene di volta in volta bizzarre, drammatiche, quotidiane, realistiche o di denuncia. Ne risulta un affresco di umanità multiforme, al tempo stesso realistico e "costruito" (è evidente che siamo di fronte a una messa in scena, con tanto di sceneggiatura, e non a un documentario!): le due vecchiette convinte che liberare dei pesci rossi nell'acqua le manterrà in vita per un altro anno; la moglie di un uomo rimasto vittima di un incidente stradale che si premura di recuperare il video-testamento del marito, ripreso da Panahi con il suo cellulare; il trafficante di film occidentali, che smercia i propri dvd pirata a uno studente di cinema; un bambino di strada che trova del denaro perso da una coppia di sposi ed è riluttante a restituirlo; un'avvocatessa che si batte per i diritti civili di una ragazza condannata per aver tentato di assistere a una partita di pallavolo maschile. Alcuni di questi personaggi sono attori (non professionisti o comunque non citati nei titoli di coda, fra l'altro assenti), ma la maggior parte interpretano sé stessi: fra questi c'è la nipote di Panahi, Hana Saeidi, che lo interroga sulla censura e su cosa rende, secondo le autorità, un film "distribuibile" o meno. Proprio Hana ha ritirato per conto dello zio l'Orso d'Oro vinto dalla pellicola al Festival di Berlino. Fra i temi ricorrenti, spicca quello della criminalità: prendendo spunto da un fatto di cronaca (due scippatori condannati alla pena capitale), il film si apre con due passeggeri che discutono sull'efficacia di tale deterrente (e paradossalmente quello più convinto che la pena di morte possa essere "un esempio" per i ladri si rivela essere a sua volta un borseggiatore!). Il tema torna nell'incontro di Panahi con il suo ex vicino di casa, che è stato derubato e ha anche individuato il colpevole, ma preferisce non denunciarlo perché ne comprende le ragioni; e consente di concludere il film in maniera improvvisa quando la portiera della vettura, lasciata per un attimo incustodita, viene forzata e la preziosa videocamera che finora aveva ripreso tutto viene rubata, lasciando lo schermo nero (per fortuna la memory card non segue la stessa sorte, altrimenti – nella finzione scenica, ovviamente – non avremmo potuto vedere il film!).

Beethoven (Brian Levant, 1992)

Beethoven (id.)
di Brian Levant – USA 1992
con Charles Grodin, Bonnie Hunt
*

Visto in TV, con Sabrina.

Beethoven è un grosso San Bernardo combinaguai, adottato quando era solo un cucciolo dalla famiglia Newton con gran gioia di tutti (la madre e i tre figli) tranne che del padre George. Ma anche lui finirà con affezionarsi al cane, tanto che l'intera famiglia si mobiliterà per salvarlo dalle grinfie di un crudele veterinario che intende usarlo per i suoi esperimenti... Tipico film per famiglie, pieno di luoghi comuni, ma almeno graziato dal fatto che i cani non parlano e si comportano da animali (anche se a tratti sono comunque "umanizzati": Beethoven, per esempio, aiuta spesso i tre bambini a scuola e in casa, rendendosi perfettamente conto delle varie situazioni). La coppia di ladri imbranati (quelli che all'inizio rapiscono Beethoven e altri cani dal negozio in cui si trovavano, e che alla fine lavorano per il veterinario cattivo) è interpretata da Stanley Tucci e Oliver Platt, mentre fra i truffatori che vorrebbero rilevare l'azienda di famiglia si riconosce David Duchovny. Gran successo di pubblico, e numerosi seguiti (ma quasi tutti direct-to-video).