28 dicembre 2015

Edipo Re (Pier Paolo Pasolini, 1967)

Edipo Re
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1967
con Franco Citti, Silvana Mangano
***

Rivisto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Abbandonato a morire dal padre Laio, re di Tebe, il neonato Edipo (il nome significa “piedi gonfi”, perché trovato legato con una robusta corda alle caviglie) viene adottato dai sovrani di Corinto come fosse loro figlio. Una visita al santuario di Apollo a Delfi gli rivela di essere destinato ad assassinare suo padre e ad accoppiarsi con sua madre. Edipo sceglie allora di non tornare a Corinto, ma la sorte lo condurrà proprio a Tebe, dove il suo destino si compirà. Nel suo primo film a colori (se si eccettuano gli inserti de "La ricotta"), Pasolini rivisita la tragedia di Sofocle con l'intenzione di fare del personaggio una metafora dell'uomo moderno, in preda a forze su cui non ha controllo, e colpevolmente cieco dei suoi stessi peccati (la cosiddetta "colpevolezza dell'innocenza"): una lettura storica e sociale (uccidere il padre e possedere la madre, per l'uomo occidentale, significa strumentalizzare il passato e sfruttare la terra) che sovrasta quelle individuali e autobiografiche, pure inevitabili (ricordiamo come Pasolini avesse scelto la propria madre per interpretare la madonna nel "Vangelo secondo Matteo"!). Che si tratti di una metafora lo rivela un elemento chiave: il salto di collocazione cronologica. Le riprese furono effettuate in gran parte nel deserto del Marocco, fra villaggi e antiche roccaforti, e con costumi poveri, tribali e arcaici che veicolano la natura storica e ancestrale della vicenda. Ma l'incipit – che mostra la nascita di Edipo e l'insorgere della gelosia di suo padre Laio ("Tu sei qui per prendere il mio posto nel mondo, ricacciarmi nel nulla e rubarmi tutto quello che ho") – è collocato nell'Italia degli anni venti, mentre nel finale Edipo vaga cieco (accompagnato dall'”angelo” Ninetto Davoli) per le strade, le fabbriche e le città (si riconosce Bologna) dell'Italia contemporanea, fino a tornare nel luogo dove tutto aveva avuto inizio, ovvero la fattoria/cascina dove era nato e i campi che la circondano (gli stessi scenari, curiosamente, che una decina di anni più tardi faranno da sfondo a "Novecento" di Bertolucci): come a voler suggerire che l'intera tragedia è quella che il paese ha vissuto negli anni del fascismo e della seconda guerra mondiale, con tanto di tentativo inutile di ribellarsi al proprio destino.

Anche per questo motivo, Pasolini mette in particolare risalto alcune caratteristiche del personaggio come la competitività (la scena in cui gioca con i compagni a Corinto, “barando” pur di vincere) e la violenza (su tutte, la prolungata sequenza in cui uccide Laio e i suoi soldati di scorta). Per non parlare della cecità, della gelosia, della ricerca del capro espiatorio. La contrapposizione fra la Grecia antica, "il mondo della verità, delle radici storiche e culturali", e l'Italia del novecento, ostaggio della tirannia della borghesia, non potrebbe essere più evidente: naturale che lo stesso Edipo vi si trovi come un pesce fuor d'acqua, vittima suo malgrado di forze esterne e di un destino contro il quale si batte inutilmente ("reso cieco dalla volontà di non sapere cio che è, di ignorare la terribile verità della propria condizione, prosegue il cammino verso la catastrofe"). Nel cast, in cui il regista si ritaglia un ruolo minore (il sacerdote tebano che va da Edipo a comunicargli dell'epidemia di peste), spicca Silvana Mangano nel ruolo di Giocasta, con un volto truccato per essere “fuori dal tempo”: occhi neri e profondi, assenza di sopracciglia, capelli raccolti alla foggia greca. Franco Citti torna a essere protagonista di una pellicola pasoliniana dopo “Accattone”, mentre Carmelo Bene è Creonte, Alida Valli è Merope, Julian Beck (fondatore del Living Theatre) è il veggente cieco Tiresia. Le musiche, curate dallo stesso PPP, alternano sonorità "antiche" con flauto e percussioni (alcune delle quali derivate dal teatro giapponese) con brani di musica classica (il "Dissonanzen Quartett" di Mozart). Durante la lavorazione del film, il regista stava curando contemporanemante un nuovo progetto, "Teorema", che in fondo affronta in modo diverso lo stesso tema dell'infrazione del tabù sessuale familiare. Quanto all'estetica e alla poetica generale, proprio da "Edipo Re" comincia a imporsi sullo schermo la particolare attenzione di Pasolini al Terzo Mondo, ai popoli lontani, alle loro culture e ai loro volti (dopo che, per il "Vangelo secondo Matteo", aveva invece preferito fare tutto "in casa", ovvero girando in Italia anziché – come previsto in un primo momento – in Palestina) che, attraverso i documentari sull'India e sull'Africa, culminerà due anni dopo con un'altra tragedia greca, la "Medea".

2 commenti:

Marisa ha detto...

Sì, l'interpretazione che Pasolini dà alla tragedia di Sofocle oltrepassa quella di Freud che si limita alla ormai troppo diffusa teoria sessuale e pesca negli strati ancora più negati della psiche perchè conoscere la propria propensione alla violenza competitiva e al bisogno di trovare un capro espiatorio su cui scaricare la vergogna e la colpa è più difficile che ammettere gli errori fatti per un amore "cieco". E' tutta la lezione di un grandissimo studioso come René Girard (morto a 91 anni qualche mese fa)che fa capolino...
Pasolini si conferma un grande visionario.

Christian ha detto...

Pasolini sarebbe avanti a tutti anche se vivesse ancora oggi, figuriamoci cinquant'anni fa!