30 novembre 2015

Il mucchio selvaggio (Sam Peckinpah, 1969)

Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch)
di Sam Peckinpah – USA 1969
con William Holden, Robert Ryan
****

Rivisto in DVD.

Dopo una rapina finita male, un gruppo di banditi si rifugia nel Messico sconvolto dalla rivoluzione. Della banda, capeggiata dal veterano Pike Bishop (William Holden), fanno parte il fido Dutch (Ernest Borgnine), i fratelli Lyle e Tector Gorch (Warren Oates e Ben Johnson) e il messicano Angel (Jaime Sánchez), oltre al vecchio Sykes (Edmond O'Brien) che fornisce il necessario aiuto logistico. Braccati dai cacciatori di taglie al servizio della ferrovia – guidati da Thornton (Robert Ryan), ex compagno di Pike – i sei banditi accettano di assaltare un treno carico di armi per conto delle truppe federali ostili a Pancho Villa. Il colpo va a segno, ma il generale Mapache (Emilio Fernández) scopre che Angel ha sottratto una delle casse di armi per cederle ai ribelli e lo condanna a morte. Per vendicarlo, i suoi amici faranno una carneficina, andando volontariamente incontro al proprio destino. Il capolavoro di Sam Peckinpah, nonché uno dei western più importanti di tutti i tempi, è una vera pietra miliare della storia del cinema. Pur avendo poco in comune – come stile o contenuti – con i contemporanei spaghetti western (che Peckinpah non amava), al pari di quelli contribuì a rappresentare sullo schermo l'epopea del Vecchio West nei suoi aspetti più duri, sporchi e violenti, rendendo protagonisti personaggi che a tutti gli effetti sono "cattivi": un pugno di ladri e assassini che, in un mondo senza legge e senza giustizia, se ne creano una propria, scoprendosi pronti a sacrificare ogni cosa in nome dell'onore e, soprattutto, dell'amicizia. Quattro anni prima, le difficoltà e le incomprensioni con i produttori durante la lavorazione di "Sierra Charriba" avevano portato Peckinpah a essere ostracizzato da Hollywood. Dopo alcuni sporadici lavori per la televisione, Sam ottenne una nuova chance e venne incaricato dalla Warner dapprima di riscrivere (insieme a Walon Green) la sceneggiatura e poi di dirigere un western destinato a essere controverso ma anche il suo film più celebre. Fu uno dei rari casi nella sua carriera in cui gli venne concessa ampia libertà creativa da parte dei produttori, che accettarono tutte le sue scelte e furono tolleranti anche quando la lavorazione sforò i tempi e i budget previsti.

La sequenza iniziale, quella della rapina, mette subito le cose in chiaro: mentre i banditi entrano nel villaggio, incrociano dei bambini che per gioco stanno dando uno scorpione in pasto alle formiche. La crudeltà e la violenza sono elementi fondamentali di questo mondo, al di là del bene e del male. Non a caso gli "eroi" della storia sono dei criminali, incuranti degli innocenti che restano sul selciato dopo il loro passaggio, e anche il loro sacrificio finale non è indice di "bontà" anche se è certo una forma di redenzione. Se in molte scene li vediamo litigare fra loro (per esempio quando i fratelli Gorch vorrebbero una quota di bottino più alta o quando si prendono gioco del vecchio Sykes o del messicano Angel), il loro codice d'onore si basa sull'unione e l'amicizia: "Quando ci si mette insieme si resta uniti, e se non riesci a farlo vuol dire che sei peggio di un animale", spiega Pike. Nonostante quel "selvaggio" nel titolo, ironicamente, i banditi sono tutt'altro che animali disposti ad abbandonare i propri compagni. Il che li differenzia, per esempio, dai soldati di Mapache, come dimostra la scena in cui il tenente Herrera (Alfonso Arau: sì, il futuro regista!) fa uccidere uno dei suoi stessi uomini nel canyon per punirlo di aver fatto fuoco contro il carro dei gringos. "Abbiamo cominciato insieme e insieme finiremo", spiega in un'altra occasione Pike ai suoi uomini. Non avrà bisogno di dire nient'altro, invece, nel finale, quando per decidere di andare incontro alla morte pur di salvare Angel basterà una semplice parola ("Andiamo") e un gioco di sguardi. Ne segue la sequenza più celebre e iconica del film, la camminata dei quattro banditi, con i fucili in mano o in spalla, verso il portico dove si scatenerà l'ultima battaglia, un capolavoro di montaggio e di regia che da solo basterebbe a rendere immortale la pellicola. La camminata, non presente nel copione, fu improvvisata sul set per decisione di Peckinpah. I cinque minuti di sparatoria successivi, invece, sono il frutto di ben dodici giorni di riprese, con un montaggio frammentato e serrato che dà vita a una coreografia di violenza senza pari: una battaglia vista come un balletto di corpi, sangue e proiettili, che ispirerà fra gli altri John Woo.

Il tema dell'amicizia permea tutta la pellicola. Lo si ritrova anche nel rapporto fra Pike e il suo antico compagno Thornton, che pur dandogli la caccia gli è rimasto legato da un profondo affetto che contrasta con il disprezzo che invece prova verso gli altri cacciatori di taglie. E al suo fianco c'è un altro tema caro a Peckinpah, quello della vecchiaia e della decadenza, che il regista aveva già affrontato nel precedente "Sfida nell'Alta Sierra". Pike, Thornton, Sykes sono tutti personaggi vecchi, che hanno già vissuto tante avventure e che sognano in un modo o nell'altro di ritirarsi ("Questo avrebbe dovuto essere il mio ultimo colpo", afferma Pike). Sono derisi dai loro stessi compagni (Pike quando non riesce a salire sulla sella per la rottura di una staffa; Thornton quanto è vittima degli scherzi degli altri cacciatori di taglie), sono pieni di ricordi dolorosi, non desiderano altro che mettersi tutto alle spalle ("Tutti sogniamo di tornare bambini, anche i peggiori fra noi. Forse i peggiori lo sognano più di tutti"). L'ambientazione stessa è ormai anacronistica: come forse l'intera cinematografia di Peckinpah, il film è una sorta di canto del cigno del western; i tempi stanno cambiando (arrivano le prime automobili, come quella che Mapeche usa per torturare Angel), gli antichi valori non hanno più significato, al punto che tocca addirittura ai cattivi assumere quel ruolo di eroi che un tempo sarebbe spettato ai buoni. E se Pike cerca di tenere a bada i propositi di vendetta di Angel ("Rassegnati", gli dice, quando il giovane messicano scopre che il generale Mapeche ha assaltato il suo villaggio), i banditi non possono che provare disprezzo verso il generalissimo, rifiutando ogni paragone fra la propria violenza e la sua ("Noi non siamo come lui") e addirittura auspicando l'avvento di una giustizia sociale ("Spero che questa povera gente si ribelli"). Criminali, assassini, ma con una coscienza. La sequenza in cui pernottano nel villaggio messicano, ballano con gli abitanti e poi lo abbandonano fra due ali di folla che li salutano come fossero dei salvatori, ne mette in luce la natura benigna (e ne ristora l'amor proprio): proprio quella sequenza sarà riportata sullo schermo, dopo la loro morte, sui titoli di coda, assieme alle loro risate (più volte i banditi ridono, e spesso nei momenti più disperati o difficili, come dopo la scoperta che la rapina è fallita o appena prima di prendere la decisione di andare a morire).

Il cast è perfetto, in ogni sfumatura, e la regia di Peckinpah ha il controllo totale sulla materia trattata. La sceneggiatura caratterizza a meraviglia non solo i tanti personaggi principali, ma anche quelli minori, comprese le figure che compaiono per non più di pochi secondi sullo schermo: i bambini (memorabile il piccolo messicano, vestito da soldato, che porta un telegramma a Mapache), le donne (dalle prostitute alle ragazze della "corte" di Mapache, dall'amante di Pike nel flashback alla Teresa che tradisce Angel), i cacciatori di taglie (che bisticciano fra loro), le giovani reclute che fanno da scorta al treno (e il loro comandante), gli ufficiali di Mapache (compreso il misterioso tedesco esperto di armi), gli indios, il nipote di Sykes, il detective della ferrovia Harrigan, gli abitanti della cittadina texana all'inizio del film (il predicatore e la lega contro l'alcolismo, i clienti della banca), e così via. Quanto ai nostri banditi, sono tante le scene che illustrano mirabilmente il loro rapporto: da un'accesa discussione a una risata in compagnia, dalla condivisione di una bottiglia di whisky (dopo il colpo al treno), ai momenti di relax (un ballo, una donna, una cena sotto le stelle). E alla fine, per decidere di andare a morire, basta una parola: anche perché tradire un amico significherebbe ripetere gli errori del passato (si pensi ai sensi di colpa di Pike e Thornton per essersi lasciati l'un l'altro). Fra le armi trafugate dal treno c'è una mitragliatrice, che i nostri impugneranno a turno per massacrare gran parte dei soldati nella scena finale, ribattezzata "la battaglia del portico insanguinato" dai cineasti durante la lavorazione e girata in una hacienda diroccata in Messico: il western americano non era mai stato così nichilista, sporco e cruento, e il montatore Lou Lombardo fece un lavoro spettacolare (la pellicola segnò un record per il numero di stacchi di montaggio, e fu rivoluzionaria per il rapidissimo abbinamento di immagini in slow motion con sequenze normali). Alla fine, quando lo scontro è terminato, sul campo si materializzano gli avvoltoi: gli uccelli, certo, ma anche i cacciatori di taglie che giungono lì a battaglia finita. Non è però la fine della storia: rimangono Sykes e Thornton, a loro modo riappacificati, che nonostante la vecchiaia sceglieranno di andare a combattere un'altra guerra, quella dei ribelli messicani per la libertà del loro paese. Come se fosse una nuova giovinezza, per dimostrare che nulla finisce mai e che da ogni storia può nascere qualcosa di nuovo.

28 novembre 2015

L'indiscreto fascino del peccato (P. Almodóvar, 1983)

L'indiscreto fascino del peccato (Entre tinieblas)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1983
con Cristina Sánchez Pascual, Julieta Serrano
**

Visto in divx.

Un titolo "buñueliano" (nella versione italiana, s'intende: l'originale era "Nelle tenebre") per il terzo film di Almodóvar, con il quale il regista spagnolo continua a mettere in scena i suoi personaggi eccentrici e borderline all'interno di uno scenario provocatorio e irriverente. In fuga dalla polizia dopo la morte del suo compagno per overdose, la cantante di night club Jolanda si rifugia in un convento popolato da suore dai nomi bizzarri (Suor Perduta, Suor Maltrattata da Tutti, Suor Squallida, Suor Vipera) e che abbinano alla preghiera vizi e passatempi non proprio ortodossi (la madre superiore è lesbica e cocainomane, una delle suore scrive libri pornografici sotto falso nome, un'altra cucina dolci a base di LSD, e così via, per non parlare della tigre che custodiscono nel cortile del convento), forse perché per salvare i peccatori è necessario conoscere prima i loro peccati. Nonostante le premesse trasgressive, la pellicola è paradossalmente meno grottesca e più equilibrata (ma anche meno divertente) dei due lungometraggi precedenti. Non si tratta di un attacco diretto o di una satira sulla chiesa e la religione, e i personaggi non mancano di umanità, anche se l'ambientazione assurda e surreale è senza dubbio pensata per scuotere il pubblico conservatore. Ma l'assenza di una vera trama si fa sentire: la storia si snoda attraverso una serie di sketch poco collegati fra loro, e molti spunti vengono introdotti e poi abbandonati troppo presto. A tratti sembra di trovarsi di fronte a una versione distorta de "La conversa di Belfort" di Bresson. Il cast (praticamente tutto al femminile) comprende anche Marisa Paredes, Carmen Maura, Chus Lampreave, Lina Canalejas e Cecilia Roth, molte delle quali torneranno ripetutamente nei film successivi del regista.

26 novembre 2015

L'amore è più freddo della morte (R. W. Fassbinder, 1969)

L'amore è più freddo della morte (Liebe ist kälter als der Tod)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1969
con R. W. Fassbinder, Ulli Lommel, Hanna Schygulla
**1/2

Visto in divx.

Il primo lungometraggio di Fassbinder (dopo due corti) è un gangster movie che abbina i temi del noir alla forma stilizzata e teatrale che caratterizzerà per lungo tempo i lavori del regista tedesco (anche perché indissolubilmente legati alle sue esperienze coeve con l'Antiteater, un collettivo spontaneo e "controcorrente" che aveva contribuito a fondare nel 1968). Franz (lo stesso Fassbinder, pur non accreditato) è un delinquente di piccolo calibro, che vive facendo prostituire la sua donna, Joanna (Schygulla). Avendo rifiutato di entrare a far parte di un sindacato, gli viene messo alle calcagne un gangster, il killer Bruno (Lommel, iconograficamente simile all'Alain Delon di "Frank Costello"). I due però diventano amici, al punto da condividere anche Joanna. Ne nasce uno strano triangolo, dove l'amore e l'amicizia si confondono. Insieme progettano una rapina in banca, ma il tradimento è in agguato... La scenografia scarna, la fotografia in bianco e nero, lo sfondo urbano delle periferie di Monaco, i piani sequenza (da segnalare la lunga e silenziosa camminata dei tre personaggi dopo che Bruno ha ucciso il rivale di Franz, o la scena in cui Bruno e Joanna fanno la spesa in un supermercato) danno un tocco autoriale a una sceneggiatura dominata da personaggi ambigui (e dove emerge uno dei temi preferiti del regista, quello del rapporto fra padrone e vittima), mentre l'uso delle inquadrature e gli scoppi improvvisi di violenza sembrano anticipare per certi versi Kitano. All'epoca, comunque, risultarono evidenti le influenze della Nouvelle Vague: e infatti la pellicola è dedicata a Claude Chabrol ed Eric Rohmer, oltre che a Jean-Marie Straub (che vi ha collaborato) e "Linio e Cuncho" (ovvero Lou Castel e Gian Maria Volonté, dai nomi dei personaggi da loro interpretati in "Quién sabe?"). Schygulla, che si mostra nuda, è alla sua prima (di tante) collaborazioni con il regista. Il successivo "Dei della peste" è una sorta di sequel.

25 novembre 2015

Il piccolo caos (R. W. Fassbinder, 1967)

Il piccolo caos (Das kleine Chaos)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1967
con R. W. Fassbinder, Christoph Roser, Marite Greiselis
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il secondo cortometraggio di Fassbinder parla di tre studenti (due ragazzi e una ragazza) che, dopo aver tentato inutilmente di vendere riviste in un condominio, decidono di svaligiare uno degli appartamenti. Dopo aver messo a soqquadro la casa e terrorizzato la donna che vi abita, i tre si danno alla fuga con il denaro, non prima di aver discusso cosa intendono farci: per uno dei tre, interpretato dallo stesso Fassbinder, la risposta è emblematica: "Andrò al cinema". Ovviamente è da leggersi come una dichiarazione di intenti: il giovane cineasta, nello scenario di una Germania che dopo i fasti degli anni venti aveva perso il suo posto di protagonista nel mondo della settima arte, è disposto a tutto – insieme ai suoi compagni del Nuovo Cinema Tedesco – pur di dar vita a una nuova corrente cinematografica, a costo di calpestare la generazione precedente, con la quale non c'è comunicazione culturale (tutti rifiutano le loro riviste!) e con cui non sente di avere nessun punto di contatto ("Papas kino is tot", diceva in quegli stessi anni il manifesto di Oberhausen, di cui facevano parte nomi come Alexander Kluge ed Edgar Reitz). Nel ruolo della donna rapinata, a dimostrazione di ciò, c'è Lilo Pempeit, ovvero la madre dello stesso Fassbinder (che diventerà una presenza quasi costante nei film del figlio). La regia è dinamica, attenta ai personaggi e agli ambienti, e ancora fortemente influenzata dalla Nouvelle Vague francese. Da notare la varietà della colonna sonora, che passa dal rock alla musica classica (diegetica: nell'appartamento in cui avviene l'intrusione, Fassbinder ordina alla sua complice di mettere su un disco di Wagner; ma il pezzo che si ode nei successivi minuti è in realtà il quinto concerto per pianoforte di Beethoven, "L'imperatore"). Roser, che interpreta uno dei tre rapinatori e che era stato il protagonista del precedente corto, "Il vagabondo", figura anche come produttore.

24 novembre 2015

Il vagabondo (R. W. Fassbinder, 1966)

Il vagabondo (Der Stadtstreicher)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1966
con Christoph Roser, Susanne Schimkus
**1/2

Visto su YouTube.

Prima di esordire nel mondo del cinema nel 1969 con il suo primo lungometraggio, Fassbinder realizzò due corti di circa dieci minuti (pare che ce ne fosse stato anche un terzo, "This Night", andato perduto), fortemente influenzati dalla corrente della Nouvelle Vague francese. In questo "Il vagabondo", in particolare, è evidente l'omaggio a "Il segno del leone" di Eric Rohmer: se quello mostrava il girovagare di un clochard nella Parigi desolata d'estate, qui siamo invece nelle periferie di Monaco di Baviera (scenario che rimarrà una costante in quasi tutti i lavori del regista) in un freddo autunno-inverno. Il protagonista, un uomo senza fissa dimora che dorme nelle stazioni, si lava alle fontanelle pubbliche e possiede solamente i suoi vestiti e una borsa, trova per caso una pistola sul selciato: non sa che farci, e dopo aver cercato inutilmente di disfarsene, medita di usarla per suicidarsi. Ma prima di riuscirci, la pistola gli verrà rubata da due giovani che lo stavano pedinando. Girato in bianco e nero e in gran parte muto (c'è una sola scena in cui i personaggi parlano, che culmina con il protagonista che intona una canzone infantile), il film sembra uscire da un altro tempo, o da un'altra realtà. In ogni caso, è molto espressivo, e particolarmente focalizzato sulle immagini, dalle quali traspare tutto il mondo interiore del personaggio. Fassbinder stesso fa un cameo nella scena dei bagni pubblici.

22 novembre 2015

Woyzeck (Werner Herzog, 1979)

Woyzeck (id.)
di Werner Herzog – Germania 1979
con Klaus Kinski, Eva Mattes
***1/2

Rivisto in DVD.

Dal testo teatrale di Georg Büchner (ispirato a un vero fatto di cronaca di inizio ottocento, lasciato incompiuto dall'autore alla sua morte a soli 23 anni, e dal quale è tratta anche l'opera "Wozzeck" di Alban Berg), la storia di un umile soldato che uccide la donna che ama (e dalla quale ha anche un figlio illegittimo), per gelosia ma anche perché portato alla follia dall'oppressione del mondo intorno a lui. Vessato dal suo capitano, sottoposto a strani esperimenti da un dottore, umiliato dal prestante tamburomaggiore con il quale Maria lo ha tradito, il protagonista – una sorta di misero Otello – non regge alla pressione e al sospetto, e finisce con l'accoltellarla, per poi annegare nel lago in cui ha gettato l'arma del delitto. La pellicola fu girata in soli 17 giorni e subito dopo "Nosferatu", quasi senza pausa fra una lavorazione e l'altra, in modo da sfruttare i permessi non ancora scaduti per le riprese del primo film: ecco perché Kinski sfoggia una capigliatura così rada (in "Nosferatu" era calvo, e i capelli non gli erano ancora ricresciuti) e mostra segni di stanchezza e spossatezza per le fatiche del film precedente, che si abbinano perfettamente al personaggio. La fedeltà al testo è totale, ma questo non fa della pellicola un semplice caso di "teatro filmato": la mano del reagista è sempre presente con le sue scelte cinematografiche, come quella di mostrare al rallentatore la sequenza chiave dell'omicidio (il che contrasta con le immagini, invece accelerate, dell'incipit in cui il soldato è maltrattato dall'istruttore), o l'uso delle musiche di accompagnamento (fra cui Vivaldi e Beethoven). Nel rendere l'atmosfera mitteleuropea (si tratta forse del film "più tedesco" della carriera di Herzog) sono fondamentali anche le scenografie (le strade e le case della cittadina di Telč, in Cecoslovacchia) e l'uso del paesaggio (memorabile, in particolare, il campo di papaveri mossi dal vento, fa i quali Woyzeck prende la decisione di uccidere Maria). Il resto lo fanno la magnifica fotografia di Jörg Schmidt-Reitwein, da tempo collaboratore del regista, con una luce che dona alle scene un'aura pittorica (alcune sequenze nella casa di Maria sembrano provenire dai quadri di Vermeer) e l'intensità delle interpretazioni (tanto dei protagonisti quanto dei personaggi secondari). Herzog gira ogni scena come fosse un piano sequenza, con pochi o nessuno stacco di ripresa, lasciando che gli spazi siano gestiti e resi dinamici dalla posizione degli attori stessi. Molti temi della pellicola (la follia, la frustrazione, l'alienazione) erano già stati affrontati da Herzog nel suo lungometraggio d'esordio, "Segni di vita", a sua volta debitore a Büchner. Ma qui, pur senza cambiare una parola del testo teatrale, il regista interpreta in maniera differente il dramma della follia ("Gli uomini sono come degli abissi. Se provi a guardarci dentro, ti gira la testa", recita uno dei passaggi più celebri). Per Herzog, Woyzeck è "meno pazzo di chi lo circonda: il mondo borghese così chiuso in sé stesso, quello militare... Woyzeck è sempre al centro della storia perché è umano, pieno di dignità. In realtà Woyzeck è il più normale di tutti". Inizialmente il regista aveva promesso la parte di protagonista a Bruno S., con cui aveva lavorato ne "L'enigma di Kaspar Hauser": ma poi si rese conto che Kinski sarebbe stato più adatto al ruolo, e si fece perdonare scrivendo su due piedi per Bruno S. un altro copione, quello di "Stroszek" (da notare come i due titoli siano simili!). L'ottima Eva Mattes fu premiata come miglior attrice al Festival di Cannes.

20 novembre 2015

Sete (Ingmar Bergman, 1949)

Sete (Törst)
di Ingmar Bergman – Svezia 1949
con Eva Henning, Birger Malmsten
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Tratto da una raccolta di novelle di Birgit Tengroth (che recita nel film nella parte di Viola), "Sete" è uno dei film più complessi – anche a livello di costruzione narrativa – fra quelli del primo periodo di Bergman, un dramma coniugale che anticipa molti temi (su tutti, quelli psicanalitici) dei suoi lavori successivi. Al centro della storia c'è Ruth, ex ballerina che sta tornando in Svezia dopo una vacanza trascorsa in Italia con il marito Bertil. Mentre il treno su cui viaggia la coppia attraversa un'Europa ancora sconvolta dalla guerra (fuori dal finestrino si vedono rovine e profughi), il rapporto fra i due coniugi è messo a dura prova da tensioni e insicurezze dovute alle rispettive esperienze passate. La ragazza, ex ballerina con un'inclinazione all'alcolismo, prova un profondo rancore verso gli uomini perché è diventata sterile in seguito a un aborto cui si era sottoposta dopo essere stata abbandonata da un amante precedente, Raoul, un ufficiale svizzero che aveva preferito tornare dalla moglie. Bertil, a sua volta, è rimasto segnato da una relazione con Viola, una donna che soffre di problemi psichici. Quasi tutta la pellicola (se si eccettua il lungo flashback iniziale che mostra la frequentazione fra Ruth e Raoul a Basilea) è ambientata nello scompartimento del treno su cui viaggiano Ruth e Bertil, mentre in parallelo si mostrano le tragiche vicende di Viola a Stoccolma, alle prese prima con un ambiguo psicanalista e poi con un'amica lesbica (un personaggio, quest'ultimo, che torna dal passato di Ruth, come a completare un circolo che unisce tutti i personaggi: una conseguenza dell'aver congiunto, nella sceneggiatura, quattro diversi racconti della Tengroth). La tensione fra i due coniugi giunge al suo apice quando Bertil "uccide" Ruth in sogno: l'episodio lo porterà a comprendere che non vuole restare da solo, e i due (forse) si riappacificheranno. La "sete" del titolo, ovviamente, oltre a essere letterale (Ruth beve in continuazione), indica il bisogno compulsivo di amore, ma anche – a seconda dei personaggi – di gratificazione (i due chiedono a una bambina incontrata sul treno se le piacciono), di indipendenza, di avere una famiglia. I personaggi sono stratificati e non mancano di spessore (persino quelli che fanno solo una comparsata – come l'anziana insegnante di ballo, o il vetraio che redarguisce lo psicanalista – restano impressi), mentre a livello visivo la regia insiste sulle suggestioni fornite dalla simbologia dell'acqua (si mostrano fiumi, laghi e mulinelli, e anche la sceneggiatura contribuisce, citando la leggenda di Aretusa).

19 novembre 2015

Une histoire d'eau (Truffaut, Godard, 1958)

Une histoire d'eau
di François Truffaut, Jean-Luc Godard – Francia 1958
con Caroline Dim, Jean-Claude Brialy
**

Visto su YouTube, in lingua originale.

Cortometraggio (di 12 minuti) dall'origine tanto improvvisata quanto insolita: in seguito a un'inondazione nelle campagne attorno a Parigi, nel 1958, Truffaut decise di approfittare delle località allagate per usarle come scenografie naturali di un film da girare nell'arco di un weekend. Si recò così in macchina fuori città con due attori e un cameraman per effettuare le riprese, ma il risultato non lo convinse. Fu allora che intervenne l'amico Godard, che rimontò in maniera diversa il materiale girato, eliminando i dialoghi, aggiungendo un commento sonoro incessante a base di percussioni e una voce fuori campo (farcita di riferimenti letterari e filosofici: Poe, Petrarca, Baudelaire, Balzac, e molti altri) che sostituiva i pensieri e i dialoghi dei personaggi. Nasce così la storia di una giovane studentessa che deve raggiungere Parigi per assistere a una lezione all'Università: a questo scopo accetta un passaggio in auto da parte di uno sconosciuto. Ben presto l'alluvione costringe i due a proseguire a piedi, e il ragazzo le chiede di poterla baciare... Poco più che un divertissement, il risultato finale è sicuramente più godardiano che truffautiano. Il corto venne proiettato in pubblico soltanto tre anni dopo, nel 1961, quando i due registi avevano già esordito nel lungometraggio (con "I 400 colpi" e "Fino all'ultimo respiro", rispettivamente). Il titolo, ovviamente, scimmiotta quello di "Histoire d'O".

18 novembre 2015

L'età difficile (François Truffaut, 1957)

L'età difficile (Les mistons)
di François Truffaut – Francia 1957
con Bernadette Lafont, Gérard Blain
**1/2

Rivisto su YouTube.

Un gruppo di ragazzini (il titolo originale significa "I monelli"), invaghiti della bella Bernadette, ne spia gli incontri amorosi con il fidanzato Gérard, mettendo di continuo i bastoni fra le ruote ai due giovani. Con questo cortometraggio di 17 minuti, girato a Nîmes nel 1957 e che rappresenta la prima vera esperienza professionale per Truffaut (il precedente "Une visite", del 1955, era poco più che un film fra amici), il regista mette in pratica per la prima volta le sue idee di cinema, quelle che lui e i suoi colleghi andavano predicando sulla rivista "Cahiers du cinéma" e che avrebbero dato vita alla Nouvelle Vague: girare per le strade e fuori dagli studios, raccontare storie di vita vera e oltre le convenzioni, ispirarsi al cinema degli esordi (fra le tante citazioni cinefile, viene persino riproposta la gag dell'"innaffiatore innaffiato" dei fratelli Lumière!) e alle proprie esperienze autobiografiche. In effetti il tema è subito uno di quelli più cari a Truffaut (tanto che due anni dopo sarà alla base anche del suo primo lungometraggio, "I quattrocento colpi"): l'infanzia e l'adolescenza, età delle prime esperienze e dei primi turbamenti amorosi, vista però senza lenti deformanti nostalgiche o sentimentali. Bernadette Lafont, sposata a Gérard Blain nella vita reale, era alla sua prima apparizione sullo schermo: indimenticabili le inquadrature che ne mostrano tutta la sensualità, per esempio quando gira in bicicletta o gioca a tennis con le gambe scoperte. Ma i veri protagonisti sono i cinque bambini, di cui si mostrano giochi, scherzi, marachelle e scampagnate, con ingenua spontaneità, fino alla scoperta improvvisa dei fatti della vita e della morte. Nella sua brevità, a tratti è quasi da paragonare a "Stand by me"! Il soggetto proviene da un racconto di Maurice Pons del 1955. Il film segna anche il debutto della casa di produzione Les Films du Carrosse (un omaggio a "La carrozza d'oro" di Jean Renoir), presieduta dello stesso Truffaut, che produrrà poi gran parte dei suoi lavori.

16 novembre 2015

Modesty Blaise (Joseph Losey, 1966)

Modesty Blaise - La bellissima che uccide (Modesty Blaise)
di Joseph Losey – GB 1966
con Monica Vitti, Terence Stamp
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

I servizi segreti britannici chiedono l'aiuto di Modesty Blaise (Vitti), giovane spia e ladra supersexy, per fermare un misterioso individuo che vuole impadronirsi dei diamanti destinati allo sceicco Abu Tahir, mentore della stessa Modesty. Questa, con l'aiuto del fido compagno Willie Garvin (Stamp), scopre che il responsabile è Gabriel (Dirk Bogarde), villain da tempo creduto morto ma che invece dirige una banda di ladri dalla sua villa in Sicilia. Ispirato liberamente alla striscia a fumetti scritta da Peter O'Donnell (autore anche del soggetto del film), una pellicola di spionaggio che non si prende mai sul serio e che parodizza, oltre alle avventure di James Bond, gli stessi fumetti da cui proviene il personaggio. Se però si mette da parte l'intrattenimento camp e kitsch tipico di molte opere pop degli anni sessanta, il film offre ben poco di apprezzabile, e anche gli stessi attori non sembrano essersi divertiti così tanto. La storia accatasta situazioni non consequenziali, una dopo l'altra, senza intenzione di approfondire alcunché, e procede senza direzione verso lo sconclusionato scontro finale. La Vitti, che dopo essere diventata un simbolo del cinema d'autore grazie alle pellicole di Michelangelo Antonioni stava cominciando in quegli anni a ritagliarsi anche una carriera di attrice comica o di eroina d'azione, non sembra proprio a suo agio né con il personaggio né con la lingua inglese: il che spiega la concisità e i molti limiti dei suoi dialoghi. Da notare che l'attrice è bionda, mentre il personaggio dei fumetti dovrebbe essere bruno: e infatti in alcune scene cambia "magicamente" capigliatura (oltre che abiti), come a strizzare l'occhio ai lettori della strip. Nel complesso si tratta di un film disimpegnato e sbarazzino, ma talmente pieno di momenti random e di cliché da risultare alquanto noioso, dando quasi l'impressione che i cineasti non ritenessero importante fornire spessore alla storia o ai personaggi, "tanto è solo un fumetto". La regia di Losey è dinamica, ma anch'essa manca di direzione o di profondità. Belle comunque le scenografie e gli scenari naturali. Nel cast anche Harry Andrews (l'agente inglese Tarrant), Clive Revill (in un doppio ruolo: lo sceicco e il contabile di Gabriel), Rossella Falk e Tina Aumont. Nel 1982 e nel 2003 due film per la tv hanno tentato di riportare in auge il personaggio di Modesty Blaise, questa volta con toni più realistici e meno scanzonati, ma senza riscuotere particolare successo.

14 novembre 2015

Il ladro di orchidee (Spike Jonze, 2002)

Il ladro di orchidee (Adaptation)
di Spike Jonze – USA 2002
con Nicolas Cage, Meryl Streep
**1/2

Visto in TV.

Lo sceneggiatore Charlie Kaufman, dopo il successo di "Essere John Malkovich" (anch'esso diretto da Jonze), viene incaricato di adattare per il cinema il libro "Il ladro di orchidee", un reportage della giornalista del "New Yorker" Susan Orlean (Meryl Streep) che parla di un bizzarro botanico, John Laroche (Chris Cooper), alla ricerca ossessiva di una preziosa orchidea nelle paludi della Florida. Ma il libro si rivela difficile da trasporre in una sceneggiatura cinematografica, soprattutto se – come cerca di fare Kaufman – si vuole mantenere intatta la sua mancanza di trama e la sua struttura non lineare, evitando ogni deriva hollywoodiana. Ben presto Charlie si ritrova impantanato a sua volta in una palude creativa ed esistenziale. Insicuro e sfiduciato, decide di inserire nella storia come personaggi dapprima l'autrice del libro, e poi addirittura sé stesso. La sceneggiatura diventa così la cronaca della sua stessa lavorazione, e il film che ne risulta non può che essere autoreferenziale e metacinematografico. Nel doppio ruolo di Charlie Kaufman e di suo fratello Donald – a sua volta sceneggiatore, ma specializzato in thriller e in pellicole più convenzionali e meno cervellotiche – c'è Nicolas Cage (anche se Kaufman, nel film stesso, afferma che avrebbe preferito Gérard Depardieu): il finale, per il quale Charlie chiede aiuto al fratello, diventa in effetti all'improvviso un thriller convenzionale, con tanto di deus ex machina (il coccodrillo) che risolve tutto. Originale e unico nell'affrontare il tema dell'arte che imita la vita (o è il contrario?), il film può per lunghi tratti risultare cervellotico o inconcludente: ma è inevitabile, visto che il suo intento è proprio quello di rappresentare sullo schermo l'impasse creativa e la difficoltà di esprimere sé stessi. La voce fuori campo di Kaufman lo riconosce apertamente, e la pellicola diventa così un viaggio nelle difficoltà di uno scrittore in crisi esistenziale, lasciando spazio a numerose riflessioni, per esempio sul confine fra realtà e finzione, e sul rapporto fra gli individui e il mondo che li circonda. In effetti il titolo originale, "Adattamento", ha un doppio significato: oltre al lavoro di trasposizione di uno sceneggiatore (dal libro al film), anche – in senso darwiniano – quello dell'evoluzione di una specie (che si tratti di un fiore o di un essere umano) per sopravvivere in un nuovo ambiente. Nel cast anche Cara Seymour, Brian Cox, Tilda Swinton e Maggie Gyllenhaal, più camei di Spike Jonze, John Malkovich, John Cusack, Catherine Keener e Curtis Hanson. Nella realtà, Charlie Kaufman non ha un fratello: Donald è immaginario, eppure è stato accreditato come co-sceneggiatore (e il film è dedicato alla sua memoria).

12 novembre 2015

Sangue blu (Robert Hamer, 1949)

Sangue blu (Kind hearts and coronets)
di Robert Hamer – GB 1949
con Dennis Price, Alec Guinness
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Monica e Roberto.

Il giovane Louis, cresciuto in povertà dopo che la madre, appartenente alla nobile famiglia D'Ascoyne, è stata ripudiata per avere sposato un cantante d'opera, decide di vendicarsi uccidendo uno a uno tutti i membri della casata, risalendo nell'albero genealogico fino a quando non ne rimarrà l'unico discendente e potrà rivendicare il titolo di Duca. Ma paradossalmente, sarà arrestato per la morte dell'unica persona di cui non è responsabile... Una delle più celebri black comedy sfornate dai britannici Ealing Studios: forse oggi può risultare un po' datata e meccanica, ma all'epoca ispirò non pochi imitatori (fu rifatta persino da Totò, nel 1962, con "Totò diabolicus"). Degna di nota la partecipazione di Alec Guiness in ben otto ruoli differenti, ovvero i vari membri dell'aristocratica famiglia D'Ascoyne (fra cui un banchiere, un capitano di vascello, un prete, e persino una donna!) che vengono eliminati da Louis. L'intera storia è raccontata in flashback dal protagonista, rinchiuso in prigione, mentre scrive le sue memorie: e non mancano vari plot twist, oltre che un finale ambiguo e semi-aperto (del quale si ricorderà forse Alan Moore in "Watchmen"), che sarà però esplicitato nella versione americana, cui il codice Hays impose di aggiungere una scena in cui i guardiani del carcere leggono la confessione di Louis. In ogni caso, la satira ai valori edwardiani fece presa, e gli spettatori si divertirono a vedere i vari membri della nobiltà uccisi uno a uno con modalità talmente fantasiose da sembrare uscite da un cartoon. Da notare che uno degli episodi, quello dello scontro fra le navi comandate dall'ammiraglio Horatio, parodizza l'affondamento della HMS Victoria, avvenuto nel 1893 durante una manovra di esercitazione. Molte le finezze, tipicamente british, nei dialoghi. Nella versione italiana Louis è mezzo spagnolo (anziché mezzo italiano, com'era in originale). Nel cast anche Valerie Hobson e Joan Greenwood. Il tema musicale è fornito dall'aria di Don Ottavio "Il mio tesoro intanto", dal "Don Giovanni" di Mozart.

11 novembre 2015

Public access (Bryan Singer, 1993)

Public access (id.)
di Bryan Singer – USA 1993
con Ron Marquette, Dina Brooks
**1/2

Visto in divx.

Un misterioso viaggiatore, Whiley Pritcher, giunge nella piccola città di Brewster e acquista uno spazio presso l'emittente televisiva locale (una cosiddetta "public access television", ovvero una stazione che permette a chiunque, dietro pagamento, di mandare in onda i propri contenuti), dando vita a un talk show per discutere i problemi della cittadina ("Cosa c'è che non va a Brewster?" diventa la sua catch-phrase). Ben presto quella che sembrava una città idilliaca, priva di criminalità e con una fiorente occupazione, comincia a rivelare i suoi altarini: all'inizio, piccole beghe fra vicini o discussioni sulla moralità dei personaggi pubblici; e poi la corruzione nascosta del sindaco Breyer, che pure Whiley sostiene apertamente nel corso delle sue trasmissioni. Ma chi è Whiley e quali sono i suoi veri intenti? Il film d'esordio di Bryan Singer, girato in soli 18 giorni e con pochi soldi quando aveva soltanto 28 anni, è uno strano viaggio all'interno della provincia americana, con riflessioni sul fragile benessere delle comunità (nei dialoghi si cita il caso di Flint, la cittadina del Michigan che subì un crollo demografico e sociale per la crisi dell'industria automobilistica cui doveva la propria prosperità, come raccontato da Roger Moore nei suoi documentari) ma anche sul potere manipolatorio dei mass media, sull'ambiguità dei politici e sul fenomeno dei "predicatori" televisivi (anche se qui non si parla di religione ma di temi sociali). Forse un po' fumoso a livello di storia e di personaggi, il film brilla però per la regia di Synger, avvolgente e ipnotica, caratterizzata da lenti movimenti di macchina e da una fotografia virata sul rosso che a tratti dona connotazioni infernali agli scorci della tranquilla cittadina di Brewster (e non a caso, visto che una possibile lettura del film è quella che il misterioso Whiley sia una sorta di diavolo, giunto lì per seminare la zizzania). In effetti, la suspense è assicurata dall'ambiguità del personaggio principale, manipolatore e inquietante, venuto dal nulla e senza un passato, di cui a lungo ignoriamo i veri motivi. La pellicola vinse il premio della giuria al Sundance Film Festival e valse al giovane cineasta quella notorietà che gli consentì di attirare qualche nome di punta (Kevin Spacey) per il suo secondo progetto, "I soliti sospetti", scritto – come questo – insieme al suo amico ed ex compagno di liceo Christopher McQuarrie, che riscosse un successo planetario. Un altro amico, John Ottman, ha curato sia il montaggio che la colonna sonora.

9 novembre 2015

Il ritratto della signora Yuki (K. Mizoguchi, 1950)

Il ritratto della signora Yuki (Yuki fujin ezu)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1950
con Michiyo Kogure, Ken Uehara
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Yuki, nobildonna decaduta, è stata costretta a sposarsi contro la sua volontà con un uomo che non ama e che la maltratta e umilia in continuazione, anche in pubblico, pur vivendo di fatto separati. Per guadagnarsi un po' di indipendenza, decide di trasformare la villa di famiglia (ovvero tutto ciò che le resta della sua eredità) in una locanda. Ma il marito (Eijiro Yanagi) tenterà di metterle i bastoni fra le ruote, affidandone la gestione a una sua amante. Sullo sfondo dei cambiamenti storici in atto in Giappone, con la scomparsa dei vecchi valori feudali (quelli cui era legata la famiglia di Yuki, che hanno fatto la sua fortuna dal punto di vista economico ma anche la sua rovina sociale) e l'insorgere di una nuova mentalità (rappresentata qui da Ayako, cantante di cabaret e amante del marito, spregiudicata e approfittatrice), una storia di amore-odio coniugale che va ben oltre i propri limiti e che mescola i consueti temi cari a Mizoguchi (la condizione della donna) con alcuni più tipici di Ozu (il conflitto fra tradizione e modernità). Yuki è una figura tragica e debole, incapace di lottare per sé stessa e in continua balia degli uomini (non soltanto il marito, da cui non riesce a non essere dipendente nemmeno a livello di sentimenti, ma anche il giovane Masaya, di cui è innamorata e che si rivela pavido e inaffidabile), impossibilitata a fare alcunché di costruttivo se non, nel finale, togliersi la vita. Gran parte della vicenda è vista attraverso gli occhi della giovane serva Hamako (Yuriko Hamada), che sin da bambina venera la sua padrona, ma che in un memorabile finale (impreziosito dai sofisticati movimenti di macchina del regista) si dichiarerà delusa del suo suicidio: "La signora non ha avuto coraggio, è stata debole!". A essere sconfitta non è solo Yuki, comunque, ma tutto il sistema sociale tradizionale: dal padre della protagonista, che ha perso titolo, terreni e ricchezza, al marito stesso di Yuki, talmente schiavo del proprio egoismo e di interessi a breve termine che alla fine si ritroverà a sua volta raggirato dall'amante, che gli ha sottratto le ultime risorse di cui disponeva (la locanda). Molto belli gli scenari di Atami, sulla penisola di Izu, splendidamente fotografati. Forse un film minore di Mizoguchi, in attesa dei capolavori degli anni cinquanta, ma comunque assai significativo e di certo pieno di stile.

8 novembre 2015

Star Wars: The Clone Wars (D. Filoni, 2008)

Star Wars: The Clone Wars (id.)
di Dave Filoni – USA 2008
animazione digitale
*

Visto in divx.

Ambientato durante la "guerra dei cloni", ovvero esattamente fra gli episodi II e III della serie cinematografica, il primo lungometraggio d'animazione della saga di "Guerre stellari" è una delusione in tutto e per tutto. Realizzato fondendo insieme quelli che avrebbero dovuto essere i primi episodi dell'omonima serie televisiva ("The clone wars") uscita nel 2008, dopo che – a quanto pare – George Lucas rimase impressionato dalla loro qualità visionandoli sul grande schermo, il film è noioso, piatto e senz'anima: persino i tanto bistrattati capitoli della trilogia di prequel qualche emozione, sia pur negativa, ogni tanto riuscivano a suscitarla. Qui, invece, si succedono scene ed eventi di nessun interesse, serviti da un'animazione mediocre, da un character design retrò che produce personaggi legnosi e senza espressività (veicolata, al limite, soltanto dalla voce dei doppiatori, alcuni dei quali sono gli stessi attori dei film dal vivo), all'interno di una storia autoreferenziale, priva di sense of wonder e nemmeno vivacizzata dalle scene d'azione, che sono lunghe e tediose. A fianco di personaggi già noti, ma scritti con il pilota automatico (Anakin, Obi-Wan, Yoda), ci sono new entry dimenticabili, come la giovane Ahsoka Tano, saccente ed antipatica spalla/padawan di Anakin. La trama racconta del rapimento del figlio di Jabba the Hutt, al cui salvataggio si lanciano i nostri Jedi: guadagnarsi i favori di Jabba, infatti, può rivelarsi decisivo per le sorti della guerra, visto che gli Hutt "controllano le rotte commerciali sull'orlo esterno" (concetto ripetuto più volte a distanza di venti minuti: ogni tanto i dialoghi riassumono la situazione, rendendo evidente la natura originale del film, quella di più episodi della serie tv incollati insieme). Svolte, risoluzioni e battute sono pensate su misura per un pubblico di dodicenni, la qualità tecnica è poco più che televisiva, ma è tutto l'insieme a risultare superfluo e di scarso interesse, anche per chi si è visto tutti i film in live action.

7 novembre 2015

Joss il professionista (G. Lautner, 1981)

Joss il professionista (Le professionnel)
di Georges Lautner – Francia 1981
con Jean-Paul Belmondo, Robert Hossein
**

Visto in divx.

Inviato in missione nel Malagawi, un paese africano fittizio, per ucciderne il dittatore Njala, l'agente dei servizi segreti francesi Joss Beaumont (Belmondo) è tradito dai suoi stessi superiori, che lo fanno arrestare perché nel frattempo il governo ha stretto accordi di collaborazione con il despota. Dopo due anni di lavori forzati, Joss evade e torna a Parigi, intenzionato a portare comunque a termine la propria missione, uccidendo il presidente Njala mentre è in visita diplomatica nella capitale francese. Braccato dalla polizia e dai suoi ex compagni, Joss si rivelerà un osso duro per tutti. Film fumettoso, implausibile, uscito nel 1981 ma debitore in tutto agli anni '70 con la sua atmosfera da polizi(ott)esco – suggerita anche dalla colonna sonora di Ennio Morricone – e un protagonista simpatico e smargiasso, ma anche cinico e disilluso verso i politicanti e la giustizia, che lotta da solo contro il mondo (a parte le donne, tutte ovviamente dalla sua parte, con le quali ha un successo naturale in stile James Bond). Non mancano inseguimenti (quello in auto davanti alla torre Eiffel), duelli simil-western (contro il detective che gli dà la caccia), accenni di exploitation (la scena con la poliziotta lesbica sadica) e persino un finale alla "Quella sporca dozzina" (l'assalto finale al castello di provincia dove Njala è custodito e protetto da polizie ed esercito in pieno spiegamento di forze). La scarsa originalità è servita da una regia antiquata, anch'essa anni '70. Per fortuna, però, il ritmo non manca. La sceneggiatura è di Michel Audiard, padre di Jacques (che, non accreditato, avrebbe collaborato). Nel cast, pure Jean Desailly, Cyrielle Clair, Marie-Christine Descouard, Elisabeth Margoni e Bernard-Pierre Donnadieu.

5 novembre 2015

Ariel (Aki Kaurismäki, 1988)

Ariel (id.)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1988
con Turo Pajala, Susanna Haavisto
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Quando la miniera in cui lavorava è costretta a chiudere, Taisto Kasurinen decide di spostarsi verso sud, raggiungendo Helsinki a bordo della sua unica proprietà, un auto decapottabile regalatagli da un collega. Disoccupato (e derubato dei pochi soldi che gli erano rimasti), fatica a trovare un lavoro ed è costretto a dormire in un ostello: incontra però l'amore grazie a Irmeli, madre single con un bambino, che a sua volta si barcamena come può fra diversi lavori pur di tirare avanti. Le cose precipitano quando Taisto viene arrestato e finisce in prigione: qui conosce Mikkonen, insieme al quale evade e tenta una rapina in banca... Dopo "Ombre nel paradiso", Kaurismäki prosegue a narrare le storie di perdenti, solitari e disoccupati ai margini della società. Questa volta, però, lo spunto sociale dà vita a un noir moderno, che non stonerebbe se fosse ambientato in America durante la Grande Depressione, graziato comunque da tutte le caratteristiche del regista finlandese: la fotografia colorata e iperrealista, l'atmosfera nostalgica (vedi anche la colonna sonora), i dialoghi secchi e stranianti, l'umorismo nero e sotto traccia, e naturalmente i personaggi estremamente umani (nonostante una caratterizzazione che procede per sottrazione). Lo stile è ormai compiuto e maturo, pronto per i successivi capolavori. I due interpreti – Turo Pajala e Susanna Haavisto – non sono habitué del cinema di Kaurismäki, i cui attori feticcio compaiono invece in ruoli minori (Matti Pellonpää, in particolare, è Mikkonen, il complice che Taisto incontra in prigione). Il titolo scespiriano si spiega nel finale: "Ariel" è il nome della nave con la quale Taisto, Irmeli e il figlio salpano verso il Messico. La canzone "Over the Rainbow", cantata in finlandese sui titoli di coda, sottolinea il lieto fine quasi favolistico.

3 novembre 2015

Strange circus (Sion Sono, 2005)

Strange circus (Kimyo na sakasu)
di Sion Sono – Giappone 2005
con Masumi Miyazaki, Issei Ishida
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il cinema di Sion Sono, sopra le righe e non per tutti i gusti, è di certo estremo e disturbante, ma anche onirico e surreale: e proprio quest'ultima caratteristica dona alle vicende che racconta una patina di eclatante irrealtà, come in uno spettacolo di Grand Guignol, e trasforma i suoi personaggi in marionette da non prendere sul serio, anche quando sono al centro di storie di inumana crudeltà nell'ambito di una società malata e psicotica. Qui la cornice è quella, riassunta del titolo, di un bizzarro circo – forse solo un sogno, un'illusione o una schermatura – all'interno del quale la protagonista ricorda la sua storia. Sin da quando aveva 12 anni, la piccola Mitsuko viene molestata e violentata dal padre. Per difendersi dagli abusi, comincia a immedesimarsi nella madre Sayuri, e la cosa è reciproca. Dopo la morte accidentale di Sayuri, anche Mitsuko tenta di togliersi la vita, ma ottiene soltanto di rimanere paralizzata e su una sedia a rotelle. Tutto questo è accaduto realmente o è soltanto il soggetto di un romanzo della misteriosa scrittrice Taeko? A costei, a sua volta su una sedia a rotelle (ma si tratta solo di una finzione: in realtà può camminare benissimo), viene assegnato un nuovo assistente, il giovane e ambiguo Juji, deciso a scoprire se nei suoi perversi romanzi c'è qualcosa di autobiografico... "Che cosa è reale e che cosa non lo è?", si domanda uno dei personaggi nel finale. La triangolazione fra Mitsuko, Sayuri e Taeko lascia a tratti, durante la visione, confusi e storditi, al punto che ciascuna delle tre donne potrebbe essere la reale protagonista della storia, e le altre due frutto della sua immaginazione, sana o malata che sia. La pellicola alterna scene forti e ambienti barocchi e grotteschi con momenti di normale quotidianità, ma preme – più di altre volte – sul pedale dell'alterazione onirica della realtà (si pensi ai sogni, ai ricordi, alle narrazioni frammentate che costellano la storia sin dalle prime scene), con oggetti ricorrenti (la custodia del violoncello, la sedia a rotelle), immagini e metafore di ogni tipo (gli specchi, il sangue) che lasciano anche le numerose svolte e i colpi di scena aperte all'interpretazione dello spettatore. Il sottotesto, comunque, è sempre concreto e palpabile, un dramma famigliare a tinte forti con tanto di tragica vendetta finale. Nel comparto attoriale, ottima la multiforme Masumi Miyazaki, ma bene anche Issei Ishida nel difficile ruolo di Yuji. Hiroshi Oguchi è il padre-mostro Gozo, Rie Kuwana è Mitsuko da bambina. La colonna sonora, oltre a brani composti dallo stesso Sono, utilizza Debussy, Liszt, Bach e Saint-Saens in maniera straniante.

1 novembre 2015

The amazing Spider-Man 2 (M. Webb, 2014)

The amazing Spider-Man 2: Il potere di Electro
(The Amazing Spider-Man 2: Rise of Electro)
di Marc Webb – USA 2014
con Andrew Garfield, Emma Stone
*

Visto in divx.

Secondo episodio del reboot dell'Uomo Ragno di Marc Webb, brutto quanto il primo e forse di più. Nelle intenzioni della Sony, licenziataria del personaggio, avrebbe dovuto essere seguìto non solo da un terzo e da un quarto capitolo, ma anche da una serie di spin-off (già annunciati quelli su Venom e sui Sinistri Sei) che avrebbero dato vita a uno Spider-universo in grado di fare concorrenza a quello prodotto direttamente dalla Marvel. I piani, invece, sono stati cancellati: non tanto per lo scarso interesse al botteghino (negli ultimi anni i film di supereroi vanno sempre per la maggiore, anche se è da segnalare come questo in particolare abbia avuto incassi inferiori alle attese) quanto per la decisione di riportare il personaggio nell'alveo dal quale proviene. Grazie a un accordo con i Marvel Studios, infatti, Spider-Man entrerà a far parte del Marvel Cinematic Universe a partire dal'imminente "Captain America: Civil War", e nel 2017 sarà oggetto di un nuovo, ennesimo reboot, ricominciando dalle origini e con un nuovo attore nei panni del protagonista. Che peggio di Andrew Garfield sarà difficile che faccia. Tornando a questo secondo e dunque ultimo film della sua serie, siamo di fronte a una storyline che incrocia vari elementi in maniera goffa e a tratti stupida. Dal capitolo precedente torna il subplot della misteriosa scomparsa dei genitori di Peter Parker, che scopriamo coinvolti nell'origine dei suoi superpoteri. C'è poi l'introduzione di Harry Osborn (Dane DeHaan), vecchio amico di Peter che eredita dal padre l'impero di famiglia, le industrie Oscorp, ma anche una malattia genetica: per trovare una cura a questa, finisce non solo per sviluppare un forte rancore nei confronti di Spider-Man (di cui scopre ovviamente l'identità segreta, che in questi film a quanto pare non rimane mai segreta per nessuno) ma anche per acquisire i poteri che lo trasformeranno in Goblin (il tutto avviene in pochi minuti, decisamente anticlimatici, nel finale). E infine, come da titolo, la minaccia di Electro (Jamie Foxx), un ex impiegato della Oscorp che a causa di un incidente ottiene la capacità di convertire il proprio corpo in energia elettrica. La sceneggiatura è priva di equilibrio, incapace di risultare accattivante, costellata da svolte frettolose e artificiose, e stucchevole nella caratterizzazione dei personaggi (che nonostante la lunghezza della pellicola non vengono sviluppati oltre la banalità, come nel caso di Electro, o che ammiccano a pellicole romance fantasy tipo "Twilight": vedi per esempio Harry, presentato come un belloccio e tenebroso amico-rivale di Peter), mentre la regia è mediocre e priva di idee. Il grande climax, quello della morte di Gwen, ripreso dal celeberrimo albo degli anni settanta scritto da Gerry Conway, è male eseguito e non trasmette alcuna emozione. Il controfinale mostra Rhino (Paul Giamatti!) e sembra introdurre i Sinistri Sei (nei laboratori Oscorp si intravedono le armature dell'Avvoltoio e del Dottor Octopus), ma come detto i successivi capitoli di questa versione di Spider-Man non vedranno mai la luce. Fra le curiosità: Peter fischietta il tema del cartoon dell'Uomo Ragno degli anni sessanta (e lo usa anche come suoneria del cellulare), mentre il personaggio di Felicia, la segretaria di Harry, suggeriva una possibile apparizione della Gatta Nera. Stan Lee compare fra i presenti alla consegna del diploma di Peter e Gwen.