26 settembre 2015

Marguerite (Xavier Giannoli, 2015)

Marguerite (id.)
di Xavier Giannoli – Francia/Belgio/Rep.Ceca 2015
con Catherine Frot, André Marcon
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Visto al cinema Apollo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

La facoltosa baronessa Marguerite Dumont, nella Parigi degli anni venti, organizza nella propria villa concerti di beneficenza a favore degli orfani di guerra, durante i quali si esibisce come cantante d'opera, essendo la musica per lei una vera passione. Peccato che... sia stonata come una campana, che non se ne renda minimamente conto, e che nessuno di coloro che le stanno attorno abbia il coraggio di dirglielo: chi per interesse, chi per compassione e chi per pavidità. Tragicomica vicenda ispirata alla storia vera di Florence Foster Jenkins (è sua la registrazione dell'aria della Regina della Notte che si sente nel finale), soprano statunitense passata alla storia come la peggior cantante di tutti i tempi. Ma quella di Marguerite per la musica è una passione "pura" e sincera, anche a sprezzo del ridicolo che si attira addosso nel momento di esibirsi in pubblico. E che finisce col coinvolgere e contagiare tutti, guadagnandole simpatie e persino l'amore di un marito che l'aveva sposata solo per i soldi. "Non è importante fare qualcosa di grande e di bello, ma fare quello che si fa con grandezza e bellezza", ovvero la passione vale più del talento: è una delle morali di un film che si dipana come una commedia attorno a una figura straordinaria, di cui sarebbe facile ridere ma che finisce con l'ispirare anche chi all'inizio ne approfittava (il giornalista, il giovane poeta dadaista, il marito, il maestro di canto). Come in "Angel" di Ozon, di cui Marguerite è uno specchio o un contraltare, la vita e le passioni possono essere vissute in due modi: sognandole o realizzandole. Ed è interessante, su tutte, la figura del maggiordomo Mandelbos (Denis Mpunga), che come lo Stroheim di "Viale del tramonto" è il custode delle memorabilia della sua padrona, nonché lo schermo che la protegge dal mondo esterno e dal conoscere la verità, anche se resta il dubbio che lo faccia, a sua volta, per interesse. Ottima la protagonista, Catherine Frot, che riesce a veicolare il ventaglio di emozioni che muovono il personaggio (l'amore per la musica, subordinato tuttavia all'amore per il marito), così come il resto del cast (dove spicca Michel Fau nei panni del maestro Atos Pezzini, divo gay in decadenza, circondato da una sorta di corte dei miracoli), fra giovani artisti che vedono in Marguerite quell'elemento di "rottura" in grado di scardinare i valori della cultura classica (il poeta Kirill von Priest, interpretato da Aubert Fenoy) e altri che le si affezionano sinceramente (il giornalista Lucien Beaumont e il soprano Hazel, ovvero Sylvain Dieuaide e Christa Théret). Tramite le sue stonature, Marguerite riafferma (involontariamente, certo) il valore stesso della musica e il significato profondo di ciò che essa dovrebbe convogliare: persino storpiare la Marsigliese, simbolo di libertà, diventa così un atto programmatico che mette in luce la libertà stessa. Un po' troppo lungo e certamente ridondante, il film è graziato da una colonna sonora ricca di brani celebri che spaziano attraverso quattro secoli di musica: Marguerite si "esibisce" con Mozart ("Der Hölle Rache", "Voi che sapete"), Bizet (la habanera della "Carmen") e Bellini ("Casta diva"), ma c'è spazio anche per Händel, Delibes (il duetto dei fiori), Leoncavallo e Verdi ("Addio del passato"). Nel finale, una breve tentazione – per fortuna subito abbandonata – di un inverosimile lieto fine in stile "Il concerto". Il nome della protagonista è probabilmente un omaggio a Margaret Dumont, l'attrice che faceva da spalla comica a Groucho in quasi tutti i film dei fratelli Marx.

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