17 maggio 2015

La vedova del pastore (Carl Th. Dreyer, 1920)

La vedova del pastore (Prästänkan)
di Carl Theodor Dreyer – Svezia 1920
con Einar Röd, Hildur Carlberg
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Visto su Dailymotion.

Il secondo lungometraggio di Dreyer (girato in Svezia, a quei tempi industria cinematografica più "avviata" di quella danese) è considerato dalla critica il suo "primo vero film", nonostante sia ancora privo di quel rigore psicologico e formale che lo contraddistinguerà in seguito, e presenti invece alcune caratteristiche insolite per il regista, prima su tutte un diffuso sense of humour che ne fa a tratti una commedia più che un dramma. Tratto da un racconto del 1879 dello scrittore norvegese Kristofer Janson, parla di un giovane e povero studente di teologia, Sofren, che si propone per il posto di parroco in un villaggio isolato fra le montagne, il cui pastore è da poco deceduto. A spingerlo a ottenere l'incarico è anche l'amore: il padre della sua fidanzata Mari, infatti, gli consentirà di sposarla soltanto se diventerà parroco. Dopo aver superato la concorrenza di altri due pretendenti, viene selezionato dai notabili del luogo, ma a una condizione: dovrà sposare la vedova del precedente pastore, l'anziana Dama Margarete, che non intende abbandonare la casa dove ha sempre vissuto. Messo alle strette, Sofren accetta, sperando che la donna abbia ancora poco da vivere. Ma Margarete, sui cui girano voci di stregoneria, non sembra intenzionata ad abbandonare tanto presto questo mondo... Punteggiato da scenette comiche (tutta la sequenza delle "audizioni" dei vari pretendenti al posto di parroco; le sfortunate interazioni di Sofren con i due servi di Margarete; il buffo travestimento notturno da diavolo con cui il giovane spera di spaventare a morte la vecchia; i suoi tentativi di trascorrere alcuni momenti da solo con Mari, che nel frattempo ha fatto accogliere in casa spacciandola per sua sorella...), la pellicola culmina in un finale commovente e consolatorio, in cui il personaggio della "strega" Margarete acquista profondità, rivedendo in Mari sé stessa da giovane e lasciando finalmente via libera ai due giovani amanti, anzi benedicendoli. Dopo aver tanto desiderato la sua morte, Sofren e Mari la ricorderanno con affetto. Molti elementi del film sono tipici del cinema scandinavo di quegli anni: una fonte letteraria assai nota, tipicamente tardo ottocentesca; un pizzico di soprannaturale o di superstizione (qui i poteri magici di Margarete); una grande attenzione agli aspetti umani e psicologici dei personaggi, alle prese con dilemmi di natura morale o sociale. Bella la scenografia (l'antico villaggio norvegese del diciassettesimo secolo, con la sua chiesa e le case di legno, era stato ricostruito in Norvegia da un appassionato: Dreyer in pratica se lo trovò già pronto): la difficoltà di piazzare la macchina da presa in un punto fisso, a causa delle pareti delle case, costrinse il regista a spostarla di continuo, "riprendendo i personaggi da ogni lato", a tutto vantaggio della dinamicità della messa in scena. Nel comparto degli interpreti, da sottolineare la prova della settantaseienne attrice teatrale Hildur Carlberg, che morì poco dopo la fine delle riprese, senza mai aver visto il film completato.

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