10 febbraio 2015

Birdman (Alejandro González Iñárritu, 2014)

Birdman, o l'imprevedibile virtù dell'ignoranza
(Birdman, or The Unexpected Virtue of Ignorance)
di Alejandro González Iñárritu – USA 2014
con Michael Keaton, Edward Norton
***1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

L'attore Riggan Thomson (Michael Keaton) ha avuto il suo momento di notorietà a Hollywood vent'anni prima, quando aveva interpretato tre film di grande successo nei panni del supereroe Birdman. Da allora la sua carriera non è più andata da nessuna parte. E ora, proprio nel periodo in cui i film di supereroi hanno riacquistato popolarità, cerca di ricostruirsi un'immagine da attore impegnato mettendo in scena a Broadway, anche come regista e sceneggiatore, una piéce tratta dal romanzo di Raymond Carver "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore". Nevrotico, stressato, tormentato da problemi artistici (le prove dello spettacolo sono costellate da incidenti), economici (sta investendo nella produzione tutto quanto possiede, nella disperata speranza di un rilancio), familiari (un matrimonio fallito alle spalle, una giovane figlia ex tossicodipendente con cui ricostruire un rapporto), Riggan è anche perseguitato dalla "voce interiore" di Birdman, con cui dialoga in continuazione quando si trova da solo nel suo camerino, che vorrebbe convincerlo a tornare ai fasti di Hollywood. I temi trattati dalla pellicola – che strutturalmente può sembrare una versione drammatica di "Rumori fuori scena", ma che a tratti ricorda anche "The humbling" di Barry Levinson (proiettato curiosamente nella stessa edizione del festival di Venezia) – sono evidenti: il contrasto fra il cinema commerciale e la sacralità del teatro impegnato (ovvero fra arte "bassa" e arte "alta"), la dissociazione tipica del mestiere di attore (si pensi anche al personaggio interpretato da Edward Norton, che afferma di essere sé stesso, di dire e di ricercare la "verità" soltanto quando si trova sul palcoscenico), lo scarto fra le aspirazioni e la realtà. E spesso sono sottolineati sullo schermo da metafore esplicite (in particolare la figura di Birdman, l'uomo uccello che trascina Riggan in un vero e proprio volo pindarico per le strade di New York). Se durante la visione si può avere la sensazione che il percorso del personaggio non progredisca, o che addirittura manchi la risoluzione del conflitto (solo nel finale, a partire dalla scena in cui Riggan si confronta a muso duro con la critica teatrale del "New York Times" che ha già deciso di stroncare la sua performance, a priori, soltanto perché lui rappresenta "l'ignoranza" di Hollywood, il personaggio sembra fare qualche passo in avanti), in realtà ripensandoci tutta la situazione rispecchia quella dell'impasse artistica in cui si è venuto a trovare: persino per suicidarsi deve fare le prove generali, riuscendoci solo alla fine. La conclusione, con lo sguardo sorridente della figlia rivolto verso il cielo, come se Riggan/Birdman abbia spiccato il volo, non inganni. Dal lato tecnico, l'ambizioso Iñárritu dimostra come al solito grande talento: quasi l'intera pellicola è girata in piano sequenza (i vari raccordi sono digitali), con la macchina da presa che segue i personaggi fra i corridoi del teatro, i camerini, il palcoscenico, sui tetti o in strada (memorabile la scena in cui Riggan attraversa Times Square in mutande: anch'essa fa parte dell'impietosa satira generale sul mondo dello spettacolo, dove si diventa più facilmente celebri per "imprese" come queste che non per il proprio talento). Ma la trovata sembra motivata più dal desiderio di sfoggiare la propria abilità artistica (il che, per certi versi, accomuna il regista con il suo personaggio) che non da reali esigenze narrative. Bravo Keaton, anche se recita una parte che avrebbe permesso di brillare a qualsiasi attore almeno decente. Per lui il ruolo ha connotati quasi autobiografici, visto che vent'anni fa era stato il protagonista dei primi "Batman" di Tim Burton. Il miglior interprete, però, è sicuramente Norton nei panni del collega Mike Shiner. Nel cast anche Zach Galifianakis (il manager/avvocato), Emma Stone (la figlia), Naomi Watts e Andrea Riseborough (le altre attrici), Amy Ryan (la moglie) e Lindsay Duncan (la critica). Interessante la colonna sonora a base di percussioni (più brani di Tchaikovsky, Mahler e Ravel). Candidato a nove premi Oscar, si contenderà probabilmente con "Boyhood" la statuetta per il miglior film.

14 commenti:

James Ford ha detto...

Tecnicamente ineccepibile, perde moltissimo nella mezzora finale.
Un peccato, per certi versi.
Comunque a mio parere il miglior Inarritu dai tempi di Amores Perros.

Christian ha detto...

Sono d'accordo! ^^

Jean Jacques ha detto...

Io invece sono fra quelli che lo ritiene un capolavoro. Erano anni che un film non mi scuoteva così...
Coimunque per il piano sequenza ho una mia idea: può ben essere (come dici tu) che sia una sboronata tecnica, io però l'ho visto come un tentativo di rappresentare la vita teatrale, dove tutto punta sul 'buona la prima' e sulla continuità attoriale.

Christian ha detto...

Non so. Mi è piaciuto, sicuramente, ma come ho scritto è un film che mi sembra abbia dei grandi limiti (non difetti, attenzione: limiti). Soprattutto contenutistici: il personaggio non evolve, la sua storia rimane in stallo per quasi tutte le due ore di durata, e soprattutto non c'è risoluzione del conflitto, né a livello di acquisizione di consapevolezza (giusto un accenno nella scena in cui la figlia gli dice in faccia cosa pensa di lui) né di catarsi. Anche per questo, e non solo per il piano sequenza (che è una tecnica che mi piace molto, e che in effetti come dici tu può essere collegata all'ambientazione "teatrale"), mi sembra un film molto di stile o poco di sostanza. Detto questo, avercene... Sicuramente è fra i migliori film americani dell'anno.

Ismaele ha detto...

a me era piaciuto molto "Biutiful" :)

anche per me è un film da vedere e però sembra meglio di come è, per via dei difetti che citi

Christian ha detto...

Almeno con questo si è definitivamente messo alle spalle quel tipo di film "corale" che faceva quando lavorava con lo sceneggiatore Arriaga (e che a me dava un pochino sui nervi)...

Babol ha detto...

Io sono rimasta letteralmente folgorata, davvero.
L'idea del piano sequenza continuo da davvero l'impressione di una città e di un ambiente che non dormono mai, costantemente in conflitto e in movimento ma quello che mi ha stregata è stato l'irrompere delle fantasie (ma lo saranno poi davvero? :P) di Riggan nella realtà di tutti i giorni.

Christian ha detto...

Sì, ripensandoci l'uso del piano sequenza può effettivamente avere un significato che va oltre il semplice sfoggio di bravura. Questo film merita dunque messo a fianco di altre pellicole che utilizzano la stessa tecnica ("Nodo alla gola" di Hitchcock, "Arca russa" di Sokurov, "Ana arabia" di Gitai...).

Quanto alle fantasie del protagonista, è evidente che siano solo tali (lo suggerisce la scena del tassista furioso per non essere stato pagato, dopo che lui aveva immaginato di volare; ma anche semplicemente la mancanza di danni agli edifici dopo la sequenza in cui combatte con il mostro gigante). Per questo non mi è piaciuto molto il finale in cui il sorriso della figlia sembra suggerire che Riggan stia davvero volando: al di là di simboli e metafore (il padre si è finalmente liberato e può spiccare il volo), sembra un finale un po' costruito per strizzare l'occhio allo spettatore. A questo punto, preferisco pensare che si sia davvero suicidato (anche quella è una forma di liberazione).

Marisa ha detto...

Certo che si è suicidato! E' del resto l'unico modo per uscire da una situazione ormai insostenibile (non può mica tirarsi una revolverata ogni sera durante lo spettacolo per "rinsanguare" il teatro asfittico e dimostrare così di essere un "vero" attore degno di NY!).
Che la figlia sorrida guardando in alto conferma le tentenze suicidarie della figlia stessa (ragazza molto problematica, ex tossica e fallita lei stessa), più volte mostrata seduta pericolosamente in bilico sul cornicione del palazzo e provvisoriamente salvata solo dalla vitalità dell'attore che dà il meglio di sè stesso solo entro il teatro-palcoscenico da cui non esce mai perchè fuori è veramente uno "stronzo".
Grandissimo film che andrebbe approfondito con un vero lavoro di riflessione su tutti i temi che tocca (crisi della mezza età, società dell'apparire, finzione, ecc...)

Christian ha detto...

Hai ragione: continuando a ripensarci, sto davvero capendo sempre di più questo film, e anche le poche perplessità che avevo avuto durante la prima visione stanno scomparendo. Il finale inganna: come dici tu, sicuramente Riggan si è suicidato, stavolta riuscendoci (dopo che le "prove generali" del suicidio, proprio come a teatro, non erano andate bene).

Alzo il voto di mezzo punto! ^^

Christian ha detto...

Aggiornamento Oscar: "Birdman" ha vinto la statuetta come miglior film! Inoltre, ha ricevuto anche i premi per la miglior regia (Iñárritu), la sceneggiatura originale e la fotografia.

Daniela Polise ha detto...

L'ho visto stasera al cinema e l'ho trovato geniale e molto contemporaneo, nella sua cinica ironia, nelle tematiche della popolarità vs autenticità, nel mostrare una radicale devastazione del senso.
Vorrei dire 3 cose:
1) Mi ha colpito il ruolo di Naomi Watts che in Mulholland Drive voleva sfondare a Hollywood e quello di Edward Norton che rimanda a Fight Club... È come se nella vita contemporanea tutte le illusioni di fine anni '90 fossero divenute realtà, una realtà tremendamente peggiore  (perchè molto più banale e insulsa) di quella svelata dal cadere delle illusioni nei film di Lynch e Fincher. (su Batman non dico niente perché non lo ricordo)
2) l'uso del piano sequenza continuo dà la sensazione di non prendere mai il respiro, proprio come l'iperattività della contemporaneità
3) il finale a mio parere è il compimento del Destino di questo uomo che sarebbe altrimenti rimasto un mediocre ignorante, per questo, come il finale di Mommy, non mi lascia distrutta ma "soddisfatta"... Come la figlia, che non è certo contenta del suicidio del padre ma sa che doveva andare così, riconosce che il padre con quel gesto ha potuto finalmente fare qualcosa di veramente suo.

Christian ha detto...

Grazie dei tuoi commenti, Daniela!
Sì, quel finale che a prima vista mi era sembrato poco coerente (mi riferisco al sorriso della figlia, non al suicidio in sé) acquista valore e va interpretato nel modo che suggerisci: la figlia (che a sua volta aveva pensato spesso a un gesto del genere) comprende come il padre abbia "spiccato il volo" a modo suo, e lo ha fatto proprio nel momento di maggiore trionfo, ovvero dopo il riconoscimento del suo talento da parte della critica e del resto del mondo. Se invece si fosse ucciso sul palcoscenico, il suo unico successo sarebbe stato il boom di follower per la sua passeggiata in mutande...

Daniela Polise ha detto...

Sì inoltre così dimostra di essere su un altro livello rispetto alla critica di teatro, e soprattutto supera se stesso nel non abbandonarsi all'autocompiacimento della realizzazione del sogno (sfondare come un vero attore teatrale, dopo aver sfondato nel cinema con Birdman). Il Reale sta aldilà, e lui fa quel salto che gli permette di raggiungerlo.