30 settembre 2014

Racconto d'estate (Eric Rohmer, 1996)

Racconto d'estate, aka Un ragazzo, tre ragazze (Conte d'été)
di Eric Rohmer – Francia 1996
con Melvil Poupaud, Amanda Langlet
***1/2

Rivisto in DVD, con Eleonora, Ginevra, Giovanni, Paola, Marta, Esther e Beatrice.

Il giovane Gaspard (Melvil Poupaud) giunge a metà luglio in vacanza a Dinard, cittadina costiera della Bretagna, dove spera di "intercettare" la sua fidanzata, l'egocentrica Lena (Aurélia Nolin), reduce da un viaggio in Spagna senza di lui e ospite di alcuni cugini nelle vicinanze. Ma la ragazza si fa desiderare, e nel frattempo Gaspard stringe amicizia con la spigliata Margot (Amanda Langlet), cameriera in un ristorante, e attira l'attenzione della bella Solène (Gwenaëlle Simon). Al terzo film del ciclo "Racconti delle quattro stagioni", Rohmer torna a raccontare il mondo degli amori giovanili, e in particolare di quelli estivi, come aveva già fatto in passato (per esempio in "Pauline alla spiaggia", da cui non a caso ritorna l'attrice Amanda Langlet). Stavolta però il suo protagonista, l'introverso e indeciso Gaspard, pur trovandosi al centro di un vortice sentimentale del tutto inedito per lui (che aveva sempre pensato di non essere attraente), finirà col non concludere niente. Incapace di scegliere, progetta un viaggio romantico all'isola di Ouessant con ciascuna delle tre ragazze, ma naturalmente non vi andrà con nessuna. E alle complicazioni amorose preferirà la facile scappatoia fornitagli dalla passione per la musica. Spiagge oceaniche, canzoni "marinare" (una delle quali, "La filibustiére", sarà composta proprio da Gaspard, inizialmente per Lena e poi "dirottata" a Solène), lunghe discussioni sull'amicizia e l'amore fra Gaspard e la sua "confidente" Margot durante le loro passeggiate, un'ottima caratterizzazione psicologica dei quattro personaggi principali, una sceneggiatura ricca di dialoghi al tempo stesso realistici e altamente "lavorati": Rohmer al suo meglio, insomma. Il tutto è scandito da un cartello che, prima di ogni scena e come un calendario, segnala il giorno in cui ci troviamo, ricordando il passaggio del tempo che caratterizza ogni vacanza estiva (in tutto la vicenda occupa tre settimane, da lunedì 17 luglio a domenica 8 agosto). Forse il più bello dei quattro "racconti". Al suo arrivo nei cinema italiani, i distributori "bucarono" clamorosamente il collegamento con i precedenti film del ciclo (usciti appunto come "Racconto di primavera" e "Racconto d'inverno"), intitolandolo "Un ragazzo, tre ragazze". Soltanto con la successiva pubblicazione in DVD, il film è stato ribattezzato "Racconto d'estate".

29 settembre 2014

Nata ieri (George Cukor, 1950)

Nata ieri (Born yesterday)
di George Cukor – USA 1950
con Judy Holliday, William Holden
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Il rozzo affarista Harry Brock (Broderick Crawford), in trasferta a Washington allo scopo di "comprare" un deputato e far così approvare una legge favorevole ai suoi loschi traffici, affida la propria fidanzata Billie (Judy Holliday, premiata con l'Oscar), ex ballerina ignorante e provinciale, alle cure del giornalista Paul Verrall (William Holden), affinché le faccia da tutore, la educhi e le insegni come comportarsi in società. Funzionerà fin troppo bene: il colto e liberale Paul (che nel frattempo se ne è innamorato) non si limiterà a rendere più istruita la ragazza su arte, letteratura, storia e politica, ma ne risveglierà la coscienza civica e sociale, facendole aprire gli occhi sugli sporchi metodi di Harry. Tratto da una commedia teatrale di Garson Kanin (il quale, su richiesta di Cukor, riscrisse per intero la sceneggiatura di Albert Mannheimer), un film che dietro gli stilemi della commedia romantica e gli ingenui stereotipi di genere (il personaggio di Billie è la tipica "oca" bionda) ribadisce l'importanza dei valori civili della democrazia e della costituzione americana. Non a caso è ambientato fra i palazzi del potere di Washington e fa riferimenti continui agli elementi fondanti degli Stati Uniti (la Costituzione, le parole di Thomas Jefferson e Abramo Lincoln). Iconica l'immagine della Holliday che indossa gli occhiali e consulta freneticamente il dizionario ogni volta che incontra una parola desueta o a lei sconosciuta. La regia di Cukor rende divertente anche la statica scena in cui Billie e Harry giocano a "Calabrache" (nella versione originale "Gin rummy", una sorta di "Scala quaranta" semplificata). Rifatto nel 1993 con Melanie Griffith.

27 settembre 2014

Bodyguards and assassins (Teddy Chan, 2009)

Bodyguards and assassins (Shi yue wei cheng)
di Teddy Chan – Hong Kong 2009
con Donnie Yen, Tony Leung Ka-fai
*1/2

Visto in TV.

Nel 1906 l'intellettuale in esilio Sun Wen (ovvero Sun Yat-sen, figura cardine nella ribellione della Cina contro la dinastia imperiale) intraprende un viaggio dal Giappone a Hong Kong per incontrare in segreto i leader della resistenza e pianificare l'imminente rivolta delle province cinesi. Informata del suo arrivo, l'imperatrice Cixi sguinzaglia i suoi sicari affinché uccidano l'uomo durante la sua breve permanenza nella colonia britannica; ma un gruppo di patrioti e rivoluzionari organizza la sua protezione. Kolossal dal ricco cast che purtroppo risulta schiacciato dal peso delle sue stesse ambizioni. A una prima parte di preparazione e di presentazione di tutti i personaggi, forse troppo lunga, segue una seconda ricca di azione, con i numerosi combattimenti nelle strade di Hong Kong fra i sicari inviati dall'imperatrice e le svariate "guardie del corpo" di Sun. Il risultato è però pachidermico, farraginoso e manierista, oltre a soffrire per una malriuscita alchemia fra il setting storico-realistico (con tanto di messaggi politici, per quanto superficiali, nonché un eccesso di agiografia nei confronti del "padre della patria" Sun), alcuni momenti melodrammatici e la consueta e spettacolare inverosimilità delle pellicole di kung fu (con Donnie Yen e Leon Lai in primo piano, nei panni rispettivamente di un poliziotto che si unisce ai ribelli per proteggere la propria famiglia e di un maestro di arti marziali che si è ridotto a vivere da vagabondo). Quanto al resto del cast, Tony Leung Ka-Fai è Chen, il giornalista e intellettuale democratico che coordina la protezione di Sun Wen; Wang Xueqi è Li Yutang, anziano uomo d'affari che sostiene economicamente i rivoluzionari; Wang Po-chieh è Chongguang, il figlio diciassettenne di Li, che fa da sosia a Sun durante la sua permanenza; Nicholas Tse è Si, il giovane servitore e amico di Chongguang; e ancora, ci sono Eric Tsang (con i baffi!) nei panni del capo della polizia di Hong Kong; Simon Yam in quelli del generale Fang che si nasconde con i propri uomini fra i membri di una compagnia teatrale; Li Yuchun è sua figlia, alleata dei ribelli; Fan Bingbing è la moglie di Li Yutan, nonché ex amante di Shen; Mengke Bateer è il colossale venditore di tofu ed ex monaco Shaolin; Hu Jun è il capo dei sicari imperiali ed ex alunno di Chen; in più appaiono anche – in brevi cameo – Jacky Cheung e Michelle Reis.

26 settembre 2014

Venezia e Locarno 2014 - conclusioni

È stata una rassegna molto superiore alle aspettative, con almeno quattro film sugli scudi ("Melbourne" dell'iraniano Nima Javidi, "Le dernier coup de marteau" della francese Alix Delaporte, "Figlio di nessuno" del serbo Vuk Ršumovic e soprattutto "From what is before" del filippino Lav Diaz, vincitore a Locarno) e tante altre pellicole comunque interessanti e meritevoli di visione (fra cui ricordo "The president", "Jackie & Ryan", "Burying the ex", "Tales", "Villa Touma" e "The humbling"). Certo, la maggior parte di queste provenivano dalle sezioni collaterali della Mostra e non dal concorso ufficiale, ma purtroppo è una tendenza degli ultimi festival veneziani (anche l'anno scorso i film migliori, "Locke" e "Gravity", erano fuori concorso). Speriamo che la maggior parte possa trovare spazio nella distribuzione regolare in sala (per il lento e lunghissimo film di Lav Diaz sarà quasi impossibile, me ne rendo conto, ma per gli altri chissà). Fra i temi più gettonati di quest'anno c'erano i bambini, i ragazzi e gli adolescenti in generale: dal nipotino di "The president" al ragazzo selvaggio di "Figlio di nessuno", dallo straordinario protagonista di "Le dernier coup du marteau" al neonato di "Melbourne". Molta attenzione anche per la musica (dal folk/country di "Jackie & Ryan" alla sinfonica di "Le dernier coup de marteau"). E come sempre, si esce da queste rassegne con la felice consapevolezza che le cinematografie di alcune regioni del mondo, forse "periferiche" rispetto alla dittatura hollywoodiana, sono più vive che mai (con l'Iran – ma forse il Medio Oriente in generale, dal Libano alla Palestina – in prima fila).

24 settembre 2014

Villa Touma (Suha Arraf, 2014)

Villa Touma
di Suha Arraf – Israele 2014
con Maria Zreik, Cherien Dabis
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Uscita dall'orfanotrofio al compimento dei diciotto anni, la giovane Badia viene accolta dalle zie nella ricca e decadente Villa Touma, al centro della città palestinese di Ramallah. Le tre donne, ultime superstiti di un'aristocratica famiglia cristiana, vivono praticamente da recluse, imprigionate nei ricordi di un passato che non intendono abbandonare. Dopo aver provato a educare la nipote secondo regole e dettami di un tempo ormai superato (insegnandole a parlare francese, a suonare il pianoforte, a vestirsi in maniera vetustamente elegante), ben presto la loro unica occupazione diventa quella di cercarle un marito, naturalmente da scegliere fra i pochi cristiani di buona famiglia rimasti in città. Badia, invece, si innamora di un giovane profugo palestinese, scatenando la riprovazione delle zie... Pellicola tutta al femminile, che guarda con un filo di sottile ironia – velato da nostalgia, amarezza e rimpianto – a un mondo ormai scomparso e i cui ultimi rappresentanti cercano ostinatamente di sopravvivere in un contesto ormai irrimediabilmente mutato. Che la storia si svolga nella Palestina post-intifada, in fondo, è solo un dettaglio, per quanto significativo: la vicenda avrebbe potuto essere ambientata in ogni parte del mondo, visto che riguarda prima di tutto il percorso umano dei personaggi. Le tre zie – Juliette (Nisreen Faour), Violette (Ula Tabari) e Antoinette (Cherien Dabis) – hanno da tempo rinunciato all'amore: la prima per scelta, la seconda per caso, la terza per imposizione; e l'arrivo di Badia nelle loro vite finirà per sconvolgerne lo status quo nella maniera più impensata, come mostra lo spiazzante colpo di scena nel finale. Quello della regista Suha Arraf (al primo lungometraggio di finzione dopo un documentario, ma già sceneggiatrice di pellicole di una certa notorietà come "La sposa siriana" e "Il giardino dei limoni") è un film originale, intimo e garbato, forse non rivoluzionario come altre pellicole che oggi arrivano dal Medio Oriente, ma comunque da non sottovalutare. "I palestinesi che si vedono al cinema sono vittime oppure eroi, non sono persone come tutti, con i loro lati buoni o cattivi", ha dichiarato la regista. "Con Villa Touma voglio raccontare i palestinesi solo come esseri umani".

The humbling (Barry Levinson, 2014)

The humbling
di Barry Levinson – USA 2014
con Al Pacino, Greta Gerwig
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

L'attore Simon Axler (un enorme Al Pacino), vecchia gloria del teatro, è in crisi e tenta il suicidio gettandosi dal palcoscenico durante una recita. Ricoverato per un mese in una clinica per curare la depressione, ne esce più confuso di prima. Ma l'ingresso nella sua vita di una giovane ragazza lesbica, figlia di una vecchia amica, sembra poter cambiare qualcosa. Tratto dal romanzo "L'umiliazione" di Philip Roth, un film che affronta con ironia e sarcasmo il tema della vecchiaia e della confusione fra realtà e finzione, visto che per il protagonista è difficile smettere di recitare anche nella vita reale. La vecchiaia che incombe (gli unici ruoli che gli propongono sono quelli di testimonial in uno spot contro la caduta dei capelli), la perdita di memoria (diventa sempre più difficile ricordare le battute), i sogni e le allucinazioni, i ricordi del passato che si confondono con il presente, sono tutti segnali di un crollo fisico e mentale al quale non riesce a porre fine nemmeno l'arrivo in casa sua di Pegeen (Greta Gerwig), figlia di una vecchia amica e collega (Dianne Wiest), con cui imbastisce – o si illude di farlo – una strana relazione. E nel frattempo la sua vita, un tempo così isolata e reclusiva, si riempie di personaggi strani e bizzarri (da Priscilla, l'ex fidanzata di Pegeen che ora ha cambiato sesso, a Sybil, una fan sciroccata che vorrebbe convincerlo ad assassinare suo marito). Con una regia che si sofferma a lungo sui volti e sulle espressioni dei personaggi, Levinson punta tutte le sue carte sulla grandissima prova attoriale di Pacino; e fa bene, perché ne esce vincitore nonostante una sceneggiatura che finisce per chiudersi e incartocciarsi un po' su sé stessa. Fra i tanti tocchi satirici, da ricordare lo psichiatra che conduce le sedute via Skype. E nel finale c'è tanto Shakespeare, con paralleli espliciti fra il protagonista e "Re Lear" (il dramma con cui Simon torna a calcare il palcoscenico).

23 settembre 2014

Tales (Rakhshan Bani-Etemad, 2014)

Tales (Ghesseha)
di Rakhshan Bani-Etemad – Iran 2014
con Habib Rezaei, Farhad Aslani
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Film corale che racconta una serie di storie ("Tales", appunto) ambientate nell'odierna Teheran, con i personaggi che si passano il testimone da una scena all'altra. Il risultato è un mosaico di situazioni di disagio nell'Iran contemporaneo, dove grandi questioni di ordine sociale e piccoli drammi personali si fondono in maniera inestricabile, talvolta criticando aspramente una realtà che non sembra offrire semplici soluzioni, e talvolta lasciando la porta aperta a un raggio di speranza (come negli ultimi due episodi, probabilmente i migliori). Il filo conduttore è un cameraman che sta girando un documentario sulle condizioni dei lavoratori e che riprende con la sua camera digitale le tante situazioni cui si trova ad assistere (alcune delle quali sono mostrate per l'appunto attraverso il suo obiettivo, in lunghi piani sequenza). Un tassista scopre che una sua amica d'infanzia è diventata una prostituta; un burocrate si disinteressa dei problemi dei cittadini che fanno la fila davanti al suo ufficio; due giovani progettano un finto rapimento per sottrarre soldi al proprio padre; una paziente ricoverata in una clinica-rifugio per donne riceve la visita del marito violento; un gruppo di lavoratori protesta contro la fabbrica che non li paga; un operaio si infuria quando la donna che ha sposato in seconde nozze riceve una lettera dal suo ricco e precedente marito; un autista e una volontaria della clinica succidata hanno una vivace schermaglia dialettica-amorosa. La sceneggiatrice e regista Rakhshan Bani-Etemad, decana del cinema iraniano che negli ultimi anni si era data soprattutto al documentario, non è nuova a lanciare sguardi critici e ricchi di capacità osservativa sulla società iraniana. La scelta di girare tanti brevi segmenti può essere forse stata dettata dall'esigenza di eludere la censura (pare che per girare un cortometraggio siano necessarie meno autorizzazioni – e anche meno compromessi – che per un lungo film), ma la fusione di tutte le storie produce un affresco che nel suo insieme risulta più deflagrante delle singole parti. Recuperando alcuni personaggi dai suoi film precedenti, Bani-Etemad lancia una buona dose di strali contro la corruzione, la violenza o lo sfruttamento, schierandosi dalla parte della gente comune – che si tratti di operai o intelletuali, giovani o anziani, uomini e donne – nel denunciare istituzioni indifferenti, una burocrazia inefficiente, e in generale un mondo dove la crisi economica, l'ingiustizia sociale, la dipendenza dalla droga (tema su cui si insiste a più riprese) rendono difficile l'esistenza. Forse la pellicola pecca un po' di discontinuità, ma non si possono negare le sue doti narrative (proprio la sceneggiatura è stata premiata a Venezia) nonché l'impegno – prima di tutto politico e civile – che sottende alla sua realizzazione. "Nessun film può rimanere in un cassetto", afferma il cameraman nel finale, a sottolineare l'esigenza, per un cineasta o un intellettuale, di raccontare e denunciare i problemi delle persone che gli stanno attorno. Nel ricco cast, spiccano i protagonisti dell'ultima sequenza, gli ottimi Peyman Moaadi e Baran Kosari.

Good kill (Andrew Niccol, 2014)

Good Kill (id.)
di Andrew Niccol – USA 2014
con Ethan Hawke, January Jones
**

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Thomas (Hawke) è un pilota di droni: dalla sua base militare nel deserto del Nevada, nei pressi di Las Vegas, controlla a distanza velivoli senza pilota che sganciano missili su vere o presunte basi di terroristi in Afghanistan e dintorni. Fra dubbi e problemi di coscienza, il desiderio di tornare a pilotare aerei "veri" e la sensazione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in gran parte delle sue operazioni (che sempre più spesso hanno come effetto collaterale la morte di vittime civili e innocenti), il suo mondo comincia ad andare in pezzi. E si ritroverà a dover compiere una difficile scelta. Con un occhio all'attualità e un altro alla finzione (la guerra combattuta come un videogioco), Niccol aggiorna allo scenario della "lotta al terrore" alcuni dei temi che aveva già affrontato ai tempi del "Truman Show": difficile non pensare a quel film quando Thomas alza lo sguardo al cielo, consapevole della presenza di satelliti e veicoli spia che attraversano le orbite, invisibili a tutti. Ma pur non rinunciando a porre domande scomode e ad instillare dubbi di ogni genere tanto nei suoi personaggi quanto negli spettatori (con il merito di affrontare, forse per primo, un tema che potrebbe diventare sempre più pressante nell'immediato futuro: come l'evoluzione tecnologica sta cambiando, o forse ha già cambiato, le regole della guerra), il film fallisce nel dare risposte accettabili o non troppo semplificate, e si limita a tracciare un inquietante parallelo fra le strade dei poveri villaggi del Medio Oriente bombardati dai droni e quelle delle villette a schiera tutte uguali dell'America o, addirittura, il colorato e kitsch "strip" di Las Vegas: due modi ben diversi di vivere in mezzo al deserto. Il titolo si riferisce al gergo con cui si indica un colpo andato a segno. Nel cast, January Jones è la moglie di Hawke, Zoë Kravitz il suo "copilota", Bruce Greenwood il suo superiore.

22 settembre 2014

From what is before (Lav Diaz, 2014)

From what is before (Mula sa kung ano ang noon)
di Lav Diaz – Filippine 2014
con Perry Dizon, Roeder Camanag
***1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

All'inizio degli anni '70, in un remoto villaggio costiero delle Filippine dove riti e credenze ancestrali convivono con le nuove religioni, la vita dei pochi abitanti è scossa da alcuni misteriosi eventi: morti improvvise di mucche, capanne che prendono fuoco, strane grida provenienti dalla foresta. E nel frattempo, il presidente Marcos proclama la legge marziale e le campagne cominciano a essere invase da soldati e guerriglieri... Noto per le sue pellicole fluviali, il cineasta indipendente Lav Diaz non si smentisce: il film – dedicato "alla memoria del mio paese" – dura oltre cinque ore e mezza, nel corso delle quali racconta tante storie che si intrecciano e che formano un affascinante mosaico che è al tempo stesso un viaggio nel passato (o nei ricordi) e un monito per il presente, visto che le vicende umane (collettive o individuali che siano) non rappresentano altro che un presagio della catastrofe che sta per colpire la nazione. Girato in un bianco e nero livido e a basso contrasto, attraverso un'interminabile serie di piani sequenza in campo lungo o lunghissimo nei quali i personaggi sono quasi sovrastati dagli scenari naturali, il film è uno di quelli che dividono gli spettatori in due gruppi: coloro che sono disposti ad accettare i tempi dilatati del regista e a farsi trascinare dentro un mondo complesso, affascinante e suggestivo, e coloro che invece non hanno la pazienza necessaria. Effettivamente, Diaz se la prende comoda nell'introdurre scenari e personaggi, ma a un certo punto i fili cominciano a essere tirati e lentamente emergono alcune storie principali: quella di Joselina, ragazza mentalmente disabile ma con il "dono" di guarire la gente, e di sua sorella Itang, che se ne prende cura con pazienza e devozione; quella di Sito, vecchio contadino che vive con il figlio adottivo Hakob, il quale vorrebbe partire alla ricerca dei genitori che crede rifugiati in una lontana isola; e ancora quelle di Tony, il produttore di vino che abusa di Joselina; di Heding, venditrice ambulante impicciona e molesta; di Horacio, il poeta tornato nel paese dove era nato; di Padre Guido, il prete che tenta invano di lottare contro le superstizioni locali. Attorno a loro la natura è protagonista, con il vento, il mare e la pioggia incessante, mentre gli eventi della storia (la dittatura che avanza) lasciano pian piano la loro impronta, passando sopra ogni cosa e costringendo gli abitanti del villaggio ad abbandonarlo, fino a che non diventerà un "paese di morti". Solo a partire da metà pellicola comprendiamo finalmente che quello che il film sta raccontando è proprio la fine del passato "innocente" delle Filippine, e che il villaggio nel quale si svolge la storia è un microcosmo che riflette in sé stesso il resto del paese. Il che ne fa qualcosa che sta a metà fra "Il nastro bianco" di Haneke (pellicola con cui ha parecchio in comune, a partire dal bianco e nero) e le storie corali della Palomar di Gilbert Hernandez (dal fumetto "Love and Rockets"). Le vicende esistenziali assumono una dimensione fisica e palpabile, e il tentativo di Diaz di dare "forma" ai ricordi e al passato insanguinato del suo paese può dirsi pienamente riuscito. Pardo d'Oro al Festival di Locarno.

21 settembre 2014

Le dernier coup de marteau (A. Delaporte, 2014)

Le dernier coup de marteau
di Alix Delaporte – Francia 2014
con Romain Paul, Clotilde Hesme
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Victor, tredicenne taciturno e arrabbiato con il mondo, vive in una roulotte sulla spiaggia presso Montpellier con la madre, malata terminale di cancro. Il ragazzo divide il suo tempo fra la scuola, gli allenamenti di calcio (il suo allenatore, convinto che abbia talento, vorrebbe che si sottoponesse a un provino) e la compagnia dei vicini di origine spagnola Luna e Miguel. Quando il padre che non ha mai conosciuto, un celebre direttore d'orchestra straniero, fa ritorno in città per dirigere in un concerto la sesta sinfonia di Mahler (la "Tragica"), Victor decide di approcciarlo, andando in segreto ad osservarlo durante le prove... E l'uomo – dopo un iniziale rifiuto – accetta il riavvicinamento; e per superare l'imbarazzo di non avere niente in comune, comincia a sottoporlo a una personale educazione musicale. È inutile negarlo: i francesi ci sanno fare con le storie di bambini e adolescenti. Questo film, pur essendo ad alto rischio (con temi "forti" come la malattia della madre, i rapporti con il padre, la difficoltà di Victor nel relazionarsi con il mondo in un momento in cui sta entrando – forse troppo rapidamente – nell'età adulta), non gioca mai la carta del ricatto, della retorica o della svolta più scontata, ma si rivela intelligente e commovente e scorre via con grande naturalezza, fra brevi e inattesi momenti da ricordare (il tuffo, il taglio di capelli) e una conclusione più che soddisfacente (in cui vediamo per la prima volta il viso di Victor distendersi su un sorriso). Quello di Delaporte (anche co-sceneggiatrice, al suo secondo film) è un cinema che vive, che respira, che ritrae il mondo con sensibilità e gentilezza, e da cui non si vorrebbe mai uscire. La regia è ben servita da una fotografia maturalista ma capace di donare a tratti una luce magica a scenari che altrimenti potrebbero sembrare del tutto ordinari, mentre la sceneggiatura, profonda e mai gridata, può contare su una recitazione intensa e convincente (davvero ottimo il piccolo protagonista) per dare vita una storia intima e personale, carica di speranza anche se calata in una realtà di disagio, dove ogni elemento ha la sua importanza ed è al contempo soltanto un frammento di una immagine più grande, senza prendere il sopravvento sul resto. Persino la metafora musicale, sottilmente diffusa in tutta la pellicola sin dal titolo (che fa riferimento all'ultimo dei tre "colpi di martello" presenti nella sinfonia di Mahler per indicare l'ineluttabilità del destino, che il compositore scelse in un secondo momento di eliminare e che, a discrezione del direttore d'orchestra, può essere inserito oppure omesso dall'esecuzione) non sovrasta la visione d'insieme ma accompagna dolcemente la crescita del protagonista – ottimamente illustrata dalla scena in cui prova a indossare una vecchia maglietta, ormai troppo piccola – durante il suo bello e difficile percorso.

20 settembre 2014

The president (Mohsen Makhmalbaf, 2014)

The president (id.)
di Mohsen Makhmalbaf – Georgia 2014
con Misha Gomiashvili, Dachi Orvelashvili
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

In un paese del Caucaso non meglio precisato scoppia la rivoluzione: e il presidente-dittatore è costretto a fuggire, in compagnia di un nipotino di cinque anni, abbandonando il palazzo e la propria limousine per inoltrarsi clandestinamente nelle campagne. Camuffato da mendicante e da musicista di strada, braccato dai soldati un tempo a lui fedeli, dovrà muoversi fra contadini e lavoratori per raggiungere il confine senza farsi scoprire: cosa difficile, visto che il suo volto campeggiava sui manifesti di ogni strada e ogni casa. Girato in Georgia (Makhmalbaf ha lasciato l'Iran ormai da una decina d'anni), fra echi del "Re Lear", de "La vita e bella" di Benigni (il nonno convince il nipotino a recitare la parte del profugo, facendogli credere che sia tutto un gioco) e naturalmente di eventi reali anche recenti (come le rivolte della "primavera araba", narrate però dal punto di vista del dittatore), il film non intende analizzare in dettaglio e in profondità scenari politici o sociali troppo complessi (come dimostra il fatto che il setting sia immaginario, valido dunque per tutte le stagioni) ma è da leggere più semplicemente come una fiaba, o meglio una parabola sul crollo dei potenti e il contrappasso della storia, sempre pronta a punire l'orgoglio e la vanità. Nella scena iniziale, per esempio, il nonno e il nipotino "giocano" a spegnere per capriccio con un semplice ordine tutte le luci della città; in seguito, invece, faranno di tutto per nascondere ogni segno di privilegio o di potere che li possa tradire. Nel corso del loro viaggio, i due – rispettivamente con gli occhi della vecchiaia e quelli dell'infanzia – si troveranno ad assistere a tragedie e dolori di ogni tipo, attraversando un mondo di cui avevano rimosso o di cui semplicemente ignoravano l'esistenza. E se per il bambino innocente, come detto, tutto il viaggio non può che far parte di uno strano gioco, una finzione inizialmente interessante ma che presto assume connotazioni sgradevoli, per il presidente si tratterà in qualche modo di fare i conti con il proprio passato (vedi l'incontro con la prostituta) e forse di rendersi finalmente conto delle proprie colpe, toccando con mano il dolore e la sofferenza del suo popolo e guardando le cose da un'altra prospettiva (memorabile la sequenza in cui si trova ad aiutare un prigioniero politico, torturato in prigione, che si rivelerà come il responsabile dell'attentato in cui ha perso la vita suo figlio: resisterà alla tentazione di rivelare la propria identità e di vendicarsi, e assisterà con sincera commozione e dolore allo sfortunato ritorno a casa del prigioniero).

Figlio di nessuno (Vuk Ršumovic, 2014)

Figlio di nessuno (Ničije dete)
di Vuk Ršumovic – Serbia 2014
con Denis Murić, Pavle Čemerikić
***

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Nella primavera del 1988, fra le montagne della Bosnia, alcuni cacciatori trovano un bambino abbandonato e cresciuto allo stato selvaggio insieme ai lupi. Portato in città e registrato col nome di Haris Pućurica, il ragazzo viene trasferito in un istituto per minori di Belgrado per tentarne un difficile reinserimento nella società. E in effetti, nel corso degli anni, impara con fatica a camminare, a parlare, a "socializzare" (almeno fino a un certo punto) con altri suoi coetanei. Ma nel 1992 la dissoluzione della Yugoslavia lo riporterà in Bosnia, dove finirà a combattere fra i boschi durante la guerra. E come in un cerchio che si chiude, dopo aver assistito alla follia e alla distruzione perpetrata dall'uomo, tornerà fra le sue montagne e con i suoi lupi. Film dalla una struttura episodica e ricco di silenzi (il protagonista praticamente non parla mai: anche quando impara a dire qualche parola, le spende con assoluta parsimonia), i cui toni sobri e (neo)realisti nascondono metafore e significati, soprattutto in relazione al conflitto balcanico, all'insensatezza della guerra e all'impotenza dell'uomo rispetto alle ineluttabili correnti del mondo esterno. Haris – chiamato da tutti con il nomignolo di "Pućke" – attraversa quasi con inerzia ogni fase della crescita e della vita sociale: l'apprendimento, la crescita, le amicizie (con Žika, ragazzo di poco più grande di lui, il primo che gli manifesta un po' di attenzione e di affetto), il desiderio sessuale e l'amore (per Alisa, ragazza cresciuta nell'istituto e poi ballerina in un night club), il lavoro, la discriminazione (quando scoppia la guerra nei Balcani, il suo nome musulmano ne fa immediatamente un "nemico"), l'emigrazione forzata, la guerriglia; è trascinato da una parte all'altra da vicende più grandi di lui, si attacca disperatamente al poco che ha (che si tratti di una biglia o di un singolo amico), assiste a grandi e piccole tragedie, vede morire amici e conoscenti, e alla fine è ricondotto dal destino nel luogo a lui più consono, in mezzo alla natura e lontano dal caos e dalla follia dell'uomo. Se lo spunto di partenza è dunque lo stesso del "Ragazzo selvaggio" di Truffaut o del "Kaspar Hauser" di Herzog, lo sviluppo va oltre: ma nel procedere, con una narrazione priva di retorica e di accondiscendenza, il protagonista – interpretato da un eccezionale Denis Murić, che dona al personaggio uno sguardo "selvaggio" sì ma anche tenero e impaurito, e soprattutto riesce a "trattenere" dentro di sé più emozioni di quelle che esprime – manifesta un'evoluzione tanto più notevole perché in fondo, pur dipendendo dagli altri, non perde mai di vista sé stesso. La trasformazione sociale di Pućke passa anche dal suo rapporto con un particolare capo di vestiario, ossia le scarpe: all'inizio vi è ovviamente refrattario (l'istruttore Ilke fatica non poco a fargliene indossare per la prima volta un paio); un importante traguardo è raggiunto quando impara a mettersele e ad allacciarsele da solo; il suo primo lavoro fuori dall'istituto è come apprendista da un ciabattino; un altro momento di passaggio è quello in cui indossa gli stivali che gli regala il soldato bosniaco che lo prende con sé nella sua pattuglia; e infine, nel momento del ritorno alla natura, sfilarsi quegli stivali è la prima cosa che fa. Il regista, esordiente, fa un lavoro impeccabile e si mette umilmente al servizio della storia e degli attori. Ottimi anche gli altri interpreti: Pavle Čemerikić è Žika, Isidora Janković è Alisa, Miloš Timotijević è Ilke.

19 settembre 2014

Burying the ex (Joe Dante, 2014)

Burying the ex
di Joe Dante – USA 2014
con Anton Yelchin, Ashley Greene
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

L'amore può durare per sempre? Sì, se la tua ex ragazza è uno zombie, decisa a non lasciarti nemmeno dopo la sua morte! Max (Yelchin), appassionato di film horror e commesso di un negozio a tema, vorrebbe rompere il fidanzamento con Evelyn (Greene), ambientalista e fanatica vegana, dopo essersi reso conto dell'insormontabile incompatibilità di fondo. Prima di essere scaricata, però, la ragazza muore in un incidente stradale. E per colpa di un artefatto "satanico" (davanti al quale i due si erano promessi di restare per sempre insieme), torna dalla tomba per continuare a stare vicino al suo amato, mettendo in seria difficoltà il tentativo di Max di imbastire una nuova relazione con la più affine a lui Olivia (Alexandra Daddario). Un Joe Dante in gran forma, come ai vecchi tempi, dirige una scatenata e surreale black comedy che è al contempo una parodia delle classiche pellicole di zombie e una satira dei rapporti romantici, con tanto di protagonista impacciato, fidanzate troppo attaccate e gelose, amici eccentrici e invadenti (un classico dei "chick flick": in questo caso c'è Travis – interpretato da Oliver Cooper – che sfrutta l'appartamento di Max e Evelyn per le sue frequenti scappatelle sessuali). Più che i luoghi comuni del cinema horror (ci sono comunque citazioni e riferimenti cinefili come se piovesse, in particolare cormaniani), l'ironia e il cinismo prendono dunque di mira tutti quelli del romanticismo portato all'eccesso. Si ride parecchio e si respira una piacevole aria di anni '80 (similmente, se vogliamo, al "Drag me to hell" di Sam Raimi). Curiosità: l'appartamento di Max è tappezzato di locandine di film horror d'antan, ma in italiano ("Sono d'importazione")!

Jackie & Ryan (Ami Canaan Mann, 2014)

Jackie & Ryan
di Ami Canaan Mann – USA 2014
con Ben Barnes, Katherine Heigl
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Ryan è un giovane musicista che vagabonda per il paese con la sua chitarra, viaggiando clandestinamente a bordo dei treni merci e suonando per le strade i classici del folk e del country. Jackie è una madre divorzianda, con figlioletta di nove anni a carico, fuggita da New York per tornare a vivere nella città dove è nata, Ogden (nello Utah), a sua volta con un passato di musicista, una carriera che ha messo da parte troppo presto. Il loro incontro sembra finalmente accendere qualcosa nelle rispettive vite: Ryan troverà lo stimolo e l'ispirazione per scrivere una propria canzone ed esprimere l'inquietudine della sua anima, mentre Ryan scoprirà in sé la forza per resistere alle prepotenze dell'ex marito che vorrebbe toglierle la bambina. Al suo terzo film, la figlia di Michael Mann dimostra di essere ormai una cineasta solida e consapevole dei propri mezzi. Anche sceneggiatrice, mette in scena una storia di persone vive e reali con la leggerezza dei migliori film romantici e musicali ma senza rinunciare a un setting talmente realistico da essere palpabile (magnifici i paesaggi innevati e gli scorci di una citta apparentemente fredda e inospitale ma che in realtà, a conoscerla bene, offre rifugi nei luoghi più segreti: squarci di una periferia americana sconvolta dalla crisi economica ma dove i cuori caldi delle persone battono ancora). Ne risulta un film gradevole, onesto, intimo, fuori dal tempo, compassato, privo di artificialità e di retorica. Certo, l'intreccio è poco originale e la storia in certi momenti (specialmente nel finale) si trascina forse un po' troppo a lungo: ma l'esibizione di Ryan nella sala di registrazione, quando finalmente può suonare la "sua" canzone, quella che gli è costata tanto tempo e fatica, ripaga ampiamente le attese.

17 settembre 2014

Melbourne (Nima Javidi, 2014)

Melbourne (id.)
di Nima Javidi – Iran 2014
con Payman Maadi, Negar Javaherian
***

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Amir e Sara sono in procinto di trasferirsi da Teheran a Melbourne, in Australia. In una stanza dell'appartamento che stanno per abbandonare, mentre fervono gli ultimi preparativi e si preparano i bagagli, dorme una neonata: è la figlia del vicino di casa, la cui babysitter – dovutasi assentare – ha momentaneamente affidato alle cure della giovane coppia. Fra parenti e amici che giungono a salutare, addetti al trasloco che portano via i mobili, cellulari e citofoni che squillano in continuazione, il sonno della bambina sembra stranamente non interrompersi mai... E presto Amir e Sara capiscono il perché: la neonata è morta nel sonno, silenziosamente e misteriosamente. La terribile scoperta li sconvolge, impedendo loro di compiere la scelta più ovvia, ovvero quella di chiamare i suoi genitori e avvertire la polizia; al contrario, i sensi di colpa, il terrore, l'ansia e l'incapacità di gestire un evento del genere li spingono a nascondere a tutti quello che è accaduto. Ambientata interamente fra le quattro mura della casa (a parte la prima scena, quella del censimento, e l'ultima, quella in automobile), l'opera prima del regista e sceneggiatore Javidi è una pellicola tesa e coinvolgente, caratterizzata da una suspence quasi hitchcockiana, da una sceneggiatura magistrale (che potrebbe benissimo essere adattata per il teatro) e da interpreti ottimi e intensi, e si iscrive perfettamente nel solco del moderno cinema iraniano, capace di affrontare difficili questioni morali in maniera profonda e originale (basti pensare al Farhadi de "Una separazione", film con cui condivide fra l'altro l'attore principale), senza voler giudicare le scelte di nessuno ma mettendo tutti di fronte alle proprie responsabilità. Ben dosata fra emozioni forti e colpi di scena che spostano progressivamente il focus della narrazione (il mistero della morte della bambina, le possibili responsabilità della babysitter, la crisi di coscienza dei due coniugi, la ricerca di eventuali scappatoie, la terribile risoluzione finale) pur mantenendo una costante coerenza di fondo, la drammatica vicenda assume venature esistenziali e si trasforma in un viaggio nel dolore e nell'incubo, tanto più terrorizzante perché permeato di quotidianità e di realismo. L'appartamento dei due coniugi, che si svuota man mano di oggetti e di ricordi, diventa così un luogo-simbolo, una sorta di purgatorio da cui si potrà partire per il paradiso oppure per l'inferno, a seconda delle scelte che si compiono o anche soltanto di quel che vorrà il caso/destino. E alla salvezza dal punto di vista formale o legale non coinciderà quella dal punto di vista morale. A Venezia il film era fuori concorso, proprio come "Locke" lo scorso anno: evidenti affinità tematiche a parte, il paragone non stona, visto che in entrambi i casi si trattava del titolo più interessante e forse più bello dell'intera mostra.

16 settembre 2014

Pasolini (Abel Ferrara, 2014)

Pasolini (id.)
di Abel Ferrara – Italia/Francia/Belgio 2014
con Willem Dafoe, Ninetto Davoli
**

Visto al cinema Arlecchino, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Girare un film su una figura sfaccettata e complessa come quella di Pier Paolo Pasolini, decisamente unica e per certi versi "inafferrabile", senza banalizzarne le idee, la poetica e il personaggio stesso, è un'impresa difficile a dir poco. Altri registi in passato (come Marco Tullio Giordana in "Pasolini, un delitto italiano") hanno preferito evitare le insidie focalizzandosi sul mistero della sua morte, scandagliando dunque la società intorno a lui più che PPP stesso. Ferrara invece vuole portare sullo schermo proprio lo scrittore, tanto nel vissuto quanto nelle sue visioni personali. La scelta, felice, è stata quella di concentrarsi sul suo ultimo giorno di vita (il primo novembre 1975) e di ricostruire sullo schermo, a fianco degli eventi quotidiani, frammenti delle sue ultime opere: il romanzo incompiuto "Petrolio" e il film mai realizzato "Porno-Teo-Kolossal", che sarebbe stato il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia della morte". Seguiamo così Pasolini (interpretato da un convincente Willem Dafoe), reduce da un viaggio a Stoccolma e in attesa del visto di censura per "Salò" (che avrebbe debuttato a breve nelle sale), trascorrere alcune ore con la famiglia e gli amici, dedicarsi al lavoro, concedere l'ultima intervista a Furio Colombo de "La Stampa", girare per Roma, raccontare i suoi futuri progetti, e infine trovare la morte sul Lido di Ostia (Ferrara dà qui credito alla "seconda versione" di Pelosi, secondo cui Pasolini sarebbe stato ucciso da tre teppisti di destra). Anche se non mancano qua e là accenni alla situazione socio-politico dell'epoca, il film non ha l'intenzione di contestualizzare eccessivamente la vita e la morte dello scrittore, quanto piuttosto quella di ritrarlo come un personaggio a tutto tondo, anche contraddittorio, ma altamente sensibile e creativo. Dove la pellicola fallisce è nell'assumere una forma o un aspetto coerente, sempre che questo fosse l'intento, visto che le singole parti prevalgono sull'insieme e sembra mancare un significato complessivo: a fianco di sequenze suggestive, anche perché derivate direttamente dagli scritti di Pasolini – l'intervista con Colombo, le immagini di "Porno-Teo-Kolossal" con le sue allegorie e la graditissima apparizione di Ninetto Davoli che interpreta Eduardo De Filippo (che avrebbe dovuto esserne il protagonista; il ruolo dello stesso Davoli nella finzione è invece affidato a Riccardo Scamarcio), i frammenti di "Petrolio" (Roberto Zibetti è Carlo, Andrea Bosca è Andrea Fago) – ci sono scelte non sempre felici (come l'utilizzo, completamente a sproposito, della cavatina di Rosina dal "Barbiere di Siviglia" nel finale, sulla morte del protagonista e sui titoli di coda: va bene che Maria Callas era grande amica di PPP, ma non si poteva scegliere un altro brano?). Straniante è anche, nella versione in lingua originale, l'utilizzo di più idiomi, con il passaggio dall'italiano all'inglese quando è in scena Dafoe: la versione doppiata, per una volta, sarà auspicabile. Nel cast anche Maria De Medeiros (Laura Betti), Adriana Asti (la madre di PPP), Giada Colagrande e Valerio Mastandrea.

15 settembre 2014

Venezia e Locarno 2014

Parte oggi a Milano la consueta rassegna che presenta una selezione dei film dell'ultimo festival di Venezia (e di quello di Locarno, con il suo vincitore filippino di 5 ore e 38 minuti!). Manca, purtroppo, il Leone d'Oro (il curioso "Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza" dello svedese Roy Andersson: magari nel frattempo cercherò di recuperare i suoi pochi film precedenti), così come altre pellicole che mi sarebbe piaciuto vedere (a partire dal remake di "Fuochi sulla pianura" di Shinya Tsukamoto). Mi accontenterò dei vari Ferrara, Dante, Makhmalbaf, Levinson e Niccol (purtroppo mi perderò "Birdman" di Iñárritu per via di altri impegni: ma tanto uscirà in sala...), anche se le aspettative non sono altissime. Quella di quest'anno, a quanto pare, è stata infatti un'edizione sottotono.

14 settembre 2014

Si alza il vento (Hayao Miyazaki, 2013)

Si alza il vento (Kaze tachinu)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2013
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Il giovane Jiro Horikoshi, appassionato di aviazione nel Giappone di inizio secolo, sogna (letteralmente!) di diventare progettista di aeroplani. Grazie al sostegno morale del conte Caproni, pioniere dell'aviazione italiana che appare di frequente nei suoi sogni, riuscirà a realizzare il suo obiettivo: assunto presso le industrie Mitsubishi di Nagoya, progetterà per conto dell'esercito i rivoluzionari caccia Zero, i velivoli leggeri più usati dal Giappone durante la seconda guerra mondiale (celebri anche per essere stati, nelle fasi finali della guerra, gli aerei dei kamikaze). Biografia romanzata di un personaggio realmente esistito (così come sono esistiti altri personaggi che appaiono nella pellicola, a partire da Gianni Caproni e Hugo Junkers), di cui segue le vicende da quando era bambino alla fine degli anni '10 fino al termine della seconda guerra mondiale, l'ultimo poetico film di Hayao Miyazaki (l'autore ha annunciato che si ritirerà dalla regia, anche se a dire il vero aveva già fatto lo stesso annuncio più volte in precedenza) può essere considerato il suo "testamento spirituale", visto che torna su temi comuni a quasi tutte le pellicole del grande maestro dell'animazione, in primis il volo, che qui assume anche connotazioni metaforiche. Anche se il protagonista (maschile, cosa rara per Miyazaki) si limita a progettare aeroplani e non ne piloterà mai nessuno per via della sua miopia, il librarsi nei cieli (come fa di frequente nei suoi sogni in compagnia di Caproni) è un evidente modo per sfuggire alla pesantezza e alle difficoltà del mondo reale: la malattia della giovane moglie Nahoko, le difficoltà sul lavoro (con i tanti prototipi di aerei che falliscono durante il collaudo) e la frustrazione per le divisioni fra le nazioni, che conducono a una guerra insensata e senza speranza. Nonostante le vicende della vita di Jiro siano state in parte romanzate, notevole è la cura del setting storico, che rende il film il più "realistico" e adulto e forse il meno fiabesco (ma non il meno poetico, attenzione!) fra tutti i film di Miyazaki: memorabili, per esempio, le sequenze che mostrano il grande terremoto del Kanto (1923) con la susseguente distruzione di Tokyo, così come il soggiorno di Jiro e dell'amico Honjo in Germania per visitare le industrie Junkers di Dessau, o la permanenza all'albergo di campagna dove il protagonista ritrova Nahoko (proprio il vento favorirà la loro love story!) e fa la conoscenza di un dissidente tedesco. Toccante e commovente anche tutta la sottotrama sentimentale, con il matrimonio improvvisato fra Jiro e Nahoko quando lei è già malata di tubercolosi, per non parlare della morte della ragazza fuori scena. Il film è tratto da un manga dello stesso Miyazaki, pubblicato sulla rivista di modellismo "Model Graphix" (la stessa su cui apparve il manga di "Porco Rosso"), a sua volta ispirato da un racconto del 1937 di Tatsuo Hori. Peccato che l'edizione italiana sia in parte rovinata dalla traduzione e dal (non) adattamento di Gualtiero Cannarsi, che come suo solito, in nome di un'eccessiva fedeltà all'originale giapponese, riempie i dialoghi di termini formali o desueti e li rende ridicoli e astrusi. Il titolo proviene da un verso di Paul Valéry, recitato anche nel film: "Le vent s'elève, il faut tenter de vivre" ("Si alza il vento, bisogna provare a vivere").

13 settembre 2014

A fantastic fear of everything (C. Mills, 2012)

A Fantastic Fear of Everything
di Crispian Mills [e Chris Hopewell] – GB 2012
con Simon Pegg, Amara Karan
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Jack (Pegg), scrittore di libri per l'infanzia, vorrebbe cambiare genere e dare alle stampe un saggio sui serial killer londinesi. Documentandosi sui più efferati omicidi, sviluppa però una crescente e incontrollabile paranoia, un'irrazionale "paura di tutto", che lo spinge a rinchiudersi in casa nel timore di essere preso di mira a sua volta da un assassino seriale. A questo si somma la sua fobia, risalente all'infanzia, verso le lavanderie automatiche (fu proprio in una di queste che venne abbandonato dalla madre, quando era un bambino). Opera prima del cantautore e chitarrista Crispian Mills (anche autore della sceneggiatura), una black comedy claustrofobica e surreale che si appoggia soprattutto sulla recitazione esagitata di Pegg, chiuso in casa e terrorizzato da ogni cosa (ombre, movimenti, telefoni che squillano). La trama si vivacizza da metà pellicola in poi, quando Jack è costretto a uscire per recarsi a un appuntamento con un agente letterario, e prende una piega inaspettata nel finale, con il protagonista alle prese con un vero serial killer (pur con toni comici, questa parte di film sembra un incrocio tra "Fuori orario" di Scorsese, il segmento centrale di "Pulp Fiction" e diversi film horror, con tanto di citazioni da "Psycho"). C'è anche una breve sequenza in animazione (a passo uno), che illustra la storia del riccio Harold, l'animaletto protagonista dei libri per l'infanzia scritti da Jack. Non sempre le battute colpiscono nel segno, anche perché l'umorismo britannico non è per tutti i gusti, ma Pegg è comunque una garanzia. Mitica, comunque, la scena in cui Jack discute con il killer (che ama gli Europe) dei suoi gusti musicali. Il film, a quanto ne so, non è mai stato tradotto in italiano.

11 settembre 2014

Thrilling (Scola, Polidoro, Lizzani, 1965)

Thrilling
di Ettore Scola, Gian Luigi Polidoro, Carlo Lizzani – Italia 1965
con Nino Manfredi, Walter Chiari, Alberto Sordi
**1/2

Visto in divx.

Film diviso in tre episodi che fondono il giallo con la commedia all'italiana. Ci si diverte, grazie soprattutto ai tre interpreti e ad un tono da fumetto che non si prende mai sul serio e gioca con gli stereotipi del genere. L'episodio migliore mi è parso il primo, ma tutti valgono la visione per un motivo o per l'altro.

"Il vittimista", di Ettore Scola (***), con Nino Manfredi e Alexandra Stewart
Un insegnante di latino (Manfredi) si convince che la sua bella moglie tedesca (Stewart) lo voglia uccidere. Paranoico, cerca in tutti i modi di evitare ogni contatto con la donna: ma alla fine scoprirà che avrebbe fatto meglio a guardarsi le spalle dall'amante tradita. Scola (alla sua seconda regia, anche sceneggiatore insieme a Ruggero Maccari) riempie l'esile storiella di dettagli inquietanti (le bambole parlanti di cui è piena la casa dei due coniugi, evidenti surrogati per i figli che non possono avere) e divertenti (lo psicanalista "ruspante" interpretato da Tino Buazzelli), di scene surreali (Manfredi che porta ad analizzare il minestrone in laboratorio) e allucinanti (le strisce pedonali che si sollevano dal selciato). Il finale, però, giunge un po' telefonato. Nella colonna sonora si ode ripetutamente "Ciao ciao", cover italiana di "Downtown" di Petula Clark.

"Sadik", di Gian Luigi Polidoro (**1/2), con Walter Chiari e Dorian Gray
All'ingegner Bertazzi (Chiari), preoccupato per la sua difficile situazione finanziaria, la moglie Valeria (Gray) – appassionata di fumetti "neri" – propone di travestirsi da Sadik (protagonista di uno di suddetti fumetti) per ravvivare la loro stanca routine matrimoniale. Poco più che uno sketch, l'episodio più breve del film (dura solo una quindicina di minuti) fa ridere per il contrasto fra la goffaggine e la "normalità" del protagonista (a partire dal nome) e la scena criminal-esotica che si ritrova a interpretare.

"L'autostrada del sole", di Carlo Lizzani (**1/2), con Alberto Sordi e Sylva Koscina
Un automobilista indisciplinato (Sordi), inseguendo un altro guidatore con cui ha avuto un alterco in autostrada, finisce a trascorrere la notte in un albergo isolato e gestito da una strana famiglia. Mentre cala la sera, comincia a sospettare che i gestori siano dei maniaci che uccidono i clienti per rapinarli. Costruito anche registicamente come un giallo televisivo, l'episodio punta le sue carte sul contrasto fra la cafonaggine del personaggio di Sordi e l'atmosfera da thriller all'inglese in cui si trova immerso. Peccato per il controfinale posticcio, evidentemente necessario per concludere il film con un tono lieto.

10 settembre 2014

In time (Andrew Niccol, 2011)

In time (id.)
di Andrew Niccol – USA 2011
con Justin Timberlake, Amanda Seyfried
*1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Dal regista di "Gattaca", un altro film di fantascienza distopica, ambientato stavolta in un mondo dove il tempo è denaro... letteralmente. Quando si raggiungono i 25 anni di età, infatti, si smette geneticamente di invecchiare, ma in compenso si ha a disposizione un solo anno prima di morire (con tanto di timer "tatuato" sul braccio che mostra un inesorabile conto alla rovescia), a meno che non si guadagni altro tempo-denaro, lavorando, vincendolo al gioco o sottraendolo ad altre persone. Allo stesso modo, il tempo è usato come moneta per gli acquisti di tutti i giorni. I ricchi, naturalmente, possiedono secoli o millenni (e sono di fatto potenzialmente immortali), mentre i poveri "vivono alla giornata" (anche in questo caso, letteralmente!). L'idea è intrigante, e si presterebbe a numerose possibilità (naturalmente attivando la necessaria sospensione dell'incredulità: teoricamente un'economia basata sul tempo non sarebbe sostenibile, perché alla lunga la "moneta" si esaurirebbe in modo naturale, anche se non venisse spesa), ma la sceneggiatura (dello stesso Niccol) non riesce o non vuole svilupparla oltre le conseguenze più immediate e banali. E dopo un incipit suggestivo la pellicola si tramuta nel classico action movie hollywoodiano con l'eroe in fuga e – in questo caso – sempre in balia degli eventi. La poco carismatica coppia di protagonisti (lui proveniente dal ghetto, lei dall'alta società) si trasforma in una sorta di Bonnie & Clyde (o sarebbe meglio dire Robin Hood), che va in giro a svaligiare le "banche del tempo" per poi distribuire tale ricchezza fra la popolazione. In più il film termina senza una vera risoluzione, come se la produzione avesse voluto tenere la porta aperta per un sequel. Cast, per forza di cose, di attori giovani (tutti devono avere l'aspetto di venticinquenni). Cillian Murphy è il poliziotto del tempo che dà la caccia ai due protagonisti, Olivia Wilde la madre di Timberlake, Rachel Roberts (moglie di Niccol e già protagonista di "S1m0ne") la bionda che viene rapinata sull'autostrada.

8 settembre 2014

I mercenari 3 (Patrick Hughes, 2014)

I mercenari 3 (The Expendables 3)
di Patrick Hughes – USA 2014
con Sylvester Stallone, Mel Gibson
**

Visto al cinema Plinius, con Monica e Sabrina.

Per avere la meglio su Conrad Stonebanks (Mel Gibson), commilitone da tempo creduto morto e invece riciclatosi come trafficante d'armi, il leader dei "Sacrificabili" Barney Ross (Sylvester Stallone) medita di mandare in pensione la sua vecchia squadra (Jason Statham, Dolph Lundgren, Randy Couture, Terry Crews) in favore di un nuovo team di giovanissimi (Kellan Lutz, Ronda Rousey, Glen Powell, Victor Ortiz). Ma alla resa dei conti avrà ancora bisogno dell'aiuto dei vecchi compagni, nonché dei redivivi Arnold Schwarzenegger e Jet Li. Per la terza volta Stallone riunisce attorno a sé un cast stellare di eroi d'azione, stagionati o meno, per mettere in scena una sequenza ininterrotta di combattimenti, sparatorie, esplosioni e battute ironiche sulla falsariga del cinema action degli anni '80. Come sempre la trama conta poco, e il divertimento nasce dall'interazione di tanti pezzi da novanta; ma questa volta il meccanismo non sembra del tutto oliato e molti character sono sacrificati oltre misura. Pur ravvivato da numerose new entry (in particolare Gibson nel ruolo del cattivo; ma ci sono anche Harrison Ford, che sostituisce Bruce Willis come collegamento fra la CIA e il gruppo; Antonio Banderas, che dà vita a un personaggio schizzato e logorroico; e Wesley Snipes, medico con la passione per i coltelli), il film risulta dunque inferiore ai due capitoli precedenti (e in particolare al secondo, che rimane per me il migliore). Le cose da ricordare sono il personaggio di Banderas, come già detto, e la battuta di Stallone al termine dello scontro con Gibson: "Io sono l'Aja!". Pierce Brosnan e Dwayne Johnson (The Rock) sarebbero già in trattative per apparire nel quarto capitolo.

7 settembre 2014

I proscritti (Victor Sjöström, 1918)

I proscritti (Berg-Ejvind och hans hustru)
di Victor Sjöström – Svezia 1918
con Victor Sjöström, Edith Erastoff
***

Visto su YouTube.

Il giovane Ejvind, costretto per disperazione a diventare un ladro per sfamare la propria famiglia, cerca di rifarsi una vita fuggendo al nord e trovando lavoro sotto falso nome nella fattoria della ricca vedova Harra. Scoperto, è costretto a darsi nuovamente alla fuga, ma questa volta non da solo: la donna, innamorata di lui, decide infatti di rinunciare a tutto per seguirlo sulle montagne, dove vivranno per anni in clandestinità, fra piccole gioie e grandi difficoltà, fino all'inesorabile morte durante una tormenta di neve. Tratto da un dramma teatrale di Jóhann Sigurjónsson di sette anni prima (ispirato, pare, a una storia vera) e ambientato suggestivamente in Islanda a metà del diciottesimo secolo, è uno dei caposaldi del cinema svedese muto: uscito nelle sale il 1° gennaio 1918, segna infatti l'inizio di un periodo caratterizzato da poche produzioni ad alto budget e di elevata qualità, un periodo dominato da nomi come lo stesso Sjöström, il regista Mauritz Stiller e l'attrice Greta Garbo. Come nel precedente "C'era un uomo", Sjöström gira quasi sempre in esterni e fonde meravigliosamente i personaggi con il paesaggio: le sequenze di vita fra le montagne, nella seconda parte, brillano per la concretezza e il realismo, mentre la natura spettacolare e selvaggia (fra picchi impervi, altopiani, ghiacciai, cascate e geyser) non si limita a fare da sfondo alle vicende umane ma assurge quasi al ruolo di protagonista: memorabili, in particolare, sequenze come il combattimento sul ciglio del burrone, il bagno nella cascata, la cavalcata sulla neve. Nonostante il soggetto sia di origine teatrale e l'impianto narrativo possa sembrare ottocentesco, siamo ormai lontani anni luce dal kammerspiel di matrice tedesca. E al di là dell'uso del paesaggio e della natura, non si può non notare una consapevolezza del linguaggio cinematografico che si fa sempre più matura e moderna (vedi il rapido montaggio, la luminosa fotografia di J. Julius, la recitazione misurata e funzionale alla melodrammaticità della vicenda, l'ottimo trucco che – come nel film precedente – invecchia il protagonista nel corso della storia). Ma anche sul fronte dei contenuti non sono pochi gli elementi che meritano una riflessione (la rigidità di leggi e società che spingono l'uomo a diventare fuorilegge e sono sordi ai suoi bisogni, tema fra l'altro ricorrente nel cinema del regista scandinavo sin dai tempi di "Ingeborg Holm"; il dilemma morale dell'amico ladro, che spinto dalla gelosia ha la tentazione di uccidere Ejvind ma poi ci ripensa; la terribile scena in cui Harra sacrifica la figlioletta pur di non farla cadere nelle mani dei nemici; ma soprattutto la sequenza finale, che mostra come l'amore possa essere messo a dura prova e finanche esaurirsi di fronte al freddo, alla povertà e alla vecchiaia). L'attrice che interpreta Harra, Edith Erastoff, era la vera moglie di Sjöström.

4 settembre 2014

One on one (Kim Ki-duk, 2014)

One on one (Il-dae-il)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2014
con Ma Dong-seok, Kim Young-min
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Un gruppo di uomini uccide una studentessa in un vicolo. Mesi dopo, un altro gruppo rintraccia e rapisce uno a uno i componenti del primo, torturandoli per costringerli a scrivere una confessione e interrogandoli sui motivi della loro azione. Costruito su una sceneggiatura ad incastro che mostra alternativamente squarci di vita di coloro che hanno ucciso la ragazzina (su misterioso ordine delle "alte sfere": man mano che la pellicola procede, si sale sempre più nella gerarchia di comando, e dai semplici esecutori che "obbedivano agli ordini" si arriva ai mandanti, generali dell'esercito e potenti uomini politici) sia del gruppo improvvisato che ha preso nelle proprie mani la vendetta per i motivi più disparati (lotta a priori contro il sistema, desiderio di giustizia, sogno di rivalsa, necessità di incanalare le proprie energie, semplice gioco), il nuovo film di Kim Ki-duk scava nel malessere e nelle contraddizioni della società sudcoreana (si lanciano strali alla politica, al sistema educativo, ai rapporti familiari, a quelli lavorativi) per mettere in scena un dramma corale dove i tantissimi personaggi si muovono come pedine su una scacchiera. Che si tratti di una complessa metafora è suggerito dal nome della liceale uccisa (Min-ju, ovvero "Democrazia"). E che la finzione regni sovrana ("ognuno recita una parte sul palcoscenico", afferma il leader del gruppo che si è autoincaricato di punire i colpevoli, o meglio di renderli consapevoli delle proprie azioni) è chiaro anche dai travestimenti che i "vendicatori" indossano durante le loro missioni, come se si trattasse di un gioco di ruolo: di volta in volta soldati, gangster, poliziotti, netturbini, agenti segreti, come se una divisa li mettesse al riparo delle atrocità che devono commettere o consentisse loro di fuggire dalla povertà, dall'infelicità o dai drammi della loro vita privata. Non a caso si definiscono "Ombre", e di fronte a questo termine non può non venire in mente il "Kagemusha" di Kurosawa: come in quel film, i personaggi sono alla ricerca della propria identità ("Chi sono io?", recita la frase in coreano che apre i titoli di coda) e con il procedere della storia dovranno fare i conti con la propria coscienza, venire a patti con le proprie azioni, accettare la propria natura violenta o, al contrario, aborrirla. Lo stesso vale per le loro "vittime", naturalmente: qualcuno comprenderà finalmente sé stesso, mentre altri cederanno alla pressione e altri ancora non si porranno nemmeno la domanda. Film politico come "The coast guard" o "Address unknown" (ma imparentato anche con "Real fiction"), è stato accusato da alcuni critici di essere schematico o confuso: ma non lesina colpi di scena o rivelazioni appena accennate (quella foto nel finale...); e lascia parecchio da riflettere, oltre che sulle ingiustizie e la rabbia repressa nella società, sulla natura stessa dell'uomo.

3 settembre 2014

Quién sabe? (Damiano Damiani, 1966)

Quién sabe?, aka El Chuncho
di Damiano Damiani – Italia 1966
con Lou Castel, Gian Maria Volontè
**1/2

Visto in TV.

Nel Messico del 1917, durante la rivoluzione, un giovane americano (Lou Castel) si unisce a un gruppo di banditi, guidato dal carismatico Chuncho (Volontè), che rubano armi all'esercito regolare per venderle a un generale ribelle. In realtà il giovane è un mercenario, il cui scopo è proprio quello di uccidere il generale. Uno dei primi spaghetti western a trattare il tema della rivoluzione messicana (e dunque capostipite di quel filone che includerà i più celebri "Giù la testa", "Vamos a matar, compañeros" e "Tepepa"), è forse meno valido cinematograficamente rispetto ai lavori di Leone, Corbucci o Sollima, anche per una sceneggiatura che procede a scatti e non approfondisce più di tanto i personaggi (con l'eccezione del Chuncho, vero centro nevralgico del film), ma merita comunque un posto di rilievo nella storia del genere per aver cominciato a portare allo scoperto quei temi politici e sociali che spesso vi scorrevano sotterranei. Non ci sono infatti solo le sequenze che segnano lo sviluppo della coscienza politica del Chuncho (all'inizio interessato solo al denaro, e poi – pian piano – alle sorti della rivoluzione; significativa la sua frase finale, quando regala una borsa piena di monete d'oro a un lustrascarpe: "Non comprarti il pane con esto dinero, hombre! Compra dinamite!"). È soprattutto il personaggio interpretato da Lou Castel a rappresentare un'evidente metafora degli interventi degli Stati Uniti negli affari interni degli altri paesi: la CIA nell'America Latina in primis, ma anche il conflitto in Vietnam di quegli anni. Molto bello il finale, e in generale la costruzione della vicenda. Volontè ripropone la recitazione istrionica e vitale di cui aveva già dato prova nei film di Sergio Leone, anche se in questo caso il suo personaggio è decisamente più positivo. Castel, rivelatosi l'anno prima ne "I pugni in tasca" di Bellocchio, è freddo e controllato: reciterà successivamente in un altro western atipico, "Requiescant", al fianco di Pier Paolo Pasolini. Klaus Kinski interpreta il "Santo", prete-bandito che fa parte della gang del Chuncho, ma il suo ruolo (che ricorda un po' il Frate Tuck della banda di Robin Hood) è piuttosto limitato. Nel cast anche Martine Beswick (l'unica donna del gruppo di banditi), Andrea Checchi e Carla Gravina. Musica di Luis Bacalov (con "supervisione" di Ennio Morricone).