31 agosto 2014

Nosferatu (Friedrich W. Murnau, 1922)

Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1922
con Max Schreck, Gustav von Wangenheim
***1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane agente immobiliare Hutter si reca nei Carpazi per far visita all'elusivo conte Orlok, che intende acquistare una casa nella cittadina tedesca di Wisborg. Scoprirà che il conte è un nosferatu (un "non morto", ovvero un vampiro), intenzionato a seminare il male in città. E infatti il suo arrivo a bordo di una nave fantasma, che trasporta lui e le sue bare piene di terra, scatena un'epidemia di peste per le strade di Wisborg: solo il sacrificio della virginale Ellen (Greta Schröder), la fidanzata di Hutter che si consegna volontariamente al vampiro facendogli dimenticare che l'alba sta sorgendo, porrà fine al dominio del male. Caposaldo dell'horror e del cinema espressionista tedesco (anche se, a differenza di pellicole puramente espressioniste come "Il gabinetto del dottor Caligari", stilisticamente mostra l'inizio di una contaminazione con il realismo: si pensi alle numerose scene girate in esterni), il film è ovviamente un adattamento non autorizzato del romanzo "Dracula" di Bram Stoker, del quale i produttori cambiarono l'ambientazione e tutti i nomi dei personaggi. In seguito al successo della pellicola, nel 1925 gli eredi di Stoker fecero causa e un tribunale ordinò di distruggere tutte le copie del film. Per fortuna alcune sopravvissero (lo stesso Murnau ne mise in salvo una) fino ai nostri giorni: da queste provengono le attuali versioni restaurate. Non si tratta del primo adattamento cinematografico di "Dracula" (esisterebbero infatti due versioni, rispettivamente russa e ungherese, del 1920 e del 1921, andate perdute e chissà quanto fedeli) ma sicuramente del più influente, almeno fino alla versione hollywoodiana del 1931 con Bela Lugosi. Qui il nosferatu, più che un semplice vampiro, è un vero e proprio catalizzatore di malvagità, la cui sola presenza scatena l'inferno in terra: indimenticabile l'invasione di ratti che fuoriescono dalle bare, la processione di morti per le strade della città, la follia che si fa strada nelle menti di personaggi come Knock (Alexander Granach), che corrisponde al Renfield del romanzo originale. Murnau dona alle varie sequenze una palpabile "qualità cinematografica", rende l'orrore tangibile (ai tempi fu persino criticato per la "concretezza" del male e del vampiro, che diversi osservatori avrebbero voluto reso in maniera più eterea, per esempio soltanto attraverso ombre) e utilizza molti dei trucchi ottici che il cinema di allora gli metteva a disposizione: sequenze accelerate, la fotografia in negativo che rende spettrale il bosco attorno al castello, dissolvenze e animazioni a passo uno che permettono a Orlok di mettere in mostra i propri poteri. Eppure il fascino maggiore non è dato dagli effetti speciali ma, appunto, dalla presenza stessa del vampiro, le cui fattezze fisiche (testa calva, orecchie appuntite e sporgenti, denti pronunciati, e soprattutto le mani adunche la cui ombra si allunga), da vero pipistrello-umano, sono ancora terrorizzanti ai giorni nostri. A lungo si è speculato che il misterioso attore Max Schreck, di cui non si sapeva quasi niente (e il cui cognome, in tedesco, significa "spavento"), fosse lo stesso Murnau. Nel film "L'ombra del vampiro", uscito nel 2000, si azzarda addirittura l'ipotesi che fosse un vero vampiro! In realtà pare che si trattasse di un attore di teatro, fra l'altro apparso anche in altre pellicole minori negli anni venti. Nel 1979 Herzog ne ha fatto un remake con Klaus Kinski e Isabelle Adjani, girato in doppia versione (inglese e tedesco).

30 agosto 2014

I giovani leoni (Edward Dmytryk, 1958)

I giovani leoni (The Young Lions)
di Edward Dmytryk – USA 1958
con Marlon Brando, Montgomery Clift, Dean Martin
**

Visto in divx, alla Fogona, con Monica e Marisa.

Le tragedie della seconda guerra mondiale viste attraverso gli occhi e le esperienze di tre giovani militari: un ufficiale tedesco (Marlon Brando, biondo per l'occasione) e due soldati semplici americani (Dean Martin e Montgomery Clift). Tratta da un romanzo di Irvin Shaw e tutta incentrata sui personaggi anziché sulle vicende della guerra, la pellicola-monstre (quasi tre ore di durata) segue le loro storie in modo parallelo, senza farle mai incontrare se non nel finale, nello spazio di una breve scena. Pur celebrando l'eroismo e il coraggio (ma anche l'amicizia), la sceneggiatura è scevra di retorica militarista: anzi, non perde occasione per mettere in luce l'inutilità e gli orrori della guerra, di fronte alla quale tutti i tre protagonisti si trovano a disagio, e ha almeno il pregio di offrire anche il punto di vista di un tedesco (ossia un nemico), il maestro di sci bavarese interpretato da Brando, inizialmente entusiasta e colmo di speranza per il benessere promesso da Hitler ma ben presto a sua volta insofferente verso la guerra, fra superiori che gli ordinano di compiere massacri senza senso e l'amara scoperta dell'esistenza dei campi di concentramento. Insolito peraltro, in un film degli anni cinquanta, che si mostri come fra i tedeschi non tutti fossero "cattivi" (ma d'altronde, a un certo punto si prevede che a guerra finita, "entro dieci anni, saremo pappa e ciccia con tedeschi e giapponesi"). Ben realizzate le scene di combattimento, che Dmytryk (all'epoca appena uscito dalla lista nera di Hollywood) gira con realismo e concretezza. Nella sequenza del bullismo cui è sottoposto l'ebreo Ackerman (Clift) in caserma, con il tacito consenso dei superiori, è possibile leggere fra le righe un'amara riflessione proprio sui difficili anni del maccartismo. Quanto a Martin, che interpreta un uomo di spettacolo costretto dalla guerra a dimostrare il coraggio che non pensava di avere, il film rappresentò il suo lancio come attore serio, all'indomani della "rottura" della coppia comica che formava con Jerry Lewis. Da notare che Brando non compare mai sullo schermo insieme ai due co-protagonisti. Nel cast anche Maximilian Schell (il capitano Hardenberg), Lee Van Cleef, e una pletora di donzelle (in mezzo all'orrore, le donne sono punto di riferimento continuo e ancora di salvataggio dei personaggi): Hope Lange (la moglie di Clift), Barbara Rush (la fidanzata di Martin), Liliane Montevecchi (la francese di cui si innamora Brando) e May Britt (la moglie di Schell, che condivide con il marito la tragica deriva verso il disastro).

28 agosto 2014

La mia vita in rosa (Alain Berliner, 1997)

La mia vita in rosa (Ma vie en rose)
di Alain Berliner – Belgio/Francia 1997
con Georges du Fresne, Jean-Philippe Ecoffey
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Il piccolo Ludovic, un bambino di sette anni che si è appena trasferito con la famiglia in un nuovo quartiere, si veste da bambina, gioca con le bambole e sogna, una volta cresciuto, di diventare donna e di sposare il suo compagno di scuola Jérôme. La sua famiglia fatica ad accettarne la natura, al punto da mandarlo persino da uno psicologo: ma di fronte all'ostracismo e all'emarginazione da parte dei vicini e della comunità in cui vivono, serrerà le fila e arriverà a comprendere il bisogno di Ludovic di affermare la propria identità di genere. Una pellicola che affronta il tema della transessualità in maniera leggera e da un punto di vista infantile, come dimostrano anche le scelte formali (i colori vivaci o pastello della fotografia) e il tono fumettoso e surreale (con la ricorrente fantasia di Ludovic di far parte del "mondo di Pam", personaggio simil-Barbie di cui segue le vicende in tv, nella cui "casa di bambola" sogna di abitare, e che appare più volte come una sorta di "fata madrina" che lo protegge). Di fronte alle ipocrisie e alle proteste degli adulti, il piccolo protagonista fatica a comprendere perché tutti se la prendono con lui o complichino qualcosa che per lui è assolutamente semplice (esilarante la scena in cui cerca di immaginare come possa essere avvenuto l'errore che ha portato ad assegnargli i cromosomi sbagliati alla nascita). Significativo l'ambiente in cui si svolge la storia: un quartiere di periferia composto da villette a schiera tutte uguali, metafora di quell'omologazione che rifiuta ogni forma di diversità o di devianza (un escamotage simile a quello cui era ricorso Tim Burton nel suo "Edward Mani di Forbice", ambientato in un quartiere simile). Questa e altre caratteristiche donano alla pellicola – al di là della serietà del tema trattato – i toni di un "film giocattolo". Incredibilmente vietato ai minori negli Stati Uniti. Il titolo allude scherzosamente alla celebre canzone di Edith Piaf "La vie en rose".

26 agosto 2014

Riso amaro (Giuseppe De Santis, 1949)

Riso amaro
di Giuseppe De Santis – Italia 1949
con Silvana Mangano, Doris Dowling
***1/2

Visto in divx, alla Fogona.

In mezzo alle mondine (le donne addette al trapianto e alla raccolta del riso) che vengono assunte con un contratto stagionale per lavorare nelle risaie del Vercellese, si nasconde anche Francesca (Doris Dowling), cameriera in fuga dalla polizia per aver aiutato il suo fidanzato Walter (Vittorio Gassman) a rubare una preziosa collana da un albergo di lusso. Il monile in realtà è falso, ma attira l'attenzione di Silvana (Silvana Mangano, praticamente al suo esordio), esuberante e spregiudicata ragazza che sogna un futuro diverso (è appassionata lettrice di rotocalchi) e che si lascia ammaliare dal fascino tenebroso del mascalzone, finendo con il diventare sua complice nel progetto del furto di tutto il riso raccolto. Francesca, che d'altro canto aspira a una vita onesta e umile, sviluppa una coscienza sociale, impara ad apprezzare il lavoro nei campi e si innamora del saggio e concreto sergente in odor di congedo (Raf Vallone) che faceva la corte a Silvana. Oltre agli uomini, le due donne finiscono con lo scambiarsi dunque i sogni, gli ideali, i mondi. Ma finirà in tragedia. Insolita commistione fra neorealismo e thriller (più che melodramma), "Riso amaro" è uno dei film più celebri e significativi del cinema italiano, oltre che il primo film neorealista a riscuotere un cospicuo successo di pubblico: forse proprio a causa della suddetta commistione, che accanto ai temi sociali (le condizioni del lavoro nelle risaie, le differenze fra mondine "in regola" con i sindacati e "clandestine") imbastisce una trama "gialla" (il furto della collana, il drammatico e sanguinoso confronto finale nella macelleria). L'ambientazione insolita (l'idea di raccontare il lavoro delle mondine venne al regista quando, nel 1947, udì i canti delle mondine in partenza dalla stazione di Torino dove era in attesa di una coincidenza) consente di proporre scenari inediti e memorabili (le risaie del nord-ovest, gli argini, i campi dove si balla di sera, la cascina che funge da dormitorio per le ragazze – e che prima ancora era una caserma di fortuna per un battaglione di soldati) e di mescolare personaggi "veri" (le varie donne al lavoro) e da pellicola di suspense (su tutti il delinquente interpretato da Gassman). Il soggetto fu messo a punto da De Santis insieme a Carlo Lizzani e Gianni Puccini. Silvana Mangano, che in precedenza vantava solo qualche comparsata in un paio di pellicole, fu definita dal regista come la "Rita Hayworth italiana", e si capisce perché: forme esuberanti, presenza scenica, fisicità magnetica, sguardo fiero e deciso. Divenne un immediato sex symbol, anche per via dell'abbigliamento richiesto dal ruolo di mondina (camicia attillata, pantaloncini, calze nere a metà coscia). La voce, però, non è la sua ma quella di Lydia Simoneschi (già doppiatrice di tante dive americane, fra cui proprio la Hayworth). Sul set, la Mangano conobbe il suo futuro marito, il produttore Dino De Laurentiis. Anche Raf Vallone, ai tempi giornalista de "L'Unità", era al debutto.

24 agosto 2014

Sexmission (Juliusz Machulski, 1984)

Sexmission (Seksmisja)
di Juliusz Machulski – Polonia 1984
con Jerzy Stuhr, Olgierd Łukaszewicz
**1/2

Visto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli inglesi.

Due volontari per un esperimento di ibernazione, anziché risvegliarsi come previsto dopo tre anni, lo fanno dopo 53 anni e si ritrovano in un mondo popolato solo da donne: in seguito a una guerra, infatti, le radiazioni hanno eliminato i geni maschili dalla faccia del pianeta; e le donne, rifugiatesi sottoterra, hanno imparato a riprodursi in provetta, rendendo di fatto "inutili" gli uomini. Bizzarro film di fantascienza polacco diventato di culto in patria, girato a bassissimo budget e ricco di ironia, che è anche e soprattutto una satira su più livelli (politico, sociale e sessuale), dove l'oppressiva e totalitaria società femminista del futuro riecheggia, in maniera nemmeno troppo velata, quella comunista del presente (all'epoca in crisi e in predicato di crollare a breve termine). Il futuro claustrofobico in cui il biologo Albert (Łukaszewicz) e l'avventuriero Max (Stuhr) si ritrovano è iper-burocratizzato, i suoi membri sono privi di emozioni e sentimenti e senza memoria del passato, i leader non si fanno scrupolo di puntare sulla disinformazione (la verità stessa viene piegata alle esigenze: "Copernico e Einstein erano donne", si afferma a un certo punto!); eppure l'organizzazione statale funziona tutt'altro che bene (i macchinari cadono a pezzi, fra le diverse divisioni al governo ci sono rivalità interne) e, nonostante il vanto di aver eliminato guerre, malattie e povertà, la società è circondata da "sacche" di resistenza formate da gruppi di "degenerate" che vivono in clandestinità. Le donne, che assumono a intervalli regolari una pillola per tenere a freno gli impulsi sessuali, sono ormai convinte di poter fare a meno degli uomini, eppure basta un bacio rubato da Max a Lania (Beata Tyszkiewicz), la ricercatrice che indaga su di loro, per risvegliare in lei emozioni e curiosità. Al di là delle numerose battute e delle situazioni ironiche (la maggior parte delle quali prende di mira il conflitto fra sessi, fra eccessi di femminismo o – da parte di Max – di maschilismo), la pellicola fa parte a pieno diritto del più cupo genere distopico alla "THX 1138" o "La fuga di Logan" (e non sarà forse una coincidenza che sia stato prodotto nell'"orwelliano" 1984?). Memorabile la scena del processo in cui si discute di quale sarà il destino dei due uomini: essere "naturalizzati" (cioè trasformati in donne) oppure eliminati? Parecchi i colpi di scena nel finale. Lo spunto iniziale dell'ibernazione sarà replicato pari pari in "Idiocracy", film che condivide con questo l'approccio satirico. Non mancano fugaci (ma nemmeno troppo) scene di nudo, per non parlare dell'inquadratura sui titoli di coda.

22 agosto 2014

Addio alle armi (Frank Borzage, 1932)

Addio alle armi (A farewell to arms)
di Frank Borzage – USA 1932
con Gary Cooper, Helen Hayes
**1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Primo adattamento cinematografico del celebre romanzo di Ernest Hemingway, pubblicato solo tre anni prima (nel 1929) e ambientato sul fronte del Piave durante la prima guerra mondiale. Il tenente americano Frederic Henry (Cooper), che guida ambulanze per conto dell'esercito italiano, si innamora dell'infermiera inglese Catherine Barkley (Hayes). Ma gli eventi della guerra li separeranno: lei, incinta, si rifugerà in Svizzera per partorire, mentre lui, pur di raggiungerla, diserterà dopo la disastrosa battaglia di Caporetto. Ma sarà troppo tardi, e Catherine morirà di parto fra le sue braccia. Struggente love story che la sceneggiatura vena di ulteriore romanticismo rispetto al libro, sullo sfondo di un conflitto percepito come insensato: ma l'antimilitarismo è veicolato senza retorica, e le vicende della guerra lasciano sempre spazio in primo piano ai personaggi, simpatetici e tridimensionali (la caratterizzazione fornita da Hemingway, ai protagonisti come ai comprimari, è ovviamente favorita dalla natura semi-autobiografica del romanzo). Adolphe Menjou è il maggiore Rinaldi, il medico amico di Frederic che gli presenta Catherine. La differenza di statura fra i due protagonisti (uno e novanta lui, appena un metro e mezzo lei) è talmente evidente che, nella scena in cui passeggiano affiancati, fanno quasi fatica a baciarsi. La regia di Borzage rende memorabili alcune sequenze, come il bombardamento che interrompe i bagordi di Rinaldi e Frederic (che conversa con il piede di una prostituta), la soggettiva del ricovero di Frederic a Milano, il finale che fa coincidere la fine della guerra con la morte di Catherine e che dona la pellicola il tono di un vero e proprio melodramma romantico. Pur avendo edulcorato alcuni dei passaggi più cinici e pessimisti di Hemingway e avendo evitato di soffermarsi nei dettagli sulla sconfitta di Caporetto (presentata attraverso un montaggio un po' confuso di immagini dai toni quasi irreali, girate evidentemente in studio e non in esterni), il film fu proibito in Italia durante il fascismo. Degna di nota la fotografia di Charles Lang, premiata con l'Oscar. Rifatto (peggio) nel 1957 da Charles Vidor.

20 agosto 2014

Crepuscolo di Tokyo (Yasujiro Ozu, 1957)

Crepuscolo di Tokyo (Tokyo boshoku)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1957
con Chishu Ryu, Setsuko Hara, Ineko Arima
***

Rivisto in DVD, alla Fogona, in originale con sottotitoli.

L'anziano banchiere Shukichi (Chishu Ryu) vive con le due figlie Takako (Setsuko Hara) e Akiko (Ineko Arima). La prima, sposata e con una bambina, ha lasciato il marito per tornare nella casa del padre; la seconda, all'insaputa di tutti, è stata messa incinta da uno studente scapestrato che ora la evita. Le due ragazze scoprono che la madre (Isuzu Yamada), che aveva abbandonato la famiglia quando loro erano ancora piccole, è tornata in città e gestisce una sala da mahjong in periferia. Dopo aver abortito senza dirlo a nessuno, l'angosciata Akiko viene investita da un treno e muore. Takako, dopo aver accusato la madre di essere la responsabile della tragedia, decide allora di tornare dal marito affinché sua figlia possa crescere con l'amore di entrambi i genitori. Ambientato durante un inverno freddo e rigido, l'ultimo film in bianco e nero di Ozu mette in scena la dissoluzione della famiglia nella maniera più drammatica possibile: non più a causa di dinamiche inevitabili come l'invecchiamento o il cambiamento dovuto allo scorrere del tempo (si pensi a "Viaggio a Tokyo" o "Tarda primavera"), ma attraverso tragedie, incomprensioni e colpe ben precise. Insieme al precedente "Inizio d'estate" forma un dittico con cui Ozu e lo sceneggiatore Kogo Noda cercarono in qualche modo di adeguarsi, anche su insistenza dei produttori, alle novità portate – in termini di temi trattati e caratterizzazioni dei personaggi – dalle nuove generazioni di cineasti giapponesi, prodromo di quella nuberu bagu (nouvelle vague) che sarebbe sfociata nei lavori di Oshima, Imamura e compagni. Ed ecco che si affrontano temi "forti" come l'aborto, l'abbandono, il tradimento, la separazione, e si allude anche alla prostituzione, anche attraverso la cronaca (vedi il personaggio che legge il giornale, commentando la notizia sull'abolizione di una legge in materia) sia pure mantenendosi nella cornice dello shomingeki (il cinema sulla "classe media") e dello stile sobrio e controllato cui Ozu ci ha sempre abituato. Dopo questo esperimento, tuttavia, il regista e il suo fido sceneggiatore torneranno sui binari a loro consoni, anche col rischio di veder bollati i film successivi come antiquati e fuori dal tempo.

In generale la pellicola mette in scena nella maniera più diretta la frattura fra generazioni: pur amandosi, fra il padre e le due figlie c'è assoluta incomunicabilità, incomprensione, persino mancanza di fiducia reciproca, il che sfocia in sensi di colpa, rancore e rimpianti. Il primo (così come la zia) è ancora legato a ideali vecchi e superati quali l'usanza delle nozze combinate (che hanno prodotto il matrimonio infelice di Takako), e non si rende conto delle condizioni in cui si trova Akiko. Le due figlie, d'altro canto, non si confidano con lui: Takako non gli parla apertamente dei problemi che ha con il marito, mentre Akiko preferisce chiedere un prestito a parenti e conoscenti pur di non rivelargli che è incinta, ed entrambe gli tengono nascosto il ritorno della madre in città (anche se nel finale Shukichi mostra di esserne al corrente, quando invita Takako ad andare a salutarla alla stazione). Il mondo dei giovani, soprattutto quello di Akiko e dei suoi compagni, è sregolato e incerto, e corre su binari quasi paralleli a quelli vecchi e ordinati dei genitori: tema consueto per Ozu, certo, ma che mai come in questo caso può essere letto come un'allusione ai cambiamenti in atto non soltanto nella società giapponese ma anche nel mondo del cinema, dove i registi più giovani esprimevano apertamente il proprio dissenso verso la realtà contemporanea. In effetti, a livello di umanità c'è poco da salvare: i giovani trascorrono le giornate in locali equivoci o squallide sale da gioco, all'insegna dell'incertezza per il futuro, mentre i rapporti sessuali sono sì liberi ma anche freddi e irresponsabili. Altrettanta irresponsabilità è però veicolata dalla generazione precedente, talmente impegnata dal proprio lavoro da trascurare del tutto i figli e i loro problemi. E se nel finale Takako sceglie di tornare dal marito, non è certo per amore ma solo per il bene superiore della sua bambina (anche se l'amore che riceverà da entrambi i genitori sarà probabilmente solo apparente). Stilisticamente, il film è interessante per il montaggio: fenomenali alcune transizioni, come quella che mostra – subito dopo la scena di Akiko che va ad abortire in clinica – la piccola figlia di Takako, anticipando la sequenza successiva in cui la ragazza, guardando la bambina, avrà finalmente piena consapevolezza di quello che ha fatto; oppure, nel finale, il soffermarsi sui volti di Kenji (nella scena in cui Akiko viene investita dal treno) o della madre (dopo che Takako le ha comunicato della morte di Akiko), seguiti da inquadrature sugli ambienti circostanti che, seppur vuoti, danno l'impressione di essere pieni delle emozioni dei personaggi. Pregio di un cineasta che, come sempre, racconta molto più di quello che mostra.

18 agosto 2014

Riflessi in un occhio d'oro (J. Huston, 1967)

Riflessi in un occhio d'oro (Reflections in a Golden Eye)
di John Huston – USA 1967
con Marlon Brando, Elizabeth Taylor
**

Visto in divx, alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

In un campo militare in Georgia, il maggiore Weldon Penderton (Brando) sospetta che la moglie Lenora (Taylor), appassionata cavallerizza, abbia una relazione con l'addetto al maneggio, il soldato Williams (Robert Forster, al suo debutto). In realtà l'amante della donna è un altro ufficiale, il colonnello Langdon (Brian Keith), la cui moglie Alison (Julie Harris) – nevrotica dopo la recente perdita di un figlio – è affidata alle cure del cameriere filippino effemminato Anacleto (Zorro David). Tratto da un romanzo di Carson McCullers, un film ambiguo e patinato, che più che dell'omosessualità repressa (come erroneamente affermano molte critiche) è una metafora – finanche troppo esplicita – dell'impotenza: esemplare la scena in cui il personaggio interpretato da Brando, incapace di cavalcare lo stallone Firebird, dopo essere stato gettato a terra dall'animale si sfoga su di lui frustandolo a sangue, per poi subire una sorte simile – essere colpito con il frustino – dalla moglie nel corso di una festa. Di contro, Williams (che cavalca nudo nella foresta, è maggiormente in sintonia con gli animali che con gli uomini, si introduce nottetempo nella camera di Lenora per guardarla dormire) rappresenta gli istinti animaleschi, il richiamo della natura, la libertà sessuale: tutto ciò che a Weldon è ormai precluso, di cui è invidioso o da cui è attratto. Altri riferimenti all'impotenza sono nelle figure di Anacleto, cui Langdon affida la moglie come alle cure di un eunuco, e del capitano Weincheck, costretto a un congedo precoce perché giudicato inadatto a esercitare l'autorità del comando. Peccato che il film, al di là della lettura psicologica, risulti piuttosto noioso e privo di ritmo e si faccia ricordare più per le caratteristiche tecniche (in una prima versione, la fotografia era stata iper-filtrata per rendere tutte le immagini di un color oro diffuso) che non per i contenuti. In quegli anni (fine '60 e inizio '70) il cinema hollywoodiano cercava una nuova strada dopo il crollo del sistema degli studios, rivolgendosi al cinema d'autore europeo, di cui provava a recuperare la profondità e gli intenti autoriali, con il rischio di sfornare pellicole pretenziose come questa. Solo l'avvento dei "movie brats" (Scorsese, Coppola, Lucas, Spielberg, ecc.), di lì a poco, avrebbe restituito al cinema americano una propria identità e una direzione da seguire. Il ruolo di Brando era stato inizialmente affidato a Montgomery Clift, che però morì poco prima dell'inizio delle riprese. Il titolo del libro piacque tanto a Ian Fleming da ispirargli un'avventura di James Bord ("GoldenEye", appunto).

15 agosto 2014

La fuga (Delmer Daves, 1947)

La fuga (Dark passage)
di Delmer Daves – USA 1947
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
***

Rivisto in divx, per ricordare Lauren Bacall.

Vincent Parry (Bogart) fugge dal carcere di San Quentin, dov'era rinchiuso per uxoricidio, intenzionato a dimostrare la propria innocenza. Con l'aiuto di Irene (Bacall), una misteriosa ragazza che sembra interessata al suo caso, si rifugia a San Francisco, dove un chirurgo plastico senza licenza (Houseley Stevenson) gli cambia i connotati. Ma anche in questo modo sarà difficile sfuggire alla polizia, che lo ritiene implicato anche in un secondo omicidio, e scoprire chi è invece il vero colpevole. Serrato noir ad alta tensione, tratto da un romanzo di David Goodis, con l'insolita particolarità di mostrare la prima mezz'ora quasi tutta in soggettiva (vediamo cioè quello che vede il protagonista, il cui volto non appare mai sullo schermo: una tecnica già usata l'anno prima da Robert Montgomery ne "Una donna nel lago"); segue un'altra mezz'ora in cui Bogart, in seguito all'operazione, ha la testa completamente fasciata e non parla mai; e soltanto nei quaranta minuti finali il divo – all'epoca il più pagato di Hollywood – si mostra finalmente in volto (quello prima della plastica compare soltanto sotto forma di una foto sul giornale). La trovata aumenta la tensione e la curiosità su una vicenda che, per il resto, è più incentrata sulla fuga disperata di Parry e sul rapporto con la misteriosa Irene che non sulla risoluzione del giallo, che giunge nel finale senza particolare sorprese. In ogni caso, il film vale la visione per le atmosfere ambigue quanto basta, il forte senso di accerchiamento e una certa malinconia di fondo. Apprezzabili piccoli spunti di commento sociale, come la scena alla stazione in cui un uomo e una donna discorrono della "solitudine di chi attende un autobus" (e proprio le loro parole spingono Parry a telefonare a Irene per chiederle di seguirlo nella fuga). A tratti Bogart sembra un po' a disagio (ma è il suo personaggio, non il solito "duro", a richiederlo), mentre la Bacall è elegante, ardita e luminosa quanto mai. L'energia e la chimica della coppia, per la terza volta insieme sullo schermo (dopo "Acque del sud" e "Il grande sonno"), è innegabile: e infatti gran parte della promozione pubblicitaria della pellicola ci giocò ampiamente. Nel cast anche Agnes Moorehead, Bruce Bennett e Clifton Young. Girato quasi tutto in esterni, con la fotografia di Sidney Hickox che esalta le strade, le colline, i ponti e i luoghi di San Francisco, rendendoli vivi e inquietanti.

13 agosto 2014

L'attimo fuggente (Peter Weir, 1989)

L'attimo fuggente (Dead Poets Society)
di Peter Weir – USA 1989
con Robin Williams, Robert Sean Leonard
****

Rivisto in divx, con Sabrina, per ricordare Robin Williams (scomparso ieri).

Nel 1959, in un rigido college del Vermont dove i rampolli delle famiglie più agiate vengono preparati per l'Università all'insegna dei "quattro pilastri" (tradizione, onore, disciplina ed eccellenza) e sono destinati a seguire una strada già tracciata per loro dai genitori o dalla società, il nuovo professore di letteratura John Keating (Robin Williams) cerca invece di portare i suoi studenti a scoprire la propria via in maniera indipendente. Attraverso l'insegnamento della poesia (o meglio, dell'amore per la poesia), l'eccentrico docente – che si fa chiamare "O capitano, mio capitano", da un verso di Walt Whitman – li spinge a pensare con la propria testa, a guardare le cose da differenti punti di vista, e soprattutto a "cogliere l'attimo" ("carpe diem", per usare una citazione da una poesia di Orazio) in modo da non sprecare le proprie potenzialità, "rendere straordinaria la propria vita" e "non accorgersi, in punto di morte, di non avere vissuto" (Thoreau). Affascinati dal suo approccio libero e aperto, i ragazzi riportano in vita la "Società dei Poeti Estinti" (Dead Poets Society, da cui il titolo originale del film: ma quello italiano – sia pur completamente cambiato – per una volta è azzeccato e assai più evocativo), gruppo clandestino di letture notturne; e ciascuno a modo suo sfrutterà l'esperienza per migliorarsi. Non tutti saranno però in grado di seguire la strada fino in fondo; se ci sarà chi recupererà la propria autostima, saprà lottare per le proprie passioni o compiere gesti coraggiosi e ricompensanti, per alcuni affrancarsi dall'autorità paterna si rivelerà di contro impossibile, e ne conseguirà una tragedia. Capolavoro di Peter Weir (se così si può definire un film di un regista che di capolavori in realtà ne ha girati almeno tre o quattro), nonché uno dei film più ispirazionali e emozionanti di tutti i tempi, non solo sul tema dell'insegnamento (dovrebbe essere visto da tutti i professori, prima ancora che dai loro studenti!) ma in generale su quello dell'approccio alla vita. Un film che parla direttamente allo spettatore e che resta dentro a lungo, forse per sempre: la parola "indimenticabile", in casi come questi, non è un modo di dire. All'epoca stupì per l'interpretazione intensa di Robin Williams, fino ad allora bollato come semplice attore comico, che qui dà vita a un personaggio straordinario e carismatico, di quelli che si vorrebbe conoscere nella vita reale. Eppure il focus non è solo su di lui, ma anche sugli studenti, interpretati in maniera quanto mai efficace da un nutrito gruppo di giovani attori, molti al debutto, alcuni dei quali faranno carriera.

Robert Sean Leonard è Neil Perry, sensibile e diligente, che il padre (Kurtwood Smith) ha già indirizzato verso un avvenire come medico ma che preferirebbe seguire altre passioni, come quella per il teatro (reciterà il ruolo di Puck, da "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare, in una recita scolastica). Ethan Hawke è Todd Anderson, timido e introverso (anche perché costretto a confrontarsi in continuazione con un fratello di successo), che grazie a Keating saprà uscire dal proprio guscio e, nel finale, sarà il primo a manifestargli apertamente il proprio ringraziamento. Abbiamo poi Knox Overstreet (Josh Charles), che diverrà abbastanza ardito da conquistare la ragazza che gli piace contro ogni avversità; e il "ribelle" Charlie Dalton, alias "Nuwanda" (Gale Hansen), quello più a suo agio nella lotta all'autorità e al conformismo, pur senza troppo pensare alle conseguenze; e ancora Steven Meeks (Allelon Ruggiero), Gerard Pitts (James Waterston), per finire con l'"inquadrato" Richard Cameron (Dylan Kussman), che preferirà tradire il gruppo e ritornare nel comodo e confortante alveo della disciplina piuttosto che cercare una strada non battuta. Il cast si completa con Norman Lloyd nei panni del severo direttore del college, il professor Nolan. La regia di Weir è solida, precisa, attenta a cogliere ogni espressione e ogni emozione veicolata dagli attori, ma anche a integrare le loro vicende nel paesaggio autunnale-invernale del Vermont, fra boschi, laghi e radure che circondano il college (la scena iniziale di uno stormo di uccelli migratori che si solleva dal lago è praticamente una metafora degli studenti stessi). La fotografia di John Seale esalta le scorribande notturne dei boschi da parte dei ragazzi della Setta dei Poeti Estinti, i loro incontri nell'angusta grotta, l'atmosfera irreale e al tempo stesso concretissima e palpabile della scena del suicidio e la corsa disperata di Todd sul lago ghiacciato. Ma non sono di meno le scene girate all'interno della scuola, alcune delle quali (Keating che incita i ragazzi a strappare dal libro di testo la pagina introduttiva, che pretenderebbe di misurare la "grandezza" di una poesia con un grafico, per esempio) sono diventate decisamente iconiche. Ad alto rischio di retorica il finale, con i ragazzi che salgono sui banchi per dimostrare la propria solidarietà al professore cacciato: eppure ci si commuove ogni volta (e poi, in fondo, non tutti gli studenti si alzano). La pellicola valse un Oscar per la migliore sceneggiatura a Tom Schulman (oltre a conquistarsi nomination per il film, per Weir e per Williams). La colonna sonora d'atmosfera di Maurice Jarre è integrata da brani di Haendel ("Musica sull'acqua"), Beethoven (l'Inno alla Gioia, l'Adagio dal quinto concerto per piano) e – fischiettato da Keating – il tema dell'Ouverture "1812" di Ciaikovsky.

11 agosto 2014

Onora il padre e la madre (S. Lumet, 2007)

Onora il padre e la madre (Before the devil knows you're dead)
di Sidney Lumet – USA 2007
con Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke
***

Visto in TV, con Sabrina.

L'ultimo film di Lumet (girato quando il regista aveva 83 anni) è un noir post-moderno che dà parecchi punti alle pellicole simili cui viene solitamente paragonato (a partire da quelle dei fratelli Coen). Caratterizzata da una narrazione destrutturata (gli eventi non vengono mostrati in ordine cronologico ma attraverso balzi avanti e indietro nel tempo, con alcune scene che sono mostrate più volte da diversi punti di vista, inizialmente incomplete e solo in seguito integrate con il resto), la pellicola è al contempo un dramma a tinte forti su una famiglia disfunzionale e un thriller tesissimo su un'impresa criminale votata al fallimento a causa dell'improvvisazione e dell'inettitudine dei suoi stessi protagonisti, nella più pura tradizione dei grandi heist movie del passato. Proprio questa commistione lo rende un perfetto trait d'union fra i melodrammi familiari del cinema moderno e i classici noir degli anni cinquanta. Spinti da un impellente bisogno di denaro, i fratelli Andy (Seymour Hoffman) e Hank (Ethan Hawke) progettano di rapinare la piccola gioielleria gestita dai propri genitori: il primo, contabile in un'agenzia immobiliare, deve coprire gli "ammanchi" causati dalla sua dipendenza dalla droga; il secondo, divorziato e perennemente al verde, è alle prese con gli alimenti e le rate scolastiche della figlia. Ma la rapina, anziché andare liscia come previsto, finisce in tragedia: la madre muore e il padre giura vendetta. Il meccanismo narrativo a flashback e anticipazioni amplifica costantemente la tensione, mentre la regia dell'anziano maestro mantiene sempre il controllo sulla materia e scava in profondità nel psicologia e nella morale dei personaggi senza lasciarsi andare a sberleffi e sbracature (i Coen, e qui torniamo ai paragoni irriverenti, avrebbero sicuramente "mancato" il climax o annacquato la tragedia con tocchi di humour nero a sproposito). Al servizio della sceneggiatura dell'esordiente Kelly Masterson abbiamo poi un gruppo di attori di razza, che oltre ai due protagonisti comprende un intenso Albert Finney (il padre) e una sempre sensualissima Marisa Tomei (la moglie di Andy), protagonista di diverse scene hot, fra cui quella che apre il film. Il titolo originale (con cui quello italiano non ha nulla a che vedere) è la seconda parte di un antico detto irlandese: "May you be in heaven half an hour before the devil knows you're dead" ("Che tu possa arrivare in paradiso mezz'ora prima che il diavolo si accorga che sei morto").

10 agosto 2014

North Country - Storia di Josey (N. Caro, 2005)

North Country - Storia di Josey (North Country)
di Niki Caro – USA 2005
con Charlize Theron, Woody Harrelson
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In fuga da un marito violento e con due figli a carico, Josey è costretta a tornare nel paese di origine, in Minnesota, dove trova lavoro in una miniera. Ma si tratta di un ambiente tradizionalmente maschile, in cui le poche donne sono soggette a ostilità, intimidazioni, maltrattamenti, offese e abusi di ogni tipo da parte dei colleghi. Ispirato a una storia vera, il film ripercorre la vicenda della prima class action americana contro le molestie sessuali sul luogo di lavoro, un caso giudiziario che fece scalpore e portò alla nascita delle prime leggi in materia. Purtroppo la pellicola, che presenta una versione romanzata degli eventi, non è scevra dalla retorica (in questo caso femminista) e dall'eccesso di semplicità che caratterizzano spesso questo tipo di opere, ingessate dalle loro stesse ambizioni e in cui i buoni propositi di denuncia sociale hanno spesso il sopravvento sull'equilibrio narrativo e cinematografico. Buona la descrizione dell'ambiente, ovvero la provincia americana arretrata, becera e maschilista (di cui anche l'hockey fa parte integrante), mentre risultano francamente ridicole alcune scene del processo, con particolare imbarazzo per il momento in cui l'avvocato della protagonista (Woody Harrelson) provoca il caporione Bobby Sharp (Jeremy Renner) per spingerlo a raccontare la verità sull'abuso subito da Josey. Poco credibile anche il repentino cambiamento del padre, sin dall'inizio ostile alla figlia e che di punto in bianco ne prende invece le difese, prodromo per l'inevitabile lieto fine. La Theron, nominata all'Oscar, cerca in ogni modo di elevare il personaggio oltre i limiti di una sceneggiatura scolastica, mentre nel resto del cast fanno buona figura Frances McDormand, Michelle Monaghan e Sean Benn. Richard Jenkins e Sissy Spacek sono i genitori di Josey.

8 agosto 2014

Fuga per la vittoria (John Huston, 1981)

Fuga per la vittoria (Escape to victory, aka Victory)
di John Huston – USA 1981
con Sylvester Stallone, Michael Caine
**1/2

Rivisto in TV.

Nel 1941, nella Parigi occupata dai nazisti, viene organizzata una partita di calcio a scopi propagandistici fra una squadra di soldati tedeschi e una composta da prigionieri di guerra alleati, in gran parte ex giocatori. La resistenza francese progetta di far fuggire i prigionieri durante l'intervallo fra il primo e il secondo tempo, attraverso un tunnel che sfocia negli spogliatori, ma i giocatori preferiranno tornare in campo per cercare di vincere l'incontro. Liberamente ispirato a un fatto realmente accaduto (la cosiddetta "partita della morte", giocata a Kiev nel 1942 fra soldati della Luftwaffe e prigionieri ucraini) già raccontato sullo schermo nel 1962 da due lungometraggi ungheresi e russi, un film dai toni epici e ingenui ma coinvolgente e trascinante, raro caso di incursione del cinema americano sul tema del "soccer". Come spesso accade in questo tipo di pellicole, il cast è nutrito e internazionale: si va da Max von Sydow (il maggiore tedesco Von Steiner, che in passato aveva fatto parte della nazionale tedesca e che si dà da fare per organizzare la partita: sarà l'unico fra i nazisti ad applaudire le prodezze degli avversari) a Michael Caine (il capitano Colby, allenatore e giocatore – nonostante la pancia, improbabile tanto per un atleta quanto per un prigioniero di guerra – della squadra degli alleati), da Sylvester Stallone (il portiere e l'unico giocatore statunitense, con tanto di scarsa conoscenza delle regole del gioco e diffidenze iniziali per uno sport che non consente il placcaggio!) a tutta una serie di fuoriclasse internazionali che interpretano i vari giocatori sul campo (in particolare il brasiliano Pelè, la cui rovesciata per il 4-4 finale è uno dei momenti più memorabili della pellicola; ma anche l'inglese Bobby Moore, l'argentino Osvaldo Ardiles, il polacco Kazimierz Deyna, il belga Paul Van Himst, l'olandese Co Prins, il danese Søren Lindsted e molti altri: ben tre di questi – Pelè, Moore e Ardiles – erano stati campioni del mondo). Se la prima parte del film, con evidenti echi di pellicole belliche tipo "La grande fuga", è puramente introduttiva (ma non mancano spunti interessanti, come la riflessione sulla disparità di trattamento che i nazisti riservavano ai prigionieri dell'Europa dell'est rispetto agli anglosassoni e agli occidentali), la partita di calcio vera e propria, che occupa tutta la parte finale della pellicola, è girata da Huston con stile realistico e una discreta attenzione alle regole dell'epoca (che, per esempio, non contemplavano le sostituzioni: il che spiega come mai Pelé esca dal campo per poi rientrarvi a pochi minuti dallo scadere). Celebre il finale in cui Stallone (che per il ruolo venne allenato dal portiere inglese Gordon Banks) para il rigore decisivo tirato dal capitano della squadra tedesca Baumann (Werner Roth),scatenando l'entusiasmo e l'invasione del pubblico. La gara, che si immagina giocata al leggendario stadio Colombes di Parigi (lo stesso in cui si svolse il mondiale del 1938) ma le cui riprese sono state in realtà effettuate a Budapest, è da gustarsi con uno sguardo incantato e un po' infantile, animati da un tifo viscerale che porta a sostenere la squadra degli alleati, a soffrire o indignarsi per il gioco duro degli avversari o per l'arbitraggio di parte, e ad esultare per ogni gol segnato, con una progressione inarrestabile fino all'apoteosi finale. Anche per questo motivo, nonostante gli stereotipi nelle caratterizzazioni dei personaggi e le ingenuità della trama, il film può essere considerato uno dei più significativi mai realizzati sul calcio.

7 agosto 2014

Alex l'ariete (Damiano Damiani, 2000)

Alex l'ariete
di Damiano Damiani – Italia 2000
con Alberto Tomba, Michelle Hunziker
*

Visto in TV.

Il carabiniere Alex Corso (detto "l'ariete") è incaricato di scortare una ragazza implicata in un processo. Durante il tragitto, la salverà a più riprese da malintenzionati che la vogliono uccidere, e finirà col prenderne le parti per dimostrare la sua innocenza e incastrare i veri cattivi. Terminata la sua brillantissima carriera sugli sci, Alberto Tomba si lasciò convincere a intraprendere quella di attore... che però durò lo spazio di una sola pellicola, questa. E si capisce perché: "Alex l'ariete" è probabilmente il peggior film che abbia mai visto in vita mia. E non soltanto per colpa di Albertone (che pure ce la mette tutta: ma la sua recitazione è per forza di cose inespressiva, dilettantesca, costantemente a disagio. Che cosa si pretendeva, d'altronde? Fossimo stati negli anni settanta, forse il doppiaggio avrebbe potuto almeno rimediare alla parlata romagnola monocorde). Al suo fianco persino la Hunziker non sfigura, benché la sua bellezza sia di parecchi ordini di grandezza superiore alle qualità recitative. Ma questi difetti, che possono anche strappare un sorriso, sono ben poca cosa in confronto a quelli strutturali: un soggetto visto mille volte e privo di qualsiasi guizzo o appeal, una sceneggiatura che più piatta non si può e che inanella parecchie vette di ridicolo involontario, una carenza generale nel comparto tecnico (regia – che pure è di un veterano del cinema italiano come Damiani – svagata o assente, fotografia e montaggio sotto il livello di guardia), la cui sciatteria fa rimpiangere i ben più professionali poliziotteschi a basso budget di una volta. Il progetto era stato messo inizialmente in cantiere come fiction per la tv, e in effetti il livello è quello; in corso d'opera fu sciaguratamente trasformato in un film per le sale cinematografiche, ed è inutile dire che ne risultò un meritato flop. E pensare che Tomba era un carabiniere anche nella realtà... Fra i comprimari, vanno ricordati almeno Orso Maria Guerrini e Corinne Cléry. Per gli amanti del trash, ma forse nemmeno per loro.

5 agosto 2014

Boys don't cry (Kimberly Peirce, 1999)

Boys don't cry (id.)
di Kimberly Peirce – USA 1999
con Hilary Swank, Chloë Sevigny
***

Rivisto in divx, con Sabrina.

Nato biologicamente come donna, il ventunenne Teena Brandon si percepisce come un maschio: e dunque va in giro per il Nebraska vestito e acconciato da uomo, con il nome di Brandon Teena. Dopo aver fatto conoscenza con un gruppo di ragazzi alquanto problematici e distruttivi, si innamora di Lana e progetta di fuggire con lei lontano da un'esistenza vuota e senza prospettive: ma quando il suo segreto verrà alla luce, scoppierà la tragedia. Ambientato nell'America più profonda, arretrata e intollerante, un film tratto da un fatto reale di cronaca che sfiora temi ad ampio spettro come l'identità, l'autodeterminazione e l'accettazione (di sé e degli altri). È anche una delle rare pellicole a denunciare le problematiche dei transgender in un ambiente ostile che, nel migliore dei casi, non li distingue dai gay o dalle lesbiche. L'approccio realistico nella narrazione culmina, nel finale, in una serie di scene di forte impatto emotivo che rappresentano un vero e proprio pugno nello stomaco, anche per merito della fotografia di Jim Denault (che coinvolge lo spettatore nel girovagare notturno di Brandon e compagni, catturandone al contempo la solitudine, l'isolamento e la disperata ricerca di libertà: non a caso un critico ha parlato di una versione transgender di "Gioventù bruciata"). Ma c'è anche un'eccellente recitazione e una regia solida che non si concede divagazioni o distrazioni. Primo film della regista Kimberly Peirce (la cui carriera successiva, almeno per ora, non ha prodotto granché), è valso alla Swank il premio Oscar come miglior attrice: se pensiamo che era stata protagonista del quarto capitolo di "Karate Kid" (la scena in cui Brandon, in auto con i suoi amici, si ferma davanti a una scuola di karate potrebbe essere una strizzatina d'occhio a quella pellicola) e che successivamente ha ripetuto l'exploit come pugile nel "Million Dollar Baby" di Clint Eastwood, risulta evidente la prevalenza di ruoli mascolini nella sua filmografia. Il titolo proviene da una canzone dei The Cure, una cover della quale è presente nella colonna sonora.

3 agosto 2014

Un posto al sole (George Stevens, 1951)

Un posto al sole (A place in the sun)
di George Stevens – USA 1951
con Montgomery Clift, Elizabeth Taylor, Shelley Winters
***1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Eva e Marisa.

Quando George Eastman (Clift), giovane di bassa estrazione che lavora nella fabbrica di un ricco zio, si innamora (ricambiato) della bella ereditiera Angela Vickers (Taylor), si rende conto di avere a portata di mano una formidabile scorciatoia verso la ricchezza e l'alta società. Pur di non perdere l'occasione, progetta di uccidere l'operaia Alice, che ha malauguratamente messo incinta e che pretende un matrimonio riparatore. Non ne avrà il coraggio, ma Alice morirà lo stesso cadendo accidentalmente nel lago durante una gita in barca. Accusato di omicidio, George ammetterà dentro di sé la propria colpevolezza e accetterà la condanna alla sedia elettrica. Da un romanzo di Theodore Dreiser, già portato sullo schermo nel 1931 da Josef von Sterberg ("Una tragedia americana"), una delle pellicole più celebrate e significative sul sogno americano e sulla corruzione che esso può recare con sé (Charles Chaplin, dopo averlo visto, lo definì "Il più grande film sull'America mai girato"). E questo nonostante la sceneggiatura privilegi, almeno a un livello superficiale, l'analisi psicologica a quella sociale, cercando di mostrare le ragioni di tutti. Montgomery Clift, con la sua recitazione interiore e sotto le righe (frutto del "metodo Stanislavskij"), fece scalpore e divenne – insieme a James Dean e Marlon Brando – uno degli attori simbolo della Hollywood degli anni cinquanta. Qui tratteggia alla perfezione un personaggio più "normale" che cattivo: un ragazzo semplice, sensibile, educato, che però cade vittima di una tentazione diabolica e irresistibile per liberarsi di un ostacolo che gli "tarperebbe le ali". La regia di Stevens sottolinea ogni passaggio della vicenda, e in particolare gli stati d'animo dei personaggi, attraverso la forza delle immagini più che quella delle parole: si pensi ai primi piani prolungati, in particolare quello sul volto di George quando comincia a concepire il suo piano, sottolineato soltanto dalla musica della colonna sonora. Interessanti anche le sovrimpressioni, anch'esse con lo scopo di illustrare sentimenti e motivazioni (a volte addirittura inconscie) dei personaggi, come nel caso in cui l'immagine della madre (con cui ha appena parlato al telefono) permane sulle scene della festa alla quale George sta partecipando. Proprio il background del protagonista non è di poco conto nell'economia della sua personalità: la famiglia metodista e ultrareligiosa, che lo ha portato con sé nelle sue missioni sin da quando era un bambino, ha creato una sorta di "tappo" che l'improvviso contatto con un mondo fatto di ricchezza, di lusso e di feste ha fatto saltare. Da notare che persino i ricchi parenti di George lo tengono a distanza, trattandolo con una certa snobberia, cosa che non gli impedisce di provare attrazione per quella vita. Il film vinse sei premi Oscar, fra cui quelli per la regia e la sceneggiatura. Curiosità: ben prima di diventare famoso come Perry Mason, Raymond Burr interpreta qui il procuratore distrettuale.