31 gennaio 2014

The killer (John Woo, 1989)

The killer (Diexue shuangxiong)
di John Woo – Hong Kong 1989
con Chow Yun-Fat, Danny Lee
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Mentre sta portando a termine un contratto, il killer Ah Jong (chiamato Jeffrey nella versione internazionale e interpretato dal solito, carismatico Chow Yun-Fat, l'attore-feticcio di Woo) ferisce involontariamente agli occhi una cantante (Sally Yeh), che perde la vista. Roso dai sensi di colpa, medita di abbandonare la professione: non prima però di accettare un ultimo incarico per procurarsi il denaro necessario a un delicato trapianto di cornee per la ragazza, che nel frattempo ha cominciato a frequentare (tenendole nascosta la propria identità). Ma il gangster della triade che gli ha commissionato il lavoro, anziché consegnargli il denaro pattuito, intende farlo eliminare. E nel frattempo sulle sue tracce si mette il giovane detective Li Ying (o Danny, interpretato da Danny Lee), dai modi spicci e non proprio benvoluto dai suoi superiori. Fra il sicario e il poliziotto (che si chiamano a vicenda con i soprannomi "Topolino" e "Dumbo") nasce un'insolita amicizia, essendo entrambi in lotta contro un sistema che, a differenza loro, non rispetta i codici d'onore. Dopo il successo dei primi due "A Better Tomorrow" e la rottura con il produttore Tsui Hark, John Woo si rimette in gioco scrivendo e dirigendo quello che diverrà il più celebre e rappresentativo fra i capolavori da lui realizzati a Hong Kong. Più che un semplice action movie, è un noir melodrammatico, tragico e struggente, sui temi a lui cari dell'eroismo e dell'amicizia virile: elementi che – sostenuti anche da uno stile ormai maturo e folgorante, tanto nelle sequenze d'azione quanto in quelle più riflessive – lo sollevano al di sopra di un soggetto, tutto sommato, di maniera. Se in patria non riuscì a replicare la fortuna dei due film precedenti, fu invece notato subito in occidente, dove verrà idolatrato da registi come Quentin Tarantino, Martin Scorsese e Luc Besson, che ne faranno una delle loro fonti di ispirazione, e spianerà la strada di Woo verso una carriera hollywoodiana non proprio felice.

Debitore di classici come "Frank Costello faccia d'angelo" di Jean-Pierre Melville e "Mean Streets" dello stesso Scorsese (ma anche di tanti western, come "Duello al sole" di King Vidor – di cui evoca la sequenza finale, quella in cui i due protagonisti strisciano a terra l'uno verso l'altro – o i lavori di Sam Peckinpah e Sergio Leone), il film ha comunque una sua identità ben precisa, tanto dal punto di vista formale (la fotografia espressionista di Peter Pau, che colora gli ambienti di rosso o di altre tinte; i ralenti che mettono in risalto la fisicità o i sentimenti dei protagonisti, nonché la tensione dei momenti che precedono le scene d'azione; le celebri sparatorie, violentissime, interminabili e impeccabilmente coreografate, ma anche dotate di un senso del ritmo, di una concretezza e di una fisicità tali che lo spettatore "percepisce" quasi in prima persona il peso di ognuna delle innumerevoli pallottole che vengono scaricate; le scenografie, insolite per un film d'ambientazione urbana hongkoghese, come la chiesa in restauro dove si rifugia Jeffrey, dalle sale piene di candele e colombe bianche che diventeranno da qui in poi elementi iconici della filmografia del regista; e pure la colonna sonora al vibrafono di Lowell Lo) quanto da quello dei contenuti (l'eroismo, l'amicizia, la sensibilità, il rispetto delle regole, la colpa e la redenzione, in contrasto con il tradimento, la viltà, la rinuncia: sono questi, e non la semplice divisione fra bene e male, i paletti fra i quali si muovono i tormentati personaggi di Woo). D'altronde, è nella stessa natura del genere "Heroic bloodshed" quello di essere caratterizzato da storie di gangster e poliziotti impegnati in sparatorie all'ultimo sangue e vincolati da amicizie trasversali, generate più da codici d'onore che dai propri ruoli sociali. Da sottolineare lo scambio di sguardi fra Jeffrey e Jenny al momento dell'ingresso del killer nel locale, che prelude non solo al loro futuro rapporto ma anticipa il tema della perdita della vista. Jeffrey e Danny, invece, si terranno sotto tiro numerose volte in un mexican standoff la cui simmetria è messa in risalto con un montaggio di campi e controcampi che colloca i due in posizioni esattamente sovrapponibili nelle rispettive inquadrature. Il titolo originale significa "Due proiettili eroici". Sally Yeh intona anche la bella title song. Fra i comprimari, Shing Fui-on è il cattivo boss della triade, Kenneth Tsang (il tassista in ABT) è il compagno poliziotto di Danny, Paul Chu Kong è il collega-amico di Jeffrey che si sacrifica per lui.

29 gennaio 2014

The wolf of Wall Street (M. Scorsese, 2013)

The Wolf of Wall Street (id.)
di Martin Scorsese – USA 2013
con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

L'ascesa e la caduta di Jordan Belfort, broker indipendente e senza scrupoli che negli anni novanta si arricchì a dismisura vendendo agli investitori le azioni di società-spazzatura (le cosiddette "penny stock") attraverso una struttura truffaldina creata ad hoc, la Stratton Oakmont. Definito dalla rivista "Forbes" come "il lupo di Wall Street", il suo unico motto era "togli i soldi dalle tasche del tuo cliente e mettili nelle tue", e la sua vita si svolgeva all'insegna di feste scatenate a base di sesso, droga ed eccessi di ogni tipo. E proprio come i party dei personaggi sullo schermo (fuori da ogni regola tanto nella vita privata quanto sul luogo di lavoro), anche questa pellicola sulla distorsione del mito americano della ricchezza e del successo è strabordante, sfacciata e irriverente, oltre ad avere molto in comune con alcuni lavori precedenti di Scorsese: come in "The Aviator", racconta la vita di un personaggio unico e carismatico, che costruisce un impero dal nulla; come in "Casinò", descrive il "dietro le quinte" di un complesso meccanismo per produrre soldi a scapito dei gonzi (scegliendo di non mostrare mai, invece, quello che c'è dall'altro lato del telefono, ovvero i risparmiatori o gli investitori truffati); come in "Quei bravi ragazzi", infine, mette al centro della narrazione un'organizzazione criminale i cui componenti sono legati da vincoli di amicizia e fedeltà (soltanto alla fine, costretto dalle circostanze, Jordan sceglierà di collaborare con l'FBI per smantellare la stessa struttura che aveva creato, e finirà per "riciclarsi" come speaker motivazionale per insegnare come si vende qualsiasi cosa). Anche l'ottimo DiCaprio (sarà la volta buona per l'Oscar?) torna a riproporre un personaggio bigger-than-life come aveva già fatto in passato (il citato "The Aviator", "Il grande Gatsby"): in effetti fu proprio DiCaprio a insistere perché la Warner si accaparrasse i diritti delle memorie di Belfort (vincendo la "concorrenza" di Brad Pitt e della Paramount). Se la sceneggiatura di Terence Winter si limita ad accatastare e mostrare sullo schermo gli eccessi dei personaggi, senza approfondirne le cause o scavare nel loro malessere come invece faceva per esempio (e a modo suo) "Spring breakers", il buon Scorsese si mette al servizio della storia e del suo interprete aggiungendo qualche tocco qua e là da grande regista (sono numerose le scene che restano impresse, da quella in cui Donnie, il collega-amico del protagonista interpretato da un grande Jonah Hill – da notare che tutti i nomi di persone reali, a parte quello di Belfort, sono stati cambiati – si mangia il pesciolino di un malcapitato impiegato, a tutta la sequenza – in un certo senso metaforica – in cui Jordan, "imbambolato" da una dose massiccia di metaqualone, striscia a terra verso la sua Lamborghini bianca). Nel resto del cast si segnalano Matthew McConaughey come il primo boss di Belfort, colui che lo introduce allo stile di vita "senza freni" dei broker di New York; Margot Robbie è la bionda moglie Naomi, il regista Rob Reiner è il padre-consigliere, Kyle Chandler è l'agente dell'FBI, Jon Favreau è l'avvocato Riskin (ispirato a Ira Sorkin, l'avvocato di Bernard Madoff) e Jean Dujardin (già protagonista di "The Artist") è il banchiere svizzero. Una curiosità: secondo chi si è premurato di contarle (ed escludendo i film pornografici nonché un documentario su questo preciso argomento), "The wolf of Wall Street" è il film con il maggior numero di volte in cui viene usata la parola "fuck" nella storia del cinema (569), battendo il precedente primatista, "Summer of Sam" di Spike Lee, che si era fermato a 435.

27 gennaio 2014

L'uomo del banco dei pegni (S. Lumet, 1964)

L'uomo del banco dei pegni (The pawnbroker)
di Sidney Lumet – USA 1964
con Rod Steiger, Jaime Sánchez
***

Visto in divx.

Sol Nazerman (un monumentale Rod Steiger), professore universitario ebreo di origine tedesca, sopravvissuto all'Olocausto e ad Auschwitz, gestisce ora uno scalcinato banco dei pegni nel quartiere newyorkese di Harlem. Le esperienze passate lo hanno reso misantropo e impermeabile alle emozioni: svolge il suo lavoro in maniera fredda e spenta, anestetizzato e privo di qualsivoglia empatia nei confronti di coloro che lo circondano: i poveracci che si affidano al suo negozio, i gangster che lo sfruttano per riciclare denaro, una donna che cerca di scuoterlo dal suo torpore, il giovane apprendista portoricano che vuole imparare il mestiere per tagliare i ponti con i delinquenti che un tempo frequentava. Forse sente la "colpa di essere vivo", come lo accusa il genitore di un suo compagno che invece nei lager è morto; forse ha perduto ogni fede in Dio e ogni rispetto per l'umanità, come rivela al suo apprendista; o forse ha semplicemente deciso di "liberarsi di ogni emozione" nella speranza di rimuovere così anche i ricordi della perdita della sua famiglia. Ricordi che però, con rapidissimi flashback (notevole il montaggio), cominciano a tornargli davanti agli occhi sempre più di frequente, scuotendo la sua corazza e mandandolo in crisi. Primo film americano a trattare il tema dell'Olocausto dal punto di vista di un sopravvissuto e soprattutto il trauma successivo a quegli eventi (nonché, curiosità di costume, primo film hollywoodiano contenente scene di nudo – le tette della prostituta – a essere approvato sotto il regime del codice Hays), racconta la tragedia di un uomo prima ancora che quella di un popolo (di cui quasi tutti gli altri personaggi sono all'oscuro o non conoscono i dettagli: non sono pochi coloro che chiedono con curiosità al protagonista cosa significhi il numero che ha tatuato sul braccio). Lo stile (soprattutto riguardo ai flashback) è evidentemente debitore della Nouvelle Vague francese, tanto da essere stato paragonato ad alcuni lavori di Alain Resnais ("Hiroshima mon amour", "Notte e nebbia"), anche se l'uso degli ambienti (dal negozio in cui Nazerman ha scelto di "seppellirsi", perennemente immerso nell'ombra e chiuso da grate come quelle di una prigione, alle strade e ai ponti di uno dei quartieri più malfamati della città), resi ancora più grigi ed opprimenti dalla fotografia in bianco e nero, è invece tipicamente americano. Brock Peters è il gangster con cui Sol è in affari, mentre – non accreditato – Morgan Freeman fa la sua prima (piccola) apparizione sullo schermo.

25 gennaio 2014

Il toro (Carlo Mazzacurati, 1994)

Il toro
di Carlo Mazzacurati – Italia 1994
con Diego Abatantuono, Roberto Citran
***

Visto in divx.

Licenziato dalla cooperativa zootecnica dove aveva lavorato negli ultimi anni, Franco (Diego Abatantuono) decide di rifarsi "rubando" Corinto, il toro da monta più prezioso dell'allevamento, con l'intenzione di portarlo clandestinamente oltre confine per venderlo a un'azienda ungherese. In compagnia dell'amico Loris (Roberto Citran), intraprende così un lungo e difficile viaggio attraverso l'Europa: dal nord-est italiano in crisi economica, fra precariato, licenziamenti e malessere diffuso, ai paesi dell'ex Jugoslavia, colmi di profughi di guerra fuggiti dai conflitti nei Balcani, fino a un'Ungheria in preda a un forte cambiamento e alle dinamiche del post-comunismo, fra rese dei conti e l'avvento della globalizzazione (le imprese, un tempo statali, vengono privatizzate e vendute agli stranieri). Premiato con il Leone d'Argento per la regia al Festival di Venezia, è uno dei film più noti e ispirati di Carlo Mazzacurati, regista scomparso da poco. Se lo sfondo sociale anticipa parecchi temi che al cinema verranno sempre più frequentati negli anni successivi, il meccanismo del road movie consente al regista di mostrare con efficacia le vicende personali dei due protagonisti, la loro amicizia messa alla prova dalle avversità, e la forte presenza – simbolica e metaforica – del gigantesco e silenzioso toro nero, dagli occhi mansueti ed espressivi, anche lui "lavoratore" sfruttato (come Franco e Loris) da un meccanismo produttivo che pare non avere mai il tempo di fermarsi e di riflettere su sé stesso. Tempo e riflessione che invece i due protagonisti troveranno fra i campi innevati dell'Ungheria (assai evocative le scene delle mandrie di bovini sotto la neve) e forse in una chiesetta isolata, dove una preghiera – come in una favola – riuscirà ad evocare un lieto fine inatteso e insperato. Ottime e intense le interpretazioni di Abatantuono e Citran (la coppia perfetta: estroverso il primo, introverso il secondo), piccole parti per Alberto Lattuada (il proprietario dell'allevamento), Marco Paolini (il lavoratore licenziato), Marco Messeri (il "trafficone") e Ugo Conti, mentre Gera Zoltan è Sandor, l'ex direttore della fattoria ungherese, e Mirta Zecevic è Maria, la contadina slava. Sui titoli di coda c'è la canzone "Naviganti" di Ivano Fossati. Nota: forse non è un caso che, nella mitologia greca (il nome "Corinto" è quasi un segnale), la storia di Europa – il personaggio da cui prende nome il nostro continente – è legata proprio alla presenza di un toro.

22 gennaio 2014

Al di là della vita (M. Scorsese, 1999)

Al di là della vita (Bringing out the dead)
di Martin Scorsese – USA 1999
con Nicolas Cage, Patricia Arquette
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Costanza, Francesca, Ginevra ed Eleonora.

Tre notti all'inferno (e ritorno) del paramedico Frank (Nicolas Cage), che gira in ambulanza per le strade di New York in compagnia di tre diversi colleghi (John Goodman, Ving Rhames, Tom Sizemore). Tormentato dai fantasmi delle persone di cui ha assistito al decesso, e in particolare dal volto di una ragazzina che mesi prima non era riuscito a salvare (e della cui morte si sente responsabile), Frank viaggia attraverso un caos confuso e allucinato di una città popolata da tossici, prostitute, pazzi, violenti ed eccentrici. Soltanto alla fine di un lungo percorso di colpa e di redenzione, riuscirà a ritrovare la pace e la serenità fra le braccia di una donna di nome Mary: la luminosa inquadratura finale, che riecheggia la "Pietà", è soltanto uno dei tanti rimandi religiosi-spirituali di un'opera complessa e dalla struttura a mosaico, tripartita (le tre notti corrispondono ad altrettanti gironi infernali) e stratificata. Quella di Frank è di fatto una storia di morte e resurrezione, mentre le sue vicissitudini a fianco dei tre colleghi illustrano differenti modi di rapportarsi alla professione medica ma soprattutto alla morte stessa (un concetto con il quale chi lavora come paramedico ha continuamente a che fare), di volta in volta con cinismo e rassegnazione, con ironia e sarcasmo, oppure con furia e follia. Se la presenza di Paul Schrader alla sceneggiatura (ma il soggetto è tratto da un libro di Joe Connelly), le atmosfere urbane notturne e il protagonista "on the road" per le strade di New York possono far pensare a una nuova versione di "Taxi Driver" (impressione fortificata anche dall'impressionistica fotografia notturna di Robert Richardson), in realtà i temi trattati sono alquanto diversi: sensi di colpa, espiazione, salvezza e redenzione. Memorabili le sequenze onirico-intimiste, tappe di un percorso (quello di Frank) sempre meno lucido perché sempre più alterato da stanchezza, alcool, droghe e allucinazioni. Ottimo Cage, che quando vuole dimostra di saper sfornare prove attoriali di grande livello. Ma bravi anche i comprimari, fra i quali Patricia Arquette (Mary, figlia di un uomo in coma, uno dei primi pazienti che Frank assiste nel film e che "salverà" in seguito donandogli l'eutanasia), Marc Anthony (il folle Noel, che il protagonista incrocia a più riprese), Cliff Curtis (il pusher che vende "sonno" e riposo), Afemo Omilani (la guardia di sicurezza dell'ospedale, un ambiente ritratto come non meno caotico delle strade all'esterno). In originale le voci della radio con cui comunicano gli autisti delle ambulanze sono di Queen Latifah e di Scorsese stesso. Nella colonna sonora, canzoni dei REM, dei Clash, di Van Morrison e di Janis Joplin.

20 gennaio 2014

Orizzonte perduto (Frank Capra, 1937)

Orizzonte perduto (Lost horizon)
di Frank Capra – USA 1937
con Ronald Colman, Jane Wyatt
**1/2

Rivisto in DVD.

Nel 1935, mentre il mondo comincia a essere sconvolto da venti di guerra, il diplomatico britannico Robert Conway (Ronald Colman) fugge dalla Cina in rivolta a bordo di un aereo. Il velivolo, su cui si trovano anche il fratello di Conway, George (John Howard), un paleontologo (Edward Everett Horton), un uomo d'affari ricercato per bancarotta fraudolenta (Thomas Mitchell) e una cinica americana, malata terminale (Isabel Jewell), si schianta però fra le montagne, in una regione inesplorata dell'Himalaya. I passeggeri, sopravvissuti all'impatto, scoprono che fra le vette innevate si nasconde una vallata calda e fertile, Shangri-La, i cui abitanti hanno dato vita a una vera e propria utopia: non esistono guerre o conflitti di nessun tipo, né tantomeno crimini, denaro o persino malattie (la durata della vita è prolungata, in una sorta di eterna giovinezza), e l'idilliaca esistenza si dipana all'insegna della moderazione, del baratto e della serenità. Il pacifista Conway si trova perfettamente a suo agio in un luogo del genere (e si innamora anche di una ragazza del posto), così come pian piano fanno i suoi compagni; tutti tranne George, più pragmatico e realista, che invece non vede l'ora di tornare in patria... Film epico ed epocale, tratto da un romanzo di James Hilton, è forse il più ambizioso (e costoso) lungometraggio della carriera di Frank Capra, una pellicola che dietro l'appartenenza al genere avventuroso non si sforza di nascondere i suoi intenti idealisti, con il risultato che il film si focalizza troppo sui temi e poco sulla storia o i personaggi (la cui caratterizzazione è fin troppo semplice e monodimensionale). Inoltre, proprio una delle cose più belle, i set così ricchi e sontuosi (i palazzi di Shangri-La, in stile art decò, sono moderni e opulenti, e valsero allo scenografo Stephen Gosson un meritato premio Oscar), stonano un po' con il messaggio che predica uno stile di vita "semplice e moderato". Commovente però il finale, con il faticoso ritorno di Conway al suo "paradiso perduto" e ritrovato.

La lavorazione fu lunga e problematica: pare che Capra volesse girare a colori, ma fu costretto a scegliere il bianco e nero perché le immagini di repertorio dell'Himalaya a sua disposizione erano rigorosamente in monocromia. Avendo sforato il già cospicuo budget previsto (per non parlare del tempo necessario per le riprese), il film causò una mezza crisi finanziaria alla Columbia Pictures e incrinò i rapporti fra il regista e il produttore Harry Cohn, nonché quelli con lo sceneggiatore Robert Riskin (che aveva collaborato con Capra in gran parte dei suoi lungometraggi precedenti). La versione completa durava circa sei ore, e inizialmente si pensò di distribuirla al cinema divisa in due parti; in seguito, però, Capra la ridusse a tre ore e mezza, rigirando anche alcune scene, e in previsione dell'uscita Cohn la tagliò ulteriormente fino a due ore e dodici minuti. Lo scarso successo al box office spinse poi i produttori ad eliminare altri quattrodici minuti di girato: pesantemente rimaneggiato, il film è oggi disponibile in DVD in una versione restaurata dove però alcune parti (ormai perdute) sono presentate sotto forma di fotogrammi fissi, essendo stato recuperato solo l'audio. Colman, protagonista indiscusso, è attorniato da una serie di caratteristi (Horton, Mitchell...) che fanno del loro meglio per dare una qualche personalità a personaggi decisamente sacrificati e poco sviluppati. Nel resto del cast, anche Sam Jaffe (il "grande saggio", in originale "High Lama"), Jane Wyatt (la donna di cui Robert si innamora), Margo (la "russa" Maria) e H.B. Warner (il vecchio Chang). Da notare che al film (e al libro di Hilton) si sono ispirati diversi autori disneyani, in particolare Carl Barks (la memorabile "Zio Paperone e la dollarallergia"), Romano Scarpa ("Topolino nel favoloso regno di Shan-Grillà") e Rodolfo Cimino (specializzatosi proprio in storie sul tema della vallata sperduta dove una popolazione vive in armonia, lontana dalle guerre e dai conflitti del "mondo civile", peraltro ricorrente nella narrativa e nei fumetti d'avventura della prima metà del ventesimo secolo).

17 gennaio 2014

The counselor (Ridley Scott, 2013)

The counselor - Il procuratore (The counselor)
di Ridley Scott – USA 2013
con Michael Fassbender, Cameron Diaz
*

Visto al cinema Orfeo.

Un brillante avvocato, con diverse conoscenze e amicizie nel mondo della malavita, decide di prendere parte in prima persona al traffico illegale di droga fra il Messico e gli Stati Uniti. Ma qualcosa andrà storto, e il suo mondo finirà in frantumi. Crudele parabola sull'avidità, scritta da Cormac McCarthy (è la sua prima sceneggiatura originale per il cinema), che si dipana in maniera confusa e banale, dando vita a un thriller sgradevole e dispersivo, quando non freddo e arido come il diamante che l'avvocato acquista per la sua compagna in una delle scene iniziali. E questo nonostante il ricco cast hollywoodiano e internazionale: fra i protagonisti, oltre a Michael Fassbender (il nome del cui personaggio non viene mai citato durante il film e tutti lo chiamano solo "avvocato"; curiosamente, invece, la parola "procuratore" del fuorviante titolo italiano non viene mai pronunciata), figurano Brad Pitt (il losco intermediario fra l'avvocato e il "cartello" messicano), Javier Bardem (l'amico imprenditore/trafficante, che gestisce diversi locali nel Texas), Penélope Cruz (la moglie dell'avvocato, vittima innocente degli eventi) e Cameron Diaz (la compagna di Bardem, misteriosa, provocante e manipolatrice, con una passione per i leopardi come animali da compagnia); fra i comprimari si riconoscono Bruno Ganz (il venditore di diamanti) e Natalie Dormer (la bionda che adesca Pitt). Ridley Scott dirige piuttosto svogliatamente: in effetti è subito chiaro che non si tratta di un film del regista, ma dello sceneggiatore. Peccato che proprio i dialoghi risultino alquanto goffi (soprattutto quando si parla di sesso), che i personaggi siano elusivi, mal scritti o debolmente caratterizzati, che l'intreccio manchi di un vero focus (numerose le sequenze o i dialoghi completamente fini a sé stessi e slegati dal contesto), che le divagazioni "filosofiche" sulla colpa e le conseguenze lascino il tempo che trovino, che abbondino turpi stereotipi sulla criminalità in Messico. E la struttura corale "decostruita" è quella tipica di tanto brutto cinema americano post-tarantiniano, non risollevata nemmeno dalla scelta di mostrare alcune morti efferate sullo schermo.

14 gennaio 2014

L'allievo (Bryan Singer, 1998)

L'allievo (Apt pupil)
di Bryan Singer – USA 1998
con Brad Renfro, Ian McKellen
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il sedicenne Todd Bowden scopre che un suo vicino di casa, l'anziano e apparentemente innocuo Arthur Denker, è in realtà Kurt Dussander, un criminale di guerra nazista fuggito in America sotto falso nome dopo la fine del conflitto. Spinto dalla curiosità, e minacciando di rivelare il suo segreto, comincia a frequentarlo e a farsi raccontare le sue esperienze come gerarca delle SS e responsabile di un campo di concentramento. Se da un lato il ragazzo inizia a subire gradualmente il fascino del male, dall'altro l'uomo sente risvegliare in sé istinti e ricordi che aveva cercato di dimenticare... Da un racconto di Stephen King, un'interessante pellicola sulla corruzione e sull'attrazione per il "lato oscuro" (il film si apre con l'insegnante di storia di Todd che interroga i ragazzi sui reali motivi alla base del nazismo). Il rapporto che si instaura fra Todd e Dussander è all'insegna dell'ambiguità: da un lato ricalca quello fra insegnante e allievo, o addirittura fra padre e figlio (con il vecchio che si prende a cuore i risultati scolastici del ragazzo: spacciandosi per suo nonno, si reca persino a scuola per parlare con i professori), dall'altro si sviluppa all'insegna di minacce e di ricatti, con i due personaggi che a turno tengono il coltello dalla parte del manico e "guidano" le danze. Entrambi si scoprono cambiati dall'incontro con la controparte: Todd diventa manipolatore, capace di mentire e persino di uccidere; Kurt riscopre l'orgoglio e il piacere di rivangare un passato rimosso ma mai dimenticato. Singer è bravo a trattare la spinosa materia senza scivolare nei cliché retorici o ricattatori dei film che parlano del nazismo e dell'olocausto, anzi sfruttando a pieno le atmosfere "normali" delle pellicole liceali o addirittura quelle horror (le sequenze oniriche, la scena dell'omicidio). Fra i difetti: la prova un po' piatta di Renfro (grandiosa invece quella di McKellen, già "nazista" nel Riccardo III di Richard Loncraine e futuro Magneto per lo stesso Singer) e qualche ingenuità di troppo nello sviluppo narrativo, in particolar modo nel finale, peraltro diverso rispetto al racconto originale di King (che portava la parabola di Todd fino a ben più estreme conseguenze). Comparsata per David Schwimmer nei panni del consulente scolastico.

12 gennaio 2014

Giunone e il pavone (A. Hitchcock, 1930)

Giunone e il pavone (Juno and the Paycock)
di Alfred Hitchcock – GB 1930
con Edward Chapman, Sara Allgood
**

Visto in divx.

Il "capitano" Boyle, scansafatiche ed ubriacone che in realtà non ha mai visto il mare ed è refrattario a ogni tentativo di cercare lavoro, vive con la famiglia in un modesto appartamento di Dublino (siamo nell'Irlanda scossa dalla guerra civile per l'indipendenza) e trascorre le sue giornate a battibeccare con la moglie Juno, a bighellonare con il compagno di bevute "Joxer" Daly e a pavoneggiarsi delle imprese passate. Nonostante la sua mancanza di iniziativa e le difficoltà economiche, le cose sembrano mettersi bene per la famiglia quando il giovane avvocato Bentham, fidanzato della figlia Mary, annuncia che è in arrivo per loro una cospicua eredità da parte di un lontano cugino. I Boyle si montano la testa e cominciano a far spese senza pensare alle conseguenze: scopriranno più tardi, però, che l'eredità non esiste. E non è tutto: Bentham ha messo incinta Mary ed è fuggito, mentre l'altro figlio Johnny viene accusato dai partigiani irlandesi di essere una spia. Tratto da un popolare dramma teatrale di Sean O'Casey, il secondo film sonoro di Hitchcock (il primo a nascere come tale, visto che "Ricatto" fu sonorizzato quando la lavorazione era già iniziata) affronta temi sociali, sfiora argomenti come la politica, la morale e la religione, ed è ambientato interamente – con pochissime eccezioni, fra cui la scena iniziale al pub – fra le quattro mura del piccolo appartamento dove vivono i Boyle. La mano del regista si vede ben poco, e sir Alfred non si concede praticamente nessun vezzo d'autore (da segnalare giusto alcuni long shot, come il prolungato piano sequenza sul volto del figlio Johnny mentre è in corso il funerale dell'uomo che ha tradito), mentre il flusso dei dialoghi procede senza un attimo di pausa: è un film assai "parlato", che peraltro ondeggia – fra un "atto" e l'altro – da commedia a tragedia, mostrando scenette di vita famigliare degne di una strip comica che culminano in un climax fin troppo melodrammatico, e perdendo forse per strada qualcuno dei tanti fili intrecciati. La Allgood vestiva i panni della saggia matrona Juno (che si contrappone alla stupidità del marito, come in una fiaba di Esopo) anche nella versione teatrale. Da segnalare, in positivo, la prova di diversi interpreti, da John Laurie nei panni del tormentato Johnny a Sidney Morgan in quelli del caratterista "Joxer".

10 gennaio 2014

A spasso con Daisy (B. Beresford, 1989)

A spasso con Daisy (Driving Miss Daisy)
di Bruce Beresford – USA 1989
con Morgan Freeman, Jessica Tandy
*

Visto in divx, con Sabrina.

Nella Georgia degli anni cinquanta, l'anziana e ricca vedova ebrea Daisy Werthan (Jessica Tandy), maestra in pensione impossibilitata a guidare, è costretta dal figlio (Dan Aykroyd) ad assumere uno chauffer, il nero ed analfabeta Hoke Coburn (Morgan Freeman). Questi ha il compito di portarla in giro: in sinagoga, dai parenti, a fare la spesa, ecc. Inizialmente ostile all'idea, con il passare del tempo la testarda Miss Daisy inizia ad abituarcisi e a stringere amicizia con l'uomo, nonostante le differenze di razza e di ceto sociale. E il loro rapporto, che si snoda per un arco di venticinque anni, si intreccia con l'evolversi della società nel profondo sud dell'America. Tratta da una pièce di Broadway, una delle pellicole più insulse e meno meritevoli fra tutte quelle che hanno mai vinto l'Oscar per il miglior film, che attraverso due personaggi dall'evoluzione quasi inesistente vorrebbe affrontare – ma di fatto le sfiora soltanto, con un trattamento all'acqua di rose – questioni sociali come il razzismo e l'integrazione, limitandosi giusto a citare una volta Martin Luther King. La regia è anonima, la ricostruzione storica è assai mediocre (lo scorrere degli anni si intravede a malapena), la colonna sonora di Hans Zimmer è ricattatoria, ma il difetto principale della pellicola è il ritmo piatto e noioso: la struttura episodica non si concede mai un climax o un picco, e l'andamento uniforme e sempre uguale mette a dura prova la pazienza dello spettatore. Nota di demerito per lo "sbarazzino" titolo italiano, che – chissà perché – elimina il "Miss" dal nome di Daisy (fino alla fine Hoke si rivolge a lei con deferenza).

8 gennaio 2014

Cars 2 (John Lasseter, 2011)

Cars 2 (id.)
di John Lasseter [e Brad Lewis] – USA 2011
animazione digitale
**

Visto in TV.

Forse le idee cominciano a scarseggiare, o forse anche alla Pixar (ormai legata a doppio filo alla Disney) hanno scoperto che buoni personaggi e buone ambientazioni possono essere sfruttate per più di un film, dando ufficialmente vita a delle franchise. E così, dopo quello che a lungo era rimasto come un caso isolato ("Toy Story 2"), ecco che Lasseter e soci hanno iniziato a offrire al pubblico sequel (e prequel) dei loro titoli più popolari: si comincia con "Cars 2", che sarà poi seguito da "Toy Story 3", da "Monster University" e dall'imminente "Alla ricerca di Dory". Questa volta il protagonista non è Saetta McQueen, auto da corsa impegnata in una sfida di velocità con il rivale italiano Francesco Bernoulli, bensì il suo scalcinato amico Carl Attrezzi, detto "Cricchetto". Quella che era la spalla comica del film precedente si ritrova invischiata in una vicenda di spionaggio internazionale, affiancando una coppia di agenti segreti inglesi che indagano su misteriosi sabotaggi ai danni delle automobili da corsa che usano carburanti alternativi. Le prime sequenze della pellicola, che mostrano la spia Finn McMissile in azione (in puro stile James Bond), lasciano pensare che si tratti di una parodia, e che magari stiamo osservando un "film nel film" guardato dai nostri eroi, un po' come l'incipit di "Toy Story 2" si rivelava un videogioco. Invece è tutto "vero", e la sceneggiatura porterà Saetta, Cricchetto e gli altri amici in giro per il mondo, con McQueen impegnato su circuiti di diverse città (Tokyo, l'italiana Portocorse – un incrocio fra Portofino e Montecarlo! – e Londra) mentre il carro attrezzi è al centro dell'intricata trama principale. Il divertimento non manca, gli stereotipi internazionali "rivisitati" in chiame automobilistica pure (i cliché su giapponesi, francesi, italiani e inglesi si sprecano: a Tokyo ci sono lottatori di sumo, sushi e wasabi, macchinette distributrici e water tecnologici; a Parigi, mimi, baguette e torri Eiffel; in Italia, piazze con monumenti, famiglie numerose, rubacuori e cibo buono; a Londra, Big Ben, la guida sul lato sbagliato della strada, Bobbies e guardie reali), così come le strizzatine d'occhio (chi è appassionato di automobili si divertirà certamente a riconoscere marche e modelli esistenti, ciascuno associato a un personaggio adeguato: dalle utilitarie giapponesi alle vetture da corsa o da rally, dalla vecchie Topolino alle raffinate auto del controspionaggio inglese, dal Papa – con tanto di Papamobile – alla regina Elisabetta, per finire con i mafiosi che ovviamente sono vecchi "catorci", pieni di malanni e spesso d'oltrecortina), la morale è ovviamente presente (l'elogio dell'amicizia, del coraggio, dell'essere sé stessi, ecc.), quello che forse manca è una seconda chiave di lettura. Solo entertainment, dunque, sia pure ai massimi livelli tecnici (che non è poco). In ogni caso, è stato il primo film Pixar non baciato dalla fortuna critica.

6 gennaio 2014

Harry Potter 7 - parte 2 (David Yates, 2011)

Harry Potter e i doni della morte - parte 2 (Harry Potter and the Deathly Hallows – Part 2)
di David Yates – USA/GB 2011
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
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Visto in divx.

L'ottavo e ultimo film di Harry Potter, seconda parte della vicenda raccontata nel settimo volume della saga di J.K. Rowling, presenta il tanto atteso scontro finale fra il protagonista e la sua nemesi, Lord Voldemort. La battaglia – perché di una vera e propria guerra si tratta, con tanto di caduti anche fra le fila dei buoni (tutti personaggi minori, non preoccupatevi!) – si svolge, come doveva essere, fra le mura della scuola di magia di Hogwarts, luogo che aveva fatto da sfondo quasi esclusivo alle prime sei avventure e che spiccava invece per la sua assenza nel film precedente. In effetti, il tono di quest'ultimo capitolo è distante anni luce da quelli passati: niente lezioni, niente "vita scolastica", niente Quidditch, niente più intrighi e sotterfugi ma uno scontro solenne e risolutivo, in cui tutti i nodi vengono al pettine. Se Yates si conferma un regista di uniforme mediocrità anche nel mettere in scena un finale di tale portata, i pregi del film (comunque migliore della parte 1) stanno nella fedeltà al testo di partenza e nell'aver saputo chiudere con coerenza una trama di largo respiro che la Rowling aveva progettato sin dall'inizio, seminando numerosi indizi nei capitoli precedenti (non sempre colti dai cineasti che ne realizzavano gli adattamenti: a loro parziale discolpa, si ricordi comunque che i film sono stati messi in cantiere quando gli ultimi volumi dovevano ancora essere scritti, e dunque quando i retroscena di alcuni personaggi, anche di primo piano, non erano ancora noti). Se il ruolo dei "doni della morte" nell'economia della storia si rivela marginale (e il mantello dell'invisibilità ce lo siamo scordato?), e molti retroscena sono bellamente omessi (quelli sulla famiglia di Silente, per esempio), fra una scena di battaglia e l'altra si scopre finalmente perché il cattivo era indissolubilmente legato ad Harry, oltre a venire a conoscenza del vero piano del preside e della reale fedeltà del professor Piton. Quest'ultimo, personaggio pivotale e probabilmente il più complesso della serie, è un po' sacrificato sullo schermo rispetto alle pagine dei libri, ma può contare sull'interpretazione di quello che è forse il miglior attore del cast (Alan Rickman): la sua parabola, che sin dal primo capitolo è legata a quella – quasi speculare – di Silente, dona nel complesso profondità all'intera vicenda, che se avesse dovuto appoggiarsi soltanto sulla personalità del protagonista Harry non avrebbe fatto molta strada.

Visto che siamo giunti alla fine, dopo undici anni di film (dal 2001 al 2011), mi pare giusto trarre anche un consuntivo sull'intera saga cinematografica, che nel complesso è stata deludente: i film peggiori sono stati sicuramente il secondo, il sesto e il settimo, mentre i migliori (leggi: gli unici che si stagliano oltre la sufficienza) mi sono parsi il terzo e il quinto. E non a caso: "Il prigioniero di Azkaban" è stato il solo che ha potuto contare su un grande regista (Alfonso Cuarón), mentre "L'ordine della fenice" è stato l'unico non sceneggiato da Steve Kloves, scrittore la cui attività cinematografica consiste essenzialmente solo nell'adattamento di libri... cosa che fa pure male, in maniera piatta e letterale. Apprezzabile l'andamento in crescendo dei toni, da quelli più infantili dei primi capitoli a quelli più cupi degli ultimi (caratteristica riflessa dai libri), peccato che non sempre la caratterizzazione dei personaggi andasse di pari passo. Capitolo attori: scegliere tre bambini di 10-12 anni e sperare che "crescessero bene" nella successiva decade era certo un azzardo, ma sin dal primo film era parso evidente che Radcliffe sarebbe stato il punto debole dell'intera operazione. Meglio la Watson e (mi costa un po' dirlo) un Grint che negli ultimi capitoli è andato in crescendo. Eccezionale invece il cast di supporto, in tutti i sensi (almeno i personaggi adulti: per Draco e gli altri ragazzi, invece, vale lo stesso discorso fatto per i tre protagonisti): Ralph Fiennes, Michael Gambon, David Thewlis, Helena Bonham Carter, Robbie Coltrane, Maggie Smith e via dicendo, fino al già citato Alan Rickman, erano delle garanzie, per non parlare di quelli apparsi praticamente in un solo episodio (da Kenneth Branagh a Jim Broadbent, da Emma Thompson a Gary Oldman, da Brendan Gleeson a Imelda Staunton). Bene, è finita: ciao Harry, la tua versione cinematografica non mi mancherà.

4 gennaio 2014

Harry Potter 7 - parte 1 (David Yates, 2010)

Harry Potter e i doni della morte - parte 1 (Harry Potter and the Deathly Hallows – Part 1)
di David Yates – USA/GB 2010
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
*1/2

Visto in divx.

Quando è stato annunciato che l'ultimo capitolo delle avventure di Harry Potter sarebbe stato diviso in due parti, tutti avevano già capito che si trattava soltanto di una mossa commerciale, un modo per incassare due volte il prezzo del biglietto. Giunti ormai alle battute conclusive della saga (sin dall'inizio prevista in sette volumi dalla sua autrice J.K. Rowling), era ovvio che la Warner Bros. avrebbe cercato di spremerla fino all'ultima goccia, forte del fatto che basta mandare in sala un film con il nome "Harry Potter" nel titolo per riscuotere incassi elevati a prescindere dalla qualità del film stesso (come dimostrato dalle pellicole precedenti). Per di più, il settimo e conclusivo volume era anche il meno indicato per un'operazione di questo tipo, visto che per gran parte di esso – e soprattutto nella prima parte – non succede essenzialmente nulla. Come risultato abbiamo un film fatto di tempi morti e di ritmi rilassati, il che paradossalmente non è nemmeno un male, visto che per una volta (accadeva in parte anche nel sesto film, a essere onesti) c'è spazio e tempo per tratteggiare meglio i personaggi senza lasciarsi sopraffare da scenografie ed effetti speciali. Peccato solo che da un regista come Yates e da tre attori come i nostri ex bambini (impressionante soprattutto la piattezza di Radcliffe: ora che è cresciuto lo possiamo dire) non si possa pretendere nulla di particolarmente profondo. Primo film della saga non ambientato nella scuola di Hogwarts, primo quasi senza effetti speciali (avevo definito il sesto capitolo come quello meno "magico" di tutti, ma questo lo supera di gran lunga), con una sceneggiatura che mostra per quasi tutto il tempo gli ormai diciassettenni Harry, Ron ed Hermione vagare per la Gran Bretagna, alloggiando in tenda fra boschi e brughiere, alla ricerca degli Horcrux (i sette manufatti in cui il cattivo Voldemort ha nascosti i frammenti della propria anima), in un'atmosfera di accerchiamento e paranoia (il nemico si è impadronito del potere, ha preso il controllo di Hogwarts e ha piazzato i suoi seguaci persino al Ministero della Magia), senza poter contare più su nessuno (il preside Silente – del quale peraltro si cominciano a intravedere i lati oscuri – è morto, come ci viene ricordato in continuazione; gli altri alleati sono perseguitati o resi impotenti), i ragazzi devono fare tutto da soli... e non è che facciano molto, a essere sinceri, in una pellicola che consiste essenzialmente nel "prendere tempo" in attesa del film conclusivo (e che, nonostante questo, risulta quasi incomprensibile per i "non adepti" per il modo in cui sono snocciolati nomi ed eventi del passato). Dal piattume generale ci si risolleva un po' nel finale, quando vengono finalmente introdotti (con una bella sequenza animata) i "doni della morte" che danno il titolo all'episodio e che si riveleranno fondamentali nel seguito. Insomma, l'impressione è che si sia trattato solo di un inutile antipasto in attesa della portata principale. Persino la Warner Bros. deve averla pensata in questo modo, visto che il film era stato annunciato in 3D (sarebbe stata una novità per la serie) ma poi è uscito nelle sale in sole due dimensioni, rimandando il 3D alla parte 2, girata contemporaneamente a questa e uscita pochi mesi dopo. Fra le new entry di prestigio da segnalare (anche se appaiono solo in una manciata di scene) Bill Nighy nei panni del ministro Rufus Scrimgeour, Rade Šerbedžija in quelli di Gregorovitch, e Rhys Ifans in quelli di Xenophilius Lovegood (il padre di Luna).

3 gennaio 2014

Ragazze vincenti (Penny Marshall, 1992)

Ragazze vincenti (A league of their own)
di Penny Marshall – USA 1992
con Geena Davis, Tom Hanks
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Visto in TV, con Sabrina.

Nel 1943, con i giocatori professionisti impegnati al fronte durante la seconda guerra mondiale, la federazione americana di baseball decise di organizzare un campionato tutto al femminile per riempire gli stadi e tenere desta l'attenzione del pubblico. Il film ne racconta i retroscenza focalizzandosi su una delle squadre, le Rockford Peaches, guidate in panchina da Jimmy Dugan (Tom Hanks, in una delle sue migliori interpretazioni), ex campione costretto al ritiro da un infortunio al ginocchio, alcolizzato e inizialmente scettico sulla qualità del gioco delle ragazze. Ma queste, a partire dalla stella Dottie Keller (Geena Davis), saranno capaci di sorprenderlo, aiutando al tempo stesso anche lui a risalire la china. Semplice ed efficace nel mettere in scena le dinamiche interne al gruppo (su tutte, l'amicizia-rivalità fra Dottie e la sorella Kit, interpretata da Lori Petty, che sceglierà di giocare per una squadra avversaria) e buono nella ricostruzione storico-ambientale, il film è però scolastico nella regia, soffre per una debole caratterizzazione dei personaggi (monodimensionale in alcuni casi, inesistente in altri) ed è condito dalla consueta retorica dei film sportivi (appena attenuata dal fatto che si tratta di una storia vera: più che la vittoria a tutti i costi – vedi il finale – le ragazze cercano lo spirito di gruppo, la solidarietà e l'auto-affermazione). Finale nostalgico ambientato negli anni novanta, in cui le protagoniste invecchiate presenziano all'apertura della sezione dell'Hall of Fame a loro dedicata. Nel cast anche Bill Pullman (il marito di Dottie) e, fra le giocatrici, Madonna.

1 gennaio 2014

Philomena (Stephen Frears, 2013)

Philomena (id.)
di Stephen Frears – GB 2013
con Steve Coogan, Judi Dench
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Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Cresciuta in un orfanotrofio irlandese, la giovane Philomena fu costretta a separarsi da suo figlio poco dopo la sua nascita, quando il bimbo venne "venduto" dalle suore – a sua insaputa e senza il suo consenso – a una coppia benestante in cerca di adozione. Soltanto cinquant'anni dopo, con l'aiuto del giornalista Martin Sixsmith, la donna partirà per l'America nella speranza di ritrovarlo. Tratto da una storia vera (è liberamente ispirato al libro-reportage scritto da Sixsmith), un film "a tesi" che il regista ha voluto rendere più "gradevole" oscillando di continuo fra la denuncia delle condizioni in cui vivevano le ragazze – di fatto segregate – nei conventi cattolici dell'Irlanda del dopoguerra (celebre il caso "Magdalene", peraltro citato di sfuggita) e i toni da commedia leggera on the road con cui si descrive il viaggio di Philomena e Martin a Washington. L'aver romanzato la vicenda genera personaggi contraddittori (come la stessa Philomena, signora svagata di mezza età che legge con entusiasmo romanzetti Harmony, e contemporaneamente figura di alto spessore morale), limitando di fatto a un livello superficiale il coinvolgimento dello spettatore. E anche nel tirare le fila, il film mantiene il piede in due scarpe: da un lato denuncia senza mezzi termini (e in maniera manichea) i misfatti e il successivo atteggiamento omertoso delle strutture cattoliche in Irlanda, dall'altro lascia che la protagonista "perdoni" i colpevoli, sperando che l'assoluzione coinvolga moralmente anche lo spettatore. Vero punto di forza del film sono invece i due interpreti, il brillante Steve Coogan (anche co-sceneggiatore e produttore) e l'intensa Judi Dench.