23 settembre 2014

Tales (Rakhshan Bani-Etemad, 2014)

Tales (Ghesseha)
di Rakhshan Bani-Etemad – Iran 2014
con Habib Rezaei, Farhad Aslani
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Film corale che racconta una serie di storie ("Tales", appunto) ambientate nell'odierna Teheran, con i personaggi che si passano il testimone da una scena all'altra. Il risultato è un mosaico di situazioni di disagio nell'Iran contemporaneo, dove grandi questioni di ordine sociale e piccoli drammi personali si fondono in maniera inestricabile, talvolta criticando aspramente una realtà che non sembra offrire semplici soluzioni, e talvolta lasciando la porta aperta a un raggio di speranza (come negli ultimi due episodi, probabilmente i migliori). Il filo conduttore è un cameraman che sta girando un documentario sulle condizioni dei lavoratori e che riprende con la sua camera digitale le tante situazioni cui si trova ad assistere (alcune delle quali sono mostrate per l'appunto attraverso il suo obiettivo, in lunghi piani sequenza). Un tassista scopre che una sua amica d'infanzia è diventata una prostituta; un burocrate si disinteressa dei problemi dei cittadini che fanno la fila davanti al suo ufficio; due giovani progettano un finto rapimento per sottrarre soldi al proprio padre; una paziente ricoverata in una clinica-rifugio per donne riceve la visita del marito violento; un gruppo di lavoratori protesta contro la fabbrica che non li paga; un operaio si infuria quando la donna che ha sposato in seconde nozze riceve una lettera dal suo ricco e precedente marito; un autista e una volontaria della clinica succidata hanno una vivace schermaglia dialettica-amorosa. La sceneggiatrice e regista Rakhshan Bani-Etemad, decana del cinema iraniano che negli ultimi anni si era data soprattutto al documentario, non è nuova a lanciare sguardi critici e ricchi di capacità osservativa sulla società iraniana. La scelta di girare tanti brevi segmenti può essere forse stata dettata dall'esigenza di eludere la censura (pare che per girare un cortometraggio siano necessarie meno autorizzazioni – e anche meno compromessi – che per un lungo film), ma la fusione di tutte le storie produce un affresco che nel suo insieme risulta più deflagrante delle singole parti. Recuperando alcuni personaggi dai suoi film precedenti, Bani-Etemad lancia una buona dose di strali contro la corruzione, la violenza o lo sfruttamento, schierandosi dalla parte della gente comune – che si tratti di operai o intelletuali, giovani o anziani, uomini e donne – nel denunciare istituzioni indifferenti, una burocrazia inefficiente, e in generale un mondo dove la crisi economica, l'ingiustizia sociale, la dipendenza dalla droga (tema su cui si insiste a più riprese) rendono difficile l'esistenza. Forse la pellicola pecca un po' di discontinuità, ma non si possono negare le sue doti narrative (proprio la sceneggiatura è stata premiata a Venezia) nonché l'impegno – prima di tutto politico e civile – che sottende alla sua realizzazione. "Nessun film può rimanere in un cassetto", afferma il cameraman nel finale, a sottolineare l'esigenza, per un cineasta o un intellettuale, di raccontare e denunciare i problemi delle persone che gli stanno attorno. Nel ricco cast, spiccano i protagonisti dell'ultima sequenza, gli ottimi Peyman Moaadi e Baran Kosari.

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