17 settembre 2014

Melbourne (Nima Javidi, 2014)

Melbourne (id.)
di Nima Javidi – Iran 2014
con Payman Maadi, Negar Javaherian
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Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Amir e Sara sono in procinto di trasferirsi da Teheran a Melbourne, in Australia. In una stanza dell'appartamento che stanno per abbandonare, mentre fervono gli ultimi preparativi e si preparano i bagagli, dorme una neonata: è la figlia del vicino di casa, la cui babysitter – dovutasi assentare – ha momentaneamente affidato alle cure della giovane coppia. Fra parenti e amici che giungono a salutare, addetti al trasloco che portano via i mobili, cellulari e citofoni che squillano in continuazione, il sonno della bambina sembra stranamente non interrompersi mai... E presto Amir e Sara capiscono il perché: la neonata è morta nel sonno, silenziosamente e misteriosamente. La terribile scoperta li sconvolge, impedendo loro di compiere la scelta più ovvia, ovvero quella di chiamare i suoi genitori e avvertire la polizia; al contrario, i sensi di colpa, il terrore, l'ansia e l'incapacità di gestire un evento del genere li spingono a nascondere a tutti quello che è accaduto. Ambientata interamente fra le quattro mura della casa (a parte la prima scena, quella del censimento, e l'ultima, quella in automobile), l'opera prima del regista e sceneggiatore Javidi è una pellicola tesa e coinvolgente, caratterizzata da una suspence quasi hitchcockiana, da una sceneggiatura magistrale (che potrebbe benissimo essere adattata per il teatro) e da interpreti ottimi e intensi, e si iscrive perfettamente nel solco del moderno cinema iraniano, capace di affrontare difficili questioni morali in maniera profonda e originale (basti pensare al Farhadi de "Una separazione", film con cui condivide fra l'altro l'attore principale), senza voler giudicare le scelte di nessuno ma mettendo tutti di fronte alle proprie responsabilità. Ben dosata fra emozioni forti e colpi di scena che spostano progressivamente il focus della narrazione (il mistero della morte della bambina, le possibili responsabilità della babysitter, la crisi di coscienza dei due coniugi, la ricerca di eventuali scappatoie, la terribile risoluzione finale) pur mantenendo una costante coerenza di fondo, la drammatica vicenda assume venature esistenziali e si trasforma in un viaggio nel dolore e nell'incubo, tanto più terrorizzante perché permeato di quotidianità e di realismo. L'appartamento dei due coniugi, che si svuota man mano di oggetti e di ricordi, diventa così un luogo-simbolo, una sorta di purgatorio da cui si potrà partire per il paradiso oppure per l'inferno, a seconda delle scelte che si compiono o anche soltanto di quel che vorrà il caso/destino. E alla salvezza dal punto di vista formale o legale non coinciderà quella dal punto di vista morale. A Venezia il film era fuori concorso, proprio come "Locke" lo scorso anno: evidenti affinità tematiche a parte, il paragone non stona, visto che in entrambi i casi si trattava del titolo più interessante e forse più bello dell'intera mostra.

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