7 settembre 2014

I proscritti (Victor Sjöström, 1918)

I proscritti (Berg-Ejvind och hans hustru)
di Victor Sjöström – Svezia 1918
con Victor Sjöström, Edith Erastoff
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Visto su YouTube.

Il giovane Ejvind, costretto per disperazione a diventare un ladro per sfamare la propria famiglia, cerca di rifarsi una vita fuggendo al nord e trovando lavoro sotto falso nome nella fattoria della ricca vedova Harra. Scoperto, è costretto a darsi nuovamente alla fuga, ma questa volta non da solo: la donna, innamorata di lui, decide infatti di rinunciare a tutto per seguirlo sulle montagne, dove vivranno per anni in clandestinità, fra piccole gioie e grandi difficoltà, fino all'inesorabile morte durante una tormenta di neve. Tratto da un dramma teatrale di Jóhann Sigurjónsson di sette anni prima (ispirato, pare, a una storia vera) e ambientato suggestivamente in Islanda a metà del diciottesimo secolo, è uno dei caposaldi del cinema svedese muto: uscito nelle sale il 1° gennaio 1918, segna infatti l'inizio di un periodo caratterizzato da poche produzioni ad alto budget e di elevata qualità, un periodo dominato da nomi come lo stesso Sjöström, il regista Mauritz Stiller e l'attrice Greta Garbo. Come nel precedente "C'era un uomo", Sjöström gira quasi sempre in esterni e fonde meravigliosamente i personaggi con il paesaggio: le sequenze di vita fra le montagne, nella seconda parte, brillano per la concretezza e il realismo, mentre la natura spettacolare e selvaggia (fra picchi impervi, altopiani, ghiacciai, cascate e geyser) non si limita a fare da sfondo alle vicende umane ma assurge quasi al ruolo di protagonista: memorabili, in particolare, sequenze come il combattimento sul ciglio del burrone, il bagno nella cascata, la cavalcata sulla neve. Nonostante il soggetto sia di origine teatrale e l'impianto narrativo possa sembrare ottocentesco, siamo ormai lontani anni luce dal kammerspiel di matrice tedesca. E al di là dell'uso del paesaggio e della natura, non si può non notare una consapevolezza del linguaggio cinematografico che si fa sempre più matura e moderna (vedi il rapido montaggio, la luminosa fotografia di J. Julius, la recitazione misurata e funzionale alla melodrammaticità della vicenda, l'ottimo trucco che – come nel film precedente – invecchia il protagonista nel corso della storia). Ma anche sul fronte dei contenuti non sono pochi gli elementi che meritano una riflessione (la rigidità di leggi e società che spingono l'uomo a diventare fuorilegge e sono sordi ai suoi bisogni, tema fra l'altro ricorrente nel cinema del regista scandinavo sin dai tempi di "Ingeborg Holm"; il dilemma morale dell'amico ladro, che spinto dalla gelosia ha la tentazione di uccidere Ejvind ma poi ci ripensa; la terribile scena in cui Harra sacrifica la figlioletta pur di non farla cadere nelle mani dei nemici; ma soprattutto la sequenza finale, che mostra come l'amore possa essere messo a dura prova e finanche esaurirsi di fronte al freddo, alla povertà e alla vecchiaia). L'attrice che interpreta Harra, Edith Erastoff, era la vera moglie di Sjöström.

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