20 agosto 2014

Crepuscolo di Tokyo (Yasujiro Ozu, 1957)

Crepuscolo di Tokyo (Tokyo boshoku)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1957
con Chishu Ryu, Setsuko Hara, Ineko Arima
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Rivisto in DVD, alla Fogona, in originale con sottotitoli.

L'anziano banchiere Shukichi (Chishu Ryu) vive con le due figlie Takako (Setsuko Hara) e Akiko (Ineko Arima). La prima, sposata e con una bambina, ha lasciato il marito per tornare nella casa del padre; la seconda, all'insaputa di tutti, è stata messa incinta da uno studente scapestrato che ora la evita. Le due ragazze scoprono che la madre (Isuzu Yamada), che aveva abbandonato la famiglia quando loro erano ancora piccole, è tornata in città e gestisce una sala da mahjong in periferia. Dopo aver abortito senza dirlo a nessuno, l'angosciata Akiko viene investita da un treno e muore. Takako, dopo aver accusato la madre di essere la responsabile della tragedia, decide allora di tornare dal marito affinché sua figlia possa crescere con l'amore di entrambi i genitori. Ambientato durante un inverno freddo e rigido, l'ultimo film in bianco e nero di Ozu mette in scena la dissoluzione della famiglia nella maniera più drammatica possibile: non più a causa di dinamiche inevitabili come l'invecchiamento o il cambiamento dovuto allo scorrere del tempo (si pensi a "Viaggio a Tokyo" o "Tarda primavera"), ma attraverso tragedie, incomprensioni e colpe ben precise. Insieme al precedente "Inizio d'estate" forma un dittico con cui Ozu e lo sceneggiatore Kogo Noda cercarono in qualche modo di adeguarsi, anche su insistenza dei produttori, alle novità portate – in termini di temi trattati e caratterizzazioni dei personaggi – dalle nuove generazioni di cineasti giapponesi, prodromo di quella nuberu bagu (nouvelle vague) che sarebbe sfociata nei lavori di Oshima, Imamura e compagni. Ed ecco che si affrontano temi "forti" come l'aborto, l'abbandono, il tradimento, la separazione, e si allude anche alla prostituzione, anche attraverso la cronaca (vedi il personaggio che legge il giornale, commentando la notizia sull'abolizione di una legge in materia) sia pure mantenendosi nella cornice dello shomingeki (il cinema sulla "classe media") e dello stile sobrio e controllato cui Ozu ci ha sempre abituato. Dopo questo esperimento, tuttavia, il regista e il suo fido sceneggiatore torneranno sui binari a loro consoni, anche col rischio di veder bollati i film successivi come antiquati e fuori dal tempo.

In generale la pellicola mette in scena nella maniera più diretta la frattura fra generazioni: pur amandosi, fra il padre e le due figlie c'è assoluta incomunicabilità, incomprensione, persino mancanza di fiducia reciproca, il che sfocia in sensi di colpa, rancore e rimpianti. Il primo (così come la zia) è ancora legato a ideali vecchi e superati quali l'usanza delle nozze combinate (che hanno prodotto il matrimonio infelice di Takako), e non si rende conto delle condizioni in cui si trova Akiko. Le due figlie, d'altro canto, non si confidano con lui: Takako non gli parla apertamente dei problemi che ha con il marito, mentre Akiko preferisce chiedere un prestito a parenti e conoscenti pur di non rivelargli che è incinta, ed entrambe gli tengono nascosto il ritorno della madre in città (anche se nel finale Shukichi mostra di esserne al corrente, quando invita Takako ad andare a salutarla alla stazione). Il mondo dei giovani, soprattutto quello di Akiko e dei suoi compagni, è sregolato e incerto, e corre su binari quasi paralleli a quelli vecchi e ordinati dei genitori: tema consueto per Ozu, certo, ma che mai come in questo caso può essere letto come un'allusione ai cambiamenti in atto non soltanto nella società giapponese ma anche nel mondo del cinema, dove i registi più giovani esprimevano apertamente il proprio dissenso verso la realtà contemporanea. In effetti, a livello di umanità c'è poco da salvare: i giovani trascorrono le giornate in locali equivoci o squallide sale da gioco, all'insegna dell'incertezza per il futuro, mentre i rapporti sessuali sono sì liberi ma anche freddi e irresponsabili. Altrettanta irresponsabilità è però veicolata dalla generazione precedente, talmente impegnata dal proprio lavoro da trascurare del tutto i figli e i loro problemi. E se nel finale Takako sceglie di tornare dal marito, non è certo per amore ma solo per il bene superiore della sua bambina (anche se l'amore che riceverà da entrambi i genitori sarà probabilmente solo apparente). Stilisticamente, il film è interessante per il montaggio: fenomenali alcune transizioni, come quella che mostra – subito dopo la scena di Akiko che va ad abortire in clinica – la piccola figlia di Takako, anticipando la sequenza successiva in cui la ragazza, guardando la bambina, avrà finalmente piena consapevolezza di quello che ha fatto; oppure, nel finale, il soffermarsi sui volti di Kenji (nella scena in cui Akiko viene investita dal treno) o della madre (dopo che Takako le ha comunicato della morte di Akiko), seguiti da inquadrature sugli ambienti circostanti che, seppur vuoti, danno l'impressione di essere pieni delle emozioni dei personaggi. Pregio di un cineasta che, come sempre, racconta molto più di quello che mostra.

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