30 ottobre 2013

Kagemusha (Akira Kurosawa, 1980)

Kagemusha - L'ombra del guerriero (Kagemusha)
di Akira Kurosawa – Giappone 1980
con Tatsuya Nakadai, Tsutomu Yamazaki
****

Rivisto in DVD.

Nel Giappone feudale del sedicesimo secolo, il potente clan Takeda è in lotta con i rivali Oda e Tokugawa per il dominio su tutto il paese. Ma proprio quando la conquista della capitale Kyoto sembra ad un passo, Shingen, il signore del clan, viene gravemente ferito da un archibugio nemico. Morente, ordina ai suoi più fedeli generali di mantenere segreta la sua dipartita per tre anni, in modo da proteggere il feudo dagli attacchi dei signori della guerra avversari. Viene così sostituito da un sosia, un umile ladruncolo condannato a morte che vanta con lui un'incredibile somiglianza, al punto da riuscire ad ingannare non solo i nemici ma i suoi stessi uomini e persino i parenti più stretti. Diventare "l'ombra" di qualcun altro, però (il titolo del film significa letteralmente "Il guerriero ombra"), comporta la rinuncia a sé stessi: e quando il sosia verrà smascherato e costretto ad abbandonare il palazzo, si scoprirà talmente incapace di separare il proprio destino da quello del clan Takeda da non poter far altro che seguirne di nascosto l'esercito, inviato allo sbaraglio dal figlio di Shingen, fino alla distruzione completa sul campo di battaglia. Dopo "l'esilio russo" che aveva fruttato "Dersu Uzala", Kurosawa torna a lavorare in patria, stavolta con il sostegno economico degli americani (il film è parzialmente finanziato dalla 20th Century Fox, intervenuta quando la Toho aveva esaurito il budget e minacciava di non portare a termine la pellicola, e fra i produttori esecutivi figurano Francis Ford Coppola e George Lucas, da sempre estimatori del regista nipponico), e sforna un capolavoro drammatico ispirato a eventi reali dell'epoca Sengoku (la battaglia finale è quella di Nagashino, nella pianura di Shitaragahara) ma interessato più ad affrontare dilemmi psicologici sull'identità e l'annullamento di sé ("L'ombra di un uomo non lo lascia mai, non può camminare da sola"; "ma quando l'uomo scompare, la sua ombra dova va a finire?") che non a riproporre una pedante ricostruzione storica (tanto Takeda Shingen quanto i suoi rivali Oda Nobunaga e Tokugawa Ieyasu sono personaggi realmente esistiti e di notevole importanza nella storia giapponese; da rimarcare le sequenze in cui Nobunaga si fa benedire dai monaci cristiani e beve il vino rosso degli "stranieri"), nonostante le sontuose scene di battaglia e la cura nel proporre costumi, armature e ambientazioni (molte scene sono state girate al castello di Himeji, presso Kobe).

Impressionante visivamente (l'uso del colore "espressionistico" – com'era già stato per "Dodes'ka-den" e come sarà per tutte le pellicole successive, "Ran" e "Sogni" in primis – spicca nel rosso acceso del cielo contro cui si stagliano le silhouette degli uomini; nelle tinte degli stendardi dell'esercito di Shingen, le cui divisioni richiamano le forze della natura come il vento, il fuoco o la foresta, mentre il daimyo rappresenta la montagna "incrollabile"; nel colore del sangue, quasi fasullo nella sua teatralità; nella sequenza del sogno in cui il sosia vede il cadavere di Shingen – con tanto di armatura – fuoriuscire dal vaso in cui era stato nascosto per marciare contro di lui; e in generale in tutte quelle sequenze audacemente visionarie – cito anche l'apparizione dell'arcobaleno al fianco delle armate Takeda in marcia – dove le pennellate di colore sembrano fuoriuscire dalla tavolozza di un artista), il film presenta una ricca collezione di personaggi, fra figure elevate e shakespeariane (Shingen stesso, i dignitari, il figlio Katsuyori che si fa accecare dall'ambizione) e altre più umilmente "kurosawiane" (meno presenti, a dire il vero, che negli altri film: ma ricordiamo almeno le tre spie inviate dai rivali ad accertarsi che Shingen sia davvero morto; e naturalmente il sosia, uomo senza nome e senza identità che si affeziona sinceramente al nipotino di Shingen e finisce col farsi scoprire non dagli uomini ma da un cavallo). Il ritmo della pellicola è lento, quasi austero (la prima sequenza, per esempio, consiste interamente in una camera fissa su tre uomini seduti – e quasi indistinguibili l'uno dall'altro! – che parlano fra loro: è anche l'unica sequenza in cui Tatsuya Nakadai compare in entrambi i ruoli, quello del daimyo e quello della sua "ombra"). A proposito di Nakadai: la sua recitazione non fa rimpiangere il miglior Toshiro Mifune, alternando momenti di grande dignità a improvvisi scatti da fool, ma è da segnalare che la prima scelta di Kurosawa per il ruolo del protagonista era stato il comico Shintaro Katsu, meglio noto per aver interpretato la saga cinematografica di Zatoichi negli anni sessanta. Ma Katsu abbandonò il set già nel primo giorno di riprese, costringendo l'Imperatore a ricorrere a Nakadai, che aveva già lavorato con lui in tre film ("Yojimbo", "Sanjuro" e "Anatomia di un rapimento") e tornerà in "Ran". Fra le sequenze che più rimangono impresse, oltre a quella già citata del vaso, vorrei ricordare la battaglia notturna cui il sosia assiste dalla collina (si fa per dire, visto che dall'oscurità giungono soltanto grida ed echi di morte), e naturalmente il finale, apocalittico e nichilista, accompagnato dal tema solenne della colonna sonora composta da Shinichiro Ikebe. La pellicola, alla quale ha collaborato anche Ishiro "Godzilla" Honda (che dal 1980 ha partecipato come aiuto regista a tutti gli ultimi film di Kurosawa), vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes.

28 ottobre 2013

Rossini! Rossini! (Mario Monicelli, 1991)

Rossini! Rossini!
di Mario Monicelli – Italia 1991
con Philippe Noiret, Sergio Castellitto
*1/2

Visto in divx.

Il settantenne Gioacchino Rossini (Noiret da anziano, Castellitto da giovane), stabilitosi a Parigi e attorniato da parenti, amici e ammiratori, rievoca le vicende della sua lunga vita, dall'infanzia trascorsa a Pesaro fino al precoce "pensionamento" volontario (smise di comporre a 39 anni, ma visse fino a 76), fra eventi storici (le tante guerre che hanno scosso l'Italia nella prima metà dell'ottocento), carriera musicale (assistiamo alle prime rappresentazioni e ai trionfi o agli insuccessi, fra le altre, de "La pietra del paragone", "Tancredi", "L'italiana in Algeri", "Elisabetta", "Il barbiere di Siviglia", "Mosé in Egitto", "Guglielmo Tell"), rapporti con le donne (tre su tutte: il contralto Maria Marcolini, la soprano Isabella Colbran e la modella Olimpia Pélissier; le ultime due diventarono sue mogli), amore per i soldi, il cibo e la vita... Sceneggiato dal regista insieme a Suso Cecchi D'Amico, Nicola Badalucco e Bruno Cagli, un biopic su quello che, ai suoi tempi, fu il compositore più popolare al mondo: il film ha avuto una lunga gestazione (a un certo punto si era parlato persino di Robert Altman alla regia), ma poi – nonostante le risorse e le ambizioni – è sfociato in una pellicola di stampo televisivo, quasi una proto-fiction Rai (che lo ha prodotto, con l'Istituto Luce). In mancanza di un'idea centrale o di un filo conduttore (come poteva essere la rivalità di Mozart con Salieri in "Amadeus"), il lungometraggio si limita ad accatastare gli eventi della vita di Rossini senza mai comunicare davvero, se non a parole, la novità storico-sociale e la grandezza immortale della sua musica e del "bel canto", non aiutato in questo da una regia anonima e che non rende certo giustizia al nome dell'autore de "La grande guerra". Il risultato è un film "corretto, decoroso, di televisiva uniformità, un film senz'anima che non ha lasciato tracce" (Morandini). Peccato, perché in questo modo si è sprecato sia il soggetto (la vita di Rossini è stata parecchio interessante, basterebbe chiedere a Stendhal per una conferma) sia il ricco cast, che comprende anche Giorgio Gaber (il migliore di tutti, nel ruolo dell'abile ed eccentrico impresario Domenico Barbaja, colui che assoldò Rossini facendolo venire a Napoli per comporre il "Barbiere"), Sabine Azema (la musa di Resnais, qui nel ruolo di Olimpia Pélissier), Jacqueline Bisset (Isabella Colbran), Assumpta Serna (Maria Marcolini). Accreditato anche Vittorio Gassman come Ludwig Van Beethoven, ma la scena del celebre incontro fra i due compositori è stata tagliata in fase di montaggio. La sequenza migliore, in ogni caso, è quella del fiasco (abilmente "orchestrato") della prima del "Barbiere". Curiosità: fra i molti brani che si ascoltano nella pellicola mancano i due pezzi forse più noti fra tutti quelli composti dal musicista pesarese, ovvero la cavatina di Figaro dal "Barbiere" e l'ouverture del "Guglielmo Tell".

27 ottobre 2013

Dorian Gray (Oliver Parker, 2009)

Dorian Gray (id.)
di Oliver Parker – GB 2009
con Ben Barnes, Colin Firth
*1/2

Visto in TV.

Scialbo adattamento de "Il ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde, affossato da un pessimo protagonista e da una regia che tenta di infondere maggior interesse nel soggetto girandone alcune scene come un horror di bassa lega. La storia è quella nota, anche se la sceneggiatura di Toby Finlay la "arricchisce" di ulteriori sfumature gotiche e ne modifica alcuni passaggi (come quelli relativi alla breve storia d'amore del protagonista con l'attrice teatrale interpretata da Rachel Hurd-Wood): il giovane nobiluomo londinese Dorian Gray (Ben Barnes) si fa dipingere un ritratto dall'amico Basil Hallward (Ben Chaplin); quando scopre che il quadro invecchia al posto suo, e che ogni peccato commesso fa imbruttire il dipinto mentre lui si mantiene puro e immacolato, comincia a dedicarsi all'edonismo più sfrenato, seguendo alla lettera i consigli del cinico Lord Henry Wotton (Colin Firth) che gli aveva insegnato a "cogliere ogni attimo" e a soddisfare ogni impulso. Non si fa mancare niente, compreso l'omicidio; ma anni dopo, proprio quando sembra deciso a mettere la testa a posto e a cambiare vita per amore della figlia di Henry, Emily (Rebecca Hall), il destino gli presenterà il conto. Una mediocre ricostruzione storica (davvero pessima la Londra dell'epoca in computer grafica, mentre costumi e scenografie sono al risparmio), un protagonista inadeguato (molto meglio, ça va sans dire, Firth e Chaplin), una tensione drammatica inesistente: da salvare alla fine c'è solo il soggetto (ovviamente), che indaga sui temi dell'eterna giovinezza e della corruzione dell'anima, e i celebri aforismi di Oscar Wilde, sparsi a piene mani dallo sceneggiatore e messi in bocca ora a Lord Henry ora a Gray stesso. Parker, abbonato alle pellicole di derivazione wildiana (suoi i gradevoli "Un marito ideale" e "L'importanza di chiamarsi Ernest" con Rupert Everett), da qualche anno sembra essere scivolato lungo una brutta china.

25 ottobre 2013

Spring breakers (Harmony Korine, 2012)

Spring breakers - Una vacanza da sballo (Spring breakers)
di Harmony Korine – USA 2012
con Selena Gomez, James Franco
***

Visto in divx, con Sabrina.

Lo "spring break" è la pausa primaverile dall'attività scolastica, una settimana di vacanza che negli Stati Uniti è concessa agli studenti e di cui molti approfittano per scatenarsi in feste, viaggi e divertimenti di ogni tipo. Per quattro ragazze del college (Brit, Candy, Cotty e Faith), annoiate e in cerca di emozioni forti, è l'occasione per fuggire in Florida e dedicarsi, lontane da casa, alla trasgressione più sfrenata, fra party sulla spiaggia, droga, sesso e crimine. Per "finanziarsi" il viaggio, infatti, decidono addirittura di rapinare un fast food. E naturalmente finiranno nei guai: a farle uscire di prigione, pagando la cauzione, è un gangster di piccolo calibro, Alien (uno strepitoso James Franco), che le ha prese in simpatia. Una a una, però, dovranno fare i conti con la realtà e decidere se il loro sogno di restare giovani e scatenate per sempre ha solide fondamenta oppure no. Presentato dal trailer e dal titolo italiano come una teen comedy scollacciata (di cui peraltro contiene numerosi elementi, come la continua presenza sullo schermo di ragazze in bikini o addirittura in topless), è invece un film che spiazza e sorprende, soprattutto se non si conoscono i trascorsi del regista (che è un uomo, a dispetto del nome!): scrittore, musicista, video-artista, già sceneggiatore per Larry Clark ("Kids", "Ken Park") e autore di diversi lungometraggi indipendenti ("Gummo", "Julien Donkey-boy"), Korine è da sempre interessato a indagare il lato più dark e oscuro della gioventù americana, consacrata all'edonismo e ai sogni di ricchezza, spesso senza piani a lungo termine e senza pensare alle conseguenze del proprio stile di vita. Ne risulta (cito da Wikipedia) "un affresco nichilista e senza pietà sulla gioventù odierna svuotata di ogni ideale e di ogni sensibilità, con protagoniste attrici prese da vari film per ragazzi (per creare un maggiore senso di sberleffo) 'sporcate' con il ruolo di giovani criminali". Ma forse, ancor più che per i contenuti, il film si fa apprezzare soprattutto per la forma. Oltre che sulla regia e sull'andamento ipnotico della narrazione (all'insegna della ripetitività, tanto che numerose battute sono replicate più volte e parecchie inquadrature anticipano o prefigurano quello che verrà), sostenuta anche da un'adeguata colonna sonora, la pellicola si regge soprattutto sulla fenomenale e coloratissima fotografia del belga Benoît Debie, che mi ha ricordato i lavori di Darius Khondji, Bruno Delbonnel o persino certi film di Hou Hsiao-hsien ("Millenium Mambo" su tutti) e Wong Kar-Wai. Le quattro protagoniste sono Selena Gomez, Vanessa Hudgens, Ashley Benson e Rachel Korine (quest'ultima è la moglie del regista).

23 ottobre 2013

Ritorno a Cold Mountain (A. Minghella, 2003)

Ritorno a Cold Mountain (Cold Mountain)
di Anthony Minghella – USA 2003
con Nicole Kidman, Jude Law
**

Visto in TV.

Il taciturno mandriano W.P. Inman (Jude Law) e la bella Ada (Nicole Kidman), figlia di un pastore protestante che si è da poco trasferito nella remota Cold Mountain, nel North Carolina, si dichiarano amore proprio nel giorno in cui lui parte volontario per la guerra di secessione contro gli Yankees. Siamo nell'America di fine ottocento, in piena guerra civile, ma pare di essere nell'Odissea di Omero. Dopo tre anni di combattimenti, sopravvissuto per miracolo al sanguinoso assedio di Petersburg, Inman decide di disertare per tornarsene dalla sua amata, che nel frattempo lo sta aspettando con pazienza, rimasta ormai sola dopo la morte del padre e costretta a fronteggiare le prepotenze di canaglie come Teague (Ray Winstone), che spadroneggia nella regione proteggendosi con l'uniforme della guardia civile. Mentre lui attraversa a piedi tutto il paese e fa incontri di ogni tipo con personaggi stravaganti, lei verrà aiutata dalla vivace e scapigliata Ruby (Renée Zellwegger) a gestire la propria fattoria e a sopravvivere in un mondo violento in attesa del ritorno dell'amato. Kolossal bellico-romantico che segue parallelamente le vicende dei due protagonisti, facendoli rincontrare solo nel finale. Anche se le corrispondenze con il viaggio di Ulisse sono evidenti – le sirene (le donne che tradiscono i disertori), Circe (la vecchia sciamana), Nausicaa (la giovane vedova), i Proci (la guardia civile) – il regista, che adatta un romanzo di Charles Frazier, sembra più interessato ad allungare il racconto il più possibile (la pellicola dura quasi tre ore, decisamente troppe, ma pare che il girato fosse molto di più: anche se, va detto a suo favore, si lascia seguire senza annoiare troppo) per portare sullo schermo banalità anti-belliche e sentimenti da romanzo Harmony (o, nel migliore dei casi, da "Vento di passioni"; non scomodiamo "Via col vento", per favore!). Abbonato ai polpettoni sin da "Il paziente inglese", Minghella non ci fa mancare niente: le scene di battaglia trasmettono l'atrocità della guerra (e il concetto, se non bastasse, viene ribadito più volte a parole), i cattivi sono cattivi (anzi, cattivissimi), i buoni sono buoni, il protagonista avanza fra mille difficoltà mantenendosi puro e senza distogliersi dal suo obiettivo finale, e le donne lottano da sole contro la violenza e la prepotenza degli uomini, oppure attendono silenziose i loro cari partiti per il fronte e dei quali non hanno più notizie. Nel ricco cast, fra gli altri, anche Donald Sutherland (il padre di Ada), Brendan Gleeson (il padre di Ruby), Natalie Portman (la giovane vedova con il bambino), Philip Seymour Hoffman (il prete "spretato") e Cillian Murphy (il più giovane dei tre soldati nordisti che assaltano la Portman), e ancora Giovanni Ribisi, Eileen Atkins, Kathy Baker, James Gammon. La Zellwegger, grazie a un personaggio "simpatico" e scritto su misura, ha vinto l'Oscar come miglior attrice non protagonista.

21 ottobre 2013

Forgotten silver (Peter Jackson, 1995)

Forgotten silver (id.)
di Peter Jackson e Costa Botes – Nuova Zelanda 1995
con Peter Jackson, Costa Botes
***1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli, con Giovanni, Rachele, Eleonora, Paola, Costanza e Francesca.

Documentario su Colin McKenzie, misconosciuto pioniere del cinema neozelandese, di cui Peter Jackson ha ritrovato per caso un baule colmo di vecchie pellicole che ne rivelano l'arte eclettica e la perizia tecnica. Peccato che si tratti solo di... un'elaborata finzione, visto che tanto McKenzie quanto le sue incredibili imprese sono state inventate di sana pianta dall'ingegnoso Jackson e dal suo sodale Costa Botes, senza rivelarlo nemmeno nei titoli di coda (dove gli attori che impersonano Colin e gli altri personaggi nei filmati d'epoca fasulli non sono accreditati). Il film, realizzato in occasione del centenario del cinema, venne trasmesso in televisione nel 1995 senza alcuna indicazione che si trattava di una burla, scatenando l'entusiasmo degli spettatori e di tutti coloro che credevano di aver appena scoperto l'esistenza di un nuovo D.W. Griffith, e per di più neozelandese. La messinscena è corroborata da interviste ad "autorità" del calibro del produttore Harvey Weinstein, del critico Leonard Maltin e dell'attore Sam Neill, che si sono prestati al gioco, rilasciando dichiarazioni di sorpresa ed entusiasmo a favore di Colin McKenzie. Eppure gli indizi per capire che si trattava di un divertissement e non di un vero documentario sono dispensati a piene mani, fra anacronismi (Colin avrebbe ripreso un uomo che vola prima dei fratelli Wright, avrebbe anticipato il documento di denuncia con un caso simile a quello di Rodney King, ecc.), esagerazioni (l'incredibile McKenzie, dalla genialità e dall'inventiva pari a quelle di un Leonardo da Vinci mescolato con Edison e Méliès, avrebbe inventato il cinema sonoro, quello a colori, la candid camera, il lungometraggio, molto prima di chiunque altro; avrebbe costruito da solo un gigantesco set "biblico" nella foresta neozelandese; avrebbe ripreso persino la propria morte!), ironiche strizzatine d'occhio (l'addetta all'ambasciata russa si chiama Alexandra Nevsky) e tanti dettagli assurdamente inverosimili (il primo film sonoro della storia non ebbe successo perché era... in cinese!). Per rendere il tutto più credibile, Jackson e Botas hanno realizzato abilmente, scimmiottando gli stili dell'epoca, tutti i "film" di McKenzie, comprese le "comiche" di Stan the Man e naturalmente il kolossal biblico su "Salomè", il suo capolavoro perduto e mai distribuito. Ne risulta, in ogni caso, un magnifico atto d'amore verso il cinema e la sua storia, una delle pellicole più appassionanti fra tutte quelle che nel 1995 furono realizzate per rendere omaggio ai cento anni della settima arte. E comunque, l'operazione di Jackson e Botas ha numerosi precedenti illustri: senza voler scomodare i decadentisti francesi, uno dei casi più famosi fu quello di Ern Malley, poeta fittizio "inventato" nel 1943 (con tanto di biografia e corpus di opere) da una coppia di burloni australiani, ed elogiato su una rivista letteraria prima che venisse rivelato che non esisteva. Il titolo "Forgotten silver" fa riferimento al nitrato d'argento usato nelle pellicole cinematografiche.

19 ottobre 2013

Il primo dei bugiardi (Gervais, Robinson, 2009)

Il primo dei bugiardi (The Invention of Lying)
di Ricky Gervais e Matthew Robinson – USA 2009
con Ricky Gervais, Jennifer Garner
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Il film si svolge un mondo identico al nostro, tranne che per un "piccolo" particolare: non esistono le bugie e tutti dicono sempre e solo la verità. In un contesto del genere, le persone – non essendo capaci di simulare o di fingere – si dicono apertamente anche le cose più imbarazzanti, private od offensive. Ma un bel giorno, il protagonista Mark (interpretato dallo stesso Gervais), che lavora come "sceneggiatore" per una compagnia cinematografica (i cui film, non esistendo il concetto di "finzione" né quello di recitazione, consistono in riprese di un uomo seduto in poltrona che legge o racconta eventi storici agli spettattori), scopre all'improvviso di essere l'unico sulla Terra in grado di dire bugie. Questo gli darà potere (ogni cosa che si inventa viene di fatto ritenuta "vera" da tutti gli altri, incapaci anche solo di concepire l'esistenza delle menzogne), ricchezza (basta dichiarare in banca di avere una grande somma sul proprio conto corrente), fama (potrà creare per i suoi film "sceneggiature" appassionanti e avvincenti, ricche di elementi avventurosi e fantascientifici, senza essere costretto – come i suoi colleghi – a riproporre pedissequamente la grigia realtà) e, potenzialmente, l'amore (anche se sceglierà di non avvalersi fino in fondo del suo "potere" per conquistare la bella Anna). E quando dirà una bugia "pietosa" alla madre che giace nel letto d'ospedale, ovvero che dopo la morte andrà in Paradiso, creerà senza volerlo anche la religione: novello Mosé, di li a poco introdurrà nel mondo il concetto di Dio ("L'uomo che è in cielo") e le tavole della legge. Bizzarro divertissement che parte da un presupposto assurdo (l'assenza delle bugie) per portarlo alle estreme conseguenze. Se l'idea di base non è poi così nuova (chi non ricorda gli alieni di "Galaxy Quest"?), interessanti sono invece le riflessioni che ne scaturiscono, a partire da quelle sulla religione confessionale (che in fondo è una "finzione" tanto quanto i racconti d'avventura o i film di Hollywood). Da notare, però, che la visione atea dei due registi-sceneggiatori sembra escludere del tutto la possibilità di una spiritualità innata nell'uomo o, in generale, del semplice "sospetto" che qualcosa possa esistere anche se non la conosciamo. Ci sarebbe da chiedersi come persino la scienza possa essersi sviluppata in un mondo del genere, ma naturalmente per godersi il film la premessa deve essere accettata con la dovuta "sospensione dell'incredulità". In ogni caso, con una confezione migliore (la regia è televisiva, la sceneggiatura è schematica) e una maggior ampiezza di vedute avrebbe potuto essere un gioiellino, ma resta comunque una pellicola curiosa e che vale la visione. Piccoli cameo per Edward Norton (il poliziotto corrotto), Tina Fey (la segretaria) e Stephanie March (la donna della "fine del mondo").

18 ottobre 2013

Kamikazen (Gabriele Salvatores, 1987)

Kamikazen - Ultima notte a Milano
di Gabriele Salvatores – Italia 1987
con Paolo Rossi, Silvio Orlando
**

Visto in TV.

Un gruppo di scalcinati comici e cabarettisti ha l'occasione della vita: nel locale dove il giorno dopo dovranno esibirsi sarà presente un incaricato di "Drive In", fortunata trasmissione televisiva dell'epoca, in cerca di nuovi talenti. O almeno questo è quanto gli ha fatto credere il loro disonesto impresario... I sei artisti trascorreranno la notte che li separa dal possibile successo fra ansie, crisi, ripensamenti e avventure di vario tipo. Il secondo film di Gabriele Salvatores, colmo di malinconia e di disillusioni, si immerge totalmente nelle atmosfere notturne e desolate della Milano di fine anni ottanta, reduce da quella sbornia di consumismo che è passata alla storia attraverso lo slogan pubblicitario "Milano da bere". I sei protagonisti ne incarnano l'umanità ai margini, sfiorata solamente dal successo e ridotta a mendicarne le briciole. Sono perdenti (come il cavallo Kamikaze sul quale, nella scena all'ippodromo che apre il film, l'impresario scommette e perde una forte somma), emarginati (si va dal meridionale Silvio Orlando, mai veramente integratosi al Nord, al "filosofo" e fatalista Paolo Rossi, in perenne cerca dello "Sgurz", l'indescrivibile elemento che trasforma un fallito in un vincente; dalla coppia di prestigiatori Renato Sarti e Bebo Storti, che sbagliano regolarmente tutti i numeri, ai più estroversi Claudio Bisio e Antonio Catania, che si rubano a vicenda le pessime battute), costretti a lavori infimi (facchini alla stazione, camerieri in squallide trattorie, sorveglianti in sale giochi) in attesa che si avveri un sogno forse irrealizzabile. Il cast pesca a piene mani dal mondo dell'avanspettacolo milanese di quegli anni, anche per i ruoli minori: tra gli altri, appaiono sullo schermo Gigio Alberti, Aldo e Giovanni (senza Giacomo), Raul Cremona, Michele (senza Gino: ma entrambi sono accreditati come autori dei dialoghi, mentre il soggetto è liberamente tratto dalla pièce teatrale "Comedians" di Trevor Griffiths), Valerio Staffelli e Diego Abatantuono. Comparsate anche per Mara Venier (pessima recitazione la sua), Nanni Svampa, David Riondino e lo stesso Salvatores (il "cliente" di Laura Ferrari alla stazione).

15 ottobre 2013

Gravity (Alfonso Cuarón, 2013)

Gravity (id.)
di Alfonso Cuarón – USA/GB 2013
con Sandra Bullock, George Clooney
***1/2

Visto al cinema Colosseo (in 3D).

La dottoressa Ryan Stone, alla sua prima missione con lo Space Shuttle, si ritrova isolata nello spazio insieme all'esperto astronauta Matt Kowalski dopo che la loro navetta è stata distrutta dai detriti seminati in orbita dall'impatto di un missile russo contro un satellite. Le comunicazioni con la Terra sono impossibili, e i due dovranno ingegnarsi per trovare un modo di sopravvivere e di far ritorno sul pianeta. Più che un film di fantascienza (non c'è niente di "fanta", solo scienza: tutti gli elementi e le tecnologie presenti sullo schermo – dai Soyuz alla Stazione Spaziale Internazionale – sono attualmente esistenti), un appassionante dramma a gravità zero girato con maestria da un Cuarón ormai maturo per essere accreditato nell'olimpo dei grandi registi. Compatto, lucido, senza inutili fronzoli, con un livello di realismo che fa impressione se si pensa alla difficoltà di realizzare un'intera storia in assenza di quella gravità evocata così "pesantemente" nel titolo, il film incatena e coinvolge dall'inizio alla fine, non risparmiando momenti ansiogeni e trasmettendo tutta la forza, il coraggio, la resistenza e la volontà di sopravvivere della protagonista di una vera e propria odissea. Se non mancano suggestioni che evocano tanti classici della SF del passato (la Bullock in canottiera nell'abitacolo del Soyuz ricorda la Sigourney Weaver di "Alien", in particolare quando si rannicchia in posizione fetale; le passeggiate a gravità zero sono degne di "2001: Odissea nello spazio"; la voce – in originale – di Ed Harris per il controllo missione da Houston richiama "Apollo 13" e "Uomini veri"), va elogiata la capacità di Cuarón di riprodurre sullo schermo le vastità dello spazio e gli incredibili panorami della Terra vista da lontano, anche attraverso lunghi piani seguenza (come quello, magistrale, che apre la pellicola) e l'utilizzo di soggettive (per esempio nell'esplorazione della ISS da parte della protagonista) che innalzano ancora di più il coinvolgimento. A questo proposito, anche il 3D – caso raro – si rivela efficace se non addirittura fondamentale per "immergere" lo spettatore nel particolare ambiente della vicenda. Da rimarcare anche il contrasto fra la profondità del vasto spazio esterno e la claustrofobia dei corridoi e delle capsule delle navicelle e delle stazioni orbitanti, così come la sorprendente apparizione di icone terrestri quando meno ce le si aspetterebbe (che si tratti di un pupazzetto di Marvin il marziano o di una statua dorata di Buddha). Fra i momenti visivamente più impressionanti di un film che peraltro non ha mai cadute di tono, segnalerei la distruzione della ISS (silenziosa come deve essere, visto che nello spazio non c'è suono) e l'istante del rientro della capsula cinese nell'atmosfera. Ma anche la conclusione, quando finalmente è possibile stringere nel palmo delle mani quella "terra" così concreta e pesante, insieme all'acqua, alle piante, alla sabbia del nostro pianeta, regala più di un brivido e si staglia indelebile nella memoria come uno dei finali cinematografici più belli di questa stagione. Per rendere l'effetto della gravità zero, il regista ha sfruttato solo in parte la grafica digitale, e si è affidato invece a meccanismi robotici che sollevavano in aria gli attori e gli oggetti. Per una volta, complimenti anche al doppiaggio italiano, fondamentale in una pellicola in cui per la maggior parte del tempo scorgiamo a malapena i volti degli interpreti (coperti come sono dai caschi spaziali). Fra le reazioni positive di pubblico e critica, da segnalare quella dell'astronauta Buzz Aldrin, rimasto impressionato dall'accuratezza della messa in scena.

13 ottobre 2013

Atmosfera zero (Peter Hyams, 1981)

Atmosfera zero (Outland)
di Peter Hyams – GB 1981
con Sean Connery, Peter Boyle
**1/2

Rivisto in divx.

Lo sceriffo O'Neil (Connery) è inviato a gestire l'ordine in un avamposto minerario su Io, il satellite di Giove. Indagando su una misteriosa ondata di pazzia che provoca inspiegabili suicidi fra gli operai, scopre che Sheppard (Boyle), il direttore della miniera, somministra di nascosto agli uomini una droga che ne aumenta la resistenza, e quindi la produttività, ma con gravi rischi sulla loro salute mentale. Quando minaccia di rivelare tutto, Sheppard assolda due killer professionisti per eliminarlo. In attesa dell'approdo dello shuttle che sta portando i due sicari dalla stazione spaziale orbitante, O'Neil cerca inutilmente qualcuno che lo aiuti a fronteggiare il pericolo... Remake del celebre western "Mezzogiorno di fuoco" in chiave di thriller fantascientifico, con Connery nel ruolo di un uomo solo (è stato abbandonato anche dalla moglie e dal figlioletto) e caparbio, deciso a non "chiudere un occhio" come fanno tutti coloro che lo circondano, e a punire – per una volta – i potenti. Le atmosfere claustrofobiche e "sporche" sono efficaci (il setting ricorda più i corridoi bui e incrostati di "Alien" che gli ambienti asettici e futuristi di tante altre pellicole di SF degli anni settanta), ma la trasposizione del western nello spazio (c'è persino il saloon!) appare a tratti pretestuosa e dà adito a numerose contraddizioni (perché i personaggi usano fucili a pompa e armi tradizionali? Si giunge al paradosso che uno dei killer muore stupidamente perché spara alla parete di vetro che separa la stanza in cui si trova dallo spazio esterno e senza atmosfera!). Rimasto nella memoria collettiva per le sequenze in cui le teste "esplodono" per l'improvvisa decompressione, il film è stato definito da alcuni critici dell'epoca come un "Alien" senza il mostro. E in effetti si discosta dalla maggior parte delle pellicole fantascientifiche per l'assenza di alieni, spade laser, tecnologie d'avanguardia (qui tutto, compreso i computer, è "vecchiume") e utopie/distopie socio-filosofiche. Non un limite o un difetto, si badi, ma una caratteristica ben precisa che si riflette anche nelle psicologie e nelle caratterizzazioni dei personaggi, decisamente vecchio stampo (su tutti spicca l'acida dottoressa Lazarus, interpretata da Frances Sternhagen, l'unica che dà una mano al protagonista). Da segnalare anche la cupa e dissonante colonna sonora di Jerry Goldsmith.

11 ottobre 2013

The grandmaster (Wong Kar-wai, 2013)

The grandmaster (Yi dai zong shi)
di Wong Kar-wai – Hong Kong/Cina 2013
con Tony Leung Chiu-wai, Zhang Ziyi
***

Visto al cinema Centrale.

Realizzato dopo un lavoro di preparazione e di ricerca durato otto anni (di cui tre trascorsi in giro per la Cina e Taiwan a intervistare grandi maestri di arti marziali a proposito della loro filosofia e del loro retaggio, un viaggio che è stato documentato nel film "The road to the Grandmaster"), il nuovo (capo)lavoro di Wong Kar-wai narra la storia di Ip Man (Tony Leung), il leggendario artista marziale che contribuì a rendere popolare il Wing Chun a Hong Kong negli anni cinquanta e sessanta, e che fu – tra le altre cose – il maestro di Bruce Lee (il bambino che si vede nel finale, insieme agli altri discepoli del protagonista, è senza dubbio Bruce!). La sua vicenda personale, che procede fra strappi ed ellissi, si dipana sullo sfondo di importanti eventi storici (la guerra civile, l'occupazione giapponese, l'indipendenza) e si intreccia con le vicissitudini delle scuole di arti marziali nella Cina repubblicana degli anni trenta, l'epoca d'oro del kung fu cinese, e soprattutto con quelle di Gong Er (Zhang Ziyi), la vendicativa figlia del maestro Gong Yutian, che rinuncerà a un matrimonio prestigioso per dare la caccia a Ma San (Zhang Jin), l'uomo che aveva tradito e ucciso suo padre. La storia d'amore fra Gong Er e Ip Man attraversa tutta la pellicola in maniera sotterranea, senza mai consumarsi e senza mai sfociare in una vera relazione, in maniera in fondo non dissimile da quella di "In the mood for love" (l'interprete maschile, fra l'altro, è lo stesso), dove i due protagonisti non si scambiavano neanche un bacio. Più che sui combattimenti, che comunque abbondano e sono assai dinamici (pur essendo dipinti sullo schermo con la raffinatezza ed l'eleganza, non scevra da un certo manierismo, tipica del regista: da segnalare in particolare quelli sotto la pioggia e sotto la neve, come il bellissimo scontro fra Gong Er e Ma San sulla banchina della stazione, dove abbondano rallenti, primi piani e improvvise accelerazioni che sembrano trasformare i movimenti dei corpi in pennellate di colore che un artista getta su una tela), il film intende parlare dei principi etici e morali che sono alla base delle arti marziali. Per questo motivo, ampio spazio è dato alla "filosofia" e alla saggezza degli antichi maestri, gli ultimi rappresentanti di una visione "poetica" e assai lontana dal puro esibizionismo dei più giovani. La multiforme colonna sonora (di Shigeru Umebayashi, fra gli altri; ma c'è anche uno "Stabat Mater" di un giovane compositore italiano, Stefano Lentini) evoca a tratti quella di Ennio Morricone per "C'era una volta in America": nella parte ambientata a Hong Kong negli anni cinquanta, in particolare, ne trasporta sullo schermo tutto il carico di nostalgia, di passione e di rimpianti. Da rimarcare, a questo proposito, lo struggente dialogo fra Ip Man e Gong Er in occasione del loro ultimo incontro nella sala da tè. La sceneggiatura, dal canto suo, sembra perdere per strada qualche filo (mi sfugge il ruolo del personaggio chiamato il "Rasoio", per esempio). Ma forse in fase in montaggio è stato sacrificato qualcosa da un film che, chissà, un giorno potrebbe rivedere la luce in una versione "director's cut" assai più lunga e completa. Così com'è ora, vive di momenti bellissimi ma un po' scollati fra di loro. Da notare che la vita di Ip Man, più o meno romanzata, è già stata oggetto di numerose altre pellicole: da segnalare quelle – di impianto e stile decisamente più "classici" – girate da Wilson Yip con Donnie Yen come protagonista.

9 ottobre 2013

E morì con un felafel in mano (R. Lowenstein, 2001)

E morì con un felafel in mano (He died with a felafel in his hand)
di Richard Lowenstein – Australia 2001
con Noah Taylor, Emily Hamilton
**

Visto in DVD.

Danny, aspirante scrittore senza un soldo e con una venerazione per Jack Kerouac (che lo porta a voler scrivere, come lui, su un rotolo di carta da telex perché "la pagina interrompe il flusso di coscienza"), per gli esistenzialisti francesi e i romanzieri russi, è costretto a cambiare residenza in continuazione per problemi vari con i suoi bizzarri coinquilini e con i debiti da pagare. Il film, tratto da un romanzo di John Birmingham (dove le case in cui il protagonista vive sono molte di più), consiste essenzialmente in una serie di episodi e di vignette (precedute regolarmente da un cartello "godardiano" a mo' di titolo) che si succedono senza soluzione di continuità, tenute insieme dai rapporti di Danny con alcuni dei variopinti personaggi con cui si ritrova a convivere (principalmente con Sam, l'amica di cui è innamorato; con l'ambigua Anya, seguace di un culto esoterico contro il "potere del patriarcato"; e con l'amico tossicodipendente Flip, al quale si riferisce la frase che dà il titolo alla pellicola) e mostra, in una serie di flashback, la vita di Danny in tre diversi appartamenti (il n. 47, a Brisbane; il n. 48, a Melbourne, e il n. 49, a Sydney), in ciascuno dei quali "resiste" per soli tre mesi, prima di trovare finalmente il successo come scrittore di racconti per "Penthouse". Senza un vero filo conduttore (né un senso compiuto), il lungometraggio affastella citazioni (alla cultura "alta", vedi Dostoevsky, Sartre, la nouvelle vague, ecc., così come a quella "bassa", vedi Star Trek, Star Wars, Doctor Who... ), riferimenti musicali (da Nick Cave a "California Dreaming", che Danny strimpella alla chitarra) e spunti surreali, cinici, post-tarantiniani (il dialogo iniziale su "Le iene" sembra fare il verso a quelli degli stessi film di Quentin). Nel complesso, un film ricco e curioso, ma anche assai confuso e che procede solo per accumulo: alla fine ci si chiede che cosa volesse dire, se non esprimere un punto di vista esistenzialista e post-moderno. E si ha l'impressione che si potrebbe prendere, smontare, rimontare in maniera diversa (o con pezzi totalmente differenti) e non cambierebbe nulla. Il felafel è un tipo di polpetta araba, anche se da quello che si vede sullo schermo sembra che Flip tenga in mano piuttosto un panino con kebab.

1 ottobre 2013

Una tomba per le lucciole (I. Takahata, 1988)

Una tomba per le lucciole (Hotaru no haka)
di Isao Takahata – Giappone 1988
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Eleonora, Paola, Florian e Sabine.

Negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale (il film si svolge fra il 16 marzo 1945, data del bombardamento di Kobe, e il 21 settembre, poco dopo la resa giapponese), il quattordicenne Seita e la sorellina Setsuko rimangono orfani dopo che la madre muore durante gli attacchi americani. Inizialmente ospitati da una zia che li tratta con freddezza, decidono poi di trasferirsi a vivere da soli in rifugio antibomba abbandonato. Per farsi luce, durante la notte, catturano e liberano lucciole nella grotta. Presto, però, il cibo e le risorse terminano, e cominciano le privazioni e gli stenti. Uscito nelle sale giapponesi in abbinata con "Il mio vicino Totoro" di Miyazaki (co-fondatore dello studio Ghibli insieme appunto a Takahata, suo collega e collaboratore sin dai tempi di "Heidi"), è uno fra i più tristi e strazianti film d'animazione mai realizzati, resoconto crudo e in stile neorealista delle difficoltà e dell'inedia di due bambini rimasti soli a causa degli orrori della guerra. Eppure non si può parlare di pellicola anti-bellica tout court, perché la guerra è solo la causa scatenante di una tragedia che dipende anche da altri fattori (la mancanza di solidarietà in primis, che comporta l'abbandono o l'emarginazione dei più deboli). Tutta la vicenda – comunque non priva di poesia e di lirismo, con momenti più leggeri che si alternano a quelli inevitabilmente tragici o toccanti – è rievocata in una sorta di flashback, con i luoghi e gli eventi rivisitati dagli spiriti dei due protagonisti: nell'inquadratura finale, scorgiamo addirittura la Kobe moderna, con i suoi grattacieli luminosi che contrastano terribilmente con gli scenari desolati del dopoguerra. Impossibile, in ogni caso, non trattenere le lacrime a più riprese: la visione del film può risultare devastante, se non un vero e proprio pugno dello stomaco, e richiede un po' di tempo per riprendersi pienamente. Ammirevole la cura di regista e animatori nell'attenzione ai dettagli, tanto nella ricostruzione storica-ambientale che nella descrizione delle piccole gioie e dei grandi dolori della vita di questa coppia di bambini: fra le icone della pellicola, la scatoletta di caramelle alla frutta che Setsuko custodisce gelosamente con sé. La storia è tratta da un romanzo semi-autobiografico di Akiyuki Nosaka, pubblicato nel 1967, da cui successivamente sono state realizzate anche due versioni in live action (nel 2005 e nel 2008).