29 settembre 2013

Venezia e Locarno 2013 - conclusioni

Proprio negli ultimi giorni della rassegna, un paio di ottimi film ("Still life" di Uberto Pasolini e soprattutto "Locke" di Steven Knight, entrambi incomprensibilmente fuori concorso a Venezia) hanno risollevato un po' quella che mi è parsa un'edizione assai deludente. Troppi film italiani, troppe opere prime, pochi grandi nomi (perché è inutile girarci attorno: i grandi film li fanno i grandi registi), poche idee nuove e tanta mediocrità, nel senso appunto di "livello medio". Sul migliore e sul peggior film visto nei giorni scorsi, però, non ci sono dubbi: il primo è stato "Locke", un vero gioiellino; il peggiore, invece, "The canyons" di Paul Schrader, indifendibile sotto tutti i punti di vista. Bene anche "The zero theorem" di Terry Gilliam (forse non all'altezza dei suoi capolavori, ma comunque un ottimo film) e "Nemico di classe" dello sloveno Rok Biček. Parecchie riserve invece sulle due pellicole italiane premiate al Lido ("Sacro GRA" di Gianfranco Rosi e "Via Castellana Bandiera" di Emma Dante), osannate da una critica ufficiale che a questo punto è facile accusare almeno un po' di partigianeria, se non di malafede (è stata sbertucciata persino dalla stampa estera). In generale, il nostro cinema ha confermato tutto il suo momento di difficoltà: male anche "La variabile umana" di Bruno Oliviero, discutibile "L'arte della felicità" di Alessandro Rak, gradevoli ma nulla di più "La prima neve" di Andrea Segre e "Zoran" di Matteo Oleotto. Da notare che Giuseppe Battiston era presente in ben tre pellicole (anche se soltanto in una, "Zoran", come protagonista). Se il cinema italiano arranca, esce invece a testa alta quello britannico, che oltre a "Locke" e a "Still life" ci ha allietati con la simpatica commedia "Questione di tempo" di Richard Curtis (presentata a Locarno). Non particolarmente memorabile la presenza asiatica (ma dal cartellone della rassegna milanese mancavano i tre "big" Hayao Miyazaki, Kim Ki-duk e Tsai Ming-liang), assente ingiustificata quella statunitense. Fra i temi ricorrenti della rassegna: le auto (almeno tre pellicole erano ambientate quasi interamente in una macchina: "Locke", "Via Castellana Bandiera" e "L'arte della felicità"; curiosamente, invece, in "Sacro GRA" le automobili non avevano grande importanza), la scuola, la famiglia, la solitudine, il viaggio.

27 settembre 2013

Locke (Steven Knight, 2013)

Locke (id.)
di Steven Knight – GB/USA 2013
con Tom Hardy
***1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Ivan Locke è un uomo e un lavoratore modello, con una vita solida e soddisfacente: una moglie, due figli, un impiego come direttore di cantiere nel campo delle grandi costruzioni. Ma nel giro di una notte, anzi di poche ore trascorse in automobile guidando da Birmingham a Londra, le fondamenta di tutto ciò che ha costruito rischiano di crollare. E questo perché ha deciso di "fare la cosa giusta" e di essere presente alla nascita di un figlio nato da una relazione occasionale, anche a costo di rinunciare alla sfida più importante della sua carriera professionale ("la più grande colata di calcestruzzo d'Europa") e di mettere a rischio la stabilità familiare. Girato praticamente in tempo reale (poco meno di 90 minuti) e ambientato tutto all'interno dell'abitacolo di una macchina, con un solo protagonista sullo schermo (il bravissimo Tom Hardy) che parla in continuazione al telefono (in vivavoce) con gli altri personaggi, "Locke" è un vero gioiellino di scrittura, di regia e di recitazione. "Due ore fa, quando sono salito su questa macchina, avevo un lavoro, una moglie e una casa. Ora non ho più nulla", dice a un certo punto il protagonista. Ma non è vero: ha finalmente chiarito a sé stesso qual è il suo ruolo nel mondo, ha sconfitto i fantasmi del passato e ha dimostrato quella sensibilità e quel coraggio che suo padre non aveva avuto nei suoi confronti, "ripulendo" di fatto il proprio cognome (che ora può essere sfoggiato con orgoglio anche nel titolo della pellicola) e gettando le fondamenta – di calcestruzzo! – di una vita nuova, da vivere con orgoglio e dignità. Se quello di Hardy, come detto, è l'unico volto che compare sullo schermo, alla buona riuscita del film contribuiscono anche tutti quegli attori che danno spessore ai loro personaggi soltanto attraverso la voce (temo già all'idea di come il doppiaggio italiano appiattirà tutto): la moglie, i figli, il capo, il collega, la donna che sta per partorire, e altri ancora. La sceneggiatura a incastro, dello stesso Knight, è praticamente perfetta, quasi un "dramma da camera" (nonostante l'insolita ambientazione autostradale) sul tema dell'assunzione di responsabilità, che segue passo passo i tentativi del protagonista di risolvere i problemi e le complicazioni che si affastellano in una notte da incubo, mentre cerca di percorrere fino in fondo la difficile strada che, con la sua scelta morale, ha deciso di seguire. Da segnalare anche la bella fotografia notturna di Haris Zambarloukos e l'avvolgente colonna sonora di Dickon Hinchliffe.

26 settembre 2013

In bloom (N. Ekvtimishvili, S. Gross, 2013)

In bloom (Grdzeli nateli dgeebi)
di Nana Ekvtimishvili, Simon Gross – Georgia 2013
con Lika Babluani, Mariam Bokeria
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (Milano Film Festival).

A Tbilisi, nella Georgia del 1992 appena uscita dalla disgregazione dell'URSS, donne ed anziani fanno le file per il pane mentre gli uomini combattono nella guerra civile in Abkhazia. La quattrodicenne Eka e la sua amica del cuore Natia, appena più grande di lei, cercano di crescere e di trovare una propria indipendenza, ma dovranno fare i conti con la violenza e la prepotenza maschile. Natia, in particolare, sarà costretta a sposare un uomo che non ama e che l'ha presa con la forza. La ribellione delle due ragazze, che potrebbe concretizzarsi per mezzo della pistola che un amico aveva regalato a Natia per il suo compleanno (insieme a un singolo proiettile) e che le due nascondono gelosamente, rimarrà solo un potenziale inespresso. Una storia di "coming of age" e di formazione al femminile in un periodo delicato dell'ex repubblica sovietica. Molti i fili che si intrecciano: l'amicizia fra le due ragazze, il difficile rapporto con i familiari (fratelli e sorelle con cui non si va d'accordo, padri alcolizzato o assenti, madri che non si curano di loro), il tentativo di essere liberi e indipendenti in un mondo caotico e violento, per una pellicola – opera di una coppia di cineasti, lei giorgiana e lui tedesco – che non si presta a facili conclusioni e che risulta efficace nel descrivere un periodo "di passaggio" tanto a livello storico-sociale che a livello intimo e personale, pur senza offrire nulla di nuovo, memorabile o particolarmente originale dal punto di vista tematico e stilistico. Anche l'estetica è quella solita del cinema d'autore dell'Europa dell'est (la fotografia, livida e realista è del rumeno Oleg Mutu, collaboratore abituale di Cristian Mungiu). Brave le giovani attrici. Vincitore del premio del pubblico al Milano Film Festival, è stato "inglobato" per questo motivo nella rassegna di Venezia e Locarno.

Vado a scuola (Pascal Plisson, 2013)

Vado a scuola (Sur le chemin de l'école)
di Pascal Plisson – Francia 2013
documentario
*1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Storie di quattro bambini (e dei loro fratelli o compagni di classe), ai quattro angoli del mondo, che per recarsi a scuola sono costretti ogni giorno a compiere un lungo viaggio e affrontare difficoltà e pericoli. Jackson, in Kenya, deve attraversare la savana e stare attento agli elefanti; Zahira, nell'Atlante in Marocco, deve percorrere un lungo e ripido sentiero di montagna; Carlos, in Patagonia, deve cavalcare con la sorellina attraverso la steppa; Samuel, nel Bengali, è disabile e deve essere portato dai fratelli su una sedia a rotelle artigianale. Prodotto con il patrocinio dell'Unesco e distribuito dalla Walt Disney francese, è un film dall'impianto semidocumentaristico (si tratterebbe di "storie vere", tanto che al termine i diversi protagonisti – tutti dagli 11 ai 13 anni – vengono intervistati a proposito dei loro sogni e aspirazioni), ad alto tasso di buonismo e di retorica, sull'"eroismo" di bambini per i quali la ricerca dell'istruzione richiede impegno, dedizione e forza di volontà. Un bel concetto, certo, ma durante la visione è forte il desiderio di spingere sul tasto del fast forward: tolti i primi e gli ultimi minuti, tutta la pellicola consiste in una lunga sequenza di camminate attraverso paesaggi più o meno desertici. Alla fine, più che un film, sembra di aver guardato il volantino pubblicitario di una onlus o una raccolta di cartoline.

25 settembre 2013

Still life (Uberto Pasolini, 2013)

Still life (id.)
di Uberto Pasolini – GB 2013
con Eddie Marsan, Joanne Froggatt
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il signor May, un ometto dall'apparenza triste e grigia, svolge un insolito lavoro: si occupa, per conto del comune di Londra, di rintracciare i parenti di coloro che muoiono soli e abbandonati da tutti, prima di dare loro una degna sepoltura. Spesso però i suoi sforzi non vanno a buon fine, visto che la maggior parte delle volte è proprio lui l'unico presente alle funzioni funebri. La cura e la dedizione che ha nel ricordare i defunti (le cui fotografie appunta diligentemente in un album che custodisce a casa) e nell'organizzare le cerimonie (dalla scelta delle musiche alla stesura di orazioni piene di sentimenti, fino all'individuazione del miglior posto nel cimitero) sono forse dovute al fatto che anche lui, come i suoi "clienti", è solo e senza famiglia; e in fondo sa che, quando verrà il suo turno, anche al suo funerale non parteciperà nessuno. Quando riceve la notizia che il suo ufficio verrà chiuso, perché ritenuto ormai inutile e troppo costoso, May si getta a capofitto nell'ultimo caso su cui lavorerà, ancora più "sentito" perché il defunto abitava proprio di fronte a casa sua. Si tratta di un uomo dal passato turbolento e violento, che pure da qualche parte potrebbe avere lasciato una figlia che lo amava. L'indagine per ricostruire i suoi trascorsi diventa così l'ultima ragione di vita di May, una missione da cui forse potrà sgorgare un cambiamento anche per lui. Seconda opera da regista di Pasolini, cineasta italiano trapiantato da anni a Londra (è stato il produttore di "Full Monty"), è un film dai toni asciutti e dalle atmosfere che più british non si può, ambientato com'è fra cimiteri e plumbee periferie e incentrato sui temi della morte e della solitudine, trattati peraltro con mano leggera, attenta ai dettagli (il titolo significa "natura morta", e molte scene – a partire dal meticoloso ordine con cui May si prepara il pranzo e gestisce il suo ufficio – ricordano proprio quei dipinti) e capace di mescolare dramma e commedia. Lo stile sobrio e dimesso, le scenografie essenziali, la recitazione asciutta (Marsan è perfetto) e la distillazione dei sentimenti sono tutti pregi che si accumulano man mano che la trama scorre. Complesso il finale, che passa in pochi minuti da un lieto fine forse troppo facile a una più inevitabile conclusione tragica, sfociando infine in un inatteso e commovente controfinale che va a smentire il superiore di May, quando – accusandolo di dare troppa importanza ai defunti – gli diceva "I funerali sono per i vivi".

24 settembre 2013

La prima neve (Andrea Segre, 2013)

La prima neve
di Andrea Segre – Italia 2013
con Matteo Marchel, Jean-Christophe Folly
**

Visto al cinema Apollo (rassegna di Venezia).

Dani, immmigrato togolese, è giunto in Italia fuggendo dalla guerra civile in Libia: in attesa di ricevere il permesso di soggiorno, è ospitato in una casa d'accoglienza a Pergine, un piccolo paesino di montagna nella Val dei Mocheni, in Trentino. Qui dà una mano all'anziano falegname e apicoltore Pietro e ha modo di conoscere la sua famiglia, la nuora Elisa e il nipote Michele, rimanendo colpito in particolare da quest'ultimo, un irrequieto bambino di dieci anni. Sia Dani che Michele devono convivere con un grande vuoto, visto che sono stati colpiti di recente da un terribile lutto: per Dani, la morte della moglie Layla, che non appena giunti in Italia lo ha lasciato dando alla luce una neonata alla quale non si sente in grado di fare da genitore; per Michele, la scomparsa del padre, cui era legatissimo e che ancora sogna in continuazione. Un film lento (forse fin troppo, prima che si sciolga nel bel finale) e meditato, che scava con sensibilità nelle anime di personaggi molto diversi fra loro eppure legati dalla comune tristezza e dalla comune difficoltà di continuare a vivere. Dani progetta di abbandonare la figlia e di fuggire a Parigi, mentre Michele marina la scuola, si ribella alla madre e trascorre le giornate nei boschi con gli amici. Ma al termine dell'autunno, con l'arrivo della prima neve (che Dani peraltro non ha mai visto prima), che colora tutto di bianco e permette una nuova visione del mondo e di sé stessi, le tensioni si scioglieranno e tutti impareranno ad accettare la propria perdita e il proprio ruolo. Nel cast, anche la bravissima Anita Caprioli (la madre), Peter Mitterrutzner (il nonno) e Giuseppe Battiston (l'amico "orso"). L'ambientazione alpina è forse insolita per parlare di immigrazione e integrazione; ma c'è da dire che questo è solo uno dei temi, e per di più minore, nel contesto della pellicola, che è soprattutto un viaggio nell'anima, intimo e personale. La regia, sobria e mai forzata, è impreziosita dalla cura antropologica e documentaristica con cui Segre ritrae la valle e i suoi abitanti, i dialetti (trentino e tedesco, con sottotitoli) e i paesaggi.

Ana arabia (Amos Gitaï, 2013)

Ana arabia (id.)
di Amos Gitaï – Israele 2013
con Yuval Scharf, Yussuf Abu Warda
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Una giovane giornalista si reca in una zona periferica di Jaffa, dove è da poco morta una donna con un'interessante storia alle spalle: sopravvissuta ad Auschwitz e all'Olocausto, si è poi convertita all'Islam per sposare un arabo. Aggirandosi nei cortili della casa dove abitava, la giornalista incontra il marito, la figlia, la nuora, parenti, vicini e amici della defunta, che le parlano di lei e di mille altre cose... Girato in un unico piano sequenza (come "Arca russa", ma con meno maestria tecnica) e in tempo reale, è un film che scava nella vita di una comunità di arabi ed ebrei che convivono pacificamente in una "terra di confine", quasi invisibile al resto del mondo: un insieme di case, di baracche e di orti alla periferia della città, come rivela l'ultima inquadratura in cui finalmente la macchina da presa, all'imbrunire e sulle note della prima sinfonia di Mahler, si innalza per mostrarci una visuale a 360 gradi dell'ambiente circostante. Come capita spesso con il cinema di Gitaï, mi è parso un lavoro che nasce più da uno sfoggio di stile che dal sincero desiderio di raccontare qualcosa. Le conversazioni e i dialoghi si susseguono senza sosta, attraversando i più diversi argomenti (la vita, il lavoro, l'amore), mentre la giornalista annota diligentemente sul suo taccuino gli spunti più interessanti; ma alla pellicola manca un centro nevralgico e sembra più tenuta insieme dall'aspetto tecnico (il piano sequenza, appunto) che non dai personaggi o dalle esigenze narrative. E alla fine, ci si annoia pure un bel po'.

23 settembre 2013

We are the best! (Lukas Moodysson, 2013)

We are the best! (Vi är bäst!)
di Lukas Moodysson – Svezia 2013
con Mira Barkhammar, Mira Grosin
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Le tredicenni Bobo e Klara non sono certo le ragazzine più popolari della scuola: anticonformiste nell'aspetto e nel comportamento, refrattarie alla disciplina e all'ordine, hanno un'anima punk e vitale che esprimono attraverso i capelli corti e il desiderio di opporsi all'ipocrisia e all'establishment imperante a tutti i livelli, scolastico e familiare in primis. Quasi per caso decidono di mettere su una band musicale, benché nessuna delle due sappia suonare. Risolveranno il problema prendendo a bordo una terza ragazza, Hedvig, leggermente più grande di loro ma altrettanto emarginata: abile con la chitarra classica, verrà rapidamente "convertita" al rock e al taglio di capelli (con conseguente ira della madre). L'amicizia e lo spirito di gruppo saranno solo leggermente incrinati dai primi amori e dalle inevitabili gelosie, ma rimarranno fino alla fine il faro che le terrà unite. Dopo una serie di passi falsi, il regista svedese Lukas Moodysson torna ai temi e alle atmosfere del suo primo successo, quel "Fucking Åmål" che metteva in scena in maniera libera e rinfrescante il coming out sessuale di una coppia di giovani ragazzine. Stavolta il tono è anche più leggero, quasi goliardico, ma la pellicola è permeata dalla stessa schiettezza e mancanza di buonismo: che la ribellione delle protagoniste sia sincera lo dimostra l'ultima scena, quella del concerto, in cui preferiranno insultare il pubblico piuttosto che eseguire in maniera accondiscendente la loro canzone. Tratto da una graphic novel scritta dalla moglie dello stesso regista, Coco (che ha ritratto sé stessa in Bobo, la più sensibile e introversa del gruppo), il film forse non è dirompente come la pellicola d'esordio di Moodysson ma merita un plauso per la naturalezza con cui ritrae le tre ragazzine e la loro irrefrenabile vitalità.

The canyons (Paul Schrader, 2013)

The canyons (id.)
di Paul Schrader – USA 2013
con Lindsay Lohan, James Deen
*

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Christian, produttore annoiato e figlio di papà, costringe la compagna Tara a incontri sessuali con sconosciuti trovati su internet. Ma quando scopre che la ragazza ha da tempo una tresca con il fidanzato della sua assistente, un giovane attore che proprio lei lo ha spinto ad assoldare per un film da girare in New Mexico, si ingelosisce e comincia a farla seguire di nascosto... Difficile salvare qualcosa in uno dei più brutti film visti sul grande schermo da parecchio tempo a questa parte, una pellicola di un livello talmente imbarazzante e amatoriale che quasi non si crede che dietro possa esserci la mano di un cineasta come Schrader, che in passato qualcosa di buono – per usare un eufemismo – lo ha pure fatto. Quelle del budget basso e del cinema indipendente (destinato inevitabilmente al circuito dei video on demand, il film è stato finanziato attraverso un sito di crowdfunding) sono scuse che non reggono: proprio perché libero dai "lacci" delle major hollywoodiane, e soprattutto perché firmato da due autori da cui ci si aspetterebbe qualcosa di potente e di ribelle (lo sceneggiatore è Bret Easton Ellis), la delusione è ancora maggiore. La trama non va da nessuna parte, l'ambientazione (nella stessa Hollywood) è piatta, le scene di sesso (già, perché in teoria si tratterebbe di un "thriller erotico") sono del tutto dimenticabili, la carica eversiva è completamente assente, e in generale la confezione è sciatta e dozzinale, da tv movie di bassa qualità. La mediocre recitazione di Lindsay Lohan (ormai un'ex attrice), invece, non delude più di tanto, ma solo perché è attorniata da interpreti ancora meno dotati di lei (a partire dal pornodivo James Deen). Breve comparsata per Gus Van Sant nel ruolo dello psicanalista (l'unico personaggio con un cognome, visto che tutti gli altri si fanno chiamare solo per nome, come nelle peggiori soap opera).

22 settembre 2013

L'arte della felicità (Alessandro Rak, 2013)

L'arte della felicità
di Alessandro Rak – Italia 2013
animazione tradizionale
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Sergio, un tempo musicista insieme al fratello Alfredo (i due suonavano rispettivamente il piano e il violino), è diventato ora un tassista che vaga per le strade di una Napoli perennemente sommersa dalla pioggia e infestata da montagne di spazzatura. L'aver rinunciato alla musica è stato il suo modo di reagire alla decisione del fratello di trasferirsi in Nepal per vivere in un monastero buddista. E alla notizia dell'improvvisa morte di Alfredo, si chiude ancora di più in sé stesso, trascorrendo tutto il suo tempo nel taxi, senza nemmeno tornare a casa a dormire. Ma qualcosa cambierà... Film d'animazione italiano dai toni filosofici ed esistenzialisti, che intende far riflettere sul significato della vita (con forti rimandi alle teorie orientali della reincarnazione e dei cicli di morte e rinascita), sull'importanza dei legami familiari, sul caso e sulle opportunità. Francamente, le ambizioni si risolvono in gran parte in "fuffa", e se non fosse stata realizzata a cartoni animati sarebbe una pellicola dalla visione quasi insostenibile. I disegni, invece, riescono a rendere in parte accettabile l'insolita commistione fra la filosofia orientale e la realtà napoletana (per sua natura altrettanto "filosofica") e la leggera scorrevolezza con cui l'autore – al suo esordio – riesce a portare avanti il discorso. L'animazione "povera", ma ricca di dettagli, è però forse l'unico punto a favore di una pellicola che si snoda confusamente fra passato e presente, fra le lunghe conversazioni di Sergio con i suoi passeggeri (dall'ingegnere che ricicla rifiuti al dj di una trasmissione radiofonica dai toni apocalittici), i rimpianti per il passato e la sfiducia verso il futuro, da cui sgorga la consapevolezza dell'importanza di vivere pienamente il presente. Il tutto in una Napoli che viene mostrata come degradata ma ricca di potenzialità, al tempo stesso assai concreta e metafora universale di tutto il paese, se non di tutto il mondo. Visto il contesto (si parla di musicisti), delude parecchio la colonna sonora.

Con il fiato sospeso (C. Quatriglio, 2013)

Con il fiato sospeso
di Costanza Quatriglio – Italia 2013
con Alba Rohrwacher, Anna Balestrieri
*

Visto al cinema Apollo (rassegna di Venezia).

Mediometraggio (35 minuti) che – ispirandosi a un caso realmente avvenuto all'Università di Catania – intenderebbe denunciare le condizioni pericolose in cui vivono gli studenti dei laboratori di chimica nelle facoltà di farmacia, esposti continuamente al pericolo di intossicazione. Forse è stata realizzata con le migliori intenzioni, ma è difficile salvare qualcosa in una pellicola dai toni qualunquisti e pressapochisti (non si fanno nomi, non si citano istituzioni, persone o casi specifici, si parla in maniera generica di "professori", di "laboratori" e di "sostanze") oltre che sensazionalista e ricattatoria (d'altronde, si sa, la chimica e la scienza in Italia sono viste con sospetto e percepite come pericolose a prescindere, e parlarne male è comodo e facile). In più, anche l'impianto narrativo è fondamentalmente sbagliato: abbiamo un'attrice assai nota, dal volto riconoscibilissimo, che finge di essere una studentessa che offre una testimonianza "spontanea" durante un'intervista: il metodo migliore per non prendere sul serio quello che dice, sapendo che sta solo recitando. E naturalmente non c'è contraddittorio né replica, segno che si sta portando avanti una tesi precostituita: se questo è il modo di fare film di denuncia...

Zoran, il mio nipote scemo (M. Oleotto, 2013)

Zoran, il mio nipote scemo
di Matteo Oleotto – Italia 2013
con Giuseppe Battiston, Rok Prašnikar
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Il cinico, burbero e scostante Paolo (uno straordinario Giuseppe Battiston) vive in un paesino nel goriziano, dove trascorre le sue giornate a bere vino all'osteria dell'amico Gustino, a maltrattare il collega Ernesto, a rimpiangere l'ex moglie Stefania che si è risposata con il suo capo Alfio. Quando riceve la notizia che una sua lontana parente è morta in Slovenia, lasciandogli il compito di badare per cinque giorni al nipote Zoran (Rok Prašnikar), un ragazzo leggermente autistico, prima che venga affidato a un istituto per minori, la considera solo una notevole seccatura. Cambierà però idea nello scoprire che il ragazzo ha un autentico talento per le freccette: colpisce sempre il bersaglio. Decide allora di tenerlo con sé, con l'intenzione di iscriverlo ai campionati mondiali. Il piano non si concretizzerà, ma la presenza di Zoran contribuirà a farlo uscire dal guscio che da solo si è costruito. Un film simpatico, scorrevole, prevedibile ma gradevole, pieno di siparietti e di scene comiche che hanno solo da guadagnare dall'insolita ambientazione al confine fra il Friuli e la Slovenia, e ravvivato da una serie di personaggi-macchiette che suscitano un'innata empatia. Indimenticabile il coro a cappella che intona tipici canti da osteria. Grandissimo (in tutti i sensi) Battiston, che riesce a infondere simpatia in un personaggio altrimenti deprecabile per la sua misantropia e la mancanza di sensibilità verso il prossimo: e sul piano fisico, in certi primi piani, sembra un Nano della Terra di Mezzo! Cameo per il regista Sylvain Chomet nel video del "guru delle freccette".

21 settembre 2013

La gelosia (Philippe Garrel, 2013)

La gelosia (La jalousie)
di Philippe Garrel – Francia 2013
con Louis Garrel, Anna Mouglalis
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Ancora una volta in bianco e nero, ancora una volta con tempi e toni da Nouvelle Vague, ancora una volta con il figlio Louis come protagonista: il cinema di Philippe Garrel è sempre uguale a sé stesso, e di solito non è certo un bene (ricordiamo ancora i pessimi "La frontière de l'aube" e "Un été brûlant"). Stavolta, però, bisogna riconoscerlo, è più misurato e meno "palloso" del solito (sarà forse per la durata limitata, soltanto 77 minuti?) e riesce a coniugare forma e contenuti con raffinatezza e una certa sensibilità. La pellicola racconta con toni realistici e quotidiani una breve storia di amore e tradimenti, quella che vede Louis abbandonare all'improvviso moglie e figlioletta per andare a vivere con Claudia, attrice teatrale come lui ma senza lavoro. Se però lui fa di tutto per rimanerle fedele, rinunciando a parecchie tentazioni, lei – in preda alla solitudine, alla paura, alla gelosia – si lascia più facilmente sedurre da altre avventure, e alla fine deciderà inevitabilmente di lasciarlo. Uno spaccato di vita dai toni poetici, intellettuali, con cartelli che recano i titoli dei capitoli, ravvivato più dalle sequenze che vedono sullo schermo la piccola figlia di Louis (Olga Milshtein) che da quelle con protagonista una coppia la cui alchimia sullo schermo non è certo ai massimi livelli. La storia, in ogni caso, è fortemente autobiografica, come ha dichiarato lo stesso regista: "Ero un bambino quando mio padre Maurice, attore famoso, lasciò mia madre per un’altra. Adesso che mio figlio Louis ha la stessa età che aveva lui allora, gli ho affidato il compito di rievocare quel momento". Nel cast anche Esther Garrel, sempre figlia di Philippe, che interpreta appunto la sorella minore di Louis.

Tracks (John Curran, 2013)

Tracks - Attraverso il deserto (Tracks)
di John Curran – Australia 2013
con Mia Wasikowska, Adam Driver
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

La storia vera di Robyn Davidson, una ragazza che nel 1975 decise di attraversare a piedi (accompagnata solo dal cane Diggity e da quattro cammelli) il deserto australiano, da Alice Springs fino all'Oceano Indiano: 2700 chilometri da percorrere in circa sei mesi. Ispirato al reportage fotografico di Rick Smolan per la rivista "National Geographic", oltre che al libro che la stessa Davidson scrisse in seguito (intitolato, appunto, "Tracks"), un film che racconta di un viaggio effettuato, come tutti i viaggi, alla scoperta di sé, senza un vero motivo se non un bisogno viscerale, primordiale, di compierlo. Peccato però che la pellicola rimanga del tutto fine a sé stessa, talmente piatta e banale che oserei definirla insignificante. Il regista si limita a svolgere il compitino, riprendendo bellissime immagini di paesaggi, di tramonti, di animali, con una fotografia patinata da documentario, e la sceneggiatura procede in maniera che più lineare non si può: ogni difficoltà, ogni problema, ogni incertezza viene risolta nel giro di due o tre minuti (esemplare il momento in cui Robyn smarrisce la bussola, che ovviamente ritrova subito), senza né pathos né dramma. Alla fine, da salvare c'è quasi solo l'interpretazione della Wasikowska, che si cala perfettamente nei panni di una ragazza coraggiosa e indomita, soprannominata "La signora dei cammelli" da curiosi e giornalisti che seguono a distanza il suo cammino, tormentata dai ricordi d'infanzia e decisa in fondo a compiere la traversata solitaria più per i suoi genitori (il padre esploratore, la madre suicida) che non per sé stessa.

20 settembre 2013

Miss Violence (Alexandros Avranas, 2013)

Miss Violence (id.)
di Alexandros Avranas – Grecia 2013
con Themis Panou, Rena Pittaki
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La piccola Angeliki, proprio mentre la famiglia sta festeggiando il suo undicesimo compleanno, si suicida gettandosi dal balcone. Le ragioni del suo gesto le scopriremo solo più avanti, verso la fine di un film che fa emergere lentamente il disagio all'interno di una famiglia che ha qualcosa da nascondere, dominata da un padre/nonno severo e aguzzino. Vincitore di due premi a Venezia (miglior regia e miglior attore), una pellicola dai toni freddi e anafettivi che si inserisce nel filone "nero" della cosiddetta nouvelle vague greca. Pur scoprendo lentamente (e in maniera in fondo prevedibile) le sue carte allo spettatore, riesce a trascinarlo in un vortice di orrori tanto più profondi perché nascono dall'apparente normalità della vita quotidiana. L'esistenza di questa famiglia in cui tutti cercano di dimenticare il più in fretta possibile "l'incidente" di Angeliki, in cui le donne tacciono rassegnate o subiscono la forza psicologica del capofamiglia, le ragazzine si tagliano con lamette e forbici, i bambini sono costretti a schiaffeggiarsi a vicenda o a subire severe punizioni senza reagire, si dipana in una serie di episodi che all'inizio lasciano soltanto intravedere qualcosa di strano, lanciando segnali che con il senno di poi andranno reinterpretati. La fotografia plumbea, la regia geometrica e controllata, e la recitazione misurata degli attori (Panou è stato premiato, ma il riconoscimento sarebbe dovuto andare a tutto il cast) fanno da gelido contraltare, sul piano formale, ai contenuti disturbanti.

Tom à la ferme (Xavier Dolan, 2013)

Tom à la ferme
di Xavier Dolan – Canada 2013
con Xavier Dolan, Caleb Landry Jones
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Eleonora, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Tom, giovane pubblicitario di Montréal, arriva in una fattoria nella campagna del Quebec per assistere al funerale dell'amico Guillaume, di cui (all'insaputa della sua famiglia) era l'amante. Il fratello maggiore di Guillaume, Francis, ha infatti sempre tenuto la madre Agatha all'oscuro del fatto che suo figlio era gay. Costretto con la forza dal violento e omofobo Francis a trattenersi nella fattoria di famiglia e a proseguire la finzione, visto che la sua presenza apparentemente è gradita alla vecchia Agatha, Tom sviluppa una sorta di sindrome di Stoccolma e comincia ad abituarsi alla vita rurale, al punto da subirne il fascino: ai tentativi di fuga si alternano momenti in cui ha l'impressione di aver trovato una famiglia e un posto dove rimanere per tutta la vita. Dramma esistenzialista che assume a tratti i toni del thriller psicologico (con tanto di colonna sonora che riecheggia i film di Hitchcock), quasi una versione noir (ma non horror) di "Non aprite quella porta". Al suo quarto film, il giovane regista/attore Xavier Dolan conferma tutto il suo talento, ma la pellicola – il cui baricentro si sposta progressivamente da Tom a Francis, con quest'ultimo che si rivela il vero fulcro della narrazione grazie alla sua personalità ambigua e complessa – resta con qualcosa di incompiuto nel suo tentativo di raccontare "il forte disagio dell’omosessualità nella spaccatura crescente tra città e campagna e le rispettive nature degli uomini che le abitano". Tratto da una piéce teatrale di Michel Marc Bouchard.

19 settembre 2013

The zero theorem (Terry Gilliam, 2013)

The zero theorem - Tutto è vanità (The zero theorem)
di Terry Gilliam – GB 2013
con Christoph Waltz, Mélanie Thierry
***

Visto al cinema Arlecchino, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

In un futuro dominato dalla pubblicità, dai computer e dalle videocamere, e dove tutto – dal lavoro al sesso – ha i connotati di un videogioco, l'asociale programmatore Qohen Leth (Christoph Waltz) si occupa di calcolare "entità" per divisione di ricerca ontologica della mega-corporazione Mancom. In seguito alle sue continue richieste di poter lavorare da casa, viene incaricato da Management, l'elusivo e cameleontico boss della società, di dimostrare il "teorema zero", un complesso calcolo sul destino finale dell'universo e sul significato stesso dell'esistenza umana. Terry Gilliam torna con successo alla fantascienza visionaria, distopica e sociale che gli è tanto cara ("Brazil", "L'esercito delle dodici scimmie") e sforna una pellicola intima, claustrofobica, dai toni psicologici e – soprattutto – filosofici. Al centro di tutto (è praticamente sempre in scena) c'è il personaggio di Qohen Leth con la sua personalità complessata e antisociale, emotivamente disturbato, che parla di sé stesso al plurale (come Gollum) ed è convinto che riceverà, prima o poi, una telefonata di origine divina che gli spiegherà il senso della sua vita. Per questo motivo non ama uscire di casa (abita in una chiesa sconsacrata e abbandonata, infestata da topi e colombe) e rifugge la compagnia degli altri esseri umani. A tirarlo fuori dal suo guscio proveranno, con esiti diversi, la prostituta Bainsley (Mélanie Thierry), che lo spinge a unirsi a lei in sedute di sesso virtuale, e il giovane hacker Bob (Lucas Hedges), figlio di Management, interessato affinché Qohen completi la dimostrazione del teorema zero. Secondo quest'ultimo, l'universo si concluderà come è iniziato, collassando nel nulla all'interno di un buco nero, e dunque non esiste né un aldilà né un significato ultimo: quale scenario migliore per una corporazione come la Mancom – il cui slogan è "Dare un senso alle cose belle" – per prosperare a colpi di consumismo e di edonismo virtuale? Ma a Qohen tutto questo non interessa, e l'uomo esegue i suoi estenuanti calcoli senza curarsi di quello che significano... almeno fino a quando la giovane Bainsley non lo porterà a mutare radicalmente le sue prospettive. Concepito già nel 2009 (il ruolo di protagonista avrebbe dovuto essere di Billy Bob Thornton), il film è stato rinviato in seguito alla morte del produttore Richard D. Zanuck, alla cui memoria è dedicato. Alla fine è stato girato a Bucarest, in Romania, con un budget relativamente basso e in un limitato periodo di tempo (almeno rispetto agli altri film del regista). Fra i molti rimandi kafkiani, da segnalare l'eterna attesa di Qohen per una telefonata che forse non arriverà mai, forse un rimando al racconto dello scrittore ceco "Davanti alla legge". Ma il vero punto di forza del film (oltre alla prova di Waltz) è la straordinaria capacità inventiva di Gilliam, capace di deformare in modo grottesco e visionario il presente, le sue tendenze e le sue ossessioni, per dare vita a un futuro che non è altro, in fondo, che una ironica parodia della nostra vita quotidiana. Nel cast anche David Thewlis (l'"amichevole" supervisore di Qohen), Matt Damon (il camaleontico Management, che si confonde con l'ambiente) e un'eccezionale e irriconoscibile Tilda Swinton (la psicanalista virtuale).

Our Sunhi (Hong Sang-soo, 2013)

Our Sunhi (Uri Seonhui)
di Hong Sang-soo – Corea del Sud 2013
con Jung Yoo-mi, Kim Sang-joong
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Sunhi (Jung Yoo-mi), giovane studentessa di cinema, si ripresenta in facoltà dopo una lunga assenza per chiedere al professor Choi (Kim Sang-joong) una lettera di raccomandazione: intende infatti trasferirsi negli Stati Uniti e frequentare laggiù una scuola di specializzazione. La sua ricomparsa riaccende l'interesse verso di lei tanto del professore quanto di altri due uomini: il suo ex ragazzo Munsu (Lee Sun-kyun) e il più anziano studente (e ora regista) Jaehak (Jung Jae-young). Tutti e tre sono invaghiti di lei e, nonostante la ragazza dichiari a più riprese di non essere interessata agli uomini, si convincono di poter essere i destinatari del suo affetto, di essere capaci di comprendere i suoi sentimenti e di saperne descriverne il carattere. Un film apparentemente semplice e lineare, costruito su lunghe sequenze con la camera fissa che segue il dialogo fra due personaggi, ma in realtà complesso ed elusivo come la sua protagonista, che tutti cercano in continuazione di definire (spesso usando le stesse parole, frasi che si "passano" l'uno all'altro come un testimone) ma che rimane distante, misteriosa e chiusa in sé stessa. In ogni sequenza – caratterizzata da una regia quasi invisibile, se si eccettuano i saltuari e improvvisi zoom – assistiamo a un lungo colloquio fra Sunhi e uno dei tre uomini (oppure fra due di questi), all'insegna di una ripetitività che, lungi dal risultare noiosa o estenuante, rafforza la comunicazione e si rispecchia nel ricorrere di numerosi elementi: luoghi (il parco, il caffè Arirang), cibi (il pollo, le birre, il soju), musiche (la canzone nostalgica). Alla fine, naturalmente, gli uomini si ritroveranno tutti e tre insieme, senza di lei, nell'unica scena che mostra più di due personaggi sullo schermo.

Tableau noir (Yves Yersin, 2013)

Tableau noir
di Yves Yersin – Svizzera 2013
con Gilbert Hirschi
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Documentario che segue per un anno la vita in una piccola scuola elementare di montagna, quella di Derrière-Pertuis nel cantone di Neuchâtel, dove i bambini (da 6 a 11 anni) studiano, lavorano e giocano tutti insieme, in una classe unica, sotto la guida dell'anziano insegnante Hirschi, al suo quarantunesimo (e ultimo, visto che la scuola è destinata a essere chiusa) anno di lavoro presso l'istituto. Impossibile non andare con la mente al celebre "Essere e avere" di Nicolas Philibert, che sicuramente ne è stato un modello e un punto di riferimento. Vediamo i piccoli alunni in classe alle prese con le materie scolastiche (matematica, francese, tedesco, ecc.) ma anche con numerose attività fisiche (nuoto, sci, pattinaggio), sperimentali e pratiche a 360 gradi: dalla gita scolastica alla recita teatrale natalizia, dall'esplorazione di boschi e campagne alle visite alle fattorie e ai caseifici, con le interazioni sociali fra di loro e con gli insegnanti come filo conduttore. Da un lato la spontaneità dei piccoli "attori", dall'altro la denuncia della chiusura di queste piccole scuole periferiche, che evidentemente in tempo di crisi sono i primi rami a essere tagliati (nonostante l'importante valore sociale che assumono per la comunità, soprattutto negli ambiti rurali), valgono sicuramente la visione. Il regista, comunque, ha dichiarato che "la chiusura della scuola è un tema minore" e che il suo "è piuttosto un film sulla trasmissione del sapere".

18 settembre 2013

Sacro GRA (Gianfranco Rosi, 2013)

Sacro GRA
di Gianfranco Rosi – Italia 2013
documentario
**

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Il GRA, Grande Raccordo Anulare, è l'autostrada urbana che circonda Roma. Ai suoi margini vive un'umanità di cui la macchina da presa osserva alcuni esemplari con curiosità e interesse: il portantino di un'ambulanza che soccorre gli automobilisti incidentati e che abita da solo, mantenendosi in contatto con i propri famigliari attraverso il computer; un anziano ricercatore che sonda le palme per stanare le larve e gli insetti che le infestano; un attore disoccupato che accetta di lavorare per i fotoromanzi; un nobile decaduto che trascorre il tempo ad annoiarsi nella sua villa; un pescatore di anguille che vive sotto il cavalcavia con la moglie ucraina e si lamenta della disinformazione sui giornali; gli abitanti delle case popolari che osservano il mondo fuori dalla loro finestra e parlano di vari argomenti. E ancora: prostitute, perditempo, lavoratori di vario genere, squallidi locali notturni, villette disabitate, campi pascolati da greggi di pecore, cimiteri, nevicate. Più che della strada in sé (solo il paramedico circola effettivamente sul GRA), il film – cui manca forse un baricentro – si interessa delle periferie cittadine e dei loro abitanti, tutti personaggi soli, emarginati o dimenticati dalla società. Qualche critico ha detto che, rispetto a "La grande bellezza" (di cui è un contraltare e al tempo stesso un completamento), questo film si occupa dell'altra faccia di Roma, completandone un ritratto di decadenza, di contraddizioni e di fascino. Ma a differenza del film di Sorrentino, c'è da dire che chiunque, in qualsiasi città del mondo, avrebbe potuto girare una pellicola più o meno equivalente a questa, o con poche variazioni (magari nella scelta dei personaggi), visto che gli stereotipi dell'umanità ai margini sono esattamente gli stessi. Per questo motivo, anche se il lungometraggio è comunque interessante e merita la visione (anche perché in fondo tradisce in parte la sua natura di documentario: i personaggi sono comunque attori che recitano davanti alla macchina da presa, pur se nella parte di sé stessi), trovo assolutamente ingiustificato il Leone d'Oro come miglior film alla Mostra di Venezia (a meno che tutte le altre pellicole in gara fossero a livelli infimi). Altrimenti quanti premi avrebbero dovuto vincere i tanti grandi documentari del passato (per citarne qualcuno, quelli di Werner Herzog) che hanno avuto la sfortuna di uscire in periodi in cui questo genere cinematografico non veniva nemmeno ammesso in concorso ai festival? Nota finale: l'architetto Renato Nicolini, scrivendo del GRA, lo ha così definito: “Non produce alcuna organizzazione, non supporta nessuna struttura, esiste solo in funzione del suo inventore, delle sue entrate e delle sue uscite. È un’opera eccentrica, totalmente fine a sé stessa, che maschera e nasconde le contraddizioni della città”. Le stesse parole potrebbero benissimo descrivere il film di Rosi!

Trap street (Vivian Qu, 2013)

Trap street (Shuiyin jie)
di Vivian Qu – Cina 2013
con Lu Yulai, He Wenchao
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Il giovane Li Quiming (Lu Yulai) lavora per un'azienda topografica che si sta occupando di "mappare" la città, e nel tempo libero installa illegalmente telecamere spia per conto dei proprietari di alberghi o bagni pubblici. Mentre si trova in strada per prendere rilievi, scopre l'esistenza di una via privata che, a quanto pare, non è possibile segnare sulle mappe (e non figura nemmeno nel database dei navigatori GPS), visto che gli strumenti digitali si rifiutano di memorizzarne i dati. Nella strada c'è un misterioso laboratorio governativo dove lavora Guan Lifen, una ragazza di cui Li si innamora, tanto che comincia a frequentarla. Ma a un certo punto il giovane viene accusato di aver sottratto preziosi dati segreti dal laboratorio, e il governo comincia a far terra bruciata attorno a lui. Un film misterioso e dalle due anime: parte come una commedia romantica e si trasforma in una spy story, concludendosi poi senza dare tutte le risposte. Come il protagonista, rimaniamo a brancolare nel buio. In fondo si tratta quasi di un noir mascherato, con tanto di protagonista perdente e di silenziosa femme fatale. L'atmosfera crescente di mistero e di paranoia (con un nemmeno troppo velato attacco al governo e all'invadenza dei servizi segreti che controllano la vita delle persone) si sposa bene con il realismo di fondo della pellicola, tipicamente cinese (magnifici i momenti di vita quotidiana o quelli dell'appuntamento al parco fra Li e Guan). Già produttrice, Vivian Qu è al suo primo film come regista, e dimostra di sapersi giostrare bene con la macchina da presa: a tratti evoca (con le dovute distanze!) il cinema di Lynch (per il senso di mistero e di impotenza), di Wenders (per l'uso delle camere di sorveglianza e l'analisi dei personaggi) e di Tsai Ming-liang (per la focalizzazione sul protagonista e i suoi sentimenti).

La variabile umana (B. Oliviero, 2013)

La variabile umana
di Bruno Oliviero – Italia 2013
con Silvio Orlando, Alice Raffaelli
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Locarno).

Il ricco e anziano imprenditore edile Mirko Ulrich viene ucciso in casa sua, nel centro di Milano: a indagare è chiamato l'ispettore Monaco (Orlando), che tenta in questo modo di scuotersi dalla recente morte della moglie, che lo ha lasciato da solo con una figlia diciassettenne e ribelle, Linda (Alice Raffaelli). Ma quando Monaco scopre che Ulrich frequentava minorenni, inizia prima a temere e poi a sospettare che proprio sua figlia Linda possa essere implicata nell'omicidio. Ambientato nei riconoscibilissimi luoghi di una Milano moderna e scostante, fredda e immorale, un giallo atipico di cui viene rivelato tutto già a metà film. E non bastano le prove degli attori (soprattutto di un Orlando triste e grigio, lontano dai suoi soliti personaggi) a sollevare l'interesse per una vicenda piena di banalità e di luoghi comuni, che oltre a far riflettere sulla deriva della società odierna vorrebbe far partecipare lo spettatore al dolore e al dramma del protagonista ma si rivela incapace di scavare dentro di lui (o degli altri personaggi, se è per questo) e ne mostra soltanto la superficie. Nel cast, ma in ruoli assolutamente marginali, anche Giuseppe Battiston (il vice di Monaco) e Sandra Ceccarelli (la moglie di Ulrich). Primo film di finzione di un regista di documentari: proprio la regia, elegante e avvolgente soprattutto quando si dedica agli ambienti, è in parte da salvare. Peccato sia al servizio di una sceneggiatura incompiuta e impalpabile. Ridateci "Milano calibro 9"!

17 settembre 2013

Class enemy (Rok Biček, 2013)

Class enemy, aka Nemico di classe (Razredni sovražnik)
di Rok Biček – Slovenia 2013
con Igor Samobor, Nataša Barbara Gračner
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

A pochi mesi dalla conclusione del semestre scolastico, mentre gli studenti già si preparano a organizzare la gita di fine anno, l'affabile professoressa di tedesco di un liceo deve assentarsi, causa maternità, ed è sostituita da un nuovo insegnante, assai più severo e intransigente di lei. I ragazzi lo prendono subito in antipatia, e la situazione peggiora quando una delle alunne più sensibili, Sabina, si suicida senza apparente motivo. Convinti che il responsabile sia proprio il nuovo professore, gli alunni della classe danno vita a una vera e propria ribellione contro di lui, con una serie di atti di sabotaggio e di resistenza che allargano lo scontro a macchia d'olio. Opera prima di un giovanissimo regista di cortometraggi, è un'interessante narrazione antropologica di un "attacco al sistema" che attraversa differenti fasi (come, nel finale, riassume lo stesso professore): individuazione di un "nemico", coalizzazione contro di lui, divisioni interne e infine l'inevitabile collasso. Il nuovo insegnante è "l'avversario" perfetto per la classe: freddo e rigoroso (tanto che, all'inizio, persino la preside lo scambia per un insegnante di matematica), altero e scostante (anche nei confronti dei suoi colleghi), apparentemente distante dalle problematiche dei ragazzi e interessanto soltanto all'aspetto educativo. Ma non tutto è bianco o nero, come i protagonisti impareranno sulla loro pelle. Alla fin fine, l'ambiente scolastico è quasi un pretesto, uno scenario come un altro per imbastire un trattato sui rapporti umani all'interno di una società chiusa, e per seguire l'evoluzione di un "casus belli" di cui, fino al termine, rimangono misteriose le motivazioni (non sapremo mai il vero motivo per il quale Sabina si è suicidata: stress scolastico, problemi in famiglia, fragilità o altro ancora?).

Via Castellana Bandiera (Emma Dante, 2013)

Via Castellana Bandiera
di Emma Dante – Italia 2013
con Emma Dante, Elena Cotta, Alba Rohrwacher
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Venezia).

Una domenica pomeriggio, in una stretta via di un quartiere periferico di Palermo, si incrociano due automobili. Sulla prima viaggia Rosa (Emma Dante) con la fidanzata Clara (Alba Rohrwacher), giunte in città per il matrimonio di un amico; sulla seconda, guidata dall'anziana Samira (Elena Cotta), c'è la famiglia Calafiore, che abita proprio in quella via. Entrambe le conducenti, Rosa e Samira, si intestardiscono e pretendono che sia l'altra a spostarsi per concedere il passaggio. La situazione non si sblocca, le ore passano, e mentre le due automobili rimangono una di fronte l'altra ad oltranza, gli uomini che abitano nella strada cominciano a scommettere su quale delle due cederà il passo per prima. L'esordio cinematografico (tratto da un suo romanzo) dell'attrice, regista e drammaturga teatrale Emma Dante è una pellicola che comincia bene ma si impantana quasi subito in una situazione che, più che surreale o grottesca, pare senza via d'uscita non solo per le protagoniste ma anche per lo spettatore. Si è parlato di "duello western" (anche per l'incrocio di sguardi e l'intensità muta dell'ostinazione delle due donne) o di natura metaforica della sfida (che riflette lo stallo sociale e culturale in cui si trova il nostro paese: da notare come i passeggeri delle due auto rappresentino anche due modi diversi di intendere la famiglia: quella "tradizionale" dei Calafiore e quella alternativa di Rosa e Clara), ma francamente lo spunto è talmente esile e artificioso che fatica a reggere la durata di un lungometraggio. Nonostante il tentativo di costruire loro un background, i personaggi hanno poco di interessante da dire o da svelare, e non si capisce perché – sia loro che noi – debbano perdere tanto tempo in quel vicolo (che peraltro in numerose inquadrature sembrerebbe anche abbastanza largo da permettere il passaggio di due auto affiancate: hai voglia a parlare di "magia del cinema" per giustificare ogni cosa!). Come se non bastasse, nel finale non manca nemmeno una scontatissima sequenza onirica-soprannaturale. La regia è concreta e nervosa, e ricorre spesso a inquadrature storte e a una macchina da presa traballante, mentre i pochi dialoghi soffrono della formazione teatrale dell'autrice e si rivelano, soprattutto nella prima parte, didascalici e ridondanti. Anche la prolungata e interminabile sequenza finale, in cui tutti corrono verso l'obiettivo, lascia il tempo che trova. Molte scene parlate in siciliano stretto sono sottotitolate. Qualche dubbio sul premio veneziano a Elena Cotta come miglior attrice: davvero non c'era di meglio?

Questione di tempo (Richard Curtis, 2013)

Questione di tempo (About time)
di Richard Curtis – GB 2013
con Domhnall Gleeson, Rachel McAdams
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Quando compie 21 anni, il giovane Tim scopre di essere in grado – come tutti gli uomini della sua famiglia – di viaggiare nel tempo: ma solo nel passato e solo in luoghi che conosce o dove è già stato. Trasferitosi dalla nativa Cornovaglia a Londra, sfrutta questa capacità per rimediare agli errori commessi e "aggiustare" le cose riguardo il lavoro, le amicizie e soprattutto l'amore, conquistando la bella Mary e mettendo su famiglia con lei. Con il passare degli anni, scoprirà che il dono del viaggio temporale è, tutto sommato, superfluo: quel che conta è vivere sempre la propria vita con ottimismo e curiosità, giorno dopo giorno. Il regista/sceneggiatore di "Quattro matrimoni e un funerale", "Love Actually" e "Notting Hill" travalica per una volta i ristretti confini della commedia romantica, che occupa soltanto una porzione della pellicola, addentrandosi in territori più vasti, all'insegna di una filosofia di vita che abbraccia ogni cosa: dal rapporto con il padre alla scoperta della bellezza che ci circonda. Un film rilassato, garbato, che non sfrutta il tema dei viaggi per tempo per imbastire una trama cervellotica (altrimenti, con gli inevitabili paradossi temporali che ne scaturiscono, non se ne uscirebbe più) ma per tessere un elogio dei sentimenti e dell'esistenza quotidiana: se a tratti rischia di risultare un pochino melenso, in altri momenti riesce a suscitare punte di vera commozione (come nel momento dell'addio al padre), e comunque garantisce sempre un sorriso grazie all'ironia british che lo permea. Paragonabile forse a "Ricomincio da capo" per la filosofia di fondo (ma non per l'atmosfera), è ricco di scene e di battute esilaranti ("Non mi tolgo le mutandine per la Scozia!"), sostenute da intepreti quasi perfetti (la maggior parte britannici e provenienti dal teatro): oltre all'ottimo Domhall Gleeson (figlio dell'attore Brendan) e all'adorabile Rachel McAdams (curiosamente già protagonista di un film su temi simili, "Un amore all'improvviso"), sono da segnalare Bill Nighy nel ruolo del padre, Lydia Wilson in quello della problematica sorella Kit Kat, e Vanessa Kirby in quello della bella Joanna. Memorabili in particolare il matrimonio di Tim e Mary (sulle note de "Il mondo" di Jimmy Fontana: un bell'omaggio per il cantante, scomparso solo pochi giorni fa), funestato dal vento e dalla pioggia, e il funerale del padre (su quelle di "Into my arms" di Nick Cave).

15 settembre 2013

Venezia e Locarno 2013

Inizia domani la rassegna milanese dei film di Venezia (e di Locarno). Prevedo di guardare una ventina di pellicole, fra cui il Leone d'Oro ("Il sacro GRA" di Gianfranco Rosi), "The zero theorem" di Terry Gilliam e altri di cui si parla bene ("Locke" di Steven Knight, "Tom à la ferme" di Xavier Dolan, "Nemico di classe" di Rok Bicek, per dirne alcuni). Per incastrare le varie proiezioni dovrò rinunciare a qualcosina: su tutti, a "Gravity" di Alfonso Cuarón, che comunque verrà distribuito ufficialmente a breve. Purtroppo dal cartellone della rassegna mancano i film orientali che attendevo di più (quelli di Hayao Miyazaki, Kim Ki-duk e Tsai Ming-liang): se per il primo (e forse per il secondo) è ipotizzabile un'uscita in sala, temo che l'amato Tsai andrà recuperato in altri modi.

12 settembre 2013

Green Card (Peter Weir, 1990)

Green Card - Matrimonio di convenienza (Green Card)
di Peter Weir – USA/Australia/Francia 1990
con Gérard Depardieu, Andie MacDowell
**1/2

Rivisto in TV.

Georges, un compositore francese, e Brontë, un'ortocultrice newyorkese, contraggono matrimonio pur essendo perfetti sconosciuti e promettendo di non rivedersi più. In questo modo lui può ottenere la carta verde (il permesso di residenza illimitata negli Stati Uniti per gli stranieri) e lei può occupare l'appartamento dei suoi sogni, con annessa una favolosa serra, che i proprietari intendevano affittare soltanto a una giovane coppia. Ma quando gli ispettori dell'immigrazione cominciano ad indagare su di loro, i due dovranno iniziare una forzata convivenza, e studiare alla perfezione il passato e le abitudini l'uno dell'altra, per "dimostrare" di essere davvero marito e moglie. Naturalmente, alle iniziali idiosincrasie per le rispettive differenze (lei è ambientalista, vegetariana, chiusa in sé stessa e rigorosa in tutto ciò che fa; lui è un artista scapigliato, estroverso e spontaneo, che vive alla giornata) seguirà un reale innamoramento. Peter Weir si dà alla commedia romantica leggera (oggi diremmo "chick flick"), allontanandosi per una volta dalla complessità psicologica degli altri suoi lavori, con l'aiuto di due attori assai carismatici e di una sceneggiatura (dello stesso regista) che cerca di superare – o almeno di non far pesare troppo – i limiti intrinseci del genere, su tutti la prevedibilità. Certo, lo spunto di partenza è assai esile, per non dire poco credibile, ma il risultato è quanto meno gradevole, anche perché a ben vedere riesce a "riciclare" sotto forme più facili molti dei temi che Weir aveva già affrontato nei suoi precedenti film: il cambiamento che arriva all'improvviso, l'incontro (o lo scontro) fra culture diverse, il confronto con ciò che ci è estraneo. E anche l'amore fra i due protagonisti, che nasce quasi dal nulla, può essere ricondotto a quel fascino per il mistero e per l'inspiegabile che permea tutto il cinema del regista australiano. Nota a margine: chissà come l'avrebbe girato un Polanski, magari ai tempi de "L'inquilino del terzo piano", vista la presenza inquietante di vicini e dirimpettai ficcanaso. Il film servì a introdurre Depardieu alle audience americane. La colonna sonora di Hans Zimmer saccheggia Mozart ed Enya.

8 settembre 2013

Monsters University (Dan Scanlon, 2013)

Monsters University (id.)
di Dan Scanlon – USA 2013
animazione digitale
**

Visto al cinema Odeon, con Sabrina.

Prequel di uno dei più bei lungometraggi Pixar, ovvero "Monsters & Co.", racconta la storia del primo incontro fra Mike Wazowski (la palla verde con un occhio) e James P. Sullivan (il gigante peloso) quando entrambi frequentavano come matricole la facoltà di Spavento alla Monsters University, con l'intenzione di diventare Spaventatori (come rivelato nel primo film, infatti, l'energia del mondo dei mostri è prodotta dalle grida di terrore dei bambini). Inizialmente rivali (Mike condivideva addirittura la stanza con Randy, il camaleonte che sarà il cattivo del primo film), i due protagonisti stringeranno amicizia quando, espulsi dalla facoltà, dovranno unire le forze nel tentativo di farsi riammettere vincendo le "Spaventiadi", una gara inter-universitaria aperta a tutti gli studenti. Indubbiamente divertente, è però più infantile e molto meno originale del prototipo: la trama, mostri a parte, non si discosta dalle tante pellicole a sfondo universitario ambientate nel mondo reale (con tanto di confraternite, tipiche dei college americani), e il tema, oltre alla scoperta di sé e del proprio potenziale, è quello visto e stravisto della rivincita dei "loser" (il gruppo che Mike e Sulley guidano alla vittoria è composto dai peggiori studenti del college, rifiutati da tutte le altre case: peccato che non ci fosse anche un John Belushi come in "Animal House" a sollevare la situazione!). Il film è preceduto come al solito da un cortometraggio, "L'ombrello blu": ma anche questo, che racconta la storia d'amore fra due ombrelli, mi è sembrato meno originale e ispirato rispetto ai corti Pixar visti in passato.

4 settembre 2013

La mala educación (P. Almodóvar, 2004)

La mala educación (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2004
con Gael García Bernal, Fele Martínez
***

Rivisto in TV.

Enrique, regista gay in crisi creativa, riceve la visita inattesa di Ignacio, suo compagno (e amante) ai tempi in cui erano bambini in un collegio religioso. Ignacio, che ora si fa chiamare Angel, si propone come attore e gli lascia da leggere un racconto da lui scritto, ispirato alle loro esperienze passate. Nel testo, intitolato "La visita", si parla del tentativo di Zahara, un travestito, di ricattare Padre Manolo, il prete che aveva abusato di lui quando era al collegio. Affascinato, Enrique decide di trarne un film, scritturando per la parte di Zahara (dopo molte esitazioni) proprio Ignacio. Ma questi nasconde un terribile segreto. Sin dai titoli di testa il film dichiara il proprio debito verso il cinema di Hitchcock: e infatti proprio di un thriller melodrammatico si tratta, in linea con lavori precedenti del regista spagnolo (come "Matador" o "La legge del desiderio"), e non di una pellicola di denuncia contro gli abusi sessuali (alla "Magdalene") come molti, all'epoca della sua uscita, lo avevano etichettato. Certo, i temi scabrosi non mancano, ma come sempre sono alleggeriti e immersi nell'atmosfera sospesa e stilizzata che scaturisce dalla regia di Almodóvar , coadiuvato come al solito dalla coloratissima fotografia di José Luis Alcaine. La narrazione procede a strappi in una serie di scatole cinesi dove realtà e finzione (i ricordi dei personaggi, il racconto scritto da Ignacio), presente e passato si fondono, e non mancano i misteri che si svelano poco a poco, anche se a dire il vero la vicenda non è proprio memorabile (a diversi anni di distanza dalla prima visione, avevo rimosso gran parte della trama). Ottima la prova di Bernal, che si sdoppia (e triplica) in abiti maschili e femminili, mentre Fele Martínez (Enrique da adulto) era il protagonista dei primi film di Alejandro Amenábar. Javier Cámara, già nel precedente "Parla con lei", ha il piccolo ruolo di Paquito. Assai curiosa la colonna sonora, che comprende – fra le altre – "Cuore matto", "Quizas quizas quizas", "Torna a Surriento" e "Moon River" (queste ultime, cantate in spagnolo da Ignacio bambino).