31 luglio 2013

Les enfants du paradis (Marcel Carné, 1945)

Amanti perduti (Les enfants du paradis)
di Marcel Carné – Francia 1945
con Jean-Louis Barrault, Arletty
****

Rivisto allo Spazio Oberdan, con Marco, Eleonora e Sabrina.

Nella Parigi della prima meta dell'ottocento, l'affollatissimo e malfamato Boulevard du Crime (nome "popolare" del Boulevard du Temple) è sede di moltissimi teatri, fra cui quello dei Funambules che ospita le pantomime del mimo Baptiste Debureau (Jean-Louis Barrault). Questi si innamora di Garance (Arletty), cortigiana e artista di strada che si lascia trasportare con noncuranza e leggerezza dalle circostanze della vita. Ma il loro amore, anche a causa della sua timidezza, non è destinato a un lieto fine; e nel frattempo Garance è amata e corteggiata anche da altri uomini: l'istrionico attore Frédérick Lemaître (Pierre Brasseur), amico di Baptiste, che sogna di recitare l'Otello; il poeta Pierre-François Lacenaire (Marcel Herrand), misantropo senza scrupoli e con una propensione per il crimine; e il ricco conte Édouard de Montray (Louis Salou), che la prende sotto la sua protezione. Vero e proprio feuilleton moderno, questo poetico e romantico affresco della vita teatrale, degli amori e delle avventure di un variopinto gruppo di personaggi sullo sfondo della Francia di Luigi Filippo è l'apice della collaborazione fra il poeta Jacques Prévert (autore di soggetto e sceneggiatura) e il regista Marcel Carné ed è considerato dai critici una delle opere più importanti del cinema transalpino (si contende con "La regola del gioco" di Jean Renoir il titolo di miglior film francese di tutti i tempi). I suoi punti di forza, più che la regia di Carné (comunque abile a tenere sotto controllo i numerosi rivoli narrativi che si intrecciano, e particolarmente ispirato nella cura delle inquadrature) e la recitazione (ma almeno i tre principali attori maschili – Barrault, Brasseur ed Herrand – meritano un plauso: i primi due, in particolare, anche per le scene in cui recitano sul palco), sono la ricostruzione ambientale e scenografica (tutto il film è girato in studio), i dialoghi mai banali di Prévert (anche quando ci si limita a "filosofeggiare" sulla vita e i sentimenti; frase simbolo, ripetuta più volte: "È talmente semplice, l'amore") e la profonda caratterizzazione dei personaggi, non solo i protagonisti (su tutti Baptiste, un "Pierrot" tenero, sensibile ed espressivo) ma anche le numerose e ricorrenti figure di contorno: si pensi a Jericho, cenciaiolo e confidente dai mille nomi (interpretato da Pierre Renoir, figlio del pittore Pierre-Auguste e fratello maggiore del regista Jean) o a Nathalie, l'attrice innamorata di Baptiste (María Casares, futura protagonista dell'Orfeo di Jean Cocteau); ma anche ad Avril (Fabien Loris), il giovane complice di Lacenaire; all'estroverso direttore dei Funambules (Marcel Pérès); al subdolo Fil de soie, il falso cieco (Gaston Modot); e alla prorompente affittacamere Madame Hermine (Jane Marken).

L'idea del film nacque quando Carné e Prévert, alla ricerca di un soggetto che potesse passare il vaglio della censura tedesca nella Francia occupata (ambientazioni contemporanee e temi realistici come quelli delle loro opere precedenti, in particolare "Alba tragica" e "Il porto delle nebbie", erano rigorosamente vietati), vennero a conoscenza della storia di Baptiste, celebre mimo dell'ottocento: come lui, anche altri personaggi (segnatamente il dandy criminale Lacenaire e l'attore Lemaître, ma non solo) sono ispirati a figure realmente esistite. La pellicola – con un grosso budget a disposizione, addirittura eccezionale visto il momento storico, e dovuto in parte alla statura degli artisti coinvolti – fu girata principalmente a Nizza, dove il Boulevard du Crime era stato ricostruito in studio all'aperto: ma gli eventi della guerra causarono ulteriori difficoltà e numerose interruzioni, tanto che la produzione venne poi spostata a Parigi. Alcuni collaboratori (come il musicista Joseph Kosma e lo scenografo Alexandre Trauner) dovettero lavorare sotto falso nome, perché ebrei o sulla "lista nera" degli nazisti. Terminato nel 1944, il film dovette attendere il marzo del 1945 per essere distribuito in sala, diviso in due parti (intitolate rispettivamente "Le Boulevard du Crime" e "L'homme blanc") a causa dell'eccessiva lunghezza (oltre tre ore). Il successo fu enorme, nonostante Carné dovette affrontare le critiche di chi gli rimproverava di aver continuato a lavorare anche durante l'occupazione tedesca mentre altri suoi colleghi si erano riparati all'estero. In Italia, come in altri paesi, la pellicola fu tagliata (eliminando per lo più le performance teatrali di Baptiste e di Frédérick) e condensata in una versione da un'ora e mezza. Il titolo originale ("I ragazzi del paradiso") fa riferimento agli spettatori che in teatro sedevano nel loggione (detto appunto "paradis", perché si trovava in alto), ovvero al pubblico più squattrinato ma anche più rumoroso e affezionato. L'amore per il teatro e le sue varie forme permea tutta la pellicola, a tratti una vera meta-narrazione che mette in scena, appunto, la "messa in scena": a partire dal "sipario" che si alza e si abbassa in apertura e in chiusura di film, spiccano le esibizioni mute di Baptiste, ma anche la strepitosa verve di Frédérick (irresistibile quando trasforma un mediocre dramma sulla criminalità – anch'esso realmente esistente, peraltro – in una sua farsesca autoparodia). Di contro, la descrizione dei bassifondi, della vita dei poveri artisti, dei criminali e dei mendicanti (si pensi a tutta la sequenza che parte dall'incontro di Baptiste con il cieco, prosegue nel locale malfamato e termina con la prima notte trascorsa da Garance con Frédérick) si iscrive a pieno titolo nel filone del "realismo poetico" di cui Carné e Prévert erano stati figure centrali; ma il film va oltre, aggiungendovi una complessità monumentale, una ricchezza di elementi e una stratificazione dei caratteri che erano assenti nelle opere precedenti.

29 luglio 2013

Bella di giorno (Luis Buñuel, 1967)

Bella di giorno (Belle du jour)
di Luis Buñuel – Francia 1967
con Catherine Deneuve, Michel Piccoli
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Per superare la propria frigidità e la paura del sesso, Séverine – moglie di un giovane e ricco chirurgo – opta per una "terapia d'urto" e si prostituisce in un bordello di lusso, dove è conosciuta con il nome di "Bella di giorno" (perché è disponibile solo dalle 2 alle 5 del pomeriggio). Il primo film a colori di Buñuel, scritto con Jean-Claude Carrière da un romanzo di Joseph Kessel e prodotto dai fratelli Hakim, è il lavoro più celebre e "scandaloso" del regista: rifiutato dal Festival di Cannes per supposta "scarsa artisticità", si rifarà vincendo addirittura il Leone d'Oro alla Mostra di Venezia. Nella vena onirico-surrealista di Don Luis, il film mette in scena ossessioni e desideri che si confondono con la realtà: Séverine, che ha tendenze sadomasochistiche (sogna di essere frustata o umiliata dall'uomo che ama), non si prostituisce per denaro o per lussuria, ma solo per "scoprire sé stessa", come se si trattasse di sedute dallo psicanalista. Il tema pruriginoso sollevò un vespaio nei tardi anni sessanta, ma spinse anche gli incassi alle stelle (è il lavoro del regista spagnolo che ebbe il maggior successo di pubblico). E anche a rivederlo oggi il film mantiene tutta la sua forza, in un miracoloso equilibrio fra simbolismo, caratterizzazione psicologica, bizzarria delle situazioni (si pensi alla sequenza di clienti eccentrici o dalle manie "particolari": si va dal professore che gioca a fare il maggiordomo maltrattato, al duca che assolda la ragazza perché impersoni la moglie defunta) e carica erotica, pur non mostrando mai (naturalmente) scene esplicite. Una Deneuve bellissima, algida e distante (anche quando la vediamo nel tempo libero, sulla neve di una località sciistica o in completino bianco da giocatrice di tennis), dà vita a un personaggio indimenticabile, che parte dalla propria passività e sottomissione per cercare un nuovo equilibrio fra realtà e sogno (sono numerose le sequenze – introdotte dall'immagine o dal rumore della carrozza, spesso accompagnata da suoni di campanellini o da miagolii di gatti – che sono puramente frutto della sua immaginazione). Buono comunque anche il cast maschile: a svettare, più che Jean Sorel nei panni del marito, è il sornione Michel Piccoli, l'amico che la corteggia e che subdolamente la indirizza alla casa di Madame Anaïs (Geneviève Page). Pierre Clémenti è invece il giovane malavitoso che si invaghisce di lei, parzialmente ricambiato, e che cercherà di averla tutta per sé. Fra i tanti elementi introdotti per intorbidire le acque, è da ricordare la misteriosa scatoletta del cliente orientale, da cui proviene uno strano ronzio e di cui non ci viene mostrato il contenuto, che Buñuel lascia alla nostra immaginazione: è certamente un'antesignana della valigetta di "Pulp Fiction". Diverse le scene censurate dall'edizione italiana: in particolare, quella in cui Séverine, da bambina, rifiuta di ricevere la comunione, dimostrando già da allora il suo anticonformismo e il suo desiderio di trasgressione. Nel 2006 Manoel de Oliveira ne ha diretto un (brutto) sequel, "Belle toujour", con Bulle Ogier nel ruolo di Séverine (che la Deneuve aveva rifiutato di riprendere).

28 luglio 2013

Ernest & Celestine (aavv, 2012)

Ernest & Celestine (id.)
di Stéphane Aubier, Vincent Patar, Benjamin Renner – Francia/Belgio 2012
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Sceneggiato da Daniel Pennac a partire da una serie di libri illustrati di Gabrielle Vincent, è un film d'animazione per bambini, delicato e divertente, che parla dell'improbabile amicizia fra una topolina e un orso, rappresentanti di due comunità che si guardano con terrore o sospetto e che vivono in due mondi separati: i topi nel sottosuolo, gli orsi in superficie. Come se non bastasse, Ernest e Celestine hanno velleità artistiche che sono ferocemente osteggiate dalla società: la topolina ha la passione per il disegno, ma tutti si attendono che diventi dentista (come i suoi coetanei ha infatti il compito di radunare i denti che i piccoli orsacchiotti, in superficie, mettono sotto il cuscino dopo che cadono: gli incisivi servono per sostituire quelli che i topi più anziani perdono, e senza i quali non possono rosicchiare né parlare); Ernest, che vive isolato in una baracca fuori città, è invece un aspirante attore e musicista che per la fame è costretto a mendicare o rubare. La pellicola ne mostra le rispettive persecuzioni, dapprima in parallelo e poi insieme (a un certo punto si ritrovano inseguiti da "poliziotti" sia orsi che topi, e nel finale vengono addirittura messi sotto processo), e ne descrive con tenerezza l'amicizia, che inizialmente si fonda sullo scambio di favori ma poi evolve in un sincero rapporto affettivo. Punto di forza, oltre ai simpatici dialoghi di Pennac, è comunque lo stile di disegno ad acquarello, tipico dei volumi illustrati per l'infanzia, valorizzato dai colori caldi e da un'animazione morbida e minimalista, a volte poco più che schizzi impressionisti di matita e di colore su una tavola.

26 luglio 2013

Pacific Rim (Guillermo del Toro, 2013)

Pacific Rim (id.)
di Guillermo del Toro – USA 2013
con Charlie Hunnam, Idris Elba
***

Visto al cinema Plinius, con Monica, Elena e Paolo.

I kaiju, giganteschi mostri che sorgono dalle profondità dell'Oceano Pacifico (attraverso una breccia sul fondo che costituisce un portale verso un'altra dimensione), attaccano le città della Terra. Per difendersi, gli esseri umani costruiscono gli jaeger, enormi robot che a causa della loro complessità devono essere manovrati da coppie di piloti "interconnessi" mentalmente fra di loro. Robottoni contro mostri giganti: così si può riassumere la trama di un film che Del Toro dedica alla memoria di due "creatori di mostri" quali Ishiro Honda e Ray Harryhausen (quest'ultimo recentemente scomparso) e che porta sullo schermo ciò che gli otaku, ovvero gli appassionati di manga, anime e film giapponesi, hanno sempre amato e sognato. Pochi i fronzoli e le concessioni al gusto hollywoodiano: anche se non mancano alcune sottotrame edificanti (per lo più sui rapporti famigliari: fratelli, padri e figli, eccetera), non siamo di fronte a una copia di "Transformers" (nessun improbabile adolescente che si improvvisa eroe, per esempio) né allo sfruttamento puramente commerciale di una franchise del passato per richiamare al cinema eventuali nostalgici, ma a un sincero atto d'amore per due generi dell'intrattenimento ben precisi: l'anime robotico o mecha (da "Mazinga" a "Gundam", da "Gackeen" – visti i due piloti – a "Evangelion") e il kaiju eiga alla "Godzilla". E pur evitando il citazionismo spinto per non cadere nell'effetto pastiche, ne ripropone tutti i cliché (a cominciare dai mostri che attaccano uno alla volta) con passione, entusiasmo e l'esplicito desiderio di divertire il pubblico senza imbrigliarlo in scenari troppo complessi e psicologie ciniche e contorte. Di fronte a certe scene, sembra davvero di tornare bambini: esaltante, per dirne una, il momento in cui il robot del protagonista, Gipsy Danger, estrae la spada. Niente fronzoli, dicevo: il regista (con il co-sceneggiatore Travis Beacham) è abbastanza saggio da dedicarsi solo a mettere in immagini la trama (semplice ma solida, una volta attivata la necessaria sospensione dell'incredulità) e l'azione (fenomenali i combattimenti sotto la pioggia, "sporchi" e confusi quel tanto che basta per dare un'impressione di realismo, ma comunque sempre comprensibili e di un'estrema "fisicità"). A proposito dell'aspetto visivo, pare che Del Toro si sia ispirato al dipinto "Il colosso" di Francisco Goya per evocare nello spettatore le stesse sensazioni di "meraviglia" durante le battaglie. In un film del genere il cast conta poco, ma sono da segnalare il roccioso Idris Elba nei panni del comandante Pentecost e la bella Rinko Kikuchi in quelli di Mako, la co-pilota giapponese del protagonista Raleigh Becket (Charlie Hunnam). Charlie Day e Burn Gorman sono i due scienziati che studiano i mostri, mentre il solito Ron Perlman si (e ci) diverte nel ruolo del gangster hongkonghese (dal bizzarro nome di Hannibal Chau) che rivende al mercato nero i frammenti di kaiju.

24 luglio 2013

Le iene (Quentin Tarantino, 1992)

Le iene (Reservoir dogs)
di Quentin Tarantino – USA 1992
con Harvey Keitel, Tim Roth
****

Rivisto in DVD, con Eleonora e Sabrina.

Dopo un furto in una gioielleria finito male, alcuni dei rapinatori sopravvissuti si rifugiano in un magazzino isolato, per raccogliere le idee e capire se fra loro si nasconde un traditore. Fra inattesi colpi di scena e flashback chiarificatori, seguirà una sanguinosa resa dei conti. Fologorante esordio alla regia di Quentin Tarantino, autore-cinefilo con la passione per il cinema di genere (su tutti i B-movies, i film di exploitation e i poliziotteschi italiani degli anni settanta) e già autore di un paio di sceneggiature ad alta tensione che verranno portate sullo schermo negli anni immediatamente successivi ("Una vita al massimo", "Natural Born Killers"), ha il suo punto di forza nella sceneggiatura dello stesso Quentin, che come nel successivo capolavoro "Pulp fiction" è a livello stratosferici, a mio parere mai più raggiunti in seguito dal regista. Pur non descrivendo la rapina, ma solo i suoi preparativi e le conseguenze del suo fallimento, il film è permeato da una forte violenza grafica e da una suspense capace di raggiungere punte assai elevate. La ricchezza dei dialoghi (anche quando l'oggetto della discussione è marginale rispetto alla vicenda principale: vedi il meraviglioso incipit nella caffetteria, dove si discorre sul significato di "Like a Virgin" di Madonna o si filosofeggia sulle mance alle cameriere) e le battute affilate e ciniche al servizio di personaggi ottimamente caratterizzati si sposano con una struttura narrativa non lineare, coadiuvata da un montaggio che porta continuamente avanti e indietro nella vicenda, giocando con le attese degli spettatori e rivelando informazioni e retroscena dei personaggi solo quando è il momento giusto: in questo modo fa montare inesorabilmente la tensione fino a liberarla all'improvviso in scoppi di violenza che giungono inaspettati e come pugni nello stomaco. Come se non bastasse, a tutto questo si aggiunge un fermo controllo sulla materia trattata (che apparentemente ricorre persino all'unità di tempo e di spazio – se si eccettuano per l'appunto i brevi flashback, l'intero film è ambientato in un vasto capannone – e fa quasi pensare di trovarsi di fronte a un testo teatrale), nonché l'eccellente studio dei personaggi (caratterizzati con una forte ambiguità morale) e la straordinaria capacità di dirigere gli attori, un formidabile cast che comprende vecchie glorie (Keitel) e giovani talenti (Roth), nomi allora sconosciuti (Madsen) e habitué del cinema indipendente (Buscemi), tutti messi in condizione di sfornare prove davvero intense.

Dopo aver venduto le sue prime sceneggiature e aver frequentato un workshop al Sundance Film Institute di Robert Redford, Tarantino era stato incoraggiato a mettersi dietro la macchina da presa dal regista Monte Hellman, che lo aveva aiutato anche a trovare finanziamenti. Inizialmente avrebbe dovuto trattarsi di una pellicola a bassissimo budget, senza nomi di rilievo nel cast (gli interpreti, a parte lo stesso Tarantino e l'amico-produttore Lawrence Bender, dovevano essere i colleghi del videonoleggio dove Quentin lavorava): solo con l'ingresso di Harvey Keitel, che volle figurare anche come co-produttore, il progetto salì di livello. Girato in sole cinque settimane, il film si basa su un soggetto che – a detta dello stesso Tarantino – è fortemente debitore a "Rapina a mano armata" di Stanley Kubrick, da cui riprende non solo il tema principale ma anche l'utilizzo di una narrazione decostruita. Altra fonte di ispirazione è il noir hongkonghese "City on fire" di Ringo Lam, la cui seconda metà presenta virtualmente la stessa trama de "Le iene". Ma vista la cinefilia di Tarantino, la sua caratteristica di "rimasticatore" del cinema di genere e la sua passione per citazioni e riferimenti, non deve stupire come in questo film d'esordio abbondino gli omaggi a pellicole del passato. L'iconico abbigliamento dei sei rapinatori (giacca e cravatta con occhiali neri, come veri e propri "men in black" o magari impiegati del crimine) richiama quello dei protagonisti della saga di "A better tomorrow" di John Woo, in particolare il secondo episodio. I nomi in codice basati sui colori – Mister Black, Mister Orange, Mister Pink... – provengono dal thriller "Il colpo della metropolitana" di Joseph Sargent. La violenza iperstilizzata fa pensare alle opere d'esordio di Martin Scorsese ("Mean Streets") e ai western crepuscolari di Sam Peckinpah ("Il mucchio selvaggio"). La sequenza del taglio dell'orecchio potrebbe essere stata ispirata dal western italiano "Django" di Sergio Corbucci così come dal giapponese "The shogun assassin" di Kinji Fukasaki, ma più probabilmente dal film noir "La polizia bussa alla porta" di Joseph H. Lewis (il cui cattivo è un sadico gangster che si chiama, guarda caso, Mr. Brown). E Quentin condisce il tutto con ulteriori riferimenti a film, canzoni, fumetti che ama: da Pam Grier (protagonista di tante pellicole blaxploitation e futura protagonista di "Jackie Brown") ai Fantastici Quattro (si cita la Cosa, si vede un poster di Silver Surfer).

La decisione di non mostrare le sequenze della rapina è stata spiegata dal regista come una scelta voluta e non solo una questione di budget. Il film, di fatto, non è un heist movie: non parla del furto ma "di altre cose". Oltre ai sei rapinatori – Mr. White (Harvey Keitel, il gangster compassionevole), Mr. Orange (Tim Roth, il poliziotto infiltrato), Mr. Pink (Steve Buscemi, la macchietta comica), Mr. Blonde (Michael Madsen, il sadico psicopatico), Mr. Brown (Quentin Tarantino) e Mr. Blue (Edward Bunker), con gli ultimi due che escono di scena quasi subito – il roster comprende di fatto solo altri quattro personaggi: Joe (Lawrence Tierney), l'organizzatore della rapina; Eddie "il bello" (Chris Penn), suo figlio; Holdaway (Randy Brooks), l'agente che istruisce Mr. Orange; e Marvin (Kirk Baltz), il poliziotto catturato e torturato da Mr. Blonde in quella che è forse la scena che più rimane impressa nella memoria dello spettatore. Da notare che il vero nome di Mr. Blonde (uno dei pochi che viene rivelato) è Vic Vega: si tratta infatti del fratello di Vincent Vega, il personaggio interpretato da John Travolta in "Pulp Fiction". Fra i progetti di Tarantino c'era anche un film sui due fratelli Vega ("The Vega Brothers"), ambientato ovviamente prima degli eventi dei suoi due film d'esordio, ma la cosa non si è mai realizzata (e difficilmente lo sarà, vista ormai l'età dei due attori). Fondamentale, come nella pellicola seguente, la colonna sonora, tutta a base di canzoni vintage (prevalentemente degli anni settanta, visto che in gran parte vengono ascoltate alla radio, attraverso la trasmissione "K-Billy's Super Sounds of the Seventies", il cui dj ha nella versione originale la voce di Steven Wright): fra le altre spiccano "Little Green Bag" (The George Baker Selection, sui titoli di testa), "Fool for Love" (Sandy Rogers), "Stuck in the Middle with You" (Stealers Wheel, nella scena della tortura) e "Coconut" (Harry Nilsson, sui titoli di coda). Inizialmente presentato proprio al Sundance Film Festival, il film ottenne un meritato successo di critica ma rimase per lo più sconosciuto al grande pubblico. Dopo il successo di "Pulp fiction", nel 1994, fu rieditato nelle sale, riscuotendo nuovo interesse ma anche correndo il rischio di essere irrimediabilmente "accomunato" al secondo lavoro del regista (ricordo per esempio che gli spettatori esplodevano in risa fragorose anche durante scene, come quella dell'orecchio tagliato, che erano state costruite come disturbanti e in cui francamente non c'era niente da ridere: anche se l'humor nero ne "Le iene" non manca, il livello di ironia fra le due pellicole è infatti ben diverso, ma molti non se ne accorgevano e si lasciavano trascinare dalle loro aspettative). In Italia il film ha ispirato l'omonimo programma televisivo, i cui conduttori e inviati si vestono come i protagonisti della pellicola stessa.

22 luglio 2013

Giù al nord (Dany Boon, 2008)

Giù al Nord (Bienvenue chez les Ch'tis)
di Dany Boon – Francia 2008
con Kad Merad, Dany Boon
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Philippe Abrams (Merad), direttore delle poste di una cittadina della Provenza, sogna un trasferimento sulla Costa Azzurra (per il quale è disposto letteralmente a fare carte false). Per punizione viene invece mandato a dirigere per due anni un ufficio postale a Bergues, un villaggio nella fredda e inospitale – o almeno così lui crede – regione del Nord-Passo di Calais, ai confini con il Belgio. Partito colmo di pregiudizi (fomentati anche dalla moglie e dagli amici) e convinto che gli abitanti del luogo – gli ch'ti, piccardi che parlano un dialetto bizzarro e incomprensibile – siano tutti rozzi, ignoranti e ubriaconi, scoprirà invece che la vità al nord è più gradevole di quanto credesse, fra colleghi simpatici e amichevoli, buon cibo e ritmi di lavoro rilassati, tanto che si adeguerà presto e volentieri alle usanze locali. Ma continuerà a mentire alla moglie, raccontandole che il suo soggiorno è un autentico inferno, perché si rende conto che questa falsa consapevolezza la sta facendo lentamente riavvicinare a lui. Strepitoso successo di pubblico (e un remake italiano realizzato due anni dopo, "Benvenuti al sud", che ne segue pedissequamente il canovaccio e ne ripropone quasi identiche gran parte delle gag) per una divertente pellicola che gioca con gli stereotipi regionali e prende in prestito la contrapposizione fra nord e sud che negli anni cinquanta aveva fatto la fortuna della commedia all'italiana (come non ricordare "Totò, Peppino e... la malafemmina"?). Rispetto al successivo remake nostrano, l'originale francese è senza dubbio migliore nei comparti regia e recitazione, anche se naturalmente il setting ci è meno familiare. Il regista interpreta anche il ruolo di Antoine, l'impiegato delle poste (con il complesso della madre) con cui Philippe stringe l'amicizia più intensa, mentre Anne Marivin è la ragazza di cui si innamora e Zoé Félix è la moglie del protagonista.

20 luglio 2013

My sassy girl (Kwak Jae-yong, 2001)

My sassy girl (Yeopgijeogin geunyeo)
di Kwak Jae-yong – Corea del Sud 2001
con Jun Ji-hyun, Cha Tae-hyun
**1/2

Rivisto in divx, con Sabrina.

Lo studente universitario Gyeon-woo incontra in metropolitana una ragazza (il cui nome non viene mai rivelato durante il film) molto carina ma anche dominatrice, attaccabrighe, combinaguai e dall'ubriacatura facile, che comincia a frequentare lasciandosi trascinare in situazioni imbarazzanti e disavventure sempre più tragicomiche. L'amicizia fra i due si trasforma lentamente in amore, ma ci vorrà del tempo prima che lei – reduce da una storia infelice – accetti di dare sfogo anche al proprio lato più romantico... Basato su una storia vera, raccontata inizialmente dallo sceneggiatore Kim Ho-sik in una serie di post pubblicati sul suo blog e in seguito trasformati in un romanzo, è un film che fonde commedia, dramma, poesia e romanticismo nella tipica (e spesso spiazzante) commistione di generi del cinema dell'estremo oriente: campione d'incassi in Corea e in gran parte dell'Asia, ha dato origine anche a svariati remake (negli Stati Uniti, in Giappone e a Bollywood). La struttura episodica riflette l'origine del materiale di partenza, e ricorda fra l'altro serie di animazione come "Lamù", con il protagonista maschile messo continuamente nei guai da una ragazza invadente e capricciosa. Il successo di pubblico e la comicità si spiegano anche con la "rottura" dei canoni tradizionali che prevedono, in Corea come in Giappone, che la donna sia umile, estremamente femminile e sempre accondiscendente. Qui invece è tutto il contrario: il personaggio femminile è "forte", dinamico, imprevedibile (la ragazza è appassionata di film d'azione, e scrive di continuo sceneggiature – che per lo più coinvolgono un viaggio nel tempo alla "Terminator" – che il povero Gyeon-woo è costretto a leggere), mentre quello maschile è debole, sottomesso e frustrato, oltre che in balia dei suoi desideri e sfortunato come, per l'appunto, un Ataru Moroboshi. Il punto di vista rimane comunque rigorosamente quello di lui, con la ragazza ritratta come un "oggetto misterioso", a volte dispotica (la sua minaccia tipica è "Vuoi morire?") e a volte dolce (come quando chiede di ricevere una rosa mentre suona al piano il canone di Pachelbel).

18 luglio 2013

La pacifista (Miklós Jancsó, 1970)

La pacifista, aka Smetti di piovere
di Miklós Jancsó – Italia 1970
con Monica Vitti, Pierre Clémenti
*1/2

Visto in DVD.

Sullo sfondo di una Milano attraversata da cortei di protesta studentesca in favore degli operai e dagli intrighi di gruppi eversivi di estrema destra, la giornalista televisiva Barbara (Monica Vitti) – che si aggira spersa e neutrale fra questi "fremiti di guerriglia urbana" – scopre di essere pedinata da un misterioso e affascinante giovane (Pierre Clémenti), che si introduce persino nella sua casa-rifugio, e di cui finisce con l'innamorarsi. Si tratta di un membro di un'organizzazione terroristica di destra, che sta per compiere un attentato. Il giovane vorrebbe dissociarsi, ma i suoi compagni non glielo permettono; e quando Barbara prova a denunciarli alla polizia, il commissario la crede una mitomane, costringendola così a farsi giustizia da sola. Primo film "italiano" del regista ungherese Miklós Jancsó, scritto e sceneggiato dalla sua compagna di allora, Giovanna Gagliardo, è un lungometraggio ideologico e irrimediabilmente datato, nonostante abbia il merito di descrivere bene il clima delle contestazioni dell'epoca che stava per lasciare il posto agli anni di piombo (a un certo punto il commissario chiede a un suo sottoposto: "Non credi che i nostri figli un giorno o l'altro ci uccideranno?"). Molti dei discorsi politici risultano "fumosi" o addirittura vengono volontariamente coperti dai rumori ambientali (traffico, sirene), dalle musiche della colonna sonora (di Giorgio Gaslini), dai canti dei comunisti e degli anarchichi che marciano per le strade: è come se quello che dicono i personaggi non contasse veramente, ma solo il loro "vissuto". Nel finale la sceneggiatura cerca comunque di riannodare le fila del discorso e di lanciare il suo messaggio: bisogna provare a resistere alla violenza con la forza della pace (quello che la protagonista non riesce a fare). Quanto allo stile, per tutto il film Jancsó fa ricorso a lunghissimi piani sequenza, il suo marchio di fabbrica, che terminano spesso con un primissimo piano del volto pensieroso o assorto della Vitti; e, in maniera davvero interessante, sceglie di usare come scenografie non le normali strade della città ma cortili, giardini e chiostri di alcuni luoghi particolarmente insoliti (la Rotonda della Besana, il Giardino della Guastalla, via Cavalieri del Santo Sepolcro, via Palestro, la Pinacoteca di Brera). Nella versione originale la pellicola terminava con la frase "Ma liberte c'est celle des autres", che capovolge e contraddice la celebre asserzione (di John Stuart Mill?) "La mia libertà finisce dove comincia quella degli altri": ma poi il film venne rieditato (con il titolo "Smetti di piovere") e ridoppiato in maniera indecorosa e parodistica, eliminando il finale e "coprendo" i silenzi con parole, pensieri, dialetti, battute e volgarità.

17 luglio 2013

Rapunzel (N. Greno, B. Howard, 2010)

Rapunzel - L'intreccio della torre (Tangled)
di Nathan Greno, Byron Howard – USA 2010
animazione digitale
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Ispirato alla favola di Raperonzolo dei fratelli Grimm (il mantenimento del nome della protagonista in inglese, Rapunzel, è dovuto alle stesse leggi del marketing che ci avevano già "regalato" i vari Aladdin ed Hercules), il cinquantesimo classico animato della Disney è un'avventura vivace e diverente che da un lato si inserisce perfettamente nella tradizione fiabesca delle "principesse" della casa di Burbank (Biancaneve, Cenerentola, la Bella Addormentata, la Bella e la Bestia...) e dall'altro porta con sé anche l'imprinting "tecnologico" della Pixar (John Lasseter è produttore esecutivo). La fusione fra il character design tradizionale e l'animazione digitale è decisamente riuscita e assai gradevole, grazie anche ai riferimenti artistici al rococò francese. Il rendering non fotorealistico, in particolare, dona alla pellicola un'aura romantica e lussureggiante (soprattutto nella resa dei lunghi capelli biondi della protagonista). Numerose, com'era lecito aspettarsi, le modifiche apportate rispetto alla fiaba originale. Se molti elementi iconici sono rimasti intatti (la torre nel bosco, la lunga chioma, la frase "Sciogli i tuoi capelli", le lacrime guaritrici), altri sono stati eliminati o alterati. In particolare, nella favola Raperonzolo era di umili origini mentre il suo innamorato era un principe: qui i ruoli sono invertiti, con il portagonista maschile (Flynn Rider) che è addirittura un ladro. L'ambientazione è medievale e i personaggi sembrano usciti da un gioco di ruolo: e alcuni (i due complici di Flynn, per esempio) ricordano il "Dragon's Lair" di Don Bluth, che guarda caso nei tardi anni novanta aveva in programma proprio un film su Raperonzolo (ma il progetto non si concretizzò). Il ritmo incalzante, le trovate comiche (la padella che Rapunzel usa come arma), i bei disegni e l'eccellente fludità dell'animazione compensano ampiamente la debole caratterizzazione dei personaggi (tanto i buoni quanto i cattivi sono alquanto stereotipati, per non parlare dei comprimari): ma forse, in casi come questi, la semplicità è più un vantaggio che un difetto. Per il resto, sono presenti tutti i topòi dei classici d'animazione disneyani, dalle canzoni (opera di Alan Menken: non particolarmente ispirate, ma per fortuna poche) agli animaletti-sidekick (qui due: Pascal, il camaleonte compagno di Rapunzel; e Maximus, il cavallo bianco che dà prima la caccia e poi aiuta Flynn/Eugene). Una curiosità sul titolo originale: inizialmente il film avrebbe dovuto uscire con il titolo "Rapunzel" anche in America, e così era stato pubblicizzato. All'ultimo momento, nel timore che l'enfasi sulla protagonista femminile potesse tenere lontano il pubblico maschile (evidentemente non così amante delle "principesse"), la Disney ha cambiato il titolo in "Tangled", suscitando parecchie critiche ("È come se La sirenetta fosse stato ribattezzato Beached", ha commentato "Variety").

16 luglio 2013

Viva Zapatero! (Sabina Guzzanti, 2005)

Viva Zapatero!
di Sabina Guzzanti – Italia 2005
con Sabina Guzzanti, Rory Bremner
**

Visto in TV, con Sabrina.

Documentario che, partendo dal caso di "Raiot" (la trasmissione televisiva satirica della stessa Guzzanti, sospesa nel 2003 da Raitre dopo una sola puntata per evidenti pressioni politiche e nonostante l'elevato indice di ascolto, di cui ripresenta diversi spezzoni), affronta l'argomento della censura, della libertà d'opinione, dei doveri e dei limiti della satira, e del ruolo del giornalismo nell'Italia berlusconiana. Si comincia ricordando "l'editto bulgaro" (quando Berlusconi si scagliò contro conduttori, giornalisti e comici a lui sgraditi come Biagi, Santoro e Luttazzi, e questi furono prontamente rimossi dalla tv pubblica), si segue raccontando la vicenda di "Raiot", si intervistano personalità e attori come Dario Fo, Paolo Rossi (il comico), Rory Bremner (imitatore inglese di Tony Blair) e altri, si discute di come in Italia la satira sia mal tollerata dai politici, che la ostacolano in ogni modo (cosa che sarebbe impensabile in altri paesei europei, segnatamente Francia e Gran Bretagna), di come il "regime" berlusconiano prosperi anche grazie a giornalisti conniventi o poco coraggiosi, che lasciano di fatto il compito di informare il pubblico ai comici e agli intrattenitori, di come questi ultimi debbano fare continuamente i conti con intimidazione e censura (e siano accusati, come appunto nel caso della Guzzanti, di "non fare satira", e dunque messi a tacere anche e soprattutto quando raccontano cose vere). Il titolo, evidente parodia di "Viva Zapata!", si riferisce al leader socialista spagnolo che, da poco eletto, aveva fatto passare una legge che slegava la tv pubblica del suo paese dalle influenze della politica, auspicando che anche in Italia si potesse fare lo stesso. Interessante soprattutto per chi non conosce la vicenda o i suoi retroscena (è stato infatti apprezzato più dal pubblico straniero che da quello italiano), e utile per non dimenticare i nomi, i volti e le azioni di certi personaggi che all'epoca occupavano poltrone nel cda della Rai. La censura si combatte soprattutto continuando a parlare dell'oggetto censurato (e per fortuna esiste "l'effetto Streisand").

14 luglio 2013

La casa dei nostri sogni (H. C. Potter, 1948)

La casa dei nostri sogni (Mr. Blandings builds his dream house)
di H. C. Potter – USA 1948
con Cary Grant, Myrna Loy
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Stufo di vivere con la famiglia (moglie e due figlie) in un appartamento di New York troppo piccolo, immerso nel caos urbano e imprigionato nel cemento, Jim Blandings decide di comprare una vecchia casa in campagna, nel Connecticut, e di ristrutturarla secondo i propri gusti. Le difficoltà non mancheranno, anche per via della sua ingenuità e avventatezza (la dimora acquistata è un vero rudere: si farà prima ad abbatterla e a costruirne una nuova), le spese lieviteranno, lo stress e l'impegno richiesto nel seguire i lavori avranno ricadute sulla carriera e la vita sociale dell'uomo (che a un certo punto comincia anche a sospettare di una tresca della moglie Muriel con il suo miglior amico, l'avvocato Bill Cole), ma alla fine i Blandings avranno finalmente la "casa dei loro sogni". Film simbolo del benessere e del consumismo dell'America dell'immediato dopoguerra (non incidentalmente, Jim lavora come creativo pubblicitario), mette in mostra i cambiamenti che erano in atto soprattutto nell'approccio alla vita metropolitana. Da sottolineare il contrasto fra l'America e l'Italia di quegli anni: mentre da noi si stava assistendo alla modernizzazione della società e alla progressiva urbanizzazione della popolazione, negli Stati Uniti questa fase era già avvenuta e consolidata, e si cominciava a sentire il desiderio di superarla, tanto che il sogno di Jim di fuggire dalla città e di fare il pendolare ricorda quello che accadrà in Italia negli anni ottanta, con il proliferare di "villini" fuori porta. Potter, già regista di "Helzapoppin", dirige con la consueta cura per la messa in scena delle gag e il ritmo narrativo, in un "crescendo" di situazioni sempre più comiche e intricate (stavolta non sul filo dell'assurdo o del nonsense, ma concretamente legate all'ordinario e alla quotidianità), che sfociano però in un liberatorio e inevitabile lieto fine. Grant è grandioso come sempre, mentre la Loy sembra un po' svagata (ma irresistibile nelle scene in cui vuole aggiungere il suo tocco "femminile" agli interni della casa, per esempio nella scelta dei colori delle pareti). Bill Cole, l'amico sornione e consigliere che funge anche da voce narrante del film (rivolgendosi direttamente agli spettatori), è interpretato da Melvyn Douglas. Il prosciutto Wham, per il quale Jim deve ideare uno slogan, si ispira forse al "famigerato" Spam.

12 luglio 2013

Milano calibro 9 (Fernando Di Leo, 1972)

Milano calibro 9
di Fernando Di Leo – Italia 1972
con Gastone Moschin, Mario Adorf
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Marco, Eleonora e Sabrina.

Uscito da San Vittore dopo aver scontato tre anni per una rapina, Ugo Piazza (Gastone Moschin) si ritrova braccato dagli uomini dell'"Americano", il gangster per cui lavorava, convinto che proprio lui sia il responsabile della misteriosa sparizione di trecentomila dollari avvenuta esattamente tre anni prima. Ugo proclama la sua innocenza, ma nessuno gli crede: né i suoi ex compagni (fra cui il siciliano Rocco, interpretato da Mario Adorf), né la polizia né tantomeno la sua ex ragazza (Barbara Bouchet); tuttavia l'Americano accetta di riprenderlo al proprio servizio, forse per controllarne meglio le mosse. Fra tradimenti, raggiri e colpi di scena, seguirà una sanguinosa resa dei conti. Ispirato all'omonima raccolta di racconti di Giorgio Scerbanenco (adattati dallo stesso Di Leo), è uno dei più begli esempi di noir all'italiana degli anni settanta (il termine "poliziottesco", in questo caso, è riduttivo), ammirato e citato – fra gli altri – da Quentin Tarantino e Robert Rodriguez. Il personaggio di Ugo Piazza, ambiguo e sfaccettato, ricorda i protagonisti dei noir americani degli anni quaranta e cinquanta, così come gli intrighi e l'aura di nichilismo e di cinismo che pervadono la pellicola e che riescono a mantenere la tensione fino in fondo, superando i limiti e le ingenuità del genere. Queste si notano forse soltanto nelle scenette fra il commissario di polizia (Frank Wolff) e il vicecommissario Mercuri (Luigi Pistilli), che affrontano in maniera alquanto schematica tematiche sociali come l'immigrazione dal meridione, la fuga dei capitali in svizzera, gli anni di piombo. Memorabile invece il vibrante finale, con Rocco (acerrimo rivale di Ugo per tutto il film, ma in fondo un uomo della stessa pasta e che ne riconosce il valore) che si scaglia contro il giovane Luca: "Tu uno come Ugo Piazza non lo devi toccare! Tu quando vedi uno come Ugo Piazza il cappello ti devi levare!". Nell'ottimo cast (con Moschin – che dopo i tanti ruoli nelle commedie all'italiana dimostra qui tutta la sua poliedricità – e Adorf su tutti) figurano anche Philippe Leroy (il killer Chino, amico di Ugo) e Lionel Stander (l'Americano). L'ambientazione milanese, livida e brumosa, fa da ottimo sfondo a una trama ben orchestrata e che la regia di Di Leo vivacizza con inventiva e dinamismo (da ricordare per esempio le inquadrature, ruotate di 90 gradi, della danza sui tavoli di Barbara Bouchet). La bella colonna sonora è di Luis Bacalov, in collaborazione con il gruppo di progressive rock Osanna. Il film è considerato come il primo capitolo della "trilogia del milieu" del regista (gli altri due sono "La mala ordina" e "Il boss").

11 luglio 2013

Sister (Ursula Meier, 2012)

Sister (L'enfant d'en haut)
di Ursula Meier – Svizzera 2012
con Kacey Mottet Klein, Léa Seydoux
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Il dodicenne Simon vive con la sorella maggiore Louise in una casa popolare di una valle svizzera. Poiché la ragazza, problematica e inaffidabile, lo lascia spesso da solo, è costretto a guadagnarsi da vivere rubando e poi rivendendo sci e altre attrezzature (occhiali, caschi, guanti) ai turisti in vacanza nella locale stazione sciistica. Fin troppo maturo e cresciuto per la sua età, è perennemente alla ricerca di quella figura materna che gli manca profondamente, come è evidente dalla sua attrazione per la signora bionda (Gillian Anderson), madre di due bambini della sua età, che incontra sulle piste da sci. Il che si spiega con il fatto che la "sorella" in realtà è sua madre, anche se ne è insofferente e non vuole essere considerata tale. Dei due, il più responsabile è proprio il bambino. Un "piccolo" film quasi alla Dardenne, su personaggi in preda alla solitudine, immersi in un contesto sociale che ne ignora i problemi e la situazione. È assente qualsiasi accenno di morale: la pellicola non azzarda mai un giudizio sul suo protagonista e sui suoi furti, semmai condanna coloro che approfittano di lui (come il cuoco del rifugio, interpretato da Martin Compston). Interessante il contrasto fra i due mondi, quello "in alto" della stazione sciistica, frequentata da ricchi e spensierati turisti, e quello "in basso" delle case popolari, perennemente all'ombra delle montagne che tolgono il sole alla vallata, dove la grigia realtà è più concreta. E molto bella l'ultima scena, in cui gli sguardi di Simon e di Lousie, l'uno alla ricerca dell'altra, si incrociano da due cabine della funivia che viaggiano in direzioni opposte. Il doppiaggio italiano fa un po' di pasticci, facendo parlare tutti in italiano personaggi che in realtà sono di lingue diverse.

10 luglio 2013

No grazie, il caffè mi rende nervoso (L. Gasparini, 1982)

No grazie, il caffè mi rende nervoso
di Lodovico Gasparini – Italia 1982
con Lello Arena, Maddalena Crippa
**

Visto in divx, con Sabrina.

I preparativi per l'allestimento del primo "Festival Nuova Napoli" scatenano l'ira di un misterioso individuo che si dice contrario a ogni forma di rinnovamento della classica cultura partenopea. Firmandosi "Funiculì Funicolà" e rivendicando l'amore per le tradizioni e tutti gli elementi simbolo di Napoli (la pizza, il sole, il mare, il mandolino...), il maniaco compie una serie di attentati ai danni del Festival e degli artisti che sono stati invitati a parteciparvi (fra cui il sassofonista James Senese e l'attore Massimo Troisi, che recitano nei panni di sé stessi). A indagare, oltre alla polizia, ci sono due giornalisti de "Il mattino", il recalcitrante Michele Giuffrida (Arena) e l'esuberante Lisa Sole (Crippa). Ma le loro ricerche sono ostacolate anche dai complotti di una banda di contrabbandieri. Sceneggiato (da Arena & C.) a partire da un soggetto dello stesso Troisi, è una pellicola dove gli elementi comici e quelli del giallo all'italiana si rincorrono e si intrecciano in maniera non sempre efficace. Se la pretesuosa trama gialla, infatti, salta di palo in frasca e viene risolta in maniera piuttosto artificiosa (anche se il titolo del film, a ben vedere, qualche indizio lo forniva), ben più riusciti sono i siparietti e le scenette comiche, a tratti esilaranti ("No, tu non sparerai..."). Degne di nota, in particolare, le tre lunghe sequenze con Troisi in albergo, al commissariato e dal giornalaio (praticamente dei monologhi), con l'attore che trasferisce su sé stesso tutte le paturnie e le caratteristiche dei suoi personaggi di finzione (all'epoca era apparso in un solo film, "Ricomincio da tre", ma aveva già recitato con successo in teatro, spesso proprio al fianco di Arena). E in generale l'autoironica ambientazione partenopea e l'elevazione della "spalla" Arena al ruolo di protagonista valgono di certo la visione. Poco da dire invece sul regista: a parte questo film d'esordio e il successivo "Italian Fast Food" (con i comici di "Drive In"), ha lavorato esclusivamente per la tv.

7 luglio 2013

Il sorpasso (Dino Risi, 1962)

Il sorpasso
di Dino Risi – Italia 1962
con Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant
****

Visto in divx, con Marco, Eleonora e Sabrina.

In una Roma assolata e svuotata dal caldo ferragostano, l'estroverso e invadente Bruno Cortona (Gassman) stringe amicizia con il timido studente Roberto Mariani (Trintignant) e lo trascina in un'improvvisata gita in auto fuori porta che si protrarrà sempre più verso nord, prima nell'alto Lazio, poi in Toscana e infine verso la Liguria. Dopo numerosi incontri e avventure, la loro corsa si fermerà per un incidente sull'Aurelia, dove Roberto perderà la vita. Capolavoro di Risi, inizialmente accolto con tiepidità ma divenuto ben presto uno dei più noti e popolari esempi di commedia all'italiana (dove l'analisi sociale e la critica di costume si nascondono dietro i toni ironici e i personaggi sopra le righe), è uno straordinario affresco della società italiana nel pieno del boom economico, di cui uno dei simboli è proprio la vettura guidata dal protagonista: una Lancia Aurelia B24 ("uscita dalle officine nel 1956", cito da Wikipedia, "rappresentava allora il prototipo di un'idea di eleganza e raffinatezza, ma ben presto si trasformò nell'ideale dell'automobile aggressiva, prepotente, truccata nel motore e negli allestimenti"). Tantissimi i riferimenti, nei dialoghi e nelle situazioni, alla cultura (Antonioni, di cui si cita irriverentemente "L'eclisse": e la scena iniziale e quasi surreale in cui Bruno vaga per le strade di una Roma deserta in cerca di sigarette e di un telefono ricorda proprio alcune sequenze di quel film), alla politica (Krusciov, le bombe atomiche) e alla vita dell'epoca (un esempio sono le numerose canzonette presenti nella colonna sonora: fra le altre, successi come "Saint Tropez Twist" di Peppino di Capri, "Guarda come dondolo" e "Pinne, fucile ed occhiali" di Edoardo Vianello, "Vecchio frac" di Domenico Modugno). Ottimamente caratterizzati i due personaggi, anche per merito di due attori eccellenti. Bruno, cialtrone e nullafacente, amante della velocità, delle donne e della bella vita, all'apparenza un vincente (così lo considerano gli altri) ma in realtà un fallito, è il simbolo dell'Italia gaudente che però fatica a togliersi di dosso le sue origini umili e cerca di "nasconderle" dietro l'esuberanza e la vitalità. L'introverso e spaesato Roberto, incapace di difendersi o di non lasciarsi prevaricare da coloro che gli stanno attorno, è invece l'immagine dell'Italia povera ma perbene che stava scomparendo poco a poco. Pur disapprovando il comportamento di Bruno, Roberto non può non sentirne una certa attrazione e il desiderio di diventare come lui (ed è questo il motivo, oltre la naturale arrendevolezza, che lo spinge a rimanere in sua compagnia). E man mano che lascia da parte la propria timidezza e la propria educazione, prendendo l'amico come modello di comportamento (con i suoi contro ma anche i suoi pro, come l'imparare a godersi la vita e a non lasciar fuggire le occasioni che si presentano), non si rende conto di rappresentare simbolicamente la nuova direzione in cui sta muovendo l'Italia. I due uomini infatti "rappresentano due identità della nazione, giunta a un bivio della propria storia. La prima, quella legata ai princìpi, sarà sedotta e morirà, nella fine di un sogno, lasciando campo libero alla seconda Italia, quella furbesca, individualista e amorale". Da sottolineare l'insolito (allora) ricorso alla voce-off, "l'io pensante" di Roberto, attraverso il quale "veniamo a conoscenza della contraddizione tra pensiero e azione che il ragazzo vive a contatto con Cortona, e soprattutto del percorso d'iniziazione erotica e sociale che egli compie. I personaggi protagonisti, così diversi ma in egual misura positivi e negativi, si attraggono e si respingono tra loro, attraendo a loro volta gli spettatori verso due poli distinti e contrapposti d'identificazione sociale". Anche le due scene in cui Bruno e Roberto portano rispettivamente l'amico a conoscere la propria famiglia (da cui si sono irrimediabilmente staccati) vogliono mostrare, fra le altre cose, come il miracolo economico stesse trasformando l'Italia da una società tradizionalmente incentrata sulla famiglia a una più individualistica e consumistica. Quella di Roberto, rimasta ancorata a una rurale e provinciale, è troppo distante persino per lui, che pure fatica a staccarsi dal passato, dalla nostalgia per l'infanzia e dall'influenza del proprio contesto familiare e sociale. Quella di Bruno è quanto di più "moderno" si possa immaginare: genitori separati, figlia (Catherine Spaak) che frequenta (e vorrebbe sposare) un ricco industriale del nord che ha il triplo dei suoi anni (Claudio Gora); ognuno dei suoi membri, Bruno compreso, incarna una caratteristica della nuova alta borghesia benestante, rampante o arrivista.

6 luglio 2013

Rango (Gore Verbinski, 2011)

Rango (id.)
di Gore Verbinski – USA 2011
animazione digitale
**1/2

Visto in DVD, con Sabrina.

Un camaleonte da appartamento si ritrova sperduto in mezzo al deserto del Mojave. Spacciandosi per un pistolero, diventerà l'eroe della cittadina di Polvere (Dust): gli abitanti lo eleggeranno sceriffo e lo incaricheranno di scoprire chi sta sottraendo l'acqua dalla regione (rendendola un bene talmente prezioso da dover essere conservata in banca). Parodia del western con animali antropomorfi come protagonisti (al fianco di Rango troviamo lucertole, topi, talpe, tartarughe, serpenti, rospi, armadilli, conigli, volpi e così via, nella più pura tradizione dei "funny animal", qui vincolati naturalmente all'habitat desertico), il primo film d'animazione di Gore Verbinski è un divertente omaggio al genere, non esclusivamente per un pubblico infantile. A una generale scontatezza del plot (che accumula numerosi cliché – a partire dal protagonista solitario e mentitore in cerca di amici e di redenzione – e colpi di scena telefonati) si accompagnano dialoghi cinici e scoppiettanti e personaggi ben caratterizzati sia per scrittura che per disegno, per non parlare di alcuni momenti mistici/surreali. Sontuoso l'aspetto visivo: l'ottima animazione e gli effetti grafici donano alle immagini una patina estremamente realistica, come se si trattasse di un film dal vivo, pur mantenendo lo stile cartoonistico e caricaturale nel character design. Spettacolari le scene d'azione, su tutte l'inseguimento con la diligenza che trasporta la bottiglia d'acqua, con tanti riferimenti cinematografici, western e no – si pensi ad "Interceptor" – e con colonna sonora a base di Wagner (l'immancabile "cavalcata delle valchirie") e Strauss. Numerosi, comunque, i riferimenti e i rimandi a celebri spaghetti western, a partire dal titolo (che strizza l'occhio a "Django") per passare attraverso sequenze o dettagli anche minimi: il serpente Jake Sonagli è abbigliato come Lee Van Cleef, e ha pure i suoi baffetti; prima del duello fra Rango e Bandito Bill si ode lo stesso cigolio delle pale che si sentiva nella scena iniziale di "C'era una volta il west"; lo "spirito del west" incontrato da Rango ha le fattezze di Clint Eastwood, e lo stesso Rango nella scena seguente si presenta con il poncho che Eastwood indossava nella "trilogia del dollaro". Naturalmente, poi, c'è da considerare che Rango non è il vero nome del nostro protagonista: proprio come "l'uomo senza nome" dei film di Sergio Leone, ignoriamo – come gli abitanti del villaggio – la vera identità del nostro eroe. Il film ha vinto l'Oscar per il miglior film d'animazione: era la prima volta dal 2006 ("Happy Feet") che questo premio non andava a un film Pixar (la produzione è Nickelodeon, con grafica digitale della Industrial Light & Magic). In originale, la voce di Rango è di Johnny Depp (che torna così a collaborare con Verbinski dopo "I pirati dei Caraibi" e prima di "Lone Ranger"). Fra i doppiatori figurano anche Alfred Molina, Harry Dean Stanton, Isla Fisher, Bill Nighy e Ned Beatty. Buona l'edizione italiana.

4 luglio 2013

Accadde una notte (Frank Capra, 1934)

Accadde una notte (It happened one night)
di Frank Capra – USA 1934
con Clark Gable, Claudette Colbert
***

Rivisto in divx, con Sabrina.

La giovane e ricca Ellen Andrews (Colbert) fugge dallo yacht del padre, ormeggiato a Miami, con l'intenzione di raggiungere New York e sposare – nonostante il genitore sia contrario (anzi, proprio per questo) – l'aviatore King Westley. Il giornalista Peter Warne (Gable, che l'ha riconosciuta a bordo di un autobus della linea Greyhound, accetta di accompagnarla fino a destinazione in cambio di un'esclusiva sulla pubblicazione della sua storia. Ma durante il viaggio, a causa dell'intimità forzata e delle numerose avventure, finiranno per innamorarsi l'uno dell'altra. Questa commedia romantica ancor oggi freschissima (grazie anche alla felice sintonia fra i protagonisti), considerata un prototipo della "screwball comedy", presenta per la prima volta numerosi elementi che diventeranno cliché del genere, innestando su una struttura da road movie il tema della crescita e del riscatto dei due protagonisti. Ellen, inizialmente una ragazzina capricciosa e viziata che intende sposare l'avventuriero King solo per fare un dispetto al padre, impara a riconoscere il vero amore e ad adattarsi a situazioni diverse da quella bambagia in cui è sempre vissuta. E Peter ("Pietro" nel doppiaggio italiano), giornalista fallito e incapace di concludere alcunché nella vita, riacquista il proprio orgoglio e una ragion d'essere, accattivandosi le simpatie del padre di Ellen quando rifiuta la lauta ricompensa che questi aveva offerto per chi avesse contribuito a rintracciare la figlia. Molte le scene memorabili: dalle "mura di Gerico" (una coperta appesa a una corda) che dividono in due le stanze d'albergo dove Ellen e Peter dormono fingendosi marito e moglie, allo striptease di Clark Gable che lo consacrò come un sex symbol (pare che la scena in cui rimane a torso nudo, mostrando di non indossare nulla sotto la camicia, fece crollare le vendite di canottiere negli Stati Uniti); da Claudette Colbert che ferma un automobilista facendo l'autostop con la gamba scoperta, alla sua fuga dal matrimonio in abito da sposa. Fu il primo film nella storia a vincere i cinque premi Oscar più importanti (miglior film, regia, sceneggiatura, attore e attrice), un'impresa ripetuta in seguito soltanto due altre volte (nel 1975 da "Qualcuno volò sul nido del cuculo" e nel 1991 da "Il silenzio degli innocenti"). Eppure, pare che durante la lavorazione gli attori (soprattutto la Colbert) si dichiararono più volte scontenti dello script. Lo strepitoso successo di pubblico contribuì a rendere la Columbia Pictures (allora uno studio minore) una delle major di Hollywood. Fra le curiosità legate al film: pare che fosse uno dei preferiti sia di Adolf Hitler che di Joseph Stalin. La scena in cui Clark Gable mangia le carote avrebbe ispirato in parte la nascita del personaggio di Bugs Bunny. La versione italiana, oltre a tagliare diverse scene (fra cui quella in cui i passeggeri cantano in autobus) e ad "italianizzare" il nome del protagonista in Pietro, si segnala per l'eliminazione di un "piccolo" dettaglio: Ellen e King si sono già sposati e il padre della ragazza ha fatto annullare il loro primo matrimonio (all'epoca, nel nostro paese, il divorzio non era contemplato).

3 luglio 2013

Kate & Leopold (James Mangold, 2001)

Kate & Leopold (id.)
di James Mangold – USA 2001
con Hugh Jackman, Meg Ryan
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Leopold Mountbatten (Hugh Jackman), giovane e sognatore duca di Albany che vive nella New York di fine ottocento, si ritrova catapultato ai giorni nostri grazie a un varco spazio-temporale scoperto (sotto il ponte di Brooklyn!) dal fisico dilettante Stuart Besser (Liev Schreiber). Durante la settimana che è costretto a trascorrere nel ventunesimo secolo si innamorerà di Kate McKay (Meg Ryan), vicina di casa (nonché ex ragazza) di Stuart e pubblicitaria in carriera, a sua volta affascinata dai modi educati e "fuori dal tempo" del giovane duca. Scontata commedia romantica a sfondo fantastico (ma il viaggio nel tempo è solo uno spunto per dare inizio – e conclusione – alla vicenda) con tutti i cliché del genere (l'amico buffo, il momento di crisi, il lieto fine) e un'improbabile coppia di protagonisti che funziona meglio nelle scene in cui sono separati che non quando compaiono insieme. Leopold dimostra di sapersi adattare molto in fretta alla vita moderna, diventando persino testimonial pubblicitario (e aiutando così Kate a far carriera), salvo poi tirarsi indietro quando scopre che il prodotto che dovrebbe pubblicizzare è di bassa qualità. Breckin Meyer è il fratello di Kate, convinto che Leopold sia un attore. Non mancano gli anacronismi, alcuni dei quali "corretti" nella versione italiana (in originale Leopold mostra di conoscere "La Bohème" di Puccini, che fu composta ben dopo il 1876 da cui proviene, e infatti il doppiaggio la sostituisce con "La traviata" di Verdi), e naturalmente i consueti paradossi temporali (nella versione "Director's Cut" si suggerisce addirittura che Stuart sia un discendente di Kate e Leopold). Jackman e Schreiber si ritroveranno faccia a faccia nel primo film "a solo" di Wolverine, nei panni rispettivamente dell'eroe e della sua nemesi Sabretooth (e proprio Mangold dirigerà le successive pellicole dell'X-Man con gli artigli).

2 luglio 2013

L'Inferno (Bertolini, De Liguoro, Padovan, 1911)

L'Inferno
di Francesco Bertolini, Giuseppe De Liguoro e Adolfo Padovan – Italia 1911
con Salvatore Papa, Arturo Pirovano
**1/2

Rivisto in divx, con Sabrina.

Con le sue cinque bobine complessive (per una durata di proiezione superiore a un'ora), "L'Inferno" è considerato il primo lungometraggio girato in Italia, nonché uno dei primi grandi successi commerciali (godette anche di una distribuzione internazionale) dell'industria cinematografica italiana, che all'epoca – sulla scia dei "film d'arte" francesi – si dedicava soprattutto alla produzione di pellicole in costume di ambientazione storica o letteraria. Girato in esterni sulla Grigna e in studio a Milano, e ispirato ovviamente alla prima cantica della "Divina commedia" di Dante, ne illustra gli episodi più celebri attraverso una successione di brevi scene (quasi dei tableaux vivants, con inquadrature fisse in campo medio) intervallate da cartelli che le introducono e ne anticipano i contenuti. Vediamo Dante perdersi nella selva oscura, incontrare le tre fiere e poi Virgilio (inviato da lui su ordine di Beatrice), attraversare il limbo, incontrare Caronte e Minosse, ascoltare le storie (con tanto di flashback) di Paolo e Francesca, Pier della Vigna, il Conte Ugolino, scendere di bolgia in bolgia fino a quella dei traditori dove si trova Lucifero, e infine uscire "a riveder le stelle". In assenza di un montaggio usato in chiave narrativa (solo nel 1914, con "Cabiria" di Pastrone e "Nascita di una nazione" di Griffith, il linguaggio del cinema si approprierà in maniera matura e definitiva di questi strumenti), la regia si limita a pochi e impercettibili carrelli che seguono il cammino dei due personaggi principali (Dante e Virgilio), affidandosi per il resto alle scenografie – che richiamano in maniera evidente le illustrazioni di Gustavo Doré – e agli effetti speciali. Questi ultimi sono il vero punto di forza della pellicola, e spaziano da effetti puramente teatrali (personaggi che "volano" appesi a corde o simili) a prettamente cinematografici (sovrimpressioni, dissolvenze, trucchi di montaggio alla Méliès), tutti utilizzati in funzione realistica come si usava all'epoca del cosiddetto "cinema delle attrazioni", quella fase pionieristica in cui la settima arte non si proponeva ancora di "raccontare una storia" ma semplicemente di intrattenere il pubblico mostrando delle "immagini in movimento" e i tanti trucchi ottici che la tecnica fotografica dell'epoca metteva a disposizione. Per questo motivo, oltre il suo valore storico, de "L'inferno" si apprezza quasi esclusivamente l'aspetto visivo (da rimarcare anche costumi e trucco, che rendono in modo efficace demoni, giganti e mostri vari), in assenza di una vera sceneggiatura e di una recitazione apprezzabile (mancano del tutto i primi piani). Certo, viene da riflettere su quanti e quali passi da gigante avrebbe fatto il cinema nel breve volgere di pochi anni. Curiosità: è uno dei pochi film su Dante a mostrare, fra i dannati, anche Maometto.