10 novembre 2013

Ashik Kerib (Sergej Paradžanov, 1988)

Ashik Kerib - Storia di un ashug innamorato (Ashik Kerib)
di Sergej Paradžanov, Dodo Abashidze – URSS 1988
con Yuri Mgoyan, Sofiko Chiaureli
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Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'ultimo film di Paradžanov (che morirà due anni più tardi) è dedicato alla memoria di Andrej Tarkovsky, a sua volta da poco scomparso. Dopo aver portato sullo schermo, nei tre lavori precedenti, immagini, musiche ed elementi del folklore della cultura ucraina ("Le ombre degli avi dimenticati"), armena ("Il colore del melograno") e giorgiana ("La leggenda della fortezza di Suram"), con questo adattamento di un racconto di Mikhail Lermontov è la volta dell'Azerbaijan. Kerib, il protagonista della "favola", è un ashik (o ashug, cioè un menestrello o cantastorie itinerante) innamorato della bella Magul. Poiché è povero, però, il padre di lei rifiuta il proprio consenso, e Kerib è costretto a partire per terre lontane in cerca di fortuna. Dopo numerose avventure (suonerà il suo liuto ai matrimoni di ciechi e sordomuti, sarà ospite di un ricco pascià e costretto ad arruolarsi da un sultano guerrafondaio), verrà riportato magicamente al proprio paese da un santo in groppa a un cavallo bianco, giusto in tempo per impedire le nozze dell'amata con un rivale e per restituire la vista alla madre cieca. La storia, ancor più che in altre occasioni, è solo un pretesto per mettere in mostra costumi e rituali, balli e pantomine, fra stoffe colorate e animali selvatici, sullo sfondo di scenari naturali o archeologici. Rispetto ai film precedenti sembra esserci maggior ingenuità e maggior contaminazione: alcune figure (come il pascià) sono decisamente grottesche, la teatralità impera (i personaggi parlano senza muovere la bocca, o muovendola fuori sincrono; indossano barbe finte; e persino alcuni animali – come la tigre – non sono altro che pupazzi o attori in costume) e non mancano gli anacronismi (fucili moderni, una macchina da presa su cui si posa una colomba nell'inquadratura finale)... Persino la musica che dovrebbe essere diegetica (ossia il suono del liuto e il canto di Kerib) è chiaramente sovrimpressa. Decisamente più naïf e meno riuscito dei film precedenti, reca però con sé il consueto fascino per l'immagine e la cultura del Caucaso di Paradžanov, pur trattandosi di un tipo di cinema che era già del tutto fuori tempo alla fine degli anni ottanta. Nel film è accreditato un co-regista, il georgiano Dodo Abashidze.

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