18 settembre 2013

Sacro GRA (Gianfranco Rosi, 2013)

Sacro GRA
di Gianfranco Rosi – Italia 2013
documentario
**

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Il GRA, Grande Raccordo Anulare, è l'autostrada urbana che circonda Roma. Ai suoi margini vive un'umanità di cui la macchina da presa osserva alcuni esemplari con curiosità e interesse: il portantino di un'ambulanza che soccorre gli automobilisti incidentati e che abita da solo, mantenendosi in contatto con i propri famigliari attraverso il computer; un anziano ricercatore che sonda le palme per stanare le larve e gli insetti che le infestano; un attore disoccupato che accetta di lavorare per i fotoromanzi; un nobile decaduto che trascorre il tempo ad annoiarsi nella sua villa; un pescatore di anguille che vive sotto il cavalcavia con la moglie ucraina e si lamenta della disinformazione sui giornali; gli abitanti delle case popolari che osservano il mondo fuori dalla loro finestra e parlano di vari argomenti. E ancora: prostitute, perditempo, lavoratori di vario genere, squallidi locali notturni, villette disabitate, campi pascolati da greggi di pecore, cimiteri, nevicate. Più che della strada in sé (solo il paramedico circola effettivamente sul GRA), il film – cui manca forse un baricentro – si interessa delle periferie cittadine e dei loro abitanti, tutti personaggi soli, emarginati o dimenticati dalla società. Qualche critico ha detto che, rispetto a "La grande bellezza" (di cui è un contraltare e al tempo stesso un completamento), questo film si occupa dell'altra faccia di Roma, completandone un ritratto di decadenza, di contraddizioni e di fascino. Ma a differenza del film di Sorrentino, c'è da dire che chiunque, in qualsiasi città del mondo, avrebbe potuto girare una pellicola più o meno equivalente a questa, o con poche variazioni (magari nella scelta dei personaggi), visto che gli stereotipi dell'umanità ai margini sono esattamente gli stessi. Per questo motivo, anche se il lungometraggio è comunque interessante e merita la visione (anche perché in fondo tradisce in parte la sua natura di documentario: i personaggi sono comunque attori che recitano davanti alla macchina da presa, pur se nella parte di sé stessi), trovo assolutamente ingiustificato il Leone d'Oro come miglior film alla Mostra di Venezia (a meno che tutte le altre pellicole in gara fossero a livelli infimi). Altrimenti quanti premi avrebbero dovuto vincere i tanti grandi documentari del passato (per citarne qualcuno, quelli di Werner Herzog) che hanno avuto la sfortuna di uscire in periodi in cui questo genere cinematografico non veniva nemmeno ammesso in concorso ai festival? Nota finale: l'architetto Renato Nicolini, scrivendo del GRA, lo ha così definito: “Non produce alcuna organizzazione, non supporta nessuna struttura, esiste solo in funzione del suo inventore, delle sue entrate e delle sue uscite. È un’opera eccentrica, totalmente fine a sé stessa, che maschera e nasconde le contraddizioni della città”. Le stesse parole potrebbero benissimo descrivere il film di Rosi!

2 commenti:

Giuliano ha detto...

di GF Rosi avevo visto qualche anno fa un bel documentario dall'India, mi pare che il titolo fosse Il barcaiolo del Gange. I suoi doc recenti, come quello sugli homeless in California, mi sono sembrati comunque belli ma meno riusciti.
Pensando al GRA, e dintorni, il pensiero corre subito a Roma di Fellini...

Christian ha detto...

Il problema di questo film è che alla fine non dice molto di nuovo o di interessante. Se un regista rimane per due anni a raccogliere storie nella periferia di una qualsiasi città (che sia Tokyo, Londra, Città del Messico o altrove), verrà fuori con un film del tutto simile a questo. A parte forse il nobile, nessuno dei personaggi è particolarmente legato a Roma (o al GRA, che a parte dare il titolo al film non sembra avere un ruolo significativo).