19 febbraio 2013

Dodes'ka-den (Akira Kurosawa, 1970)

Dodes'ka-den (id.)
di Akira Kurosawa – Giappone 1970
con Yoshitaka Zushi, Noboru Mitani
***1/2

Visto in DVD, con Sabrina.

In una baraccopoli alla periferia di Tokyo, fra cumuli di detriti e di spazzatura che fanno da sfondo al parallelo degrado umano e civile, un variopinto gruppo di personaggi porta avanti le proprie vite in maniera corale e intrecciata. Il giovane Rokuchan (Yoshitaka Zushi) trascorre le proprie giornate "guidando" un tram invisibile per le vie del quartiere, producendo con la bocca il rumore del passaggio sulle rotaie (il titolo del film, "Dodes'ka-den", si riferisce proprio all'onomatopea del tram che sferraglia), per il dispiacere e il dolore rassegnato di sua madre (Kin Sugai). I due operai Masuda e Kawaguchi (Hisashi Igawa e Kunie Tanaka), amici e ubriaconi, si scambiano con nonchalance le case e le mogli (Hideko Okiyama e Jitsuko Yoshimura). Un barbone (Noboru Mitani) che abita con il figlioletto (Hiroyuki Kawase) nella carcassa di un'automobile, sogna di costruire una moderna casa con piscina su una collina erbosa: ma i suoi progetti di fantasia andranno in frantumi quando il bambino – che si procurava da mangiare per sé e per il padre, chiedendo avanzi nei ristoranti nei dintorni – morirà per un'intossicazione alimentare. Il tenebroso e taciturno Hei-San (Hiroshi Akutagawa), che vive in isolamento in una baracca metallica, riceve la visita della moglie (Tomoko Naraoka), che aveva ripudiato in seguito a un tradimento: anche se lei è pentita, lui non riuscità a perdonarla. La quindicenne Katsuko (Tomoko Yamazaki), affidata agli zii che l'hanno adottata (Tatsuo Matsumura e Tsuji Mari), viene sfruttata, costretta a lavorare come una schiava (fabbricando fiori di carta) e persino violentata dallo zio, che approfitta di una breve assenza della moglie: in preda a un impulso di follia autodistruttiva, tenterà di suicidarsi e di portare con sé nella morte anche l'unica persona che la trattava con gentilezza, un garzone del negozio di sakè. Il giovale Ryo (Shinsuke Minami) è sposato con una donna che lo tradisce in continuazione (Yoko Kusunoki), al punto che deve darsi da fare per convincere i propri figlioletti di essere effettivamente il loro genitore (probabilmente non lo è, ma a lui non importa: quello che conta sono i sentimenti che li legano insieme). Il mite impegato Shima (Junzaburo Ban), afflitto da una cospicua serie di tic nervosi, è benvoluto da tutti; così non è per sua moglie (Kiyoko Tange), sgradevole e sgarbata. Ma lui, di fronte agli amici che lo consigliano di cacciarla di casa, la difende appassionatamente. L'anziano artigiano Tamba (Atsushi Watanabe) ha mantenuto buon senso e saggezza anche di fronte alla miseria: convince un energumeno ubriaco a calmarsi (disarmandolo con la frase "Mi sembri stanco, vuoi che prenda il tuo posto?"), offre di propria volontà del denaro a un ladro che era penetrato nella sua abitazione, e riesce – con uno stratagemma – a scoraggiare un uomo che aveva deciso di suicidarsi. Sullo sfondo, un gruppo di donne perennemente intente a lavorare presso una fontana commenta – come un coro – le vicende del quartiere.

Definito dai critici "tragico e trascendente", "Dodes'ka-den" è un film fondamentale, di svolta e di rottura, tanto nella carriera quanto nella vita di Kurosawa. Primo film senza Toshiro Mifune dopo diciassette pellicole consecutive (regista e attore avevano litigato per l'interpretazione troppo solenne fornita da Mifune nel precedente "Barbarossa", che Kurosawa avrebbe voluto ritratto in maniera più umana), primo film a colori (e che colori!), primo film girato in maniera indipendente (e dunque in piena libertà artistica ed espressiva, senza imposizioni da parte dei produttori), primo film realizzato dopo una pausa di ben cinque anni (in precedenza, tra un lavoro e l'altro, non ne erano mai passati più di due). Dopo il successo critico ma il flop commerciale di "Barbarossa", nessun produttore giapponese sembrava ormai disposto a finanziare un nuovo film di un regista che, è vero, aveva sfornato grandi successi come "Rashomon", "I sette samurai" e "Yojimbo", ma che si era anche sempre rivelato un intransigente perfezionista, facendo lievitare parecchio tempi e costi. Alcuni tentativi di lavorare con gli americani non andarono a buon fine (uno di questi progetti, "A trenta secondi dalla fine", verrà realizzato in seguito da Andrei Konchalovsky). "L'imperatore" decise allora di dare vita, insieme a tre altri colleghi (Kon Ichikawa, Koisuke Kinoshita e Masaki Kobayashi), a una casa di produzione indipendente (chiamata "Yonki-no-kai", ovvero "I quattro cavalieri") per poter realizzare ambiziosi progetti senza scendere a compromessi artistici. Il primo fu appunto "Dodes'ka-den", che per la sua coraggiosa scelta di mettere in scena la vita in una bidonville andò incontro a un clamoroso insuccesso: non dimentichiamo che erano gli anni in cui il Giappone si beava di un boom economico senza precedenti. Il fallimento della società e l'ostracismo degli altri produttori portarono Kurosawa sull'orlo della depressione e del suicidio (un tentativo in effetti ci fu, anche se non si sa quanto convinto: è da ricordare, a tal proposito, che anche il fratello maggiore di Akira, Heigo, si era suicidato a trent'anni). Per fortuna il grande regista fu salvato dall'apprezzamento e dalle proposte di lavoro dei suoi ammiratori stranieri, in primis russi e americani, che gli consentirono di realizzare i suoi capolavori successivi ("Dersu Uzala" i russi, "Kagemusha" e "Ran" gli americani) e di trovare così una nuova vitalità e una nuova giovinezza anche in patria ("Sogni", "Rapsodia in agosto" e "Madadayo").

Il film è l'adattamento di alcuni racconti di Shugoro Yamamoto, "scrittore contemporaneo particolarmente attento all'indagine sulla vita e i sentimenti delle classi diseredate". Nel suo libro, "Quartiere senza sole", i racconti erano quindici ed erano ambientati in epoche differenti; Kurosawa ne ha scelti otto e ha deciso di "fonderli insieme", collocandoli tutti nella stessa epoca e nello stesso luogo. Montagne di detriti e di rifiuti a perdita d'occhio, senza un filo d'erba o l'ombra della natura (l'unico albero è secco: "Un albero morto non è più un albero", commenta la moglie di Hei-sam, paragonandolo al marito). L'argomento, l'ambientazione e la struttura della pellicola possono ricordare il precedente "I bassifondi", anche se Kurosawa aveva già raccontato in parecchi suoi lavori la sofferenza e la disperazione degli emarginati ("L'angelo ubriaco", "Vivere", "Barbarossa") e si è sempre distinto per un profondo umanesimo che è forse il vero filo conduttore della sua produzione, persino nelle pellicole epiche (come non ricordare i contadini de "I sette samurai"?). Qui però c'è più astrazione e maggior stilizzazione, che rendono l'affresco ancora più universale. Se l'ambientazione è contemporanea, non è però ben definita: potrebbe svolgersi negli anni immediatamente successivi alla guerra, quando macerie e povertà erano uno scenario più comune; oppure mostrare come, anche negli opulenti anni settanta del boom economico e in una delle nazioni più ricche e fiorenti del pianeta, potevano esistere oasi di degrado e di infelicità (che portano con sé, di converso, anche violenza, pazzia e psicosi). E pure le scelte artistiche, come l'uso dei colori, ammantano l'affresco di una luce ultraterrena e lo staccano dalla concretezza tipica delle pellicole neorealiste. Non siamo dalle parte di Mizoguchi, nemmeno per un momento. E infatti non tutto è nichilismo e pessimismo: oltre a poveri, disperati, pazzi, schizofrenici e violenti, ci sono anche uomini saggi, benvoluti, equilibrati, compassionevoli, che conservano buon senso e dignità (Shima, Tamba, la zia di Katsuko, il ragazzo del sakè). Tamba, in particolare, ricorda a tratti il pellegrino Tahei de "I bassifondi", quello che insegnava che "ogni essere umano è degno di stima": è lui, per esempio, l'unico a confortare il barbone alle prese con la malattia del figlio (alle comari che gli stanno lontane, temendolo perché irascibile e violento, ribatte: "è solo timido"). C'è poi chi, pure in mezzo alla miseria, sogna un improbabile futuro migliore, almeno con l'immaginazione (il barbone stesso) o con la pazzia (Rokuchan): sono queste forme "creative" (e dunque "artistiche") a impedire loro di vedere lo squallore che li circonda e a consentirgli di sorridere con ottimismo di fronte al dolore e alle incertezze della vita.

Per la prima volta alle prese con i colori, da artista par suo (non dimentichiamo che in gioventù, prima che quella di regista, stava per intraprendere la carriera di pittore) Kurosawa non può che farne un uso espressionistico. Per molti versi la pellicola anticipa "Sogni", e non solo per l'essere un collage di otto differenti storie (che qui si dipanano in parallelo, anziché essere separate l'una dalle altre). La tavolozza a disposizione della fotografia è variopinta e intensa: si va dai colori caldi dei tramonti o delle scene di torbida passione (l'abito di una delle donne alla fontana, il "letto di fiori" sul quale viene violata Katsuko, il rosso e il giallo dei due amici-ubriachi che si scambiano le mogli) ai colori freddi e smorti del dolore e della malattia (su tutti i grigi, i viola e i blu che accompagnano la malattia del bambino e il volto sempre più smunto e "orchesco" del padre, che sembra uscire da un dipinto di Munch o di Van Gogh; ma anche l'atmosfera cupa nella baracca del marito tradito che non riesce a perdonare la moglie). A tratti, appunto, sembra di assistere in anticipo ai segmenti più disperati e macabri di "Sogni". L'episodio-cornice, quello di Rokuchan con il suo tram fantasma, pare invece quasi girato in bianco e nero, a parte naturalmente i colori del cielo, del sole, della luna e delle stelle che circondano il suo vagare nella bidonville. L'espressività delle immagini è accompagnata da quella delle musiche del grande compisitore Toru Takemitsu, che in seguito tornerà a collaborare con Kurosawa realizzando la colonna sonora di "Ran". La durata del film, inizialmente prevista di quattro ore, è stata ridotta in fase di montaggio a circa due ore e mezzo: e chissà che alcuni dei segmenti non siano stati un po' sacrificati. In effetti, non tutti gli episodi presentano la stessa intensità. Di fronte alla drammaticità di alcuni, altri risultano più leggeri, quasi comici (gli amici che si scambiano le mogli), altri ancora spingono forse eccessivamente sul patetico (quello di Ryo e dei suoi cinque figli) e altri semplicemente si limitano a fare da sfondo. In ogni caso, a rendere più ricco e poetico il film, aprendo ampie finestre sul mondo esterno e permettendo allo spettatore di "respirare" oltre i limiti angusti della baraccopoli, ci sono quei magnifici squarci surreali (il tram di Rokuchan, la casa immaginaria del barbone, i tic di Shima) e tante immagini che valgono da sole più di mille parole (le scenografie, le pennellate, i sogni).

2 commenti:

Marisa ha detto...

Bellissimo film che riflette attraverso le immagini e quindi senza appesantimenti filosofici e moralistici sulla vita come "viaggio". Tutto infatti è dentro la poetica e simbolica cornice del tram o vagone ferroviario che attraversa il villaggio, vagone in cui metaforicamente entrano ed escono tutti i personaggi, come in una tragedia greca dove il coro delle donne alla fontana commenta e fa da testimone alla vita.

Christian ha detto...

Da grande artista quale è, Kurosawa riesce a ritrarre l'umanità e le sofferenze della vita con grande sensibilità, senza rinunciare alla poesia, all'arte e alla trasfigurazione!