16 gennaio 2013

The master (Paul T. Anderson, 2012)

The Master (id.)
di Paul Thomas Anderson – USA 2012
con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina, Marco ed Eleonora.

Anni cinquanta: Freddie Quell, reduce di guerra che fatica a reinserirsi nella società (anche per problemi di alcol e la sua ossessione per il sesso), incontra Lancaster Dodd, leader e guru del movimento filosofico “La Causa”, che si propone di riportare l’uomo al suo stato originario e ancestrale di felicità attraverso metodi psicoterapeutici e sedute di pseudo-ipnosi (ovvi i riferimenti a L. Ron Hubbard e a Dianetics, precursore di Scientology) e ne diventerà, almeno per un certo tempo, un adepto e un seguace. Se il film brilla per le interpretazioni dei due protagonisti (colpisce soprattutto un Joaquin Phoenix magro e nervoso come non mai, con tanto di semiparalisi al volto che ricorda a tratti Takeshi Kitano; Seymour Hoffman invece non fa altro che mostrare le doti che già tutti conosciamo), nel complesso manca di mordente e non dà mai la sensazione di coinvolgere a livello emotivo. Il che non stupisce, visto che tutte le pellicole di Paul Thomas Anderson hanno almeno tanti difetti quanto pregi: anche in questo caso la narrazione è pesante e farraginosa, e alcune scene si trascinano così a lungo che un'ulteriore sforbiciata in fase di montaggio sarebbe stata auspicabile (si pensi alle snervanti sequenze in cui ci vengono mostrati all’opera i “metodi” di Dodd, come quella in cui Freddie cammina avanti e indietro per la stanza, toccando pareti e finestre: se voleva farci riflettere sull’assurdità delle procedure terapeutiche della “Causa”, si poteva fare in modo più essenziale). Inoltre non c’è un climax, non c’è un riscatto, non c’è una catarsi; semplicemente a un certo punto Freddie abbandona Dodd: forse non ne era mai stato veramente un adepto, lo seguiva per mancanza di alternative ma senza convinzione (tanto che l’unico momento in cui sembra davvero sincero è quando, in prigione, si scaglia contro di lui), e se sceglie di lasciarlo non è certo al termine di un sofferto percorso personale. Il film fallisce anche nel voler raccontare il “fenomeno” Dianetics: non tanto per mancanza di coraggio (nomi, episodi e riferimenti sono alterati, forse per evitare problemi legali) o di chiarezza (non viene mai detto esplicitamente che Dodd è un ciarlatano, anche se il modo in cui reagisce alle critiche o alle contraddizioni, o con cui definisce arbitrariamente i fondamenti del suo metodo, lasciano comunque intendere che si tratti di fuffa), quanto per un evidente scarso interesse, già in partenza, da parte di Anderson (anche sceneggiatore) nel voler sviscerare a fondo il tema delle pseudoscienze e delle sette. Aveva fatto sicuramente di meglio con “Magnolia” (ricordate l’imbonitore televisivo interpretato da Tom Cruise?). Certo, bisogna anche riconoscere che il focus del film non sta nel guru in sé, quanto nel suo rapporto con il seguace. E nel modo in cui viene ritratto sullo schermo, oltre che nella buona prova dei due interpreti, sta forse il maggior pregio della pellicola. Niente per cui entusiasmarsi, comunque.

2 commenti:

Marisa ha detto...

Un Joaquin Phoenix davvero impressionante. Spero che come persona stia bene, nonostante il trauma del fratello perso, e che tratti così marcatamente disturbati e l'eccessiva magrezza siano stati richiesti solo dal personaggio del film, perchè è un attore che amo, anche se si vede purtroppo molto poco.
Concordo con le critiche al film per la parte del problema centrale del maestro-guru e credo che in questo caso l'allievo non sia stato danneggiato proprio perchè mai veramente "indottrinato", forse per mancanza di una tensione spirituale che è necessaria in qualsiasi ricerca di un maestro ed anche di un minimo di cultura...
Sembra che alla fine ne esca addirittura meglio perchè lo vediamo riproporre, a livello ludico, gli stessi giochi parapsicologici alla ragazza con cui fa sesso.

Christian ha detto...

In effetti il film dà l'impressione di essere un'occasione sprecata: con questa ambientazione, questi temi e questi interpreti (soprattutto Phoenix), avrebbe potuto essere un capolavoro se fosse andato ancora più a fondo nel descrivere la relazione anche distruttiva che può nascere quando ci si affida in maniera acritica e totale a un guru. Qui invece Freddie entra ed esce dalla setta quasi con nonchalance...

Joaquin Phoenix come attore piace moltissimo anche a me: basti pensare a film come "Two Lovers" che ho amato moltissimo. Credo comunque che la sua magrezza in questo film sia dovuta proprio a esigenze cinematografiche: non sarebbe il primo caso di un attore che perde (o acquista) peso per entrare meglio nel personaggio.

Certo che il trauma della morte del fratello, e lo stile di vita hippy dei genitori devono averlo un po' segnato. Curiosamente, proprio i suoi genitori avevano fatto parte (negli anni settanta) di una setta religiosa, i "Children of God": il cognome "Phoenix" (Fenice) se lo sono scelto loro (inizialmente si chiamavano Bottom), proprio per simboleggiare la rinascita!