30 aprile 2012

Sanjuro (Akira Kurosawa, 1962)

Sanjuro (Tsubaki Sanjuro)
di Akira Kurosawa – Giappone 1962
con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai
***1/2

Visto in DVD.

Dopo il grande successo de "La sfida del samurai", il suo protagonista ritorna in un sequel godibilissimo e assolutamente all'altezza dell'originale. Ma se nel primo film l'eccentrico ronin interpretato da Toshiro Mifune agiva da solo, liberando una cittadina dai banditi che vi spadroneggiavano, stavolta accoglie sotto la propria ala protettiva un gruppo di nove giovanissimi samurai in lotta contro alcuni funzionari corrotti che hanno preso in ostaggio un onesto ciambellano, zio di uno dei ragazzi. Questi, coraggiosi e idealisti ma assai ingenui e impulsivi, avranno molto da apprendere dai metodi spregiudicati, dall'esperienza e soprattutto dal buon senso di Sanjuro. E impareranno a non fidarsi delle apparenze: "il cattivo è nascosto dove non te lo aspetti", e naturalmente lo stesso vale per il buono. Come nella pellicola precedente, Sanjuro mette in mostra non solo un’incredibile abilità con la spada (spettacolare, e di una violenza inattesa e improvvisa, il duello che conclude il film, a proposito del quale un critico si spinse fino ad avvisare gli spettatori di "non sedersi troppo vicino allo schermo"), ma anche astuzie e sotterfugi, come la sua consueta trovata di mettersi apparentemente al servizio del nemico per poterlo ingannare dall’interno: anzi, ancora più che nel primo film viene sottolineata l'importanza di saper rinunciare alla violenza quando questa non è necessaria (un concetto veicolato per esempio attraverso i due personaggi femminili della moglie e della figlia del ciambellano rapito). L'ingentilimento del protagonista (che si presenta ancora come Sanjuro, "trent'anni" – "anche se vado per i quaranta", precisa ironicamente, suggerendo una maggior anzianità e dunque una maggior esperienza) si esplica anche attraverso l'aggiunta di un cognome assai femminile inventato sul momento, Tsubaki, che significa "camelia": non a caso userà proprio le camelie per segnalare ai compagni di aver compiuto la propria missione. Considerato un maestro del chanbara, il cinema di samurai (soprattutto in occidente, dove per lungo tempo è rimasto noto solo per questo tipo di pellicole), Kurosawa in realtà ne infrange molte convenzioni, a partire dalle solennità formali e dallo stile ieratico che ne contraddistinguevano gli esempi più classici: proprio i suoi lavori hanno contribuito ad arricchire il filone di quell’ironia e quel dinamismo che gli hanno consentito di rimanere popolare presso il grande pubblico fino a oggi (oltre che a favorire le contaminazioni con altri generi, come il western o il film di gangster). L'ortodossia è rotta non solo dall'imprevedibilità di Sanjuro (considerato bizzarro persino dagli altri personaggi, che ne criticano il comportamento poco formale e il modo di parlare) ma anche da improvvisi squarci di umorismo addirittura extradiegetico, come quelli forniti dalla colonna sonora (vedi il balletto di gioia improvvisato a un certo punto dai giovani samurai): di fatto si assiste, forse ancor più che in altri film del regista, a una riuscitissima fusione fra le convenzioni teatrali giapponesi e il linguaggio del cinema occidentale. Il tema del rapporto fra maestro e allievo, portante in tutto il cinema di Kurosawa, è qui in primissimo piano: Sanjuro alla fine viene riconosciuto dai suoi giovani compagni d'avventura non solo come un prezioso alleato ma soprattutto come un mentore e un fondamentale esempio di vita, e l'inchino che gli fanno al momento in cui decide di andarsene (senza alcuna ricompensa, da vero "eroe senza nome" che è atteso da altre avventure e da altri torti da riparare: ed è un peccato che la serie non abbia più avuto seguiti) è di forte intensità emotiva. Il rivale Muroto, samurai al servizio dei funzionari corrotti, è interpretato (come l’Unosuke del film precedente) da Tatsuya Nakadai, ovvero colui che prenderà il posto di Mifune come “attore feticcio” di Kurosawa in seguito alla rottura fra i due. Dopo "Sanshiro Sugata - Parte II", si tratta del secondo sequel di un proprio film realizzato da Kurosawa.

28 aprile 2012

Donne della notte (K. Mizoguchi, 1948)

Donne della notte (Yoru no onnatachi)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1948
con Kinuyo Tanaka, Sanae Takasugi
**1/2

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Rimasta vedova dopo la guerra, e avendo perso il suo unico figlio per malattia, Fusako (Kinuyo Tanaka) trova lavoro come segretaria presso un losco imprenditore, di cui diventa la mantenuta: ma quando scopre che l’uomo ha una relazione anche con sua sorella Natsuko, abbandona tutto per fare la prostituta, cedendo al desiderio di vendetta nei confronti degli uomini quando non lo aveva fatto, per orgoglio, nemmeno a causa della povertà. Partita alla sua ricerca, Natsuko viene a sua volta risucchiata nei bassifondi, così come lo sarà la giovanissima Kumiko, fuggita di casa e circuita da un giovane studente che si approfitta di lei: ma alla fine le tre donne, con il reciproco sostegno, sapranno trovare la forza per riconquistare una propria salvezza. A causa del divieto (imposto dagli americani) di realizzare film storici e in costume, anche il cinema giapponese nel dopoguerra ebbe la sua fase ‘neorealista’: e Mizoguchi, interessato come sempre ad esplorare l’universo femminile, vi partecipò con questa pellicola su un tema che tornerà poi ad affrontare – con maggiore lucidità ed efficacia – nel suo ultimo film, “La strada della vergogna”. Il lungometraggio, come scrive Dario Tomasi, "si inserisce in un filone ben preciso del cinema giapponese, che troverà poi nei lavori di Seijun Suzuki il suo esito più alto, quello dei pan-pan mono ovvero dei film dedicati alle prostitute di strada, quelle che nel dopoguerra si vendevano ai soldati americani (cosa che ovviamente potrà essere mostrata sullo schermo solo dopo la fine dell'occupazione yankee)". Ma Mizoguchi è più interessato alle parabole “melodrammatiche” dei singoli personaggi che a descrivere un quadro sociale o d’insieme (anche se non mancano spunti in tal senso: vedi la scena in cui, all’assistente sociale che vorrebbe riportarle sulla “buona strada” e che afferma "Se queste ragazze avessero uno spirito puro, non si degraderebbero così", le donne rispondono sdegnosamente “Crede forse che lo facciamo perché ci diverte?”). Le sue prostitute sono costrette a “fare la vita” dalla povertà (le conseguenze della guerra, che ha lasciato molte di loro senza un sostegno o una famiglia), dal destino (vedi la storia parallela di Kumiko) o da un cinico desiderio di rivalsa e di vendetta nei confronti di un mondo maschile corrotto (nel caso di Fusako). Come sempre nei film del regista nipponico, però, questo tentativo di ribellione non conduce le donne a una maggiore libertà ma soltanto all’autodistruzione, benché in questo caso nel finale si suggerisca una possibilità di redenzione. La pellicola soffre forse per una certa schematicità delle vicende che fa intravedere una costruzione programmatica e “a tavolino”, ma offre comunque una serie di sequenze di forte impatto (l’incontro fra le due sorelle nella clinica; il finale in cui Fusako, dopo aver visto la china in cui sta per sprofondare Kumiko, si convince finalmente a uscire anche lei – finché può – da quel mondo di disperazione) che a livello di stile virano più sull'espressionismo che sul neorealismo (memorabile, per esempio, l'immagine della Madonna con il bambino nella scena finale, che sembra alludere alla natura universale, di donna e di madre, del personaggio principale). Curiosamente il regista mette in ellissi invece altri momenti topici (non ci viene mostrato nulla, per esempio, di ciò che accada a Fusako fra la sua fuga e il momento in cui Natsuko la ritrova). Resta impressa anche la descrizione delle “bande” di ragazze che con i loro rituali, la solidarietà interna ma anche l’ostilità e la violenza verso chi non fa parte del gruppo, assomigliano quasi a gruppi di yakuza al femminile, anche se naturalmente la loro "corruzione" è sempre soltanto un riflesso (e un effetto) di quella del mondo esterno e maschile (“Anche il fiore più puro è destinato ad appassire in una miniera di carbone”).

27 aprile 2012

Hawking (Philip Martin, 2004)

Hawking (id.)
di Philip Martin – GB 2004
con Benedict Cumberbatch, Tom Ward
**1/2

Visto su YouTube.

Questo bel tv movie prodotto dalla BBC, su sceneggiatura di Peter Moffat, racconta gli anni giovanili del fisico Stephen Hawking, quelli in cui – già afflitto dai primi stadi dell'atrofia muscolare progressiva che lo avrebbe completamente paralizzato – sviluppò le sue prime teorie matematiche e cosmologiche durante il dottorato presso l’Università di Cambrige nei primi anni sessanta. La pellicola illustra con grande sensibilità e delicatezza, senza mai scadere nel patetico o nel didascalico, la disperata lotta del protagonista con la malattia e contemporaneamente la sete di conoscenza e l’amore per la scienza che lo hanno portato a travalicare i confini del proprio corpo e a indagare l’universo, "dal Big Bang ai buchi neri" (per citare il suo scritto più famoso). La dolorosa progressione della patologia (che paralizza il corpo ma lascia intatto il cervello) va di pari passo con le ricerche di Hawking sulle origini del cosmo, il recupero delle intuizioni di Einstein, la contestazione delle idee di Fred Hoyle sull’universo stazionario, e l'amicizia e la collaborazione con Roger Penrose, “guru” della topologia (“Disegni, non equazioni!”): anzi, proprio i continui rimandi e riferimenti fra i concetti universali della fisica e il dramma personale e umano di Stephen (vedi la lezione di Penrose sulla singolarità spazio-temporali, su come "il tutto può collassare nel nulla") donano ariosità e ampiezza a un film che esce spesso e volentieri dai confini angusti dei biopic televisivi. Tema conduttore e ricorrente sotto varie forme per tutto il film è il tempo: quello contro cui lotta Stephen, che cerca con ostinazione e forza di volontà di completare il dottorato entro i due anni che i medici gli hanno dato; quello dell'orologio di Penrose che va al contrario; quello della relatività di Einstein; quello del viaggio alle origini dell’universo che compiono i due astronomi Arno Penzias e Robert Woodrow Wilson (premiati con il Nobel nel 1978 per aver scoperto la radiazione cosmica di fondo, che di fatto convalidava la teoria del Big Bang), di cui sono un corollario i ricordi dello stesso Arno, fuggito da bambino dalla Germania nazista; quello che Stephen concede all’amata Jane quando le chiede di sposarlo (“Prenditi un po’ di tempo per pensarci… Il tempo serve per pensare”); le scene ripetute in cui Stephen controlla quanto tempo riesce a trattenere il respiro sott'acqua; e naturalmente il concetto stesso di Big Bang (“L'universo ha avuto un inizio, non è stato sempre lì”). Eccellente la prova di Benedict Cumberbatch, ma buono anche il resto del cast (Tom Ward è Penrose, Peter Firth è Hoyle, Michael Brandon e Tom Hodgkins sono Penzias e Wilson, Lisa Dillon è Jane, John Sessions è Dennis Sciama).

26 aprile 2012

Virtù facile (Alfred Hitchcock, 1927)

Virtù facile, aka Fragile virtù (Easy virtue)
di Alfred Hitchcock – GB 1927
con Isabel Jeans, Robin Irvine
*1/2

Visto in DVD, alla Fogona.

Accusata di adulterio e condannata dal tribunale dei divorzi per condotta immorale (pur essendo in realtà solo una vittima delle circostanze: la colpa è di un marito alcolizzato e di uno spasimante suicida), la bella Larita Filton diviene sua malgrado una celebrità delle cronache mondane. Per sfuggire alla notorietà e ai fotografi parte per la Francia sotto falso nome: e in Costa Azzurra conosce il giovane John Whittaker, con cui si risposa e sogna una nuova vita. Ma una volta trasferitasi nella casa di lui, il passato tornerà a galla. Larita dovrà così fronteggiare l'ostilità della famiglia del marito, e in particolare quella della suocera, e anche l'amore dovrà cedere di fronte alle convenzioni borghesi: questa volta sarà lei a concedere il divorzio a John pur di non farlo più soffrire, e di fronte ai fotografi che l'attendono fuori dal tribunale con gli obiettivi puntati, dirà "Sparate pure, ormai non c'è più nessuno da uccidere". Tratto da una commedia di Noël Coward (la stessa su cui si basa il recente "Un matrimonio all'inglese", che però si concentra solo sul soggiorno di Larita nella casa del nuovo marito), è un film piuttosto debole e dai toni assai melodrammatici, che lo stesso Hitchcock considerava da dimenticare ("Mi vergogno anche solo a parlarne", avrebbe detto) e che girò soltanto perché dopo il successo de "Il pensionante" era rimasto legato alla casa di produzione Gainsborough da un contratto che lo obbligava a realizzare altri due film. In effetti c'è ben poco da salvare: benché tutto spinga a parteggiare per un'eroina vittima della morale perbenista dell'epoca, risulta assai difficile per lo spettatore lasciarsi coinvolgere dalla vicenda, vista la rigidità della sceneggiatura, la povertà della caratterizzazione psicologica e la mancanza di ritmo e di guizzi di qualsiasi tipo.

24 aprile 2012

Il declino (Alfred Hitchcock, 1927)

Il declino, aka La caduta (Downhill)
di Alfred Hitchcock – GB 1927
con Ivor Novello, Robin Irvine
**

Visto in DVD, alla Fogona.

Lo studente modello Roddy Berwick, campione della squadra di rugby del college, ammirato dal rettore e orgoglio dei genitori, viene accusato da una cameriera di averla insidiata. Il vero colpevole è il suo compagno di stanza Tim, ma per amicizia Roddy non lo tradisce e viene espulso dal college. Cacciato anche di casa dal padre, comincerà una "discesa" sempre più verticale lungo i gradini della società: dapprima sposa un'attrice di varietà che lo spoglierà del poco denaro rimastogli e lo tradirà, poi si ridurrà a fare il gigolò in uno squallido locale di Parigi, e infine si ritroverà in miseria e febbricitante in una stamberga di Marsiglia. Imbarcato a forza su una nave diretta a Londra, tornerà a casa in tempo per scoprire che la sua innocenza è stata riconosciuta e che il padre è pronto a riaccoglierlo con sé. La poca plausibilità della vicenda (tutti credono all'accusa della ragazza senza alcuna prova), i toni melodrammatici e moralisti (il soggetto è tratto da una commedia teatrale dello stesso Novello e di Constance Collier sotto lo pseudonimo di David Lestrange) e la brusca conclusione (non viene spiegato come il padre venga a sapere della sua innocenza, se l'amico o la ragazza che lo accusava abbiano confessato la verità) appesantiscono una pellicola che ripropone il tema caro a Hitchcock dell'uomo accusato ingiustamente: ma a differenza del precedente "Il pensionante", qui anche noi spettatori sappiamo da subito che Ivor Novello è innocente. Diviso grossomodo in tre capitoli ("Il tempo della gioventù", "Il tempo della finzione", "Il tempo delle illusioni perdute"), due dei quali si concludono con sequenze che suggeriscono metaforicamente la progressiva discesa del protagonista (una scala mobile che dai quartieri alti londinesi lo porta giù nella metropolitana, un ascensore che lo fa scendere al piano terra), il film ha un impianto circolare e infatti si apre e si chiude con la stessa immagine, quella di Roddy che realizza un touchdown mentre gioca a rugby. Ma la sequenza più interessante è probabilmente quella, assai elaborata, degli incubi e delle allucinazioni di Roddy sulla nave che lo riporta a Londra.

23 aprile 2012

Il mio amico Einstein (P. Martin, 2009)

Il mio amico Einstein (Einstein and Eddington)
di Philip Martin – GB 2009
con David Tennant, Andy Serkis
*1/2

Visto in divx, alla Fogona.

Le vite parallele, dal 1914 al 1919, di Albert Einstein e Alfred Eddington: il primo autore della teoria generale della relatività, che fra le altre cose prevede la curvatura dello spazio-tempo come effetto della massa dei corpi, il secondo ideatore dell'esperimento che la dimostrò, osservando la deviazione, da parte del sole, della luce emessa dalle stelle. Il teorico tedesco e lo sperimentatore inglese, pur essendo entrambi pacifisti e convinti che "la ricerca della verità scientifica trascende i confini delle nazioni", saranno divisi dalla guerra (siamo negli anni del primo conflitto mondiale, in cui le scoperte scientifiche trovavano immediata applicazione bellica, rendendo di conseguenza difficile e impopolare lo scambio di idee fra studiosi che si trovavano sui fronti opposti) ma uniti da un'idea di conoscenza aperta e universale. Un cast curioso (Andy "Gollum" Serkis è Einstein, David "Dr. Who" Tennant è Eddington) per una produzione BBC piuttosto semplicistica e schematica nel mettere in scena i contrasti fra scienza e politica o religione (il gay e quacchero Eddington è sul punto di perdere la fede di fronte alle atrocità della guerra e alla morte del suo più caro amico), oltre che nel tentare di spiegare in versione for dummies la teoria di Einstein, quasi ridotta a una semplice sfida a Newton. A dispetto del titolo italiano, i due protagonisti si incontrano di persona solo nel finale, dopo che per quasi tutto il film hanno lavorato "a distanza" (Berlino e Cambridge).

20 aprile 2012

Che ora è laggiù? (Tsai Ming-Liang, 2001)

Che ora è laggiù? (Ni na bian ji dian, aka What time is it there?)
di Tsai Ming-Liang – Taiwan 2001
con Lee Kang-Sheng, Chen Shiang-Chyi
***

Rivisto in DVD.

Il giovane Hsiao-Kang (Lee) vende orologi da polso per le strade di Taipei. Shiang-Chyi (Chen), una ragazza che sta per partire per Parigi, gliene compra uno, proprio quello che lui portava al polso. Il ragazzo ne rimane ossessionato, e da allora comincia a spostare le lancette di tutti i suoi orologi (e anche di quelli per le strade) sul fuso orario della Francia. Nel frattempo sua madre si convince che il marito, morto da poco, sia ritornato in casa sotto forma di fantasma, mentre Shiang-Chyi vaga per una Parigi inospitale e rumorosa, alla disperata ricerca di un contatto umano. Come in "Vive l'amour", Tsai racconta la storia di tre solitudini, tre esistenze sperdute alla ricerca di qualcosa di impalpabile e indefinito, e lo fa attraverso il consueto stile lento e rarefatto, che sembra dipanarsi su un piano di esistenza separato dal resto del mondo, dando vita a una sorta di assurdo melodramma esistenziale dove l'esplorazione dei sentimenti avviene non attraverso i dialoghi o una trama, ma per mezzo di gesti, silenzi, l'impietosa osservazione del corpo (e delle sue funzioni), sguardi intensi e lacrime di tristezza. La mancanza di una colonna sonora musicale allontana ancora di più il film dalle normali consuetudini cinematografiche, permettendogli di concentrarsi su legami fra i personaggi tanto intensi quando monodirezionali o mai dichiarati (quello di Hsiao-Kang per Shiang-Chyi, con cui ha scambiato solo qualche parola; quello della madre per il fantasma del marito, di cui il grande pesce bianco nell'acquario di casa è una sorta di avatar; quello di Shiang-Chyi per una Parigi che appare tutt'altro che "turistica"). Al quinto lungometraggio (una coproduzione: il direttore della fotografia è francese, Benoît Delhomme), a questo punto è evidente che il personaggio incarnato da Lee Kang-Sheng è sempre lo stesso: lo conferma il fatto che anche la madre e il padre sono interpretati dagli stessi attori di "Rebels of the Neon God" e "The river", rispettivamente Lu Yi-Ching e Miao Tien; quest'ultimo qui appare solo nella sequenza introduttiva, prima della morte, e poi – a sorpresa – in quella finale ed enigmatica, quando lo ritroviamo – in carne e ossa o come presenza invisibile? – a Parigi. I film di Tsai sono dunque tanti tasselli di un unico mosaico che porta avanti l'esistenza di un alter ego dell'attore – o forse dello stesso regista –, un po' come avveniva nelle pellicole di François Truffaut con Jean-Pierre Léaud nei panni di Antoine Doinel: un paragone non azzardato, visto che proprio in questo film Tsai rende esplicito l'omaggio alla nouvelle vague. Nel suo tentativo di trasferirsi "spiritualmente" a Parigi, infatti, Hsiao-Kang si dedica alla visione di film francesi e in particolare a quella de "I quattrocento colpi" di Truffaut, di cui vediamo alcune sequenze con Léaud da bambino. E contemporaneamente, a Parigi, Shiang-Chyi si ritrova su una panchina in un cimitero seduta proprio a fianco dell'attore ormai invecchiato (che sia lui o semplicemente qualcuno che ha lo stesso nome, poco importa: nei film di Tsai gli attori e i personaggi si confondono e si identificano fra loro, tanto che i loro nomi spesso coincidono). Quello con Jean-Pierre, comunque, è solo uno dei tanti incontri bizzarri, insoliti o stralunati – spesso permeati da una strana ironia astratta – che i tre protagonisti fanno durante la pellicola, la quale culmina nella notte in cui tutti e tre avranno una sorta di inatteso, catartico o disperato rendez-vous erotico (Hsiao-Kang in macchina con una prostituta che, la mattina dopo, gli ruberà la valigia con gli orologi; la madre in casa con il "fantasma" del marito, al cui arrivo si era lungamente preparata; Shiang-Chyi in una stanza d'albergo con una turista hongkonghese – interpretata da Cecilia Yip – conosciuta per caso la sera prima). Ritroveremo Hsiao-Kang nei lavori successivi di Tsai, il cortometraggio "The Skywalk is gone" e i lungometraggi "Goodbye, Dragon Inn" (del quale la scena in cui il ragazzo si reca al cinema è quasi un'anticipazione), "Il gusto dell'anguria" e "I Don't Want to Sleep Alone" (che dovrebbe uscire fra circa un mese – con solo sei anni di ritardo! – nelle sale italiane). Con una didascalia sui titoli di coda, il regista dedica il film "a mio padre, e al padre di Hsiao-Kang".

18 aprile 2012

Quasi amici (O. Nakache, E. Toledano, 2011)

Quasi amici (Intouchables)
di Olivier Nakache ed Éric Toledano – Francia 2011
con François Cluzet, Omar Sy
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Ispirata a una storia vera (i cui protagonisti reali sono mostrati nei titoli di coda), una commedia che in Francia ha riscosso un enorme successo di pubblico e che può essere inquadrata in un ben preciso genere cinematografico, il buddy movie, ovvero l’incontro e l’amicizia tra due personaggi che rappresentano mondi apparentemente incompatibili ma che poi trovano una sintonia inattesa. Qui i due character agli antipodi sono il ricco e colto Philippe, rimasto paralizzato dal collo in giù dopo un incidente in deltaplano, e il delinquente di origine senegalesi Driss, assunto temporaneamente come suo badante personale. Con la sua franchezza e il suo calore umano, l'irriverente immigrato delle periferie aiuterà il suo datore di lavoro a recuperare un rapporto positivo e ottimista con la vita: ma anche lui svilupperà una coscienza sociale in precedenza improbabile, e scoprirà persino l'amore per l'arte. Molte le gag divertenti, anche se quasi tutte sulla medesima falsariga (il rozzo comportamento di Driss, perennemente a sproposito negli ambienti altoborghesi e raffinati di Philippe, mette in luce quelle verità che tutti ipocritamente cercano di nascondere: vedi per esempio le sue reazioni di fronte all'arte moderna o alla musica classica), e inevitabile il lieto fine. Ottimi gli attori, senza particolari guizzi invece la regia. Più buonista che sincero (immagino che un remake hollywoodiano non tarderà ad arrivare), il film ha comunque il pregio di non adagiarsi sul pietismo e la retorica, rischi sempre incombenti quando si parla di malattie. Il tema degli opposti si rispecchia anche nella colonna sonora, che comprende sia brani classici (da Bach a Vivaldi) che hip pop, funky e rhythm and blues.

Nota: è stato il primo film che ho visto insieme a Sabrina.

17 aprile 2012

Fearless hyena II (Chan Chuen, 1983)

Fearless hyena II (Long teng hu yue)
di Chan Chuen – Hong Kong 1983
con Jackie Chan, Austin Wai
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Poco dopo l’inizio delle riprese di questo film, Jackie Chan ruppe il contratto che lo legava alla casa di produzione di Lo Wei per seguire l’amico produttore Willie Chan alla Golden Harvest, per la quale avrebbe interpretato tutti i suoi film più popolari negli anni ottanta. Dopo aver inutilmente cercato di riportare l’attore all’ovile (persino, si dice, facendolo minacciare dalla triade), Lo Wei decise di completare la pellicola ricorrendo a materiale d’archivio girato per film precedenti (per esempio le scene di “Karate Ghostbuster” in cui Jackie andava in cerca di ingredienti per il suo stufato) e sostituendo il protagonista con una serie di stuntmen opportunamente “mascherati” con barba finta, naso rosso e baffi posticci (una trovata simile a quella che era stata utilizzata per “L’ultimo combattimento di Chen”, l’ultimo film – uscito postumo – di Bruce Lee). Durante il combattimento finale, invece, il sosia non è mascherato ma si muove in modo da non essere mai inquadrato in volto, e le scene girate ex novo sono montate insieme a sequenze dello scontro conclusivo del primo “Fearless Hyena” (approfittando del fatto che l’antagonista è interpretato dallo stesso attore). Il risultato è dunque estremamente spezzettato: Jackie di persona è protagonista solo di alcune sequenze slegate l’una dall’altra (fra cui spicca quella in cui cerca lavoro in un ristorante gestito dal solito Dean Shek), mentre per rimpolpare la trama viene dato spazio alle disavventure di altri personaggi, come il ladruncolo Frog (Hon Gwok Choi). Il soggetto è essenzialmente identico a quella del primo film, di cui pertanto non è un seguito ma un remake: la differenza è che tutto è moltiplicato per due. Per sfuggire alla vendetta di due spietati rivali (Kwan Young Moon e Yen Shi-Kwan), due fratelli (James Tien e Chen Hui Lou) si nascondono sotto falso nome e nel frattempo addestrano alle arti marziali i rispettivi figli, la testa calda Lung (Jackie) e il pigro Tung (Austin Wai). Saranno loro a vendicarli, dopo che i cattivi li hanno rintracciati a causa dell’ingenuità di Jackie, che aveva fatto sfoggio delle tecniche della propria scuola in pubblico. Nel cast anche una donzella, Pearl Lin, protagonista di un breve scontro con il nostro eroe. Per le sue traversie produttive, ma anche perché assai povero dal lato dei combattimenti e privo della comicità del prototipo, è un film del tutto dimenticabile (Jackie, senza riuscirci, cercò anche di impedirne l’uscita).

16 aprile 2012

Fearless Hyena (Jackie Chan, 1979)

Jacky Chan la mano che uccide (Xiao quan guai zhao)
di Jackie Chan – Hong Kong 1979
con Jackie Chan, James Tien
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Reduce dal successo dei due film diretti da Yuen Woo-Ping ("Drunken master" e "Snake in the eagle's shadow") che lo avevano fatto diventare una star, Jackie Chan esordisce alla regia (in collaborazione con Kenneth Tsang) con una pellicola che da un lato ricalca il canovaccio classico di tanti altri gongfupian sul tema della vendetta e dall'altro porta avanti il suo programma di fondere le acrobazie e i combattimenti a base di arti marziali con una comicità slapstick che si rifà chiaramente al cinema muto. Il risultato è estremamente godibile: l'alternanza fra situazioni comiche (prevalenti in quasi tutta la prima parte della pellicola) e drammatiche (nella seconda) consente di mantenere il ritmo del film su alti livelli fino alla fine, mentre, dirigendo sé stesso, un Jackie in gran forma fisica ha la libertà di coreografare al meglio le proprie capacità da funambolo, senza appesantire la vicenda con elementi inutili e sottotrame parallele. Il giovane protagonista, che vive in un remoto villaggio, ha imparato il kung fu dal nonno Chen (un James Tien "invecchiato" ad arte), che però gli intima di non mostrare mai le proprie tecniche in pubblico: teme infatti che il malvagio ufficiale Yen (Yen Shi-kwan), acerrimo nemico del suo clan ribelle, scopra dove si è rifugiato. Quando il ragazzo, pur di guadagnare qualche soldo, accetta di diventare il maestro di una scalcinata scuola di arti marziali nel villaggio, accade proprio quello che si temeva: attira l'attenzione di Yen, che così rintraccia Chen e lo fa fuori. Per poterlo vendicare, Jackie è sottoposto a un duro addestramento da un misterioso vagabondo zoppo, Unicorn (Chen Hui Lou), che gli insegnerà una tecnica basata sulle emozioni (il celebre emotional kung-fu). Noto in Italia con il bizzarro titolo "Jacky Chan la mano che uccide" (la grafia Jacky compare anche nei credits dell'edizione originale), il film offre numerosi momenti da ricordare: per non essere riconosciuto dal nonno, Jackie combatte travestito da straccione strabico (con baffoni posticci, sulla musica della "Pantera rosa") o addirittura da donna (in una sequenza memorabile); e con Unicorn è protagonista di un insolito duello con le bacchette per il cibo. Spettacolare anche lo scontro con i tre sgherri di Yen armati di lunghe sciabole. Dean Shek fa un breve cameo nei panni del fabbricante di bare, mentre Lee Kwan è l'inetto proprietario della scuola di arti marziali che assolda Jackie per attirare nuovi studenti. La scena finale, in cui Jackie trasporta Unicorn in un carretto, è un omaggio/parodia (con tanto di musica) alla serie giapponese "Samurai" ("Lone Wolf and Cub").

13 aprile 2012

Il pensionante (A. Hitchcock, 1926)

Il pensionante (The Lodger: A Story of the London Fog)
di Alfred Hitchcock – GB 1926
con Ivor Novello, June Tripp
***

Visto in DVD.

Tratto da un romanzo di Marie Belloc Lowndes ispirato ai delitti di Jack lo squartatore, il terzo lungometraggio di Hitchcock è universalmente considerato – anche dal regista stesso – come il suo “primo vero film”. E non solo perché si tratta di un thriller e non di un melodramma come i due precedenti, ma perché per temi, stile e tecnica presenta già tutti gli elementi che caratterizzeranno in seguito i suoi capolavori: la suspense, l’ambiguità, il sospetto, l’innocente accusato ingiustamente, il meccanismo narrativo semplice ma perfetto. Londra è scossa da un misterioso assassino che si firma “The avenger” (Il vendicatore) e che uccide solo giovani donne bionde. I delitti avvengono sempre per le strade e di martedì sera, i giornali non parlano d’altro (notevole la sequenza in cui il regista mostra tutti i passaggi della propagazione di una notizia, dal reporter che detta l’informazione all’agenzia fino alla distribuzione delle copie stampate), le ragazze bionde indossano parrucche scure per non correre rischi (mentre le brune se la ridono). In una pensione a conduzione familiare, proprio nella zona della città dove sono concentrati i delitti, giunge un nuovo e misterioso inquilino, un giovane taciturno, sinistro e ambiguo che ben presto catalizza su di sé i sospetti dei padroni di casa, anche perché sembra ossessivamente attratto dalla loro (naturalmente bionda) figlia Daisy. Questa è fidanzata con un poliziotto, ma in qualche modo subisce l’attrazione del nuovo venuto, ignorando tutti i segnali di pericolo. In un crescendo di tensione, anche lo spettatore è portato a sospettare del pensionante: appena entrato in camera lo vediamo turbato dai quadri che rappresentano donne bionde, tanto che chiede di toglierli; segue Daisy nell’atelier dove lavora come modella e le fa un regalo inaspettato; più volte sembra che sia preso da un impulso irrefrenabile di farle del male (quando afferra l’attizzatoio del camino, per esempio; o nella sequenza in cui la ragazza sta facendo il bagno, che per certi versi sembra anticipare addirittura la celebre scena della doccia di “Psycho”); esce di soppiatto, mascherato, proprio il martedì sera, per fare ritorno dopo che il delitto si è compiuto; annota diligentemente su una mappa (usando il triangolo, simbolo del “Vendicatore”) tutti i luoghi dove si sono verificati gli omicidi; e il suo atteggiamento è costantemente tormentato e disturbato, segno che nasconde qualcosa. Naturalmente si rivelerà innocente (il vero colpevole, fra l’altro, non viene mai mostrato sullo schermo), e nel finale scampa per un pelo al linciaggio della folla che lo insegue e che lo raggiunge quando, ammanettato, rimane appeso a una cancellata. La tecnica registica di Hitch (pur con evidenti influenze da Murnau e da Lang) è già matura: fa grande uso di primissimi piani (come quello che apre il film, una ragazza che urla dal terrore), di scritte ad effetto (l’insegna lampeggiante al neon di un teatro di varietà, “Tonight Golden Girls”, che sembra il manifesto programmatico dell’assassino) e di sovrimpressioni (il pensionante che cammina al piano di sopra, i cui passi si “vedono” attraverso il soffitto), sfrutta al meglio la fotografia (con l’illuminazione da dietro per far risaltare i riccioli biondi delle vittime) e le scenografie (la nebbia nelle strade di Londra), cura la psicologia dei personaggi (i sospetti della padrona di casa, la gelosia del poliziotto, l’ingenuità di Daisy), insiste sul legame fra sesso e morte, e confeziona un “giallo” che sorprende per il colpo di scena finale e che venne considerato, alla sua uscita, come il film più importante prodotto fino ad allora in Gran Bretagna. Il progetto originale prevedeva di terminare il film senza svelare se il protagonista fosse colpevole o innocente, ma la presenza di Ivor Novello – una star dell’epoca – spinse lo studio a modificare la sceneggiatura. Il grande successo di pubblico (in seguito ne vennero realizzati diversi remake sonori, di cui il primo, nel 1932, ancora con Novello) diede una forte spinta alla carriera dell’allora ventisettenne regista. Nel film sono inclusi anche i primi dei suoi consueti cameo: Hitchcock appare all’inizio, di spalle, seduto a un tavolo nella sala stampa, e poi in mezzo alla folla nel finale.

11 aprile 2012

Sucker Punch (Zack Snyder, 2011)

Sucker Punch (id.)
di Zack Snyder – USA 2011
con Emily Browning, Abbie Cornish
*1/2

Visto in DVD.

Fatta rinchiudere dal malvagio patrigno in un istituto di igiene mentale, la giovane Babydoll si "rifugia" in un mondo immaginario nel quale l’ospedale diventa un night club/bordello e le pazienti sono costrette dal perfido proprietario (alter ego di uno degli infermieri) a intrattenere i clienti con le loro danze. Qui la ragazza coinvolge altre quattro compagne in un elaborato piano di fuga, per portare a termine il quale è necessario impadronirsi di cinque oggetti: e ciascuno dei tentativi si trasforma, con un ulteriore volo di fantasia, in una spericolata missione in cui le cinque eroine devono combattere e sgominare incredibili avversari (spiriti-samurai in armatura, soldati zombie/steampunk, orchi e draghi, androidi cibernetici) all’interno di scenari fantastici e apocalittici (un misterioso tempio giapponese, le trincee della seconda guerra mondiale, un castello fantasy sotto assedio, una megalopoli su un altro pianeta). Pur trattandosi del primo film di Zack Snyder basato su un soggetto originale (una storia dello stesso regista), sembra comunque – come i suoi lavori precedenti – tratto da un fumetto o da un videogioco, al punto che ho dovuto verificare che non fosse davvero così: e già questo la dice lunga sul tipo di spettacolo cui si va incontro. Apparentemente ambizioso e complesso, alla resa dei conti si rivela invece assai semplice e schematico, anche perché il tema della libertà da conquistare attraverso la fantasia è tutt’altro che nuovo e i colpi di scena nel finale non sconvolgono particolarmente. Se il plot è vagamente ispirato a “Il gabinetto del dottor Caligari” (o, per citare titoli più recenti, a “Franklyn” e “Inception”, con le loro scatole cinesi di mondi alternativi contenuti l'uno dentro l'altro), la struttura – che si sviluppa su missioni e livelli, in maniera sempre più ripetitiva – e l’estetica sono da videogame (le sequenze d’azione, affogate negli effetti speciali e nella fotografia desaturata, sono insopportabilmente lunghe: ma il vero problema è che si ha l’impressione che sia il resto del film a essere stato pensato da Snyder come pretesto per giustificare le scene action, e non il contrario). La regia è debordante e videoclippara, con il solito abuso di ralenti e l’invadenza del commento musicale, mentre la caratterizzazione dei personaggi femminili, piatta e superficiale, è in linea con l’immaginario di un quattordicenne o, nel migliore dei casi, di un otaku (a partire dalla bad girl/lolita in uniforme da scolaretta): di fatto le cinque protagoniste non sono altro che bamboline, o meglio action figure, da muovere a piacimento in mondi paralleli che a loro volta richiamano gli scenari di celebri film o videogiochi (e non a caso il personaggio da cui dipendono le sorti di Babydoll, evocato per l’intera pellicola, si chiama “il giocatore”). La mono-espressività di Emily Browning (seconda scelta, dopo che Amanda Seyfried si era defilata dal progetto) non migliora certo le cose; meglio invece le comprimarie, come Jena Malone, Jamie Chung e – nei panni dell’istruttrice di danza – Carla Gugino. In ogni caso, pur con tutti i suoi limiti, il film può anche essere apprezzato sotto l’aspetto visivo, ludico e feticista, e addirittura guadagnarsi un’etichetta non del tutto immeritata di guilty pleasure. Il titolo è un’espressione che indica un colpo che prende l’avversario di sorpresa: secondo le intenzioni di Snyder, si riferisce alla rivelazione che la vera protagonista della storia non è Babydoll ma una delle sue quattro compagne. Un’escamotage poco convincente, però, visto che – checché se ne dica – la Browning resta costantemente al centro del racconto. Titoli di coda, in stile burlesque, completamente fuori contesto.

9 aprile 2012

Kick-Ass (Matthew Vaughn, 2010)

Kick-Ass (id.)
di Matthew Vaughn – USA 2010
con Aaron Johnson, Chloë Grace Moretz
**

Visto in DVD, con Giovanni.

Il nerd Dave, dopo essersi chiesto come mai – con tanti appassionati di fumetti in circolazione – nessuno abbia mai pensato a mettersi un costume e a fare il supereroe nella vita reale, decide di provarci lui stesso. Indossa così una tuta verde e comincia a girare per le strade nei panni di "Kick-Ass", pubblicizzando le proprie imprese su internet e attirando l'attenzione dei media. Ha però poca fortuna, fino a quando non incontra altri due individui mascherati che hanno intrapreso una personale crociata contro un boss del crimine e che, a differenza sua, sembrano addestrati a sufficienza: il misterioso Big Daddy e la giovanissima Hit-Girl. Tratto da un fumetto di Mark Millar e John Romita jr. – di cui edulcora diversi passaggi – che prosegue sulla strada della decostruzione postmoderna del supereroe avviata anni prima da Alan Moore con "Watchmen" (l'unica strada, a quanto sembra, percorribile oggigiorno per raccontare una storia di supereroi senza risultare nostalgicamente ancorati al passato), è un film di forte impronta tarantiniana (anche nel citazionismo, da "Taxi Driver" a "Batman": e viene persino saccheggiato Ennio Morricone nella colonna sonora!), ricco di sberleffi e con una violenza esagitata e sopra le righe. Il divertimento non manca, anche se temo che dopo i "danni" provocati al cinema americano da "Pulp Fiction" si inizino a intravedere anche quelli causati da "Kill Bill". A restare più impressa, anche perché meno politically correct, è naturalmente la figura di Hit-Girl: una bambina di dieci anni che uccide centinaia di persone, si esprime con un linguaggio scurrile ed è più "tosta" di tutti gli altri messi insieme. Certo, non tutto funziona: i soliti cliché da teen movie sono immancabili (l'inevitabile rivincita dei loser che alla fine riescono a conquistare le ragazze che tanto li schifavano) e le scene d'azione, pur con un forte crescendo, non presentano nulla di nuovo (John Woo è citato ampiamente, e anche esplicitamente). Altri film nati sulla falsariga di questo – penso soprattutto a "Super" – si riveleranno più radicali e coraggiosi, mostrando la follia di fondo di questi personaggi (che qui, invece, sono fin troppo equilibrati). Di certo dei quattro film girati finora da Vaughn è quello che mi è piaciuto di meno. Nicolas Cage è Big Daddy, Mark Strong è il mafioso Frank D'Amico (il cui figlio Chris diventa a sua volta un supereroe, Red Mist).

6 aprile 2012

La schivata (A. Kechiche, 2003)

La schivata (L'esquive)
di Abdellatif Kechiche – Francia 2003
con Osman Elkharraz, Sara Forestier
***

Rivisto in DVD, con Paola, Ginevra ed Eleonora.

Innamorato della sua compagna di classe Lydia, il timido e taciturno quindicenne Krimo chiede di poter recitare al suo fianco nella rappresentazione scolastica della commedia “Il gioco dell’amore e del caso” di Marivaux, interpretando la parte di Arlecchino, pur essendo completamente negato per il teatro. Durante le prove, in un momento in cui si trovano da soli, si azzarda a dichiararsi: ma Lydia, confusa, esita a dargli una risposta definitiva, coinvolgendo senza volerlo nella vicenda anche i rispettivi amici. Ambientato nella banlieu parigina, fra le nuove generazioni di una popolazione multietnica più o meno integrata, il film funziona su più piani: quello della storia vera e propria (“Avvicinati di più, sennò come faccio a schivarti?” dice Lydia a Krimo durante le prove della recita), quello del linguaggio (lo slang assai realistico dei ragazzi, pieno di parolacce e di incertezze lessicali, che contrasta notevolmente con la ricercatezza e la raffinatezza formale dei dialoghi della commedia settecentesca), quello dell’identità (l’insegnante invita Krimo a “uscire da sé stesso” per immedesimarsi nel personaggio, ma il ragazzo non ci riesce perché, proprio come Arlecchino è innamorato di Lisetta, lui non ha occhi che per Lydia; da notare che anche nella commedia di Marivaux i personaggi si travestono e interpretano ruoli diversi dai propri). Indimenticabile l’immagine della ragazza che si aggira per le squallide periferie in abiti settecenteschi e con il ventaglio che scuote ininterrottamente. Ottima la recitazione di giovani attori in gran parte esordienti o non professionisti (su tutti spicca la bionda Sara Forestier; molto bravi anche Sabrina Ouazani nei panni di Frida, l’amica di Lydia, e Hafet Ben-Ahmed in quelli di Fatih, l’amico più grande di Krimo), ripresi da vicino attraverso una camera a mano sempre in movimento che si sofferma su primissimi piani. Com’è caratteristica di Kechiche, i tempi sono lunghi e le scene si trascinano in estenuanti discussioni di cui vengono mostrati i dettagli, i dialoghi e i gesti più insignificanti, ma fortunatamente la spontaneità e il realismo, oltre alla cura per la psicologia e la caratterizzazione dei personaggi, non vengono mai a mancare.

4 aprile 2012

Romanzo di una strage (M. T. Giordana, 2012)

Romanzo di una strage (id.)
di Marco Tullio Giordana – Italia 2012
con Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Il 12 dicembre 1969 una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana, a Milano, uccidendo 17 persone e ferendone 88. I sospetti si dirigono inizialmente sugli anarchici: il 15 dicembre, durante un interrogatorio, Giuseppe Pinelli muore precipitando dalla finestra della questura milanese. In seguito si appurerà che l'attentato fu eseguito da terroristi eversivi di destra, con la complicità di servizi deviati dello stato (o addirittura di governi stranieri), per perseguire quella "strategia della tensione" volta a favorire l'adozione di politiche restrittive e autoritarie. Nel realizzare, a oltre quarant'anni di distanza, un film su vicende per le quali i cui colpevoli non sono mai stati puniti nelle aule dei tribunali (anche se la verità storica e le responsabilità sono ormai accertate), Giordana ricorre a un'impostazione misurata e rigorosa, evitando ogni tentazione di spettacolarità e le trappole del sensazionalismo tipico delle fiction tv, anche nelle scene più a rischio (come quelle con la vedova Pinelli). E per farlo rinuncia in parte sia al coinvolgimento emotivo dello spettatore sia al "tocco visionario dell'artista che rilegge la realtà facendola brillare di luce nuova", che erano presenti in altre sue opere che affrontavano temi legati alla storia recente dell'Italia, come "I cento passi" o "La meglio gioventù". Qui, come appunto in un romanzo d'inchiesta (il titolo della pellicola non è casuale), la vicenda è scansionata attraverso "capitoli" (con titoli rossi su fondo nero) che ne mostrano gli sviluppi con una grande cura nella ricostruzione ambientale e una forte attenzione alla struttura dell'indagine, senza invece scendere nei dettagli della situazione politica e sociale dell'epoca (di cui non vengono indagate le ragioni e i retroscena). Anche perché, dei tanti personaggi coinvolti, il regista sceglie – un po' sorprendentemente – di mantenere sempre il punto di vista del commissario Calabresi (interpretato con grande empatia da un ottimo Valerio Mastandrea): il film si conclude con il suo assassinio, e le successive risultanze delle indagini sono lasciate a sovrimpressioni prima dei titoli di coda. Bravi comunque tutti gli attori, a partire da Pierfrancesco Favino nei panni di Giuseppe Pinelli. Luigi Lo Cascio è il giudice Paolillo, Fabrizio Gifuni è Aldo Moro, Omero Antonutti è il presidente Saragat, Francesco Salvi è il tassista Rolandi. Nel finale la pellicola avanza la teoria del "doppio attentato", suggerita dal controverso libro "Il segreto di Piazza Fontana" di Paolo Cucchiarelli (da cui il film è liberamente tratto), mentre non chiarisce né mostra fino in fondo cosa accadde nella stanza del commissariato in occasione della morte di Pinelli.