31 maggio 2012

Arsenico e vecchi merletti (F. Capra, 1944)

Arsenico e vecchi merletti (Arsenic and old lace)
di Frank Capra – USA 1944
con Cary Grant, Priscilla Lane
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Ginevra

In partenza per il viaggio di nozze, il critico teatrale Mortimer Brewster si ferma a dare un salutino alle zie Abby e Martha, due zitelle che vivono – benvolute da tutti – in un tranquillo quartiere di Brooklyn. Ma la sconvolgente quanto casuale scoperta di un cadavere che riposa nella cassapanca delle zie sconvolge i piani di Mortimer. Le care vecchiette gli confessano candidamente che hanno l’abitudine di avvelenare – con una mistura di “arsenico, stricnina e cianuro” – anziani sconosciuti che invitano nella loro casa, allo scopo di donare loro pace e tranquillità e non farli più soffrire di solitudine: i corpi vengono poi seppelliti in cantina dall’altro nipote Teddy, che nella sua follia si crede Theodore Roosevelt ed è convinto di scavare “le chiuse del canale di Panama”. La situazione si fa ancora più complicata e grottesca con l’inatteso arrivo del terzo fratello, Jonathan, gangster in fuga dalla polizia che spera di trovare un rifugio sicuro in casa delle zie; con lui – che come se non bastasse ha a sua volta un cadavere da nascondere in cantina, quello del “signor Spenalzo” – c’è anche l’ambiguo dottor Einstein (Peter Lorre), un medico che gli ha praticato una plastica facciale trasformandolo in un sosia di Boris Karloff. Fra tanti shock e pericoli, Mortimer comincia a dubitare anche della propria sanità mentale: con tutti questi pazzi e assassini nella sua famiglia, come potrà vivere tranquillamente con la sua nuova moglie? Tratto dall’omonima commedia di Joseph Kesselring, in scena a Broadway dal 1933 (alcuni degli attori, come le ziette Josephine Hull e Jean Adair e il nipote folle John Alexander, sono gli stessi della versione teatrale), una folle, scatenata ed esilarante black comedy senza un attimo di tregua dall’inizio alla fine: personalmente è il mio preferito fra tutti i film di Frank Capra, paladino del "buonismo" che per una volta si concede un pizzico di irriverenza e di sfida alle convenzioni. Fu girato nel 1941 ma distribuito solo tre anni dopo, quando la versione teatrale aveva ormai lasciato le scene. Anche se l’adattamento dei fratelli Julius e Philip Epstein è ottimo, nel passaggio dal palcoscenico al film si perde un po' di autoreferenzialità: Mortimer, che si scaglia continuamente contro le convenzioni teatrali e la prevedibilità di certi spettacoli, a un certo punto mima una scena di una commedia che ha visto in cui un uomo non si rende conto del pericolo alle sue spalle: esattamente quello che sta accadendo a lui in quel momento; altri personaggi (il poliziotto, il direttore del manicomio) gli sottopongono in continuazione le commedie da loro scritte, per ricevere un parere o un incoraggiamento; e del personaggio di Jonathan si dice che “assomiglia a Boris Karloff”, quando a teatro era interpretato proprio dal protagonista di "Frankenstein" (che purtroppo, impegnato a Broadway, non ebbe il tempo di recitare anche nel film ed è sostituito da Raymond Massey). Straordinario comunque il cast, con note di merito per Cary Grant (espressivo come non mai) e Peter Lorre. Priscilla Lane è la neosposa di Mortimer, Edward Everett Norton è il direttore del manicomio.

30 maggio 2012

Cosmopolis (David Cronenberg, 2012)

Cosmopolis (id.)
di David Cronenberg – Canada/F/P/I 2012
con Robert Pattinson, Paul Giamatti
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

“Uno spettro si aggira per il mondo: è lo spettro del capitalismo”. Adattando il profetico romanzo di Don DeLillo, che nel 2003 aveva già previsto la deriva antisociale e la crisi generata da un’economia “virtuale” che nel giro di pochi secondi può distruggere patrimoni o interi paesi (“Stiamo speculando sul nulla”, rivela a un certo punto uno dei personaggi), Cronenberg si allontana dai thriller più “commerciali” che aveva realizzato negli ultimi tempi e ritorna alle proprie origini, sfornando quasi un “Videodrome” aggiornato agli anni duemila: al posto della televisione e dei media, come simbolo dell’annullamento dell’identità e della fusione fra realtà e virtuale c’è ora il mondo finanziario, veicolo psicotico verso l’apocalisse del terzo millennio, un mondo dove sesso, denaro e potere si confondono in un freddo esistenzialismo. A bordo della sua lunga e bianca limousine blindata e insonorizzata (a significare un ulteriore distacco con il resto del mondo), il giovane miliardario e speculatore Eric Packer attraversa la città di New York per andare a tagliarsi i capelli. Ma forse non è la giornata giusta: la crescita dello yuan, che non aveva previsto, sta fagocitando il suo patrimonio; la visita in città del presidente degli Stati Uniti ha messo in allarme tutti i reparti di sicurezza e fatto andare in tilt il traffico di Manhattan, ulteriormente rallentato dal funerale new age di un popolare rapper; le strade sono investite dalle proteste di gruppi di anarchici (che ricordano gli indignados o i movimenti “Occupy Wall Street”) che suggeriscono provocatoriamente di usare topi morti come nuova moneta di scambio, e imbrattano anche l’auto di Eric, facendola assomigliare ai quei dipinti di arte moderna (Pollock – come nei titoli di testa – o Rothko – come in quelli di coda) da cui il nostro è tanto attratto; inoltre c’è la voce di un imminente attentato che un misterioso terrorista avrebbe in programma proprio contro di lui. Nel microcosmo della sua limousine, il protagonista ospita i suoi consulenti di mercato (giovanissimi esperti di computer, fanatiche dello jogging, “fumose” teoriche dell’economia), si fa fare accurati check-up medici (che rivelano, con suo grande sconcerto, la presenza di un’asimmetria della prostata), fa sesso, orina, mangia e dorme. Il cinema mutante di Cronenberg torna a essere ossessionato dai corpi e dagli oggetti, i secondi visti come veri e propri prolungamenti dei primi (come la stessa limousine, quasi un essere vivente – “Dove dormono queste auto di notte?” – o come la pistola tecnologica della guardia del corpo che risponde ai comandi vocali: la distinzione si perde al punto che più tardi Eric si sentirà in dovere di attivare con la propria voce anche una comunissima rivoltella). L’ostinazione nel voler tornare nella bottega della propria infanzia per farsi aggiustare il taglio è tipica di uno scenario “mafioso”. Se gran parte dei dialoghi e dei discorsi sull’economia risultano astratti, fuorvianti, noiosi e pretenziosi (difetti ereditati probabilmente dall’origine letteraria della sceneggiatura), l’atmosfera sensoriale costruita dal regista, dal direttore della fotografia (Peter Suschitzky) e dal compositore (Howard Shore) cattura lo spettatore e lo intrappola nello stesso inferno in cui si chiude volontariamente il protagonista, in un odissea (non a caso il romanzo di DeLillo è stato paragonato allo “Ulysses” di Joyce) senza scampo verso la follia e l’autodistruzione. Proprio come le tele di Pollock, il film va visto “da lontano” per apprezzarne l’insieme: focalizzando l’attenzione sui singoli particolari si vedrebbero soltanto macchie di colore insignificanti, come le cifre sputate dai freddi monitor che collegano l’auto di Eric ai mercati globali. Peccato per la prova non del tutto convincente dell’attore protagonista (il vampiro di “Twilight”), scelto forse dalla produzione per dare maggior appeal commerciale a un film difficile e sui generis: Pattinson esce sconfitto dal confronto con quasi tutti gli altri personaggi, soprattutto da quello con il monumentale Paul Giamatti che interpreta il suo attentatore nel finale. Nel cast anche Juliette Binoche, Mathieu Amalric (il “terrorista-pasticciere” che lancia le torte in faccia ai suoi bersagli), Samantha Morton e Jay Baruchel.

26 maggio 2012

Mystic River (Clint Eastwood, 2003)

Mystic River (id.)
di Clint Eastwood – USA 2003
con Sean Penn, Kevin Bacon, Tim Robbins
***

Rivisto in DVD con Giovanni, Ilaria, Eleonora e Ginevra.

Nei sobborghi di Boston, presso le scure acque del fiume Mystic, una terribile tragedia torna a far incrociare il destino di tre uomini che già trent’anni prima, quando erano bambini e compagni di giochi, avevano vissuto una brutta esperienza: uno di loro, Dave, era infatti stato sequestrato da una coppia di pedofili che avevano abusato di lui per alcuni giorni, prima che riuscisse a liberarsi. Da allora i tre hanno preso strade diverse: Sean Devine (Kevin Bacon) si è allontanato dal quartiere, diventando un detective dell’FBI; Jimmy Markum (Sean Penn) gestisce un negozio di liquori dopo una discreta “carriera” nella malavità locale, con la quale continua a mantenere i contatti; mentre il complessato Dave Boyle (Tim Robbins) non si è mai ripreso completamente da quell’esperienza (“il bambino che ero è morto in quella notte”). Quando Katie, la giovane figlia di Jimmy, viene barbaramente uccisa da uno sconosciuto, proprio Sean viene incaricato delle indagini. Gli indizi punteranno in direzione di Dave e la vendetta personale di Jimmy non tarderà ad arrivare, ma si rivelerà prematura e affrettata. Uno fra i più cupi film di Eastwood, tratto da un romanzo di Dennis Lehane sceneggiato da Brian Helgeland e caratterizzato da personaggi ambigui e tormentati, dal tema dell’ineluttabilità del destino, dal passato che ritorna, dalla violenza che irrompe come un pugno nello stomaco e da un finale che non può certo essere conciliatorio. Clint dirige il tutto con lucidità e grande intensità, ritraendo un microcosmo plumbeo e disperato come i cieli che sovrastano le strade in cui si svolge la vicenda, mentre le crisi personali e i sensi di colpa escludono ogni possibilità di redenzione. Forse la sceneggiatura, così attenta al dipanarsi della narrazione, avrebbe potuto scavare più in profondità nella psicologia dei tre protagonisti, di cui spesso (soprattutto nel caso di Dave, la cui possibile colpevolezza è suggerita allo spettatore in maniera tutt’altro che sottile) ci viene mostrata solo la superficie: Ma a questo difetto rimediano i tre straordinari interpreti, fra i quali giganteggia in particolare Sean Penn (che vinse meritatamente l’Oscar come miglior attore, mentre a Tim Robbins andò la statuetta per l’attore non protagonista). Nel cast figurano anche Laurence Fishburne (il collega di Sean), Marcia Gay Harden (la moglie di Dave) e Laura Linney (la moglie di Jimmy).

25 maggio 2012

Scent of a woman (Martin Brest, 1992)

Scent of a woman - Profumo di donna (Scent of a woman)
di Martin Brest – USA 1992
con Al Pacino, Chris O'Donnell
**

Visto in divx, con Sabrina.

Ispirato al "Profumo di donna" del 1974 di Dino Risi (a sua volta tratto dal romanzo "Il buio e il miele" di Giovanni Arpino), è il film che ha consentito ad Al Pacino di vincere l’Oscar come miglior attore dopo svariate nomination che non erano andate a buon fine (comprese quelle per “Il padrino” e “Quel pomeriggio di un giorno da cani”). Grazie anche alla sua interpretazione, il burbero Colonnello Frank Slade – ufficiale dell’esercito in pensione divenuto cieco per un incidente, dal temperamento difficile e intrattabile ma anche pieno di carisma e umanità – diventa un personaggio indimenticabile. La pellicola mostra l’evoluzione del suo rapporto con il diciassettenne Charlie (Chris O’Donnell), che frequenta una prestigiosa scuola di Boston grazie a una borsa di studio e che approfitta della Festa del Ringraziamento per guadagnare qualche soldo offrendosi come “badante”. L’eccentrico e alcolista ufficiale trascina con sé il ragazzo in un weekend a New York, dove ha progettato di salutare il fratello, concedersi per l’ultima volta quelli che ritiene i maggior piaceri della vita (in particolare le donne – di cui, essendo privo di vista, apprezza ormai più il profumo che l’aspetto – oltre che cibo, auto e alberghi di lusso) e infine suicidarsi con la sua pistola d’ordinanza. Ma Charlie, verso cui l’uomo finisce con sviluppare un affetto paterno, riuscirà a dissuaderlo dal suo intento: e il colonnello ricambierà tirandolo fuori dai guai in occasione di un “processo” scolastico (il ragazzo rischiava l’espulsione per non voler denunciare alcuni compagni che avevano giocato un tiro burlone al preside). Proprio l’appendice finale, così hollywoodiana e indirizzata al trionfo dei “buoni contro il sistema”, è il punto debole di un film che invece, nella parte centrale, è ricco di momenti memorabili: su tutti, il tango ballato da Frank con una bella sconosciuta (Gabrielle Anwar) e il giro di prova con la Ferrari guidata “alla cieca” per le strade di Manhattan.

22 maggio 2012

The skywalk is gone (Tsai Ming-Liang, 2002)

The skywalk is gone (Tian qiao bu jian le)
di Tsai Ming-Liang – Taiwan 2002
con Chen Shiang-Chyi, Lee Kang-Sheng
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Tornata a Taipei dal suo viaggio a Parigi, Shiang-Chyi scopre che il cavalcavia di fronte alla stazione ferroviaria – quello sul quale Hsiao-Kang vendeva i suoi orologi – è stato abbattuto. Non è l'unica cosa a essere cambiata: la città è più moderna (il traffico è caotico, i turisti si affollanno davanti ai nuovi centri commerciali), ma con l'urbanizzazione cresce anche la mancanza di rapporti umani (come dimostra la sequenza del poliziotto che rimprovera Shiang-Chyi e un'altra signora perché hanno attraversato la strada dove non era permesso), che conduce alla perdita dell’identità (i documenti che Shiang-Chyi consegna al poliziotto non le vengono restituiti) e della solidarietà (toccante la scena del monaco che chiede l’elemosina nell’indifferenza della folla). In più, la siccità estiva costringe le autorità a razionare acqua: nei bar non si servono più caffè, i rubinetti nelle toilette pubbliche restano a secco. Al posto del cavalcavia c'è ora un sottopassaggio: è proprio sulle scale di questo che Shiang-Chyi incrocia nuovamente Hsiao-Kang, ma non se ne accorge. Lui invece la riconosce, ma preferisce non fermarla, e si reca a fare un provino come attore di film pornografici. Un piccolo capolavoro di esistenzialismo: nella sua brevità e concisione (dura solo una ventina di minuti), in questo cortometraggio – perfetto tassello di collegamento fra "Che ora è laggiù?" e "Il gusto dell'anguria" – c'è tutto il cinema di Tsai Ming-Liang: l'indagine sulla solitudine, la disperazione di fondo, l'ironia e l'assurdità della vita, il rapporto fra uomo e ambiente, la città, la natura e la società. Memorabili alcuni squarci di poesia, come il gioco di specchi e di riflessi davanti al centro commerciale, mentre schermi giganti proiettano spot pubblicitari, o l’immagine delle nuvole vaganti nell'azzurro cielo estivo che chiudono il film mentre si ode la melodia di una canzone degli anni settanta, emblema della nostalgia per un tempo passato che non tornerà più. Il tema della scomparsa dei luoghi di un tempo, qui accennato, diventerà centrale in "Goodbye, Dragon Inn".

19 maggio 2012

Orfeo (Jean Cocteau, 1950)

Orfeo (Orphée)
di Jean Cocteau – Francia 1950
con Jean Marais, María Casares
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia orfica" di Cocteau, quello che più degli altri si rifà direttamente al mito classico, colloca la vicenda di Orfeo nella Francia del dopoguerra e la rilegge in chiave originale e personale, alla luce del legame indissolubile fra arte e morte ("La morte di un poeta lo rende immortale"), tema già al centro del precedente "Il sangue di un poeta". Qui, più che di Euridice, sua sposa già da tempo, il protagonista si innamora proprio della morte, impersonificata da una bruna principessa presentata inizialmente come una mecenate che ha a cuore i giovani artisti che frequentano il turbolento "Caffé dei Poeti". Di questi Orfeo è il più affermato e popolare, ma è il giovane Segeste il primo a cadere vittima dei suoi accoliti (due inquietanti motociclisti) e ad essere portato nell'aldilà. Quando Orfeo, dopo aver seguito la donna fin nella sua dimora, scopre la sua natura ultraterrena, ne rimane affascinato e diventa ben presto incapace di stare lontano da lei. Lo chauffer della morte, Heurtebise – a sua volta invaghito di Euridice – gli rivela che gli specchi sono le porte per il regno degli inferi ("Guardandoti allo specchio, vedrai la morte al lavoro"): Orfeo li attraverserà dopo il decesso della sua sposa, ma più per rivedere la principessa che per salvare la moglie, verso la quale non può più rivolgere lo sguardo nemmeno dopo essere tornato nel mondo dei vivi (e trasgredirà questa regola, non volendolo, quando la guarderà attraverso lo specchietto retrovisore della sua automobile). Senza rinnegare le atmosfere surreali, ipnotiche e oniriche del film degli anni trenta, anche grazie all'utilizzo di semplici ma efficaci effetti visivi, il lungometraggio è ricco anche di riferimenti concreti al recente passato storico della Francia (i versi di poesia astratta composti da Segeste e che Orfeo ascolta alla radio, apparentemente senza significato, sembrano i messaggi in codice della resistenza trasmessi durante l'occupazione tedesca; il regno dei morti è rappresentato dai palazzi semidistrutti dopo i bombardamenti; il processo nell'Oltretomba ricorda quelli ai partigiani nel periodo della guerra). Nel cast, Juliette Gréco intepreta la leader delle "baccanti", il gruppo di femministe di cui un tempo aveva fatto parte anche Euridice. L'idea della morte impersonificata da una giovane donna (qui l'attrice spagnola María Casares: pare che Cocteau avesse pensato inizialmente a Greta Garbo o Marlene Dietrich!) mi ha fatto pensare al "Sandman" di Neil Gaiman, dove si ritrova anche la parentela fra sonno e morte.

18 maggio 2012

Il sangue di un poeta (J. Cocteau, 1930)

Il sangue di un poeta (Le sang d’un poète)
di Jean Cocteau – Francia 1930
con Enrique Rivero, Lee Miller
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Nello stile delle sperimentazioni di Man Ray, Buñuel e Dalì (finanziate, come questa, dal visconte Charles de Noailles), una pellicola d’avanguardia e surreale che marca il debutto in campo cinematografico del poeta e scrittore Jean Cocteau: la sua carriera come regista riprenderà poi, dalla fine degli anni quaranta, con altri film ispirati alla figura dell’artista e in particolare al personaggio di Orfeo (di fatto questa è la prima parte di una “trilogia orfica” che proseguirà con “Orfeo” nel 1950 e “Il testamento di Orfeo” nel 1960). In una serie di “capitoli” che si succedono come in un sogno, senza una vera continuità, osserviamo un giovane e prestante pittore al lavoro su un ritratto femminile: sconcertato perché la bocca del volto che ha disegnato prende vita, la trasferisce prima sul palmo della propria mano e poi su una statua. Questa lo invita ad attraversare uno specchio, e il giovane si ritrova in un bizzarro albergo nelle cui stanze – dove spia attraverso i buchi della serratura – osserva tutta una serie di bizzarri personaggi (un rivoluzionario messicano che viene fucilato, una bambina sottoposta a crudeli “lezioni di volo”, un fumatore di oppio, un ermafrodita). Dopo un primo tentativo di suicidio, l’artista riattraversa lo specchio ed è testimone di una violenta battaglia fra ragazzi con le palle di neve: uno dei bambini muore, e dal suo petto un baro – che sta giocando a carte con una donna, incarnazione della statua di prima – estrae l’asso di cuori. Innegabile l’eleganza formale del film, così come il fascino della concatenazione puramente onirica di scenari e di eventi, ma rispetto ai lavori di Buñuel ("Un chien andalou" e "L'age d'or") si rimane con l’impressione che metafore, simboli, immagini e significati siano troppo pensati "a tavolino" per risultare realmente efficaci. Da allora, fra l'altro, la settima arte ha preso tutt’altre strade (anche se registi visionari come Lynch o Greenaway hanno dimostrato che non si vive di pura narrazione). Un filo conduttore comunque c’è, ed è quello dell’artista in cerca della gloria eterna (che raggiungerà, inevitabilmente, solo con la morte). La bella protagonista femminile, alla sua unica apparizione cinematografica (prima sotto forma di statua, poi in carne e ossa), è la fotografa americana Lee Miller, che negli anni venti fu una celebre modella, nonché assistente e amante di Man Ray.

15 maggio 2012

Dark Shadows (Tim Burton, 2012)

Dark Shadows (id.)
di Tim Burton – USA 2012
con Johnny Depp, Eva Green
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

Barnabas Collins, rampollo di una ricca famiglia europea di commercianti ittici trasferitisi nel New England nel diciottesimo secolo, viene trasformato in vampiro dalla gelosa strega Angelique, il cui amore aveva incautamente respinto. Dopo essere rimasto chiuso in una bara per quasi duecento anni, si risveglia in pieni anni settanta, entra in contatto con un mondo profondamente cambiato e scopre che i suoi discendenti se la passano male: farà di tutto per rimettere in sesto l’azienda di famiglia, anche perché dall’altro capo della barricata (in affari così come in amore) c’è ancora Angelique… Ispirato a una vecchia serie televisiva americana da noi sconosciuta, un progetto che aggiunge ben poco alle filmografie di Burton e di Depp. Pellicola dopo pellicola, il regista americano pare ormai chiudersi sempre di più nel suo universo gotico, manierista e autoreferenziale: qui cura solamente le scenografie e l’aspetto ‘dark’ dei personaggi, senza apparente interesse per la sceneggiatura o l’equilibrio complessivo del film, fra characters che entrano e escono a casaccio dalla storia, scomparendo per lunghi tratti di pellicola per poi ricomparire all’improvviso, elementi narrativi calati dal nulla (la licantropia della figlia maggiore), caratterizzazioni piatte e banali, gag stiracchiate e poco divertenti, incertezze sui toni da adottare (la commedia famigliare, il melodramma romantico, la ghost story, l’action soprannaturale) e una complessiva povertà di contenuti e di significati. Alla fine il lungometraggio si tiene a galla soltanto grazie agli interpreti e alla confezione (la fotografia è del francese Bruno Delbonnel, quello di “Amelie”). Anche l’ambientazione negli anni settanta, potenzialmente interessante, è poco sfruttata e si limita a uno sfondo costituito da luoghi comuni: un paio di accenni alla guerra, gli hippy più stupidi e stereotipati possibili, qualche brano musicale e una battuta (quella sul nome “femminile” di Alice Cooper) ripetuta almeno cinque volte. Depp, in compenso, sembra nato per fare il vampiro, così come Eva Green per fare la ‘vamp’. Nel cast anche Michelle Pfeiffer, Helena Bonham Carter (cui sono riservate diverse scene e battute piuttosto "cattive"), Chloë Moretz, Jackie Earle Haley e la semiesordiente Bella Heathcote nel ruolo della ragazza di cui Barnabas si innamora. In più, camei di Christopher Lee (il vecchio pescatore) e di Alice Cooper (nei panni di sé stesso).

12 maggio 2012

Troll Hunter (André Øvredal, 2010)

Troll Hunter (Trolljegeren)
di André Øvredal – Norvegia 2010
con Otto Jespersen, Glenn Erland Tosterud
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Nella tradizione di "Cannibal holocaust" e "The Blair Witch Project", un film in cui si finge di mostrare materiale filmato e rinvenuto per caso (una didascalia a inizio pellicola avvisa che la casa di produzione ha ricevuto i video in un pacco anonimo) come se tutto fosse vero. Un gruppo di studenti universitari, aspiranti documentaristi, vorrebbe intervistare un presunto bracconiere di orsi: ma scopriranno che l’uomo è invece un cacciatore di troll, i celebri giganti di pietra delle fiabe e delle leggende norvegesi, e che lavora agli ordini di un’agenzia governativa segreta con il compito di sterminare i mostri che escono dai loro territori, prima che qualcuno si renda conto della loro esistenza. Girato con pochi mezzi in luoghi isolati fra i boschi e le montagne del paese (gli effetti speciali sono ben integrati con il realismo della messinscena) e con attori semisconosciuti (ma i ruoli principali sono ricoperti da alcuni noti comici norvegesi), è stato un piccolo “caso” che ha meritatamente attratto l’attenzione della critica: anche perché non punta solo sulle atmosfere horror e le scene d’azione, ma sa costruire una trama interessante e soprattutto descrivere un personaggio – Hans, il cacciatore di troll – dotato di un certo spessore. Notevole la cura dei dettagli: dalla burocrazia del TST (il Troll Security Team), per cui per ogni troll ucciso bisogna riempire un modulo e fare rapporto con tutte le informazioni su come è stato trovato, all’intervista alla veterinaria che spiega perché alla luce del sole i troll si tramutino in pietra oppure esplodano, per non parlare di questioni “religiose” (i troll fiutano la presenza di chiunque creda nel Dio cristiano: i ragazzi si affrettano a negare di essere credenti, ma uno di loro – l'operatore – mente e farà una brutta fine, lasciandoci per un po’ con l’obiettivo incrinato; verrà sostituito da un'altra cameraman, che è musulmana!). Molti di questi dettagli giocano sulle tradizioni o su vari stereotipi norvegesi o scandinavi. Le immagini sullo schermo, naturalmente, sono tutte sempre in soggettiva: vediamo solo quello che è stato registrato dalla camera a mano impugnata da uno dei ragazzi. A parte alcune incongruenze (anche nei momenti più concitati o mentre è in fuga l'operatore riesce sempre a trovare la miglior inquadratura, per non parlare del montaggio fatto direttamente “in macchina” o della ripresa di dettagli che normalmente sarebbero stati ritenuti superflui), la scelta risulta efficace per coinvolgere lo spettatore e farlo sempre sentire nel mezzo dell’azione. Nel finale c’è una divertente gaffe del primo ministro norvegese, che durante un’intervista si lascia sfuggire una conferma dell'esistenza dei troll. Sui titoli di coda, l'inevitabile Grieg ("Nella sala del re della montagna").

10 maggio 2012

About Elly (Asghar Farhadi, 2009)

About Elly (Darbareye Elly)
di Asghar Farhadi – Iran 2009
con Golshifteh Farahani, Shahab Hosseini
***1/2

Visto in divx.

Alcuni amici di Teheran si recano sulle spiagge del Mar Caspio per trascorrervi un paio di giorni di villeggiatura. Del gruppo, oltre a tre coppie (fra cui quella formata da Amir e Sepideh, organizzatrice del viaggio), fanno parte Ahmad, tornato da poco dalla Germania e in cerca di una moglie, ed Elly, giovane insegnante che Sepideh ha invitato a unirsi a loro nella speranza che possa essere la donna giusta per l’amico. Ma la tragedia incombe: una mattina Elly scompare misteriosamente, inghiottita probabilmente dal mare in tempesta. Al momento di contattare i suoi familiari, si scoprirà che la ragazza era fidanzata, e che il fatto che abbia accettato di trascorrere alcuni giorni con degli sconosciuti (e soprattutto con Ahmad) solleverà dubbie questioni di ordine morale, oltre a far venire alla luce tutta una serie di menzogne e ipocrisie. Il film che ha fatto conoscere internazionalmente il talento di Asghar Farhadi (poi confermatosi ancor più alla grande con “Una separazione”), vincitore dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino, è un esempio di cinema iraniano diverso, meno stereotipato e più contemporaneo e attuale rispetto alle pellicole “poetiche” e neorealiste dei vari Kiarostami e Makhmalbaf. Con l'intenzione di ritrarre le contraddizioni delle nuove generazioni "moderne", descrivendone i conflitti con le tradizioni del paese islamico, il regista costruisce lentamente un’atmosfera di angoscia e di attesa: parte con toni allegri, spensierati e “vacanzieri”, prosegue con la fortissima tensione della scena del mare in tempesta (con il figlio di una delle coppie trascinato via dalle onde), si snoda poi sul mistero della scomparsa di Elly (che rievoca addirittura “L’avventura” di Antonioni) e trova infine una degna conclusione – man mano che i segreti di Elly ma anche quelli di Sepideh vengono svelati – nelle sequenze del confronto con il fidanzato: il gruppo di protagonisti si trova di fronte al dilemma se dire la verità all’uomo o se proteggere l'onore della ragazza scomparsa (ma anche il proprio). Il dramma, raccontato con estrema naturalezza e senza alcuna punta di intellettualismo, sfocia comunque in una riflessione quasi filosofica sull'importanza della verità, degli obblighi sociali, del giudizio degli altri: più o meno gli stessi temi che il regista svilupperà ancora più a fondo nel suo capolavoro successivo. Centrale, anche se sparisce di scena dopo neanche metà del film, l'enigmatica e contraddittoria figura di Elly, di cui gli altri personaggi scoprono di non conoscere nemmeno il nome completo ("Elly" è solo un nomignolo), per non parlare dei suoi desideri, delle sue motivazioni e del suo destino. Ottimi tutti gli attori, con una menzione particolare per la bella Golshifteh Farahani nei panni della tormentata Sepideh.

8 maggio 2012

Notting Hill (Roger Michell, 1999)

Notting Hill (id.)
di Roger Michell – GB 1999
con Hugh Grant, Julia Roberts
**

Visto in DVD, con Sabrina.

Anna Scott (Julia Roberts) è una celebre attrice hollywoodiana, famosa in tutto il mondo, la cui vita privata è sbattuta regolarmente sulle prime pagine dei tabloid. William Thacker (Hugh Grant) è invece un "tipo qualunque", timido proprietario di una libreria di viaggi nel pittoresco quartiere londinese di Notting Hill. Un giorno, casualmente, Anna entra nel negozio di Will: sarà l’inizio di un’improbabile storia d’amore. Enorme successo di pubblico (e boom di visite nei luoghi che fanno da sfondo alla vicenda) per un film che punta tutto su una sceneggiatura semplice ma che fa bene il suo lavoro. Il tema dell’incontro fra una celebrità apparentemente “irraggiungibile” e un uomo normale è un classico della commedia romantica, e viene qui svolto con buon gusto e sensibilità. Ma se nella prima parte la pellicola non manca di brio ed è ravvivata da situazioni spigliate ed esilaranti (Will che si finge un giornalista per poter avvicinare Anna) e da un discreto contributo dei personaggi di contorno (su tutti il grezzo coinquilino interpretato da Rhys Ifans), più si va avanti più ne diventano evidenti i limiti, dovuti soprattutto all’eccessiva prevedibilità (per non parlare dell’implausibile finale, con lei ad adattarsi alla vita di lui e non il contrario: qui però entra in gioco la sospensione dell’incredulità, assolutamente necessaria per potersi godere una storia di questo tipo, di fatto una fiaba). Chi cerca dolcezza e puro romanticismo, non contaminato da sberleffi, cinismo e volgarità, non resterà deluso. Gli amanti della commedia sofisticata e dei dialoghi brillanti, invece, si tengano stretti i vecchi e inarrivabili dvd di Cukor e Lubitsch. Lo sceneggiatore Richard Curtis – che abita proprio a Notting Hill ed è il vero autore della pellicola (il regista Roger Michell è solo un "esecutore") – aveva già lavorato con Hugh Grant in “Quattro matrimoni e un funerale” (e lo farà ancora ne “Il diario di Bridget Jones”): in seguito si darà anche alla regia con “Love Actually”.

6 maggio 2012

Incantesimo (George Cukor, 1938)

Incantesimo (Holiday)
di George Cukor – USA 1938
con Cary Grant, Katharine Hepburn
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Rivisto in DVD, con Eleonora, Ginevra e Ilaria.

Fidanzato con la ricchissima Julia Seton (Doris Nolan), figlia di un magnate newyorkese (Henry Kolker), l’umile self-made man Johnny Case (Cary Grant) scopre invece di trovarsi molto più a suo agio con la sorella di lei, Linda (una Katharine Hepburn più snella e radiosa che mai), la “pecora nera” della famiglia, l’unica che approva la sua scelta di prendersi una “vacanza” dopo il matrimonio e di non dedicarsi solamente all’accumulo di denaro. Insolita commedia romantica che per una volta non sfrutta l’ambiente dell’alta società come semplice sfondo per un gioco di contrasti o per dar vita a situazioni comiche o brillanti (anche se queste non mancano, grazie a caratteristi come Lew Ayres nei panni del fratello ubriacone delle due ragazze, o della coppia Edward Everett Horton/Jean Dixon in quelli dei coniugi Potter, professori universitari e “tutori” di Johnny) bensì per imbastire un serio discorso sulla natura del capitalismo e sull’antinomia fra autodeterminazione e rispetto della tradizione, fra sogni di libertà e concreta praticità. Johnny, più interessato a conoscere sé stesso che a fare fortuna, viene apertamente accusato dal promesso suocero di essere “anti-americano”: e tanto lui quanto Linda, per la loro natura di liberi pensatori, sono accusati fra le righe di idee comuniste (in una scena la ragazza racconta di aver collaborato con un sindacato senza sapere che l’azienda contro cui si era battuta apparteneva a suo padre). In anni scossi dalla grande depressione il tema era piuttosto controverso, e infatti la pellicola non riscosse un grande successo di pubblico. Splendidi gli intepreti. Il film è tratto da una commedia teatrale di Philip Barry che aveva esordito a Broadway nel 1928 e che era già stata portata sullo schermo nel 1930 (con Ann Harding e Mary Astor nel ruolo delle due sorelle e Robert Ames in quelli di Johnny). Si tratta del terzo dei quattro film con la coppia Grant/Hepburn come protagonista (dopo “Il diavolo e femmina” e “Susanna”, e prima di “Scandalo a Filadelfia”).

5 maggio 2012

Berlinguer, ti voglio bene (G. Bertolucci, 1977)

Berlinguer, ti voglio bene
di Giuseppe Bertolucci – Italia 1977
con Roberto Benigni, Alida Valli
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

L'esordio alla regia di Giuseppe Bertolucci, fratello di Bernardo, coincide con quello sul grande schermo di Benigni, fino ad allora semisconosciuto ed esuberante attore teatrale e d'avanguardia. Il film, che lascia ampio spazio all'istrionismo e all'improvvisazione del comico toscano, racconta delle difficoltà sociali del giovane Mario Cioni (personaggio che Benigni aveva già incarnato in teatro e in tv), che bighelloneggia con gli amici fra sale cinematografiche (nella speranza di vedere donne nude sullo schermo) e balere alla continua e inutile ricerca di un contatto con l'altro sesso, ma soprattutto del suo difficile rapporto con una mamma (Alida Valli) che lo detesta, che cerca di farlo sposare con una ragazza zoppa pur di farlo andare via di casa, e che alla fine sarà conquistata proprio da uno degli amici di Mario, al quale il ragazzo l'aveva "concessa" in cambio del pagamento di un debito di gioco. Raccolta farsesca (e ai limiti del provocatorio) di sketch estemporanei e di situazioni nonsense, condite da un forte turpiloquio la cui volgarità si attenuerà notevolmente nei film successivi dell'attore (decisamente più per famiglie), il film salta confusamente di palo in frasca e si regge solo sulle spalle della "marionetta" Benigni, che mette subito in luce tutto il suo talento fisico e verbale (memorabile la camminata notturna in cui sciorina parolacce a ripetizione). Ai temi esistenzialisti e politici del cinema impegnato di quegli anni – qui perlopiù virati in burletta (vedi la scena della tombolata nella casa del popolo, cui segue un surreale dibattito sulla parità fra i sessi) – viene sovrapposta una forte ossessione per la sfera sessuale, sebbene filtrata attraverso gli occhi di un personaggio ingenuo, "candido" e infantile, il cui unico punto fermo nella vita continua a essere la mamma. Il titolo fa riferimento, oltre che alla condizione proletaria e operaia del gruppo di protagonisti, al volto dell'allora segretario del Partito Comunista che si ritrova appiccato su uno spaventapasseri nei campi, con il quale Benigni si ferma a conversare nel corso delle sue peregrinazioni notturne.

3 maggio 2012

The Avengers (Joss Whedon, 2012)

The Avengers (id.)
di Joss Whedon – USA 2012
con Robert Downey Jr., Samuel L. Jackson
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno (in 3D), con Monica ed Elena.

Il perfido Loki si è impadronito del cubo cosmico, ha stretto alleanza con un esercito di alieni e intende conquistare la Terra! Per fronteggiare i suoi loschi piani, il colonnello Nick Fury mette insieme una squadra di supereroi, formata dal dio del tuono Thor, fratello di Loki; da Capitan America, il supersoldato della seconda guerra mondiale; dall'invincibile Iron Man, dietro la cui armatura si cela l’industriale Tony Stark; dall’incredibile Hulk, alter ego incontrollabile dello scienziato Bruce Banner; dalla Vedova Nera, l’affascinante spia russa Natasha Romanov; e da Occhio di Falco, infallibile arciere al servizio dello SHIELD. Messe da parte le iniziali incomprensioni e la scarsa tendenza a lavorare in gruppo, i sei eroi sapranno darsi man forte e sconfiggere il potente nemico. Preannunciato da lungo tempo con ammiccamenti nelle varie pellicole dedicate in precedenza ai singoli eroi Marvel, ecco finalmente il film sul supergruppo per eccellenza dell’universo creato da Stan Lee (il quale compare, come suo solito, in un breve cameo: è fra le persone intervistate in tv nel finale). In una pellicola – così come in un fumetto – di questo tipo, è fondamentale una buona alchimia fra i tanti personaggi, che devono essere ben caratterizzati individualmente ma anche funzionare come un tutt'uno. E in questo caso per fortuna è così: ciascuno ha la propria occasione di brillare, tanto nelle scene d’azione (quello che “spacca” di più è Hulk, protagonista di alcune sequenze esilaranti) che in quelle di dialogo (dove si conferma il carisma di Iron Man, sicuramente il personaggio più interessante della recente ondata di film Marvel). E se Thor e Captain America rimangono i character più a rischio di ridicolo, scontando maggiormente la loro natura di eroi di carta, il ritmo forsennato, le spettacolari scene d’azione e i continui battibecchi contribuiscono a reggere in piedi l'ipertrofico baraccone fino alla fine, rendendolo apprezzabile anche da uno spettatore rimasto finora a digiuno di lungometraggi supereroistici, purché non ci si aspetti molto di più che continue e dinamiche scazzottate fra eroi in costume. Non mancano le strizzatine d’occhio per i "Marvel Zombies", come sono chiamati gli aficionados dei comics, gli unici che riconosceranno il super-cattivone mostrato nel finale (l’alieno viola che sogghigna all’idea di corteggiare la morte). Con l’eccezione del bravo Mark Ruffalo nel ruolo di Bruce Banner (che sostituisce i precedenti Eric Bana ed Edward Norton), gli altri interpreti sono gli stessi delle ultime incarnazioni dei vari eroi sul grande schermo, a dimostrazione di come il crossover sia stato pianificato con grande cura: Robert Downey Jr. per Iron Man, Chris Evans per Capitan America, Chris Hemsworth per Thor, Scarlett Johansson per la Vedova Nera (già vista in “Iron Man 2”) e Jeremy Renner per Occhio di Falco (già visto in “Thor”), più Samuel L. Jackson per Nick Fury e Tom Hiddleston per Loki. Brillante new entry, l’agente Maria Hill interpretata dalla bella Cobie Smulders. Il ricco cast è completato, oltre che da alcuni comprimari già visti anch'essi nei film precedenti (Gwyneth Paltrow è Pepper Potts, la segretaria/amante di Tony Stark; Stellan Skarsgård è Erik Selvig, l’astrofisico amico di Thor; Clark Gregg è l’agente Phil Coulson, vero “collante” della squadra, qui alla sua ultima apparizione), anche due guest star d’eccezione: Jerzy Skolimowski nei panni di un corrotto generale russo e Jenny Agutter in quelli di un membro del misterioso “consiglio” da cui dipende lo SHIELD. Nell’unica scena in cui Hulk parla, la voce in originale è quella di Lou Ferrigno. Inutile il 3D, anonima la regia. Anche se il titolo del film è “The Avengers” (continuando nella politica di lasciare invariati i nomi in inglese, come in “Spider-Man” e “Captain America”), per fortuna nel doppiaggio viene talvolta usato anche l’italiano “Vendicatori”.