28 aprile 2012

Donne della notte (K. Mizoguchi, 1948)

Donne della notte (Yoru no onnatachi)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1948
con Kinuyo Tanaka, Sanae Takasugi
**1/2

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Rimasta vedova dopo la guerra, e avendo perso il suo unico figlio per malattia, Fusako (Kinuyo Tanaka) trova lavoro come segretaria presso un losco imprenditore, di cui diventa la mantenuta: ma quando scopre che l’uomo ha una relazione anche con sua sorella Natsuko, abbandona tutto per fare la prostituta, cedendo al desiderio di vendetta nei confronti degli uomini quando non lo aveva fatto, per orgoglio, nemmeno a causa della povertà. Partita alla sua ricerca, Natsuko viene a sua volta risucchiata nei bassifondi, così come lo sarà la giovanissima Kumiko, fuggita di casa e circuita da un giovane studente che si approfitta di lei: ma alla fine le tre donne, con il reciproco sostegno, sapranno trovare la forza per riconquistare una propria salvezza. A causa del divieto (imposto dagli americani) di realizzare film storici e in costume, anche il cinema giapponese nel dopoguerra ebbe la sua fase ‘neorealista’: e Mizoguchi, interessato come sempre ad esplorare l’universo femminile, vi partecipò con questa pellicola su un tema che tornerà poi ad affrontare – con maggiore lucidità ed efficacia – nel suo ultimo film, “La strada della vergogna”. Il lungometraggio, come scrive Dario Tomasi, "si inserisce in un filone ben preciso del cinema giapponese, che troverà poi nei lavori di Seijun Suzuki il suo esito più alto, quello dei pan-pan mono ovvero dei film dedicati alle prostitute di strada, quelle che nel dopoguerra si vendevano ai soldati americani (cosa che ovviamente potrà essere mostrata sullo schermo solo dopo la fine dell'occupazione yankee)". Ma Mizoguchi è più interessato alle parabole “melodrammatiche” dei singoli personaggi che a descrivere un quadro sociale o d’insieme (anche se non mancano spunti in tal senso: vedi la scena in cui, all’assistente sociale che vorrebbe riportarle sulla “buona strada” e che afferma "Se queste ragazze avessero uno spirito puro, non si degraderebbero così", le donne rispondono sdegnosamente “Crede forse che lo facciamo perché ci diverte?”). Le sue prostitute sono costrette a “fare la vita” dalla povertà (le conseguenze della guerra, che ha lasciato molte di loro senza un sostegno o una famiglia), dal destino (vedi la storia parallela di Kumiko) o da un cinico desiderio di rivalsa e di vendetta nei confronti di un mondo maschile corrotto (nel caso di Fusako). Come sempre nei film del regista nipponico, però, questo tentativo di ribellione non conduce le donne a una maggiore libertà ma soltanto all’autodistruzione, benché in questo caso nel finale si suggerisca una possibilità di redenzione. La pellicola soffre forse per una certa schematicità delle vicende che fa intravedere una costruzione programmatica e “a tavolino”, ma offre comunque una serie di sequenze di forte impatto (l’incontro fra le due sorelle nella clinica; il finale in cui Fusako, dopo aver visto la china in cui sta per sprofondare Kumiko, si convince finalmente a uscire anche lei – finché può – da quel mondo di disperazione) che a livello di stile virano più sull'espressionismo che sul neorealismo (memorabile, per esempio, l'immagine della Madonna con il bambino nella scena finale, che sembra alludere alla natura universale, di donna e di madre, del personaggio principale). Curiosamente il regista mette in ellissi invece altri momenti topici (non ci viene mostrato nulla, per esempio, di ciò che accada a Fusako fra la sua fuga e il momento in cui Natsuko la ritrova). Resta impressa anche la descrizione delle “bande” di ragazze che con i loro rituali, la solidarietà interna ma anche l’ostilità e la violenza verso chi non fa parte del gruppo, assomigliano quasi a gruppi di yakuza al femminile, anche se naturalmente la loro "corruzione" è sempre soltanto un riflesso (e un effetto) di quella del mondo esterno e maschile (“Anche il fiore più puro è destinato ad appassire in una miniera di carbone”).

3 commenti:

marco c. ha detto...

Il mio primo Mizoguchi. Un film neorealista? Mi ricordava qualcosa di Rossellini, sull'esempio di "Germania Anno 0", se non nella trama, almeno nel linguaggio e soprattutto nell'atmosfera. L'ho visto anni fa, spero di averne ancora un ricordo abbastanza chiaro. Comunque, rispetto agli altri del Maestro, è un'opera minore, e come dici tu, sicuramente di genere. Ho provato a recuperarlo in giro, ma non si trova. Di M. è già difficile scovare le opere maggiori, figuriamoci questa. Ciao

Sabrina ha detto...

La donna. Affannata, abusata, umiliata, degradata. L'universo femminile indagato quando la miseria rende lusso la dignità. Mizoguchi ci propone un affresco limpido e colmo dei topoi cardine della psicologia ginoide: dall'istinto materno alla sensibilità estetica, dalla centralità amorosa alla reattività emotiva. Una panoramica estesa e densa in cui l'analisi cede necessariamente il passo alla sintesi. Lo stesso modus resumendi dominato dalle panoramiche a scorrimento orizzontale e quasi privo di primi piani ne palesa il carattere prospettico. Pertanto, seppur meritevole per il costrutto narrativo, la nitidezza dei dialoghi e la congruità delle inquadrature, permane una superficialità strutturale che lascia un retrogusto d'incompiutezza nello spettatore. Più che apprezzabile ma non imperdibile.

Christian ha detto...

Marco: Sì, non ho dubbi nel ritenerlo forse il film più "neorealista" di tutta la filmografia di Mizoguchi, almeno per quanto riguarda i contenuti (lo stile, come ho scritto, invece è sempre molto personale ed espressionista). La copia che ho visto era una registrazione da "Fuori Orario": santo Ghezzi!

Sabrina: Concordo, in questo ritratto di miserie femminili manca qualcosa. Mizoguchi sembra incapace o non interessato a riservare allo sfondo la stessa attenzione che dedica alle figure in primo piano (soprattutto a Fusako, personaggio sempre centrale della pellicola anche quando non compare in prima persona). D'altronde è sempre stato un "pittore di figure umane", come l'Utamaro cui ha dedicato un film, più che di paesaggi o di scenari sociali. Forse è per questo che il neorealismo non gli è così congeniale.