7 marzo 2012

Il fiume (Jean Renoir, 1951)

Il fiume (The river)
di Jean Renoir – Francia/India/USA 1951
con Patricia Walters, Thomas E. Breen
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

L'adolescente inglese Harriet vive con la famiglia sulle rive di "uno dei tanti fiumi sacri dell'India, le cui acque scendevano dalle nevi eterne dell'Himalaya per gettarsi nel golfo del Bengala" (anche se il nome non viene mai specificato, il riferimento è al Gange o a uno dei suoi tributari), dove il padre gestisce una fabbrica di iuta e la madre è impegnata a sfornare figli ma soprattutto figlie (ben cinque, che diventeranno sei prima della fine del film). L’arrivo di John, giovane eroe di guerra americano, ospite di un vicino di casa, sconvolgerà la tranquilla esistenza della ragazza, così come quella delle amiche Valerie e Melanie (quest'ultima mezzosangue, di padre inglese e madre indiana), che vivranno così i primi amori e le prime delusioni. Con una trama esile e dall’incedere quieto e minimalista, basata sui personaggi più che sugli eventi (la storia è tratta da un romanzo semi-autobiografico di Rumer Godden, autrice anche di “Narciso nero” e co-sceneggiatrice insieme a Renoir), il film è “al tempo stesso una meditazione sui rapporti degli esseri umani con la natura e la storia della crescita di tre ragazze” e ha avuto il merito di mostrare per la prima volta l’India più “autentica” agli spettatori occidentali, abituati fino ad allora alle fasulle ricostruzioni in studio che caratterizzavano i film di Hollywood. Certo, l’India rimane comunque uno scenario esotico e misterioso, filtrato attraverso uno sguardo più interessato a costruirne una propria rappresentazione artistica che a comprenderlo davvero, e questo nonostante il regista (che nel 1949 era reduce dalla fallimentare esperienza hollywoodiana, e si apprestava a tornare in Europa) punti molto su scenari realistici e inserti quasi da documentario, con una certa attenzione alle usanze e alle credenze locali. La strana e ingenua commistione fra il mondo cristiano/occidentale e quello indù/bengalese è evidente in personaggi come Melanie o come suo padre, che si costruisce una propria "filosofia della sottrazione" a partire da quella indiana, ma anche nei continui riferimenti ai miti della creazione e della distruzione (le storie di Krishna o Kalì) o della metempsicosi (la sorellina più piccola di Harriet, mentre gioca con la sua bambola, spiega che i bambini possono nascere e rinascere più volte). Il principale tema conduttore, comunque, è quello che vede rispecchiare lo scorrere della vita (amori, morti e nascite) in quello delle placide acque del fiume; nasce da qui la serena accettazione di cambiamenti e tragedie, che si tratti delle vicissitudini sentimentali (per le tre ragazze), del lutto per la morte di un figlio (per i genitori di Harriet), della perdita di una gamba (per John). L’intera vicenda è narrata, attraverso il tempo e i ricordi, dalla voce fuori campo di una Harriet cresciuta. Fu il primo film a colori di Renoir, che si preoccupò molto di dare alla pellicola tonalità veriste e luminose (la fotografia è del nipote Claude Renoir). La pellicola influenzò il giovane bengalese Satyajit Ray, che dopo aver assisitito alle riprese – e collaborato alla scelta delle location – decise di diventare regista a sua volta (esordì quattro anni dopo con il primo film della trilogia di Apu, “Il lamento sul sentiero”). Ma rivisto oggi, nonostante la sua aura di capolavoro, appare un po' sopravvalutato e non all'altezza dei grandi film di Renoir degli anni trenta, anche per la recitazione non certo esaltante da parte di interpreti non professionisti.

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