31 dicembre 2012

Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato (Peter Jackson, 2012)

Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato
(The Hobbit: An Unexpected Journey)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2012
con Martin Freeman, Ian McKellen
***

Visto al cinema Arcadia di Melzo (in 3D), con Monica, Roberto, Sabrina e altra gente.

Nel redigere le sue memorie, l'hobbit Bilbo Baggins rievoca l'avventura che l'ha portato per la prima volta fuori dalla Contea, sessant'anni prima degli eventi narrati nella saga de "Il Signore degli Anelli". In compagnia dello stregone Gandalf e di un gruppo di tredici nani, guidati dal principe Thorin Scudodiquercia, era partito per raggiungere Erebor, la Montagna Solitaria, con l'obiettivo di riconquistare il tesoro e il regno che il drago Smaug aveva depredato anni prima. Nel corso dell'avventura, fra le altre cose, Bilbo incontrerà la creatura chiamata Gollum e si impadronirà dell'anello magico che rende invisibili e che sarà al centro della successiva epopea. Dopo lo straordinario successo della trilogia cinematografica imperniata sulle avventure di Frodo, tutti gli appassionati auspicavano un adattamento anche del primo romanzo di Tolkien, pubblicato nel 1937, che ne costituisce l'antefatto. A lungo in lavorazione (avrebbe dovuto dirigerlo Guillermo Del Toro, con Peter Jackson "confinato" nel ruolo di produttore, ed essere diviso in due film), alla fine è stato realizzato dallo stesso Jackson, coadiuvato da gran parte dei suoi soliti collaboratori (a partire da Fran Walsh e Philippa Boyens alla sceneggiatura), e diviso addirittura in tre pellicole. Per rimpolpare la vicenda (il libro è notevolmente più "leggero" rispetto alla trilogia dell'anello, e forse un film solo sarebbe stato sufficiente), Jackson e soci hanno deciso di ricorrere a materiale proveniente da altri scritti tolkieniani (in particolare dalle appendici de "Il Signore degli Anelli") e di esplicitare eventi che nel testo erano solamente sottintesi (la minaccia del Negromante e le riunioni del Bianco Consiglio, ovvero il gruppo dei saggi della Terra di Mezzo, composto – fra gli altri – da Elrond, Galadriel e Saruman). Se alcune di queste scelte possono essere catalogate come fan service (come la ricomparsa di personaggi e attori della prima trilogia), non c'è dubbio che la realizzazione di ben tre film e la presenza nel cast di attori già noti non farà che bene alle casse dei produttori.

Meno epico, più umoristico e "quotidiano" anche nei suoi momenti più avventurosi, "Lo Hobbit" può forse deludere chi, non conoscendo il libro di Tolkien (scritto per i propri figli, e dunque essenzialmente un romanzo per bambini), si attendeva un'evoluzione rispetto a "Il Signore degli Anelli", di cui invece non solo è un prequel ma, di fatto, una versione in scala ridotta, con un ritmo più rilassato e un mood tutto particolare che si traduce quasi in una rimpatriata fra vecchi amici o in un racconto da narrare attorno al fuoco. Naturalmente il fascino della Terra di Mezzo, il vasto e dettagliato mondo immaginario in cui si svolge la vicenda, rimane intatto, grazie alla regia visionaria di Jackson, ai magnifici scenari naturali della Nuova Zelanda, alla cura immessa nei costumi e nelle scenografie, e alla dinamica fotografia di Andrew Lesnie. Si comincia con una narrazione dei retroscena della vicenda, con l'attacco di Smaug a Erebor e la fuga dei nani dalla montagna (nell'occasione si intravede già Thranduil, re degli elfi di Bosco Atro e padre di Legolas, che rifiuta di correre in loro aiuto, esacerbando ulteriormente la rivalità fra elfi e nani). Ma il vero inizio è costituito dalle belle sequenze ambientate nella Contea, con l'incontro fra Bilbo e Gandalf e poi l'arrivo dei nani e i preparativi della quest. Fra le scene cult, l'incontro con i tre troll (meno caricaturale rispetto al testo tolkieniano), la gara di enigmi fra Bilbo e Gollum, la battaglia fra i giganti di pietra nelle montagne, la fuga dalle caverne dei goblin (forse esageratamente "videogiocosa") e la lotta finale con i mannari (qui cavalcati da un gruppo di orchi guidati da Azog, personaggio il cui ruolo è stato accresciuto a dismisura per creare un antagonista riconoscibile per il primo film), con la successiva fuga sul dorso delle aquile che conclude questa prima parte della storia. La colonna sonora di Howard Shore recupera diversi temi de "Il Signore degli Anelli", ma ne aggiunge anche di nuovi: su tutti quello dei nani, la cui melodia è utilizzata anche per la ballata lenta "Misty Mountains" (una delle due canzoni presenti nel film, entrambe cantate dai nani: d'altronde nel libro le poesie che fungevano da "intermezzi musicali" erano numerose).

Bravo Martin Freeman (attore britannico che ricordiamo come Arthur Dent ne "La guida galattica per autostoppisti", Rembrandt nel "Nightwatching" di Peter Greenaway e Watson nel serial televisivo "Sherlock"), la cui recitazione e la cui mimica a tratti ricordano in maniera impressionante quelle di Ian Holm (che ricompare in alcune scene nei panni di Bilbo da anziano); sontuoso come sempre Ian McKellen nei panni di Gandalf il Grigio, mentre fanno ritorno Hugo Weaving/Elrond, Cate Blanchett/Galadriel (assistiamo qui per la prima volta a un confronto fra la dama elfica e Gandalf, visto che ne "La compagnia dell'anello" lo stregone era già scomparso quando i nostri eroi giungevano a Lórien), Christopher Lee/Saruman e – nell'incipit – Elijah Wood/Frodo. Andy Serkis torna a vestire "virtualmente" i panni digitali di Gollum, ma si occupa anche di dirigere la seconda unità. Fra le new entry, spiccano Sylvester McCoy (già settimo dottore in "Doctor Who") nella parte di Radagast il Bruno (lo stregone che ha scelto di vivere in simbiosi con la natura, fra piante e animali: nei libri di Tolkien viene a malapena citato, mentre qui ha il suo momento di gloria) e soprattutto Richard Armitage in quella di Thorin Scudodiquercia, vero motore della vicenda. Una scelta azzeccata è stata quella di differenziare notevolmente l'uno dall'altro – dal punto di vista estetico e caratteriale – i tredici nani, che nel libro (a parte alcune eccezioni, come Thorin, Balin e Bombur) rimangono invece indistinti a parte per il nome. Chi temeva di trovarsi di fronte a tredici cloni di Gimli ha dovuto ricredersi: l'unico il cui aspetto assomiglia al nano de "Il Signore degli Anelli" è Glóin, il che è naturale, trattandosi di suo padre. Per il resto, sono tutti diversi (per barbe, nasi, capelli, corporatura, abbigliamento, armi) e a dire il vero non tutti convincenti come nani: alcuni di essi (i più giovani Kili e Fili, ma anche Thorin), a parte la statura, potrebbero benissimo passare per uomini. Oltre che in 3D, il film è uscito nelle sale anche in versione HFR (High Frame Rate, una tecnologia che consente di proiettare 48 fotogrammi al secondo anziché i consueti 24), tutta roba che aggiunge poco o nulla alla visione (anzi, il 3D rende eccessivamente confuse e impastate le scene d'azione, soprattutto nelle carrellate laterali) e di cui si poteva benissimo fare a meno.

29 dicembre 2012

Vita di Pi (Ang Lee, 2012)

Vita di Pi (Life of Pi)
di Ang Lee – USA 2012
con Suraj Sharma, Irrfan Khan
**1/2

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Sabrina, Marco ed Eleonora.

L'indiano Piscine Molitor Patel (che prende il suo bizzarro nome da una piscina di Parigi), detto "Pi", racconta a uno scrittore – giunto da lui in cerca di materiale per un libro – l'incredibile vicenda che lo ha visto protagonista da giovane. Sin da adolescente, nella sua ricerca di spiritualità, era entrato in contatto – oltre che con l'induismo – anche con il cristianesimo e l'islam, finendo con l'abbracciare tutte e tre le religioni. Durante un viaggio per mare verso il Canada con la sua famiglia (il padre, proprietario di uno zoo, aveva deciso di trasferire la sua attività oltreoceano, portando con sé tutti gli animali), la nave su cui era a bordo viene investita da una tempesta e fa naufragio, e Pi si ritrova su una scialuppa di salvataggio insieme a Richard Parker, una feroce tigre del bengala. Navigherà in mezzo all'oceano per diversi mesi, sopravvivendo grazie a mille risorse e alla forza di volontà, lottando contro la fame e la sete e cercando in ogni modo di tenere a bada – e in vita – l'animale, prima di approdare sano e salvo sulla terraferma. Tratto dal romanzo omonimo di Yann Martel, il film affascina per la bellezza delle immagini (difficile togliersi dalla mente le distese marine e gli straordinari incontri notturni con le meduse o la balena) e la consueta capacità affabulatoria di Ang Lee (che lo ha diretto dopo gli iniziali rifiuti di M. Night Shyamalan, Alfonso Cuarón e Jean-Pierre Jeunet). Convince meno invece quando vorrebbe emozionare o – peggio ancora – far riflettere sull'esistenza (o meno) di Dio. Agli ufficiali giapponesi della compagnia di navigazione che gli chiedono di raccontare la sua avventura, infatti, Pi fornisce due versioni diverse: quella fantastica e inverosimile che anche noi spettatori abbiamo visto sullo schermo, e una alternativa, più credibile e prosaica, in cui il ragazzo si trova sulla scialuppa in compagnia del cuoco di bordo (interpretato da Gérard Depardieu) e da altri due passeggeri che il cuoco uccide per nutrirsi della loro carne. Al termine del racconto, il ragazzo domanda agli ufficiali quale delle due storie preferiscano. E poiché non è possibile dimostrare quale sia quella vera (né la cosa è rilevante per determinare la causa del naufragio), essi scelgono quella "più bella", ossia quella con la tigre. La fede in Dio, cioè la decisione di credere nella sua esistenza, secondo Pi agisce nello stesso modo: un mito, si sa, ha più fascino rispetto alla cruda realtà dei fatti. Ma il fardello teologico e filosofico, peraltro banalotto, appesantisce un film che dal punto di vista del comparto tecnico è invece un vero gioiellino: ottimi, per esempio, gli effetti visivi (la tigre e gli altri animali sono ovviamente digitali), il cui ampio utilizzo – per non parlare della scelta del 3D – ha portato i geni del marketing a pubblicizzare la pellicola come "Il nuovo Avatar". Curiosamente, proprio la consapevolezza di aver assistito a una finzione cinematografica cancella in parte l'ambiguità del finale (e guarda caso, la seconda versione della storia non viene mostrata per immagini ma soltanto narrata a parole del protagonista).

28 dicembre 2012

L'arco (Kim Ki-duk, 2005)

L'arco (Hwal)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2005
con Jeon Seong-hwang, Han Yeo-reum
**

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Su un barcone ancorato al largo della costa vivono un vecchio e una ragazza, che lui ha trovato quando era una bambina e che tiene con sé con l'intenzione di sposarla non appena avrà compiuto diciassette anni. Il vecchio si guadagna da vivere portando sulla chiatta (tramite una barca a motore) piccoli gruppi di pescatori, dai quali talvolta è costretto a difendere la ragazza per mezzo del suo arco: con questo è inoltre in grado di "prevedere il futuro" in maniera bizzarra, ossia scagliando frecce contro l'immagine di Buddha dipinta sulla fiancata del barcone mentre la ragazza vi si dondola davanti con un'altalena. Proprio quando il compleanno della ragazza è ormai imminente (e il vecchio ha già acquistato gli abiti per il matrimonio), lei si innamora di un giovane pescatore... Un'ambientazione che ricorda in parte "L'isola" (le piattaforme galleggianti per i pescatori), ma anche "Primavera, estate, autunno, inverno" (il luogo circondato dall'acqua, raggiungibile solo con una barca) e "The Birdcage Inn", per un film che però non riesce a rivelarsi alla loro altezza: se la scenografia ha il suo fascino e la bellezza delle immagini è innegabile (così come quella della protagonista, acerba e maliziosa al tempo stesso), il simbolismo è alquanto scontato (vedi il finale, con la freccia scagliata in aria – ovvero lo spirito del vecchio – che ricade dal cielo per togliere la verginità alla ragazza), troppi elementi sono buttati lì (l'arco che viene utilizzato anche come strumento musicale), e soprattutto c'è molta "poeticità" gratuita, che spesso si traduce in uno sfoggio di estetica fine a sé stessa, manieristica e non sempre sincera. I due personaggi principali non parlano mai, anche se ovviamente non sono muti.

27 dicembre 2012

Una poltrona per due (John Landis, 1983)

Una poltrona per due (Trading places)
di John Landis – USA 1983
con Eddie Murphy, Dan Aykroyd
***

Rivisto in TV, con Alberto ed Eva.

Per verificare se l'indole di una persona è determinata dalle sue qualità innate oppure se è l'ambiente in cui vive a formarne il carattere, i fratelli Randolph e Mortimer Duke – magnati della finanza e proprietari di un'azienda di consulenza e brokeraggio di Philadelphia – scommettono un dollaro sull'esito di un "esperimento scientifico": scambieranno di posto Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd), il loro più valente impiegato (educato nelle migliori scuole, genio della finanza e fidanzato con la loro nipote Penelope), e Billy Ray Valentine (Eddie Murphy), uno straccione e ladruncolo che vive di truffe ed espedienti. L'esperimento riesce: Valentine si cala perfettamente nel ruolo dello yuppie e dimostra inaspettate doti finanziarie, mentre Winthorpe, accusato di furto e di spaccio di droga, si ritrova abbandonato da tutti e precipita all'ultimo gradino della scala sociale. Ma quando i due scopriranno di essere stati manipolati dai Duke, che per di più hanno l'intenzione di abbandonarli entrambi al proprio destino, uniranno le forze e sapranno vendicarsi. Forse ispirato al romanzo di Mark Twain "Il principe e il povero", il film di Landis è un moderno classico di Natale, riproposto immancabilmente dalla televisione italiana durante le feste, nonché uno dei più celebri film del regista, di Dan Aykroyd (entrambi reduci da "The Blues Brothers" e "vedovi" di John Belushi, che era morto l'anno prima) e soprattutto di Eddie Murphy (a inizio carriera e al suo secondo successo dopo "48 ore"). La caratterizzazione dei personaggi, i calcolati tempi comici (dettati soprattutto dalla contagiosa energia di Murphy), l'acuta analisi sociale, le reminescenze di Preston Sturges tengono a freno l'anarchia narrativa di Landis, che nell'occasione sforna una delle sue migliori regie. Memorabile la scena finale nella borsa valori, a colpi di contrattazioni sul prezzo del "succo d'arancia surgelato": insieme a "Wall Street" di Oliver Stone, la pellicola divenne uno dei simboli degli anni Ottanta reaganiani, un decennio particolarmente contrassegnato dal dilagare del yuppismo e delle speculazioni finanziarie. Geniale, a tal proposito, il doppio senso del titolo originale. Grande cast: oltre ai due protagonisti, brillano Jamie Lee Curtis nel ruolo di Ophelia, la prostituta che aiuta Winthorpe dopo che questi è caduto in disgrazia (un ruolo che per la prima volta la affrancava dal genere horror, di cui fino ad allora era stata assidua frequentatrice, e che ben prima di "Un pesce di nome Wanda" ne metteva in luce – oltre alle tette! – le qualità comiche), e il veterano inglese Denholm Elliot, il maggiordomo prima di Winthorpe e poi di Valentine. I fratelli Duke sono invece interpretati da due vecchie volpi della commedia americana, Don Ameche e Ralph Bellamy. Paul Gleason è infine Clarence Beeks, l'agente al servizio dei Duke per i lavori sporchi. C'è anche una comparsata, nel finale, per un giovane James Belushi nei panni dell'uomo con il costume da gorilla (a proposito: chissà come mai gli americani a Capodanno si travestono come se fosse Carnevale?). La colonna sonora di Elmer Bernstein saccheggia ampiamente l'ouverture da "Le nozze di Figaro" di Mozart: si veda in particolare l'incipit, dove la melodia mozartiana accompagna la Philadelphia che lavora e che si sveglia al mattino, fino a introdurci nella lussuosa villa di Winthorpe. Una curiosità: nel 2010, quasi trent'anni dopo l'uscita del film, una nuova regolamentazione dei mercati finanziari in America ha preso il nome di "Eddie Murphy rule", proprio perché mira a evitare l'insider trading attraverso l'utilizzo di informazioni governative riservate (come vorrebbero fare i fratelli Duke nel film).

25 dicembre 2012

Ralph Spaccatutto (Rich Moore, 2012)

Ralph Spaccatutto (Wreck-It Ralph)
di Rich Moore – USA 2012
animazione digitale
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Ralph Spaccatutto è il "cattivo" di un vecchio videogioco arcade, "Felix Aggiustatutto", dove ha il compito di danneggiare un palazzo che l'eroe dovrà appunto rimettere a posto. Il suo sogno è però quello di diventare un "buono", per ricevere rispetto, onori e magari anche una medaglia come quelle che Felix vince ogni volta che completa la sua missione. Decide così di trasferirsi in un altro videogame, visto che – quando la sala giochi è chiusa – i personaggi sono liberi di interagire fra loro e di spostarsi da un ambiente all'altro. Costruito su un'idea simile a quella di "Toy Story" (i giocattoli, se non ci sono bambini o esseri umani attorno, si animano e conducono una vita propria), è forse il primo lungometraggio in animazione digitale della Disney a reggere il confronto con quelli della Pixar: guarda caso, c'è John Lasseter come produttore esecutivo. L'effetto nostalgia (la maggior parte dei videogame sono coin-op "vecchio stile"), le apparizioni di personaggi dei titoli più svariati (da Pac-Man a Q*bert, da Street Fighter a Tapper), le citazioni rivolte ai videogiocatori di lunga data (il "Konami code" che Re Candito utilizza come combinazione, o i graffiti sulle pareti della stazione centrale quali "Aerith lives" e "All your base are belong to us") e la grafica accattivante sono solo ciliegine sulla torta di un film comunque apprezzabilissimo anche da chi non conosce i videogiochi: colorato, dinamico, coinvolgente, divertente, con almeno un plot twist (la rivelazione dell'identità del cattivo) che giunge inaspettato benché preparato con largo anticipo, e a tratti anche commovente, per come sa trattare in maniera fresca e leggera i classici temi dell'amicizia, dell'autostima e dell'accettazione del proprio ruolo. Non si può che concordare con la recensione di Variety: "With plenty to appeal to boys and girls, old and young, Walt Disney Animation Studios has a high-scoring hit on its hands in this brilliantly conceived, gorgeously executed toon, earning bonus points for backing nostalgia with genuine emotion". Fra le scene cult sono da ricordare la riunione dei cattivi (fra i quali si riconoscono uno dei fantasmini di Pac-Man, Zangief e M. Bison di Street Fighter, Bowser di Super Mario Bros.) e il riferimento (non fine a sé stesso, peraltro, ma del tutto funzionale alla trama) all'esplosiva combinazione fra Coca-Cola e Mentos. I tre videogame in cui si svolge l'azione, diversissimi fra loro per mood e stile grafico (e ai quali è possibile giocare veramente, sul sito ufficiale del film), sono ispirati rispettivamente a "Donkey Kong" (Felix Aggiustatutto), a "Call of Duty" (Hero's Duty) e a "Super Mario Kart" (Sugar Rush): e proprio nel caramelloso mondo di quest'ultimo – dove Ralph stringerà amicizia con la pestifera Vanelope Von Schweetz, aspirante pilota emarginata dagli altri perché ritenuta un glitch, un errore di programmazione – è ambientata gran parte della pellicola; dal suo canto, invece, Felix (colpito dalla "alta definizione" del suo volto!) si innamorerà della militaresca protagonista del fantascientifico "Hero's Duty". Nella colonna sonora di Henry Jackman spicca la canzone (sui titoli di coda) "Sugar Rush" del gruppo idol giapponese AKB48. Il regista ha diretto in precedenza episodi de "I Simpson" e "Futurama".

24 dicembre 2012

Fred Claus (David Dobkin, 2007)

Fred Claus - Un fratello sotto l'albero (Fred Claus)
di David Dobkin – USA 2007
con Vince Vaughn, Paul Giamatti
**

Visto in TV, con Sabrina.

Santa Claus (Paul Giamatti) ha un fratello scapestrato e cinico, Fred (Vince Vaughn), che vive a New York e ha da tempo tagliato i ponti con il resto della famiglia, con la quale i rapporti sono tutt’altro che idilliaci (anche perché la madre non ha mai nascosto chi preferisce fra i due). Intenzionato ad aprire un’agenzia di scommesse, Fred decide di chiedere un prestito al fratello: e per ottenerlo è costretto a trasferirsi per qualche giorno al Polo Nord e aiutarlo nei preparativi del Natale, combinando peraltro parecchi guai che costano a Santa Claus quasi il licenziamento (proprio in quei giorni, infatti, un ispettore sta valutando l’efficienza della sua attività e minaccia di farlo chiudere se ci saranno degli intoppi nella consegna dei doni). Ma alla fine sarà proprio Fred, sostituendosi a Santa nella notte di Natale, a salvare la festa e a portare i doni a tutti i bambini del mondo. Tipico film natalizio a base di buoni sentimenti, con la cattiveria e il cinismo che si sciolgono nel lieto fine, e una spruzzata di comicità surreale. A sollevarlo sopra la media del genere concorrono la confezione (buona la scenografia, così come gli effetti speciali) e soprattutto gli attori (ottimo anche il cast di contorno, con Kevin Spacey nei panni dell’ispettore, Miranda Richardson in quelli della moglie di Santa, mentre Kathy Bates è la madre e Rachel Weisz la fidanzata di Fred; ma ci sono anche Elizabeth Banks – la graziosa segretaria di Babbo Natale – e John Michael Higgins – il capo degli elfi, di lei innamorato). La scena migliore, comunque, è quella della riunione (in stile alcolisti anonimi) dei fratelli che soffrono per vivere all'ombra di personaggi famosi, alla quale partecipano – fra gli altri – i veri fratelli di Sylvester Stallone (Frank), Bill Clinton (Roger) e Alec Baldwin (Stephen).

23 dicembre 2012

Zoolander (Ben Stiller, 2001)

Zoolander (id.)
di Ben Stiller – USA 2001
con Ben Stiller, Owen Wilson
**1/2

Rivisto in DVD, con Ilaria.

Derek Zoolander è il più celebre supermodello sulla scena fashion, celebre per i suoi sguardi conturbanti (e tutti uguali). Peccato che, come peraltro tutti i suoi colleghi, sia anche un campione di ignoranza e stupidità. In crisi per l'arrivo di un rivale, il biondissimo Hansel (Owen Wilson, già alla quarta collaborazione con Stiller), che gli ha impedito di vincere il titolo di "modello dell'anno" per la quarta volta consecutiva, Zoolander accetta di diventare il testimonial della nuova linea dello stilista Mugatu (Will Ferrell), ignorando che si tratta di un escamotage per fargli il lavaggio del cervello e spingerlo ad assassinare – durante una sfilata – il primo ministro della Malesia: questi, infatti, intende abolire il lavoro minorile nel proprio paese, andando contro gli interessi delle più importanti griffe di moda. Ma Derek sarà aiutato proprio da Hansel, che rivela di essersi sempre ispirato a lui, e dalla giornalista Matilda (Christine Taylor). Grottesca ed esilarante satira del mondo della moda (sviluppata a partire da alcuni spezzoni televisivi interpretati da Stiller in occasione dei VH1 Fashion Awards), è un film forse più stupido che intelligente. Ma riesce comunque a regalare parecchi momenti divertenti, per lo più legati all'idea che i modelli siano soltanto belli e stupidi, "esagerati cultori del proprio aspetto e del proprio ego": dalla battaglia con le pompe al distributore di benzina, alla mitica scena di Derek e Hansel che cercano di scoprire come si accende un computer (un iMac: siamo nel 2001) e che naturalmente parodizza "2001: Odissea nello spazio", per non parlare di alcune brillanti gag ("Sono diventata bulimica" - "Vuoi dire che sai leggere nel pensiero?"). Milla Jovovich è quasi irriconoscibile dietro il pesante trucco di Katinka, l'assistente russa di Mugatu, ma se la cava nel ruolo (per una volta) della cattiva. Numerosissimi i cameo di celebrità nelle parti di sé stesse (David Bowie, Donald Trump, Paris Hilton, Heidi Klum, Claudia Schiffer, Victoria Beckham, Tom Ford, Lenny Kravitz, Karl Lagerfeld, Donatella Versace, Tommy Hilfiger, Nina Hagen, Stephen Dorff, Christian Slater, Natalie Portman, Winona Ryder, James Marsden, Billy Zane, Cuba Gooding Jr., per citarne solo alcuni). Il padre di Derek è interpretato da Jon Voight (e uno dei suoi fratelli da Vince Vaughn), mentre il vero padre di Ben Stiller, Jerry, recita nei panni del suo manager. Una curiosità: "Zoolander" fu il primo film comico a uscire nei cinema di New York dopo l'attacco terroristico dell'11 settembre, e forse anche per questo motivo non venne accolto favorevolmente dal pubblico (per poi rifarsi in seguito, diventando quasi un cult movie, nonché uno dei titoli più popolari della filmografia di Stiller).

22 dicembre 2012

...e alla fine arriva Polly (J. Hamburg, 2004)

...e alla fine arriva Polly (Along Came Polly)
di John Hamburg – USA 2004
con Ben Stiller, Jennifer Aniston
*

Visto in TV, con Sabrina.

Reuben Feffer (Stiller) lavora in una compagnia di assicurazioni, dove ha il compito di "valutare i rischi" dei potenziali assicurati prima di stipulare le polizze. Anche nella vita fa lo stesso, ponderando ogni possibilità per non lasciarsi mai cogliere alla sprovvista dagli eventi. Ma quando Lisa – la donna che ha appena sposato – lo tradisce durante il primo giorno del viaggio di nozze, si rende conto che deve ripensare la propria vita. Lo aiuterà l'incontro fortuito con Polly (Aniston), una vecchia compagna della scuola media, che conduce uno stile di vita opposto al suo, all'insegna dell'indecisione, della casualità e dell'apertura verso le nuove esperienze (un esempio per tutti: l'amore per i ristoranti etnici). Una pellicola priva di appeal e che non decolla mai, anche per colpa della mancanza di chimica fra due protagonisti poco ispirati (soprattutto la svagatissima Aniston): se la prima parte punta quasi tutto su gag "schifose" o volgari (non si contano quelle scatologiche), nel tenativo forse di emulare "Tutti pazzi per Mary", la seconda vira sulla commedia sentimentale più scontata e prevedibile, con tanto di lezioncina morale. Nel cast anche Philip Seymour Hoffman (l'amico caciarone e combinaguai, immancabile in questo genere di film), Debra Messing (l'ex moglie), Hank Azaria (il nudista francese) e Alec Baldwin (l'eccentrico capo di Reuben). Bryan Brown è invece il miliardario amante degli sport estremi che Reuben è incaricato di "valutare" per un'eventuale assicurazione sulla vita.

21 dicembre 2012

Il buio oltre la siepe (Robert Mulligan, 1962)

Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird)
di Robert Mulligan – USA 1962
con Gregory Peck, Brock Peters
***1/2

Visto in TV.

In una piccola cittadina rurale nell’Alabama del 1932, ancora sofferente per le conseguenze della Grande Depressione, i due figli dell’avvocato Atticus Finch – Jem (10 anni) e Scout (6 anni) – sono testimoni dell’impegno del padre nel difendere un uomo di colore, Tom Robinson (Peters), dall’accusa di aver violentato la figlia di un contadino. Nel contempo i due bambini e un loro amico, Dill, si incuriosiscono per le voci sulla presenza, nella casa a fianco (“oltre la siepe” appunto), di Boo, un malato di mente tenuto segregato dalla sua stessa famiglia. Tratto dal romanzo omonimo (premio Pulitzer) di Harper Lee, è uno dei più celebri film hollywoodiani sul tema del razzismo, ancor più pregevole perché l’intera vicenda è vista attraverso l’esperienza e la sensibilità dei bambini. Le inquietudini si fanno strada in mezzo ai giochi infantili, e non tutte le ingiustizie trovano una spiegazione ai loro occhi o vengono punite (il padre perde il processo). Ottimi i due giovani attori, Mary Badham (sorella del regista John) e Phillip Alford, che interpretano i due figli di Atticus, il “maschiaccio” Jean Louise, detta ‘Scout’, e Jeremy, detto ‘Jem’. Potente esordio sullo schermo (anche se appare solo nel finale) per Robert Duvall nei panni del "mostro buono" Boo. La pellicola vinse tre premi Oscar: per la scenografia, per la sceneggiatura non originale e per il miglior attore protagonista (Gregory Peck, nel ruolo forse più celebre e iconico di tutta la sua carriera). Ma forse avrebbe meritato una statuetta anche la fotografia in bianco e nero di Russell Harlan, fondamentale per ricreare l’atmosfera concreta e torbida, ma al tempo stesso sospesa e quasi onirica, che fa da sfondo alla vicenda (l’intera storia è narrata dalla voce di Scout adulta, che la rievoca come un fondamentale momento formativo della propria infanzia). La colonna sonora è di Elmer Bernstein, mentre tra i produttori figura Alan J. Pacula. Fra le sequenze memorabili, quella del tentativo di linciaggio a Tom da parte della folla razzista, che proprio i bambini contribuiscono a dissipare, e naturalmente il processo, uno degli esempi più celebri di courtroom drama, con l'arringa finale di Atticus Finch che invita (inutilmente) la giuria a superare i propri preconcetti.

20 dicembre 2012

Che bella giornata (G. Nunziante, 2011)

Che bella giornata
di Gennaro Nunziante – Italia 2011
con Checco Zalone, Nabiha Akkari
**

Visto in TV, con Sabrina.

Checco, pugliese trasferitosi in Brianza dove lavora come buttafuori in una discoteca, sogna di diventare Carabiniere ma viene regolarmente scartato ai colloqui. Grazie a una raccomandazione, riesce però a farsi assumere come addetto alla sicurezza presso la Curia di Milano, dove l’Arcivescovo lo incarica di controllare i turisti che salgono a visitare il Duomo. Una coppia di terroristi arabi, fratello e sorella, vorrebbe approfittare della sua ingenuità per portare una bomba sulle guglie e far esplodere la Madonnina: ma la ragazza, Farah (che si spaccia per studentessa di architettura, e della quale Checco si innamora a prima vista, al punto da portarla persino a conoscere la sua famiglia in Puglia), dopo aver sperimentato la sua amicizia e il suo buon cuore, rinuncerà a compiere l’attentato. Secondo film di Zalone come protagonista (dopo “Cado dalle nubi”) ed enorme successo al botteghino: ha addirittura superato “La vita è bella” come maggior incasso italiano di tutti i tempi (ed è rimasto dietro solo ad “Avatar”, superando dunque “Titanic”, fra le pellicole straniere). Un po’ troppo, forse, per un filmetto nulla più che simpatico e dalle gag non particolarmente memorabili, che puntano tutto sulla macchietta del meridionale buzzurro e caciarone, ignorante e superficiale, che combina guai a ripetizione come Mister Bean o l’ispettore Closeau (c’è anche uno pseudo-Dreyfus, il colonnello interpretato da Ivano Marescotti), del tutto inconsapevole di quello che accade attorno a lui. Ha però almeno il merito di non ripiegarsi sui soliti cliché della commedia all’italiana, di non scadere o eccedere nelle volgarità (come invece fanno i cinepanettoni), di non appoggiarsi su uno scontato lieto fine (Checco non coronerà la sua storia d’amore) e di affrontare con il sorriso sulle labbra temi di attualità italiana (le raccomandazioni, la famiglia) e globale (il terrorismo, la religione), risultando – alla resa dei conti – un inno alla tolleranza. Cameo del cantante pugliese Caparezza, “costretto” a esibirsi in brani ultrapopolari (come “Sarà perché ti amo”) al matrimonio della cugina di Checco.

6 dicembre 2012

Io sono leggenda (F. Lawrence, 2007)

Io sono leggenda (I am Legend)
di Francis Lawrence – USA 2007
con Will Smith, Alice Braga
**

Visto in TV, con Sabrina.

Tre anni dopo che un virus (ideato come possibile cura per il cancro) ha scatenato un'epidemia, uccidendo il 90% dell'umanità e trasformando il resto in vampiri-zombie, lo scienziato militare Robert Neville – uno dei pochissimi a essersi rivelato immune – si aggira per le strade di una New York vuota e desolata, in compagnia del cane Sam (in realtà una femmina: Samantha), cercando eventuali altri superstiti, difendendosi dagli umani trasformati in mostri e tentando contemporaneamente di sintetizzare una cura in laboratorio. Terza versione cinematografica (dopo "L'ultimo uomo della Terra" e "1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra") del celeberrimo racconto di Richard Matheson, di cui però stravolge senso e significato, a partire addirittura dal titolo: nel testo originale, infatti, non solo non ci sono altri sopravvissuti e non c'è una cura, ma l'appellativo di "leggenda" è quello con cui il protagonista verrà ricordato dagli stessi vampiri, ormai ri-civilizzati, in quanto ultimo esponente di una razza odiata ed estinta. Il progetto di un nuovo adattamento era in lavorazione da diversi anni, e inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo Ridley Scott, con Arnold Schwarzenegger come protagonista. La sceneggiatura è stata modificata e riscritta dopo l'uscita di "28 giorni dopo" e della saga di "Resident Evil": il risultato è un onesto e gradevole film post-apocalittico, in cui si salva soprattutto l'atmosfera della prima parte, quella in cui Will Smith si aggira da solo con il cane in una città deserta, spettrale e silenziosa, di cui la natura sta lentamente riappropriandosi; nulla comunque che non si sia già visto altre volte in passato (oltre ai titoli già citati, basti ricordare "L'esercito delle dodici scimmie"). Meno riuscito il finale, più prettamente hollywoodiano ed "eroico". E l'abuso di computer grafica (non solo i mostri-vampiri, ma anche gli animali selvatici sono tutti realizzati in CG) fa rimpiangere i tempi in cui gli effetti erano più artigianali, e dunque più "veri" e credibili. Pare che la sola scena dell'evacuazione di New York dal Ponte di Brooklyn sia costata alla produzione cinque milioni di dollari: all'epoca si trattava della scena più costosa mai girata in un film. Il finale alternativo compreso nel DVD, in cui Neville si rende conto che i vampiri stanno cominciando a riacquistare caratteristiche e sentimenti umani, sarebbe stato forse migliore di quello effettivamente incluso nel montaggio.

4 dicembre 2012

Potere assoluto (Clint Eastwood, 1997)

Potere assoluto (Absolute Power)
di Clint Eastwood – USA 1997
con Clint Eastwood, Gene Hackman
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Impegnato a svaligiare una lussuosa villa, un anziano ladro di gioielli (interpretato dallo stesso Eastwood) si nasconde dietro un falso specchio ed è testimone dell'assassinio di una donna, amante del Presidente degli Stati Uniti (Gene Hackman), da parte degli agenti addetti alla sua sicurezza. Costretto alla fuga (i servizi segreti cercano infatti di addossare a lui la responsabilità), lotterà per dimostrare la propria innocenza, e nel frattempo proverà a recuperare il rapporto con la figlia, giovane avvocatessa che disapprova il suo stile di vita. Un thriller teso e appassionante, sceneggiato da William Goldman a partire da un romanzo di James Baldacci, in cui il cattivo è nientemeno che la massima carica dello stato, ritratto come un uomo ipocrita e corrotto, mentre l'eroe è un fuorilegge che dimostra però molta più integrità morale del suo rivale: una situazione simile (con il "buono" che è un bandito e il "cattivo" che in teoria è il tutore della legge) a quella proposta cinque anni prima, in chiave western, nel capolavoro di Clint, "Gli spietati", dove pure il nostro eroe se la vedeva con Hackman. Certo, la sospensione dell'incredulità è necessaria, alcuni snodi sono un po' forzati, la risoluzione è troppo improvvisa, e al tema della riconciliazione famigliare viene dato a tratti uno spazio eccessivo (anche se la figura del padre che si tramuta nell'angelo custode della figlia, a insaputa di lei, è perfettamente in linea con il cinema di Eastwood), ma Eastwood dimostra per l'ennesima volta di conoscere bene le regole del gioco e di saper sfornare una pellicola d'intrattenimento con i fiocchi, seppur forse meno ambiziosa di altri suoi lavori. Nell'ottimo cast, anche Ed Harris (l'ostinato detective che indaga sul caso), Laura Linney (la figlia di Luther), Judy Davis (il capo dello staff presidenziale), Scott Glenn (uno degli agenti segreti) ed E.G. Marshall (l'anziano "nume tutelare" del presidente, alla sua ultima apparizione sul grande schermo). Clint, come suo solito, è anche autore delle musiche.

30 novembre 2012

Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera (Kim Ki-duk, 2003)

Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera
(Bom yeoreum gaeul gyeoul geurigo bom)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2003
con Oh Young-su, Kim Young-min
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

In un eremo costruito su una piattaforma galleggiante, in mezzo a un lago isolato fra le montagne, vive un anziano monaco buddista. Con lui c'è un bambino, che seguiremo attraverso le stagioni della sua vita, fino a quando sarà anziano a propria volta e il ciclo ricomincerà... Un'ambientazione affascinante (il film è stato realizzato presso il lago di Jusan, in un parco naturale: la produzione ha avuto il permesso di girare a condizione che al termine delle riprese il set venisse distrutto e il lago tornasse allo stato originario) e una serie di esperienze più o meno edificanti, quasi una raccolta di aneddoti e di saggezza zen, per una pellicola – dal titolo ciclico e lunghissimo – che ha fatto breccia nel cuore del pubblico occidentale e ha reso di colpo popolare Kim Ki-duk (in precedenza, il solo film del regista coreano che aveva raggiunto una certa notorietà da noi era stato il disturbante "L'isola", presentato al Festival di Venezia). Peccato però che sia anche il film con cui Kim inizia ad abbandonare la sanguingua ma spontanea "cattiveria" che lo contraddistingueva e che donava spessore alle sue pellicole, in favore di una poetica e di un'estetica più rarefatta, che lascia un po' il tempo che trova e che sembra quasi studiata per compiacere il pubblico dei festival occidentali. Cito da una recensione che scrissi proprio all'epoca della sua uscita: "Kim è sempre garanzia di qualità, ma stavolta mi è sembrato più 'facile' e commerciale (ovvero accessibile ed 'esportabile') del solito". Per la prima volta, in effetti, si può notare nel regista un desiderio di "piacere" al pubblico, attraverso le immagini ma anche i vaghi insegnamenti morali, buoni – appunto! – "per tutte le stagioni". I suoi lavori successivi, e il fatto che abbiano trovato spazio più o meno regolarmente nelle nostre sale, mi hanno dato ragione. Il film, comunque, è bello, e molte sono gli elementi – spesso simbolici – che restano impressi: i portali di legno che si aprono sul lago come un sipario; l'eremo stesso, con i suoi spazi divisi da porte ma senza pareti; la barca a remi, unico mezzo a disposizione dei personaggi per muoversi dalla piattaforma alle sponde del lago (anche se il monaco anziano dimostra, a volte, di avere poteri soprannaturali che gli consentono di muoversi sull'acqua anche senza la barca, o di controllarne il movimento a distanza); gli animali che fanno compagnia ai monaci (diversi in ogni stagione: un cane, un gallo, un gatto, un serpente e una tartaruga).

I vari spezzoni presentano ciascuno una storia a sé, rendendo il lungometraggio quasi un film a episodi, anche se si concatenano in modo da raccontare l'esistenza del protagonista dall'infanzia alla vecchiaia, facendovi scorrere in parallelo l'inevitabile ciclicità della natura. Primavera: il monaco bambino gioca e si diverte a tormentare alcuni animali (un pesce, una rana e un serpente), legandoli a una pietra con una cordicella. Il maestro gli mostrerà il suo errore. Estate: nell'eremo viene ospitata una ragazza "malata nell'anima". Fra lei e il nostro monaco (ora adolescente) scatterà l'amore. Il maestro disapprova, perché "il desiderio genera dipendenza". Guarita e partita la ragazza, anche il giovane se ne andrà via (portandosi dietro la statua di Buddha custodita nel tempio). Autunno: come il maestro aveva previsto, la vita nel mondo mondano ha generato passioni incontrollabili. L'ex monaco, ora un uomo adulto, ha ucciso la propria moglie ed è tornato nell'eremo in cerca di un rifugio (ma anche per chiedere perdono). Lo raggiungeranno due poliziotti per condurlo via, ma non prima che l'anziano maestro lo abbia aiutato a "purificarsi" incidendo con il proprio coltello (lo stesso che aveva usato per il delitto) un sutra sulla piattaforma di legno. Al termine dell'episodio, il vecchio monaco muore e si reincarna in un serpente. Inverno: uscito di prigione, il protagonista (ormai maturo e interpretato in questo segmento dallo stesso regista) torna all'eremo, che era rimasto disabitato (a parte il serpente) e lo rimette in funzione. Tutto, attorno a lui, è ghiacciato. Ma pian piano la vita ricomincia: il monaco si allena con le arti marziali e accoglie una donna che ha portato lì il proprio neonato, con l'intenzione di abbandonarlo. Dopo che la donna è morta cadendo nell'acqua ghiacciata, il monaco porta la statua del Budda in cima alla montagna che domina il lago. Primavera: come all'inizio, l'eremo è di nuovo abitato da un anziano maestro e da un bambino. Nel corso della pellicola non mancano i momenti o le situazioni curiose, com'è nello stile di Kim, per esempio quelli legati agli animali: uno su tutti, l'utilizzo della coda del gatto per dipingere i caratteri cinesi incisi sulla piattaforma di legno.

28 novembre 2012

Argo (Ben Affleck, 2012)

Argo (id.)
di Ben Affleck – USA 2012
con Ben Affleck, Bryan Cranston
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nel 1979, subito dopo la rivoluzione iraniana e la nascita della repubblica islamica, gli impiegati dell'ambasciata statunitense a Teheran vennero tenuti prigionieri per molti mesi, in quella che è passata alla storia come la "crisi degli ostaggi". A margine degli eventi principali, sei addetti riuscirono a evadere dall'ambasciata e a rifugiarsi nell'abitazione privata del console canadese. Per permettergli di lasciare il paese, venne organizzata una messinscena che soltanto vent'anni dopo la CIA ha potuto rendere pubblica: i sei furono fatti passare per cittadini canadesi che si trovavano in Iran per effettuare i sopralluoghi per un film di fantascienza, "Argo" appunto. La pellicola di Affleck racconta una versione romanzata di quegli eventi, vi aggiunge connotazioni da thriller e si prende qualche libertà (in particolare, ridimensiona parecchio il ruolo dei canadesi per "gonfiare" invece quello dell'FBI; e anche sul ritratto che ne esce del popolo iraniano ci sarebbe da discutere), ma mantiene al contempo una buona attenzione ai dettagli, come suggeriscono le fotografie e i documenti originali mostrati nei titoli di coda. La tensione e la ricostruzione storica vanno di pari passo con una certa vena satirica, diretta soprattutto al mondo di Hollywood, dove nel 1979 – dopo il successo del primo "Star Wars" – tutti si buttavano a pesce sul genere fantascientifico (scenografie e costumi dell'ipotetico "Argo" scimmiottano proprio quelli del film di George Lucas). Si tratta del terzo lungometraggio con Affleck alla regia (e forse la battuta "Anche una scimmia può imparare a fare il regista in un giorno" è rivolta contro sé stesso). Il buon Ben interpreta anche il protagonista Tony Mendez, l'agente esperto in "esfiltrazioni" che guida la missione di salvataggio, anche se la sua recitazione monocorde e poco propensa a convogliare emozioni è fra i punti deboli del film: sarebbe stato meglio se il ruolo fosse stato ricoperto da George Clooney, che qui figura fra i produttori. Fra le scene più interessanti, la lettura in pubblico del copione a Hollywood, montata in parallelo con quella delle rivendicazioni degli studenti iraniani trasmessa in televisione. Gli episodi di tensione, invece, rispecchiano le classiche regole dei thriller (più volte i nostri eroi riescono a salvarsi da una brutta situazione proprio all'ultimo secondo disponibile, per esempio al momento dell'imbarco sull'aereo che da Teheran li avrebbe portati al sicuro in Svizzera). Nel cast, John Goodman e Alan Arkin sono appunto i soci hollywoodiani di Mendez (rispettivamente il truccatore e il produttore di film fantascientifici), mentre nel ruolo di uno degli ostaggi ritroviamo con piacere Clea Duvall, che da qualche tempo avevamo perso di vista.

27 novembre 2012

Bolbol Hayran (Khaled Marei, 2011)

Bolbol Hayran
di Khaled Marei – Egitto 2011
con Ahmed Helmy, Zeina, Sherin Adel
**

Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

L'eccentrico designer Bolbol, ricoverato in ospedale per fratture multiple, racconta alla dottoressa che lo accudisce come è finito in quella situazione: la colpa è della sua incapacità di scegliere fra due ragazze, Yasmine e Hala, con le quali – dapprima in momenti diversi, e poi contemporaneamente – si è fidanzato. Le due sono diversissime fra loro (la prima è bellissima ma anche svagata e indipendente, apparentemente poco attenta ai suoi desideri e ai suoi sentimenti; la seconda, goffa e grassottella, è invece sensibile e premurosa, ma anche assai più gelosa e soffocante): e Bolbol, complice anche una temporanea perdita di memoria in seguito a un incidente, ha avuto la rara opportunità di conoscere ciascuna delle due "per la prima volta", giungendo in ogni caso alla conclusione che, se avesse visto prima l'altra, avrebbe invece scelto lei. Alla fine, recuperata la memoria e incapace di decidere quale delle due ama davvero, prova a "prendere tempo" fidanzandosi con entrambe (ovviamente tenendole all'oscuro l'una dell'altra): ma quando queste scoprono la verità, sapranno vendicarsi. Bizzarra commedia romantica (più o meno), vagamente maschilista, che punta le sue carte su un protagonista divertente e spregiudicato, dalla parlantina irrefrenabile e con la battuta sempre pronta: una specie di Groucho Marx medio-orientale. Forse un po' ripetitiva, costruita essenzialmente su una lunga (e sfilacciata) serie di gag, la pellicola offre comunque un simpatico spaccato dei rapporti amorosi nell'Egitto moderno (ma l'ambientazione è neutra, e potrebbe essere collocata in qualsiasi altro paese al mondo). La vicenda è raccontata interamente in flashback da Bolbol in ospedale, e non manca il finale a sorpresa. La morale? "Se mi chiedono se è più alta la palma o più veloce il treno, io rispondo che il mare è più largo".

25 novembre 2012

The amazing Spider-Man (M. Webb, 2012)

The amazing Spider-Man (id.)
di Marc Webb – USA 2012
con Andrew Garfield, Emma Stone
*1/2

Visto in volo da Bangkok a Parigi.

Un reboot di cui non si sentiva la necessità, che giunge a soli dieci anni di distanza dal primo episodio della saga di Raimi (alla quale, già non trascendentale, è comunque inferiore in ogni comparto: cast, regia, sceneggiatura) e che è stato concepito con il solo scopo di puntare sul 3D (ma la pellicola è perfettamente visionabile anche in 2D, senza che si perda alcunché) e sul pubblico teen di pellicole come “Twilight”. Insomma, un prodotto puramente commerciale e privo non solo di impronta autoriale ma anche di appeal, che ripropone per l'ennesima volta le origini dell'Uomo Ragno: stavolta c'è di mezzo la genetica trans-specie (in poche parole, il nuovo Spider-Man è un OGM). Si ritorna quindi alle origini, con il Peter Parker nerd liceale e maltrattato dai suoi coetanei come nelle storie di Steve Ditko e Stan Lee (che fa il suo solito cameo, nei panni del bibliotecario con le cuffie), mentre il ruolo di prima nemesi del nostro eroe è svolto da Lizard, ovvero il dottor Curt Connors, esperto di genetica con l'ambizione di "creare un mondo senza punti deboli", che nel tentativo di farsi ricrescere il braccio perso in guerra si trasforma in un'enorme lucertola assassina. L'anonima regia di Webb (un passo indietro rispetto al suo film d'esordio, la commedia romantica "(500) giorni insieme") fa sì che per buona parte della pellicola ci si annoi non poco (soprattutto nella prima ora, visto che tanto si deve attendere prima che Peter indossi per la prima volta una maschera, e in cui pare di assistere a un teen movie di cattiva qualità), mentre la sceneggiatura ricorre a una serie di coincidenze concatenate che mettono a dura prova la sospensione dell'incredulità (alcuni esempi: la scomparsa dei genitori di Peter, ammantata di mistero, è direttamente collegata alle ricerche scientifiche da cui poi trae i suoi poteri; e Gwen, la compagna di classe di cui si innamora, lavora alla OsCorp insieme al dottor Connors, a sua volta ex collega del padre del nostro eroe). Le lunghe scene d'azione nel finale riescono a tenere un po' desta l'attenzione, ma non rappresentano certo nulla che non si sia già visto in tanti altri film del genere: anche la spettacolarità sembra scarseggiare. Bello, comunque, il costume. Come al solito, a differenza dei fumetti, il numero di persone che scopre l'identità di Spider-Man è sempre elevatissimo (a Gwen, addirittura, lo dice subito lui stesso). Più che Emma Stone nei panni di Gwen Stacy e Rhys Ifans in quelli di Curt Connors, a brillare è soprattutto Denis Leary in quelli del capitano Stacy, il poliziotto inizialmente ostile all'eroe mascherato ma che poi diventa suo alleato (così come buona parte dei cittadini newyorkesi, ancora una volta in barba alla filosofia originale del fumetto, che vede nel personaggio il classico "eroe incompreso"). Martin Sheen è zio Ben, Sally Field è zia May, mentre meno si dice del protagonista Andrew Garfield, meglio è.

24 novembre 2012

Marsupilami (Alain Chabat, 2012)

Marsupilami (Sur la piste du Marsupilami)
di Alain Chabat – Francia/Belgio 2012
con Jamel Debbouze, Alain Chabat
**

Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

Il Marsupilami è un personaggio ideato dal disegnatore belga André Franquin e apparso nei popolari albi a fumetti di "Spirou", chiaramente ispirato all'Eugene the Jeep (Eugenio il Gip) delle strisce di "Popeye". Si tratta di un bizzarro e rarissimo animale esotico, un marsupiale che vive nella giungla amazzonica di Palombia, stato fittizio dell'America del Sud. Protagonista di una serie di albi personali e di diversi cartoni animati, sbarca ora al cinema in una pellicola che mescola live action e animazione digitale. Chabat interpreta Dan Geraldo, reporter televisivo ormai caduto in disgrazia, che per risollevare i bassi ascolti della sua trasmissione viene inviato in Palombia alla ricerca di uno scoop (l'intenzione sarebbe quella di intervistare gli ultimi superstiti di una tribù amazzonica, i Paya) e si imbatte nello scalcinato Pablito, guida locale e veterinario imbroglione che sostiene di aver visto, tempo prima, proprio un esemplare del leggendario e mitologico Marsupilami. Nessuno gli crede, tranne l'anziano professor Hermoso, che ha scoperto che la creatura si nutre con un'orchidea dai cui fiori è possibile ricavare un filtro dell'eterna giovinezza. Per salvare il Marsupilami dal malvagio scienziato, che nel frattempo è diventato il dittatore della piccola nazione, Geraldo e Pablito dovranno imbarcarsi un'avventura dalle mille difficoltà e convincere il mondo di non essere quei bugiardi che tutti credono (Geraldo perché si scopre che tutti i suoi scoop precedenti erano falsi, Pablito perché è sempre vissuto di truffe e di piccoli espedienti). La comicità di Chabat (al suo secondo film tratto da un fumetto dopo "Asterix e Obelix: missione Cleopatra", nel quale già figurava Debbouze) è al servizio di una storia che mescola avventura, azione e umorismo senza soluzione di continuità. Se la sceneggiatura a tratti arranca (forse perché mette troppa carne al fuoco, con il rischio di risultare eccessivamente stratificata per un pubblico infantile) e il messaggio ecologista contro lo sfruttamento della natura lascia un po' il tempo che trova, non mancano però le sequenze esilaranti, come l'esibizione canora del deposto generale Pochero (Lambert Wilson) nei panni di Céline Dion o la satira contro il mondo della televisione, comprese le finte pubblicità (Loréins, lo sponsor del programma di Geraldo, è chiaramente una parodia di L'Oréal), una trovata che era già presente nel capolavoro dei "Nuls", "La cité de la peur".

23 novembre 2012

Didier (Alain Chabat, 1997)

Dider (id.)
di Alain Chabat – Francia 1997
con Jean-Pierre Bacri, Alain Chabat
**1/2

Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

Quando la sorella Annabelle, prima di partire per una vacanza, gli affida per una settimana il proprio labrador Didier, il procuratore calcistico Jean-Pierre (Bacri) pensa che si tratti soltanto dell'ennesima seccatura. Anche perché ha ben altro di cui preoccuparsi: la squadra locale – alla quale ha venduto i suoi migliori giocatori – naviga in cattive acque, fra sconfitte e infortuni, e l'irascibile presidente minaccia di rivalersi su di lui se non troverà una soluzione prima della partita decisiva per salvarsi dalla retrocessione (che verrà giocata contro il PSG al Parco dei Principi!). Una notte, magicamente, Didier da cane si ritrova trasformato in essere umano. Resosi conto dell'accaduto, Jean-Pierre ha il suo ben da fare nell'insegnare al suo ospite come comportarsi da uomo e non da animale (prima regola: non annusare il sedere alle persone!). Ma quando scopre che Didier ha un incredibile talento per il calcio, decide di farlo aggregare alla squadra, spacciandolo per un eccentrico campione lituano... Commedia surreale e quasi-disneyana (il meccanismo, seppur al contrario, è lo stesso di "Geremia, cane e spia") che è valsa a Chabat, geniale comico e uno dei fondatori del gruppo "Le Nuls", il premio César per il miglior debutto cinematografico. La sospensione dell'incredulità è obbligatoria per potersi godere il film (il motivo della misteriosa trasformazione di Didier non viene spiegato), ma il divertimento non manca. Chabat – esilarante nella parte del "cane", del quale imita ogni dettaglio del comportamento (gli istinti, i movimenti, gli sguardi) – tornerà a recitare in compagnia dell'ottimo Bacri anche ne "Il gusto degli altri".

21 novembre 2012

As one (Moon Hyun-sung, 2012)

As one (id.)
di Moon Hyun-sung – Corea del Sud 2012
con Ha Ji-won, Bae Du-na
**1/2

Visto in volo da Abu Dhabi a Bangkok, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel 1991, i governi della Corea del Sud e della Corea del Nord decisero per la prima volta di inviare ai campionati mondiali di ping pong, che si svolgevano in Giappone, una squadra unificata, composta da atleti di entrambe le nazioni, per competere sotto una bandiera comune. La campionessa sudcoreana Hyun Jung-hwa (Ha Ji-won) e quella nordcoreana Li Bun-hui (Bae Du-na), da sempre acerrime rivali, furono così costrette a unire le proprie forze e portarono la squadra femminile a vincere la medaglia d'oro, sconfiggendo l'avversaria di entrambe, la Cina. Ispirato a fatti realmente accaduti (che sono tuttora ricordati come una delle poche liete parentesi nel lento e ancora difficile processo di riunificazione delle due Coree), il film racconta la storia di quel leggendario torneo, mostrando la lenta e progressiva amicizia fra gli atleti delle due nazioni, dapprima "imposta" dall'alto e poi – quando finalmente i ragazzi si dimostrano in grado di superare diffidenze e pregiudizi – mal tollerata e anzi ostacolata dagli stessi responsabili istituzionali delle due squadre. Forse semplicistico, a tratti melodrammatico ma comunque sempre coinvolgente, è un originale teen movie a sfondo sportivo che invita a superare le divisioni politiche e ideologiche in nome dell'amicizia, dell'amore (si veda la sottotrama "romantica" che unisce due dei ragazzi della squadra) e del sano agonismo. Ottimi gli interpreti, fra cui spiccano le due protagoniste che hanno dovuto sottoporsi a lunghe sessioni di allenamento (sotto la consulenza della Hyun in persona, che fa anche un breve cameo nei panni dell'allenatrice della squadra francese) per poter interpretare in maniera convincente le sequenze degli incontri di ping pong, girati in stile drammatico e spettacolare da una regista (l'esordiente Moon) che dona tensione e dinamismo a ogni scambio, fra sudore e lacrime, senza comunque sacrificare l'autenticità e il realismo. Alla fine, sui titoli di coda, vengono mostrate immagini e fotografie delle vere atlete protagoniste di quell'evento.

20 novembre 2012

Vykrutasy (Levan Gabriadze, 2011)

Vykrutasy (aka Lucky Trouble)
di Levan Gabriadze – Russia 2011
con Konstantin Khabensky, Milla Jovovich
**1/2

Visto in volo da Milano ad Abu Dhabi, in originale con sottotitoli inglesi.

Quando Slava (Kabensky, già visto nei film di Bekmambetov sui "Guardiani della notte"), insegnante e aspirante scrittore senza successo, incontra la bellissima Nadya (Milla, al suo primo film girato in Russia), se ne innamora perdutamente. E la passione è ricambiata, tanto che la ragazza decide di mandare a monte il proprio fidanzamento precedente (con Daniel, un amico d'infanzia) per sposare invece lui. Mentre Nadya organizza a Mosca il sontuoso ricevimento di nozze, Slava si reca al proprio paese (un villaggio sulla costa) per dare le dimissioni da insegnante e sbrigare le ultime pratiche: ma qui – per una serie di equivoci – viene coinvolto come allenatore e costretto a partecipare a un torneo di calcio giovanile. La sua unica possibilità per lasciare il paese e partire subito per Mosca è quella di essere eliminato dal torneo. Ma i ragazzi – un gruppo di orfani presi dalla strada, tutti ladruncoli indisciplinati e apperantemente inesperti – dimostrano di avere mille risorse e riescono inaspettatamente a vincere ogni incontro nonostante il loro stesso allenatore complotti contro di loro. E così ogni giorno Slava deve inventarsi una scusa per giustificare il suo ritardo alla promessa sposa, che nel frattempo a sua volta ha il proprio da fare per tenere a bada i parenti e gli invitati al matrimonio (nonché le avances dell'ex fidanzato, che torna alla carica spalleggiato dalla futura suocera). Divertente commedia che sconfina spesso nella farsa e che alterna scene tipiche delle pellicole sportive (l'elogio del gioco di squadra, lo spirito di gruppo che si cementa man mano, il desiderio di rivalsa) a quelle dei film romantici (con l'interminabile festa di matrimonio che si protrae per giorni e giorni, ma anche i tentativi dell'ex fidanzato di riconquistare a ogni costo la ragazza). Il ritmo è spigliato e i colpi di scena non mancano, con la regia che ben si destreggia fra le riprese delle varie partite del torneo (mostrando anche azioni spettacolari quasi alla "Shaolin soccer") e sequenze che sviluppano i rapporti fra i personaggi. Milla, bellissima come sempre e pure autoironica, nei titoli di coda ringrazia per aver avuto finalmente l'opportunità di girare un film in russo (quando la vede per la prima volta, Slava commenta che gli sembra di trovarsi "in un film di Hollywood"). Vladimir Menshov, il regista di "Mosca non crede alle lacrime", partecipa nei panni del funzionario che impone al protagonista di allenare la squadra di ragazzini. Cameo anche per il calciatore Aleksandr Kerzhakov.

18 novembre 2012

Prometheus (Ridley Scott, 2012)

Prometheus (id.)
di Ridley Scott – GB 2012
con Noomi Rapace, Michael Fassbender
*1/2

Visto in volo da Milano ad Abu Dhabi.

Dopo trent'anni, Ridley Scott ritorna al genere che lo aveva reso celebre a inizio carriera, la fantascienza. Ma la tanto attesa pellicola non riesce a ripetere i fasti di "Alien" (di cui è una sorta di prequel) o di "Blade Runner", e risulta pesante e noiosa, del tutto in linea con gli ultimi deludenti lavori di un regista che forse ormai non ha più molto da dire. Il film racconta il viaggio dell'astronave "Prometheus" in cerca nientemeno che delle origini dell'umanità: a guidare la missione, finanziata dall'anziano milionario Weyland, è l'archeloga Elizabeth Shaw, che grazie alle sue scoperte ha elaborato la teoria che gli esseri umani siano stati creati da una razza di extraterrestri, da lei chiamati "ingegneri". Giunti a destinazione su un pianeta roccioso e deserto, Elizabeth e gli altri membri dell'equipaggio (fra cui spicca l'androide David) scopriranno dapprima che gli ingegneri sono ormai scomparsi, e poi che il loro intento era quello di dare vita a un'altra creatura, selvaggia e pericolosa, per distruggere gli stessi esseri umani che avevano creato. Filosofico, anti-darwiniano (sotto le spoglie fantascientifiche siamo di fronte alla teoria del "disegno intelligente") e fideistico (il tema dei "veri credenti" permea l'intera narrazione e in particolare i personaggi di Elizabeth e di Weyland, che intende chiedere agli "ingegneri" il dono dell'immortalità), il film affronta temi ambiziosi (su tutti il mistero della creazione, com'è evidente sin dal titolo: che si tratti di quella degli esseri umani da parte degli alieni oppure – di riflesso – di quella del robot David da parte degli umani stessi) che però si risolvono in sterili sequenze d'azione e in un finale inconcludente, quando non vengono pigramente posticipate e poi definitivamente rinviate a un possibile sequel. Molti, ovviamente, i rimandi e le similitudini con "Alien", a partire dal personaggio femminile che si rivela il più forte e l'unico in grado di sopravvivere alle mostruose creature aliene (alcune scene, come quelle del parto con taglio cesareo, riecheggiano anche sequenze dei film successivi della saga). Se però Ripley (Sigourney Weaver) nel film del 1979 emergeva poco a poco, qui il ruolo di protagonista di Elizabeth è evidente sin dall'inizio. Diverse le similarità anche a livello dell'ambientazione e della tecnologia (le capsule per l'ibernazione a bordo dell'astronave, la presenza di un ambiguo robot, la mega-corporazione Weyland – che poi diventerà Weyland-Yutani – alle spalle della missione): tutto però è meno fascinoso del prototipo, che faceva della fantascienza "sporca" e realistica uno dei suoi punti di forza. Qui c'è molta meno originalità, anche pensando che il film arriva dopo "Avatar" e dopo mille altre astronavi asettiche e tecnologiche viste nei decenni passati. Il problema principale della pellicola, comunque, è l'incapacità di stimolare l'immaginazione del pubblico: la storia non sembra mai decollare e offre allo spettatore soltanto velate suggestioni che lasciano più frustrati che entusiasti, in attesa di risposte che non verranno mai o, se arrivano, risultano molto meno interessanti di quanto si poteva credere all'inizio. Oltre alla fotografia (da sempre punto di forza dei film di Scott) e all'aspetto visivo dei panorami extraterrestri, si salvano alcune trovate legate principalmente al personaggio del robot David, subdolo e manipolatore, che parla con frasi tratte da altri film (grazie ai quali ha imparato la lingua inglese) e che mostra nei confronti dei suoi "creatori" lo stesso interesse, misto a curiosità e rancore, che gli umani mostrano nei confronti degli "ingegneri". Bravo Fassbender a interpretarlo (a tratti ricorda lo Jude Law di "A.I."), anche se mantenere sempre la stessa espressione non gli sarà costato troppo sforzo. Nel cast anche un irriconoscibile Guy Pearce (nei panni "invecchiati" di Weyland: ma perché non scritturare un attore anziano anziché applicare tutto quel pesante trucco?) e la solita "algida" Charlize Theron (il cui personaggio, del tutto inutile, è mantenuto in vita fin troppo a lungo, per poi essere spazzato via con nonchalance).

5 novembre 2012

Alice nelle città (Wim Wenders, 1974)

Alice nelle città (Alice in den Städten)
di Wim Wenders – Germania Ovest 1974
con Rüdiger Vogler, Yella Rottländer
***

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il giornalista tedesco Philip Winter avrebbe dovuto scrivere un reportage sul "paesaggio americano", ma ha vagato per settimane negli Stati Uniti senza combinare nulla se non scattare fotografie prive di ispirazione. Quando decide di tornare in Germania, si ritrova a viaggiare insieme a una bambina, Alice, che gli è stata affidata dalla madre affinché la riporti in patria. I due percorreranno le strade della Germania da città in città, alla ricerca della nonna di Alice, senza denaro e muniti soltanto di una foto della vecchia casa dove la nonna vive. Quarto lungometraggio di Wenders, è il primo dell'acclamata "trilogia della strada" (gli altri due, usciti l'anno seguente, sono "Nel corso del tempo" e "Falso movimento"). Girato in uno splendido bianco e nero, il film dedica molta attenzione ai paesaggi che circondano i personaggi: comincia nei classici scenari aperti degli Stati Uniti (l'America e il suo mito hanno sempre avuto un notevole fascino su Wenders: e lo si percepisce anche dalla continua presenza di musica, immagini, radio e schermi televisivi: anche dopo essere tornati in Germania, dai juke box esce musica americana; il protagonista si reca a un concerto rock; e nel finale, su un quotidiano campeggia la foto di John Ford, altro "mito americano" che era scomparso da poco) e prosegue con la rivisitazione dei paesaggi tedeschi (i villaggi della Ruhr, per esempio, dove le vecchie case si svuotano una dopo l'altra o vengono demolite). Si tratta in tutto e per tutto un road movie europeo – che parte dalla disillusione e dalla "fine del sogno americano", per andare alla scoperta di un nuovo equilibrio più giovane e spontaneo – e come tale veicola il classico tema di questo tipo di film: la ricerca di sé stessi. "Ho perso me stesso", confessa infatti Philip all'editore, per spiegargli come non sia riuscito a scrivere l'articolo che gli era stato commissionato. E le fotografie Polaroid (dunque da sviluppare immediatamente) che scatta in continuazione sono "prove" della sua stessa esistenza: è sintomatico che, da quando torna in Germania con Alice, smette di scattarne. Alla fine, grazie alla ragazzina, avrà finalmente una storia da scrivere. L'atmosfera avvolgente (grazie anche alla colonna sonora minimalista e ripetitiva di Irmin Schmidt), le memorabili interpretazioni (spicca in particolare la naturalezza della giovane Yella Rottländer), scene simboliche (come quella in cui Philip "spegne" il Chrysler Building fingendo di soffiarvi contro proprio allo scoccare della mezzanotte) e temi archetipici del cinema del regista tedesco (come il tentativo di catturare la realtà attraverso le immagini) lo rendono il primo vero capolavoro di Wenders. Peccato che sia anche uno dei pochi suoi film a non essere ancora uscito da noi in DVD. Da notare che Philip Winter è il nome con cui si chiamano quasi tutti i personaggi interpretati da Rüdiger Vogler nei vari film di Wenders (da "Nel corso del tempo" a "Così lontano, così vicino", da "Fino alla fine del mondo" a "Lisbon Story").

4 novembre 2012

Yes Man (Peyton Reed, 2008)

Yes Man (id.)
di Peyton Reed – USA 2008
con Jim Carrey, Zooey Deschanel
**

Visto in TV, con Sabrina.

Carl, impiegato all'ufficio prestiti di una banca, conduce una vita miserabile: dopo il divorzio si è ritirato dal mondo, rifiuta gli inviti degli amici e trascorre le serate da solo davanti alla tv, rinunciando a qualsiasi opportunità che gli viene offerta. Tutto cambia quando, spinto da un conoscente, partecipa al seminario di un guru il cui motto è quello di "dire di sì" alla vita. Di fronte agli altri adepti, Carl si ritrova a stringere un patto: dovrà rispondere di "sì" a ogni proposta che gli verrà fatta, altrimenti subirà gravi conseguenze. Spaventato dalla maledizione, Carl si accorge di non poter più rifiutare nulla a chi gli chiede qualcosa: ma incredibilmente, in questo modo la vita comincia a sorridergli. Per aver dato un passaggio in auto (e regalato tutto il suo denaro) a un barbone, incontra una deliziosa e stravagante ragazza (Zooey Deschanel) che si innamora di lui; per aver dimostrato intraprendenza sul lavoro (concedendo prestiti anche in casi apparentemente disperati, ma che si rivelano fruttuosi per la banca), riceve una promozione; per aver accettato di frequentare i corsi più improbabili (lezioni di volo, insegnamenti di lingua coreana, incontri matrimoniali con donne iraniane) si ritrova con un bagaglio di esperienze che gli saranno utili in più occasioni. Inoltre fa amicizia con il suo capo nerd (memorabile l'invito alla serata a tema "Harry Potter"), rinnova il rapporto con gli amici di vecchia data, si dedica al volontariato... Ma presto si accorgerà a proprie spese che qualche volta anche dire di "no" sarebbe altrettanto importante. Il solito (ottimo) Carrey nel solito (bizzarro) film: regia e sceneggiatura hanno forse qualche punto debole, e il messaggio è alquanto banale, ma nel complesso il divertimento non manca e la pellicola è sufficientemente simpatica da meritare la visione. Nel cast anche Rhys Darby (il capo di Carl), Fionnula Flanagan (la vicina di casa) e Terence Stamp (il guru).

3 novembre 2012

Splash (Ron Howard, 1984)

Splash - Una sirena a Manhattan (Splash)
di Ron Howard – USA 1984
con Tom Hanks, Daryl Hannah
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il primo grande successo di Ron Howard come regista (e di Tom Hanks come attore, mentre Daryl Hannah era già salita alla ribalta per il suo ruolo da androide in "Blade Runner") è una romantica rivisitazione urbana della fiaba della Sirenetta di Andersen (che cinque anni dopo la Disney – forse spinta proprio dalla buona accoglienza di questa pellicola – adatterà anche a cartoni animati). Allen, che insieme al fratello Freddie dirige un'azienda che distribuisce frutta e verdura, aveva incontrato la giovane sirena Madison per la prima volta quando entrambi erano bambini, nelle acque al largo di Cape Cod. Anni dopo ripensa all'accaduto come a un sogno: ed essendo reduce da varie delusioni sentimentali, si convince di non essere in grado di innamorarsi mai più. Ma quando Madison lo rivede per caso, decide di uscire dall'acqua per vivere al suo fianco, mimetizzandosi fra gli esseri umani grazie al fatto che, all'asciutto, le sue pinne si trasformano magicamente in gambe perfette. Ha però a disposizione un tempo limitato, solo sei giorni, prima di dover tornare in mare per sempre. Il ritmo è spigliato, il tono (fortunatamente) mai troppo sdolcinato, e la sceneggiatura aggiorna con intelligenza la fiaba classica ai tempi moderni (la sirena, inizialmente muta, impara la lingua inglese dopo essere stata tutta un pomeriggio a guardare gli apparecchi televisivi esposti in un centro commerciale). Il finale, in particolare, è tutt'altro che scontato. Fra i comprimari spiccano John Candy (il fratello del protagonista) ed Eugene Levy (lo scienziato che vuole dimostrare al mondo che le sirene esistono, e che cerca in ogni modo di "innaffiare" Madison per farle spuntare le pinne). Memorabile l'uscita di Daryl Hannah dall'acqua, completamente nuda, sull'isola della Statua della Libertà. Il film fu la prima pellicola distribuita dalla Disney sotto la nuova etichetta Touchstone Pictures, creata appositamente per l'occasione e riservata a lungometraggi diretti a un pubblico meno infantile. Una curiosità: Allen dà alla sirena il nome Madison ispirandosi al cartello stradale di Madison Avenue, commentando che non si tratta di un vero nome: eppure, dopo l'uscita del film, questo divenne così popolare che numerose ragazze negli Stati Uniti furono chiamate proprio così, tanto che oggi Madison è un nome femminile piuttosto comune.

30 ottobre 2012

Mezzogiorno di fuoco (Fred Zinnemann, 1952)

Mezzogiorno di fuoco (High Noon)
di Fred Zinnemann – USA 1952
con Gary Cooper, Grace Kelly
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Eleonora, Ginevra, Florian e Daniele.

Lo sceriffo Will Kane si è appena sposato con la giovane quacchera Amy Fowler, ha rassegnato le dimissioni come tutore dell'ordine (spinto da lei, che non approva la violenza) e sta per lasciare la città per ritirarsi a vita privata. Ma un telegramma annuncia l’arrivo, con il treno di mezzogiorno, del bandito Frank Miller, appena uscito di prigione e deciso a vendicarsi dell’uomo che lo aveva arrestato. Pur non avendo più responsabilità in merito, Kane decide di restare in città per affrontare Miller, nonostante sia la moglie che i dignitari del paese cerchino di scoraggiarlo. Poiché l’avversario si presenterà insieme a tre compari, lo sceriffo cerca inutilmente di formare un gruppo di agenti giurati, ma sia il suo giovane vicesceriffo (che nutre del rancore nei suoi confronti) che gli altri abitanti del paese si tirano indietro spaventati. Mezzogiorno si avvicina e Kane si ritrova solo e abbandonato da tutti. Western assai atipico per i tempi, tutto costruito sull’attesa e sulla suspense: l’azione (se non consideriamo la breve scazzottata fra Cooper e Lloyd Bridges) è riservata solo ai dieci minuti finali, mentre il resto della pellicola scandisce in tempo reale l’approssimarsi del duello (il lungometraggio comincia alle dieci e trenta e termina poco dopo mezzogiorno), una sorta di “Aspettando Godot” in salsa western. Accolto alla sua uscita con qualche controversia, sia per motivi politici (vedi sotto) che per la rottura delle convenzioni e dei cliché del genere, ne è considerato oggi un caposaldo e ha generato numerose citazioni, omaggi, parodie e remake (persino in chiave fantascientifica: vedasi “Atmosfera zero”). Sergio Leone si ispirerà alla sequenza in cui i tre sgherri di Frank Miller attendono il loro capo alla stazione per il magnifico incipit di “C’era una volta il west” (e chissà, magari avrà notato qui per la prima volta Lee Van Cleef, che interpreta uno dei suddetti sgherri). Memorabile anche il montaggio che conduce allo scoccare fatidico delle dodici, mostrando in rassegna i volti tesi di tutti i personaggi – dai protagonisti a coloro che hanno rifiutato di aiutare Kane – alternati al treno in arrivo e alla pendola che, inquadrata sempre più da vicino e di sbieco, batte il passaggio degli ultimi secondi. E proprio lo sferragliare del treno e il ticchettio dell'orologio riecheggiano continuamente nella title song (Do Not Forsake Me, O My Darlin’, cantata da Tex Ritter) e nella sofisticata colonna sonora di Dimitri Tiomkin.

La vicenda narrata dalla pellicola è generalmente considerata come una metafora del maccartismo. Lo sceneggiatore (nonché coproduttore, anche se non accreditato) Carl Foreman era infatti finito nelle liste nere di Hollywood perché in passato aveva fatto parte del partito comunista ma soprattutto perché, convocato dal comitato contro le attività anti-americane, aveva rifiutato – a differenza dei suoi ex compagni – di fare altri nomi. Il tema dell’uomo tradito o abbandonato dagli amici e lasciato a combattere da solo (e la scena finale, in cui Kane getta con disprezzo la stella di sceriffo nella polvere) furono percepiti come evidenti messaggi contro il clima che allora regnava nell’ambiente, anche se il soggetto della pellicola proveniva da un “innocuo” racconto western di John W. Cunnigham, “The tin star”. Anche il casting non fu immune da polemiche per la differenza di età fra Gary Cooper, allora cinquantunenne, e Grace Kelly, poco più che ventenne e quasi agli esordi. In ogni caso, Cooper vinse l’Oscar per il miglior attore: il film si portò a casa anche le statuette per il montaggio, la canzone e la colonna sonora (oltre alle nomination per miglior pellicola, regia e sceneggiatura). Katy Jurado è Helen Ramirez, la messicana che in passato aveva abbandonato Miller per Kane (notevole il contrasto anche cromatico e visivo fra lei e l’altra donna del film, Amy, la mora vestita di nero e la bionda vestita di bianco). In ruoli minori figurano Lon Chaney Jr., Harry Morgan e Ian MacDonald. Fra coloro ai quali il film non piacque ci fu John Wayne, che sosteneva le liste nere e che sette anni dopo, insieme a Howard Hawks (a sua volta critico: “Non penso che un buono sceriffo debba correre per la città come un coniglio a chiedere aiuto a tutti”), realizzò una sorta di risposta conservatrice con “Un dollaro d’onore”. Zinnemann, che ammirava Hawks, ne rimase deluso e rispose: “Gli sceriffi sono persone come le altre, e non esistono due persone uguali. Il film si svolge nel Vecchio West, ma in realtà si tratta di una storia su un conflitto di coscienza. In questo senso è simile al mio ‘Un uomo per tutte le stagioni’. In ogni caso, il rispetto per l’eroe western non è certo diminuito a causa di ‘Mezzogiorno di fuoco’.”

27 ottobre 2012

Io e te (Bernardo Bertolucci, 2012)

Io e te
di Bernardo Bertolucci – Italia 2012
con Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Anziché partire per una settimana bianca con la scuola, come ha fatto credere alla madre, il quattordicenne Lorenzo – un ragazzo problematico che non ama la compagnia e non ha amici – si nasconde per una settimana nella cantina di casa, dopo essersi ben organizzato con le dovute provviste, il computer, musica e libri. I suoi piani di stare da solo vengono però stravolti dall'arrivo imprevisto della sorellastra Olivia, di qualche anno più grande di lui e tossicodipendente in fuga, con la quale sarà costretto a condividere i sette giorni in cantina. Per il suo ritorno al cinema a quasi dieci anni di distanza da "The Dreamers" (e a oltre trent'anni dal suo ultimo film di produzione italiana), Bertolucci sceglie di adattare un romanzo di Niccolò Ammanniti che sin dal titolo suggerisce quale sarà il tema trattato (le difficoltà di socializzazione) e che offre parecchi spunti in linea con i suoi lungometraggi precedenti: il giovane Lorenzo, con la sua introversione, i rapporti irrisolti con i genitori e le fantasie incestuose, può ricordare il protagonista de "La luna"; i ragazzi che si isolano dal resto del mondo e mettono in moto dinamiche personali all'interno di quattro mura fanno venire in mente lo stesso "The Dreamers"; mentre Olivia, che sogna di andare a vivere nella campagna toscana, ha velleità artistiche ed è l'oggetto dell'attenzione di uomini più anziani di lei, ha diversi punti in comune con la giovane protagonista di "Io ballo da sola". Simbolico l'interesse di Lorenzo per animali e insetti in grado di "mimetizzarsi" (il camaleonte, gli insetti stecco) o di vivere in maniera organizzata e autosufficiente (le formiche: nel suo rifugio il ragazzo si porta appunto un formicaio sotto vetro, che osserva con attenzione grazie alla stessa lente d'ingrandimento che poi utilizzerà per scrutare il volto della sorellastra mentre dorme). La sua analisi da entomologo è però sempre rivolta al mondo fuori da sé, mentre rifiuta o ignora ogni tentativo (quello dello psicanalista, quello della madre, quello della stessa Olivia) di rivolgere tale attenzione verso sé stesso. Rispetto al romanzo, Bertolucci ha scelto di eliminare il controfinale ambientato dieci anni più tardi. Ottima la prova dei due giovani attori, che reggono l'intera pellicola quasi da soli (in più ci sono Sonia Bergamasco, la madre; Veronica Lazar, la nonna; Pippo Delbono, lo psicanalista; e Tommaso Ragno, l'amico di Olivia). Nella colonna sonora spicca il folk psichedelico di David Bowie ("Ragazzo solo, ragazza sola", cantato in italiano su testi di Mogol, e la sua versione originale, "Space Oddity"). La regia rende vivo anche il polveroso scantinato che ospita i due personaggi, quasi come se fosse il terzo protagonista della vicenda.

23 ottobre 2012

Insalata russa (Yuri Mamin, 1994)

Insalata russa (Okno v Parizh)
di Yuri Mamin – Russia 1994
con Sergei Dontsov, Agnès Soral
**1/2

Visto in divx, con Paola, Marta e Florian.

In uno scalcinato e affollato appartamento di una San Pietroburgo in preda alla povertà e al caos (siamo negli anni immediatamente seguenti alla dissoluzione dell'Unione Sovietica), un gruppo di amici russi scopre l'esistenza di una finestra che si affaccia “magicamente” sui tetti di Parigi. Approfittando del misterioso varco, che però è destinato a chiudersi entro un paio di settimane (per riaprirsi solo vent'anni dopo), l'insegnante di musica Nikolai si lancia all’esplorazione della Ville Lumière, sperando che questa possa offrirgli migliori opportunità di vita e di lavoro, mentre il maneggione Gorokhov – con l’aiuto di moglia, figlia e suocera – ne approfitta per "contrabbandare" (da entrambi i lati) prodotti di lusso francesi e cimeli della Perestrojka, e altri inquilini dell’appartamento si scoprono divisi fra i rimpianti per il regime comunista e le lusinghe della vita occidentale. Il continuo viavai dei russi finisce col disturbare e far imbufalire Nicole, giovane artista parigina il cui loft è situato proprio in corrispondenza con il varco, ma dopo alcune disavventure (la ragazza si perde a sua volta per le strade dell'ex Leningrado) fra lei e Nikolai scatterà la simpatia. Insolita commedia dai toni surreali e grotteschi, basata su uno spunto simpatico e originale (che per certe cose anticipa “Essere John Malkovich”), con una comicità confusa e anarchica che va spesso sopra le righe ma anche una buona caratterizzazione dei personaggi (su tutti Nikolai, scapigliato musicista e insegnante che non resiste alla tentazione di accordare ogni pianoforte in cui si imbatte) e una certa vena satirica (per esempio contro la nuova tendenza dei russi ad abbracciare il capitalismo subito dopo essersi disfatti del comunismo: vedi la scuola dove insegna il protagonista, tutta volta a formare una classe di bambini manager, il cui motto è "Pecunia non olet" e alle cui pareti sono appese riproduzioni di banconote occidentali; a tratti ricorda il liceo Marilyn Monroe del "Bianca" di Nanni Moretti). Fra le gag migliori: Nikolai e Nicole che si spacciano per i "famosi cantanti" Elvis Presley ed Edith Piaf per ingannare gli sprovveduti poliziotti di San Pietroburgo, e l’insegnante che guida i suoi alunni con il suono del proprio flauto, come nella fiaba del pifferaio magico. Nel finale c’è anche un pizzico di retorica, con i bambini – portati da Nikolai a Parigi in "gita scolastica" – che vorrebbero rimanere nella capitale francese e l'insegnante che li esorta invece a tornare in Russia e a darsi da fare per risollevare la loro patria disastrata. Il titolo originale, ben più indicato di quello italiano, significa "La finestra su Parigi". Alla sua uscita il film ha conquistato in breve tempo il record di copie pirata (in videocassetta) vendute per le strade di Mosca.

21 ottobre 2012

Paycheck (John Woo, 2003)

Paycheck (id.)
di John Woo – USA 2003
con Ben Affleck, Uma Thurman
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Al suo sesto (e per ora ultimo) film americano, John Woo gioca di nuovo la carta della fantascienza (la pellicola è tratta da un racconto di Philip K. Dick, "I labirinti della memoria", del 1953) ma non riesce a ripetere il successo di "Face/Off", anche per colpa di una sceneggiatura che non sfrutta a dovere i buoni spunti offerti del soggetto. Il protagonista, Michael Jennings (Ben Affleck: la parte era stata proposta a Matt Damon, che l'ha rifiutata perché troppo simile a quella di Jason Bourne), è un brillante ingegnere specializzato in reverse engineering: se un'azienda senza troppi scrupoli intende scoprire i segreti di un prodotto tecnologico della concorrenza o mettere a punto un'idea ancora più innovativa e top secret, Jennings "vende" loro un periodo della propria vita (di solito un paio di mesi), isolandosi in laboratorio e dedicandosi completamente all'obiettivo, per poi farsi cancellare la memoria di quei mesi dall'amico Shorty (Paul Giamatti) in modo che quanto ha fatto non sia noto più a nessuno, nemmeno a lui. Quando il milionario Jimmy Rethrick (Aaron Eckhart) lo ingaggia per un lavoro più impegnativo del solito, gli occorreranno tre anni per dar vita a una macchina talmente rivoluzionaria e pericolosa da attirare anche l'attenzione dell'FBI. Alla fine dell'incarico, con la memoria cancellata (compresi i ricordi della sua relazione con la biologa Rachel, interpretata da Uma Thurman), scoprirà che non solo è braccato tanto dalla polizia quanto da Rethrick stesso (che lo vuole uccidere), ma anche che ha rinunciato al compenso milionario preferendo invece una busta contenente venti oggetti del tutto ordinari (un pacchetto di sigarette, una moneta, degli occhiali, una lente d'ingrandimento, ecc.). Come in un videogioco ad enigmi, dovrà usare ciascuno degli oggetti al momento giusto e nel posto giusto per salvarsi la vita e procedere verso la comprensione di ciò che è accaduto nei tre anni precedenti: quella che ha costruito è una macchina che permette di vedere nel futuro, e così ha potuto "prevedere" che cosa gli servirà per sopravvivere e per distruggere un apparecchio che, complice la natura umana, inevitabilmente finirà col far autoavverare proprio ciò che mostra (guerre, epidemie). Il tema dell'uomo inconsapevole ma costretto alla fuga è debitore a "Intrigo internazionale" di Hitchcock, quello della memoria cancellata selettivamente è un classico della SF (e anticipa di un anno "Se mi lasci ti cancello"). Se nel complesso il film può deludere per l'incapacità, come già detto, di approfondire in maniera soddisfacente i concetti e le idee di partenza (in più, alcune svolte legate ai singoli oggetti sembrano davvero implausibili), il ritmo e il buon cast valgono almeno una visione. E Woo condisce il tutto con i suoi classici stilemi: scene d'azione (anche se meno elaborate e coinvolgenti del solito) e inseguimenti in moto, riflessioni sull'amicizia (tradita o meno: vedi i casi rispettivamente di Rethrick e di Shorty) e la predeterminazione, un paio di mexican standoff e l'immancabile colomba bianca che appare nel momento clou.

20 ottobre 2012

Parto col folle (Todd Phillips, 2010)

Parto col folle (Due date)
di Todd Phillips – USA 2010
con Robert Downey Jr., Zach Galifianakis
*

Visto in TV.

L'architetto Peter Highman (Downey Jr.) deve recarsi da Atlanta a Los Angeles per assistere al parto della moglie, previsto con taglio cesareo entro due giorni. Ma un incontro casuale all'aeroporto con l'aspirante attore Ethan Tremblay (Galifianakis) gli fa perdere il volo e il bagaglio. Privo di denaro e di documenti, sarà costretto ad attraversare in auto tutto il paese e soprattutto ad accettare (e sopportare) la compagnia del problematico Ethan, che lo coinvolgerà in guai e vicissitudini di ogni tipo. Alla fine, però, l'amicizia fra i due si cementerà. Il regista de "Una notte da leoni" ripropone lo stesso menù a base di amici, sbornie e disavventure, ricorrendo stavolta al tema delle due persone diversissime fra loro (con una delle due insofferente verso l'altra, che di solito è invece quella che procaccia i guai), costrette a condividere uno spazio fisico, un viaggio o un altro tipo di situazione: un classico del cinema sin dai tempi del muto, passando per i film con Jack Lemmon e Walther Matthau e per le commedie francesi sui "cretini". Qui però tutto è artificioso e fasullo, le gag non strappano che deboli risate, la sceneggiatura non affonda quando dovrebbe farlo e ripete situazioni, spunti (il cagnolino, le ceneri del padre, le deviazioni impreviste) e ambientazioni (il confine messicano, il Grand Canyon) già visti millemila volte in passato. Ma soprattutto non approfondisce che superficialmente i due personaggi e la loro relazione, un grave difetto visto che l'unica idea su cui si basa l'intero film è proprio il contrasto fra il controllato, efficiente e arrogante Peter, e lo scalcinato, effemminato e "alternativo" Ethan. Dopo i primi dieci minuti, cessa di essere divertente. Downey Jr. è sempre in gamba, ma il resto del cast è sotto il livello di guardia. Nel finale, cameo per i protagonisti del telefilm "Due uomini e mezzo", la serie di cui Ethan è un fan e in cui aspira a recitare.

19 ottobre 2012

Histoire d'«O» (Just Jaeckin, 1975)

Histoire d'«O» (id.)
di Just Jaeckin – Francia 1975
con Corinne Cléry, Udo Kier
**

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Tratto dal celeberrimo romanzo erotico di Pauline Réage, pubblicato nel 1954, è il film-manifesto del bondage e del sadomaso al cinema. La giovane e bellissima «O» è talmente sottomessa al suo amante René da accettare di essere condotta al castello di Roissy, dove viene addestrata per diventare una schiava sessuale e subisce frustate e mortificazioni di ogni tipo. René la consegna infine al proprio mentore, il nobile sir Stephen, che diventa il suo padrone assoluto ma che finirà con l'innamorarsene, con conseguente capovolgimento di ruoli. Lo scandalo provocato dal romanzo alla sua uscita risulta certamente attenuato nel film (dopotutto erano passati vent'anni e i costumi erano cambiati), ma non del tutto: l'idea che una donna possa trovare la felicità nella più completa sottomissione e nel "totale annullamento della sua volontà, nel quale essa rinuncia alla propria libertà lasciando che sia un uomo a detenerla come una sorta di vera e propria proprietà personale" può risultare incomprensibile ancora a molti (gli intellettuali francesi, alla sua uscita, faticarono a credere che il romanzo fosse stato scritto da una donna). Nonostante l'aria da softcore patinato ante litteram (non saranno poche le pellicole che vi si ispireranno, riproponendo la fotografia luminosa e diffusa nella speranza di riprodurne anche l'atmosfera torbida), il film non ha perso la sua carica erotica e traspone abbastanza fedelmente sullo schermo le pagine scritte, trattando l'argomento con eleganza e senza sfociare mai nella volgarità. Numerosi i tagli nella versione italiana, ma i frammenti sono stati ripristinati nell'edizione in DVD. Fondamentale la bellezza "opalina, morbida e perfetta" della protagonista Corinne Cléry (la quale, dopo essere divenuta celebre con questa pellicola, ha lavorato parecchio in italia ed è stata anche una bond girl nel film "Moonraker - Operazione spazio" del 1979). Nel cast anche Udo Kier (René), Anthony Steel (sir Stephen) e Li Sellgren (Jacqueline, la bionda modella che «O» seduce e introduce a sua volta a Roissy).

18 ottobre 2012

Safe (Boaz Yakin, 2012)

Safe (id.)
di Boaz Yakin – USA 2012
con Jason Statham, Catherine Chan
*1/2

Visto in TV.

Luke Wright, ex poliziotto dei servizi speciali infiltrato nel circuito dei combattimenti clandestini e ora caduto in disgrazia e in fuga dai suoi stessi compagni corrotti, rimane coinvolto nella guerra di potere fra la mafia cinese e quella russa quando decide di proteggere Mei, una bambina la cui stupefacente memoria per i numeri viene utilizzata dai malviventi allo scopo di "consegnare" la combinazione di una cassaforte. Un action movie senza particolari momenti memorabili: la presenza e la fisicità di Statham non bastano a sollevare una sceneggiatura priva di idee e una regia che non offre nulla che non si sia già visto in tante altre pellicole del genere (combattimenti, sparatorie, inseguimenti, senza un attimo di sosta ma anche senza sorprese o inventiva). Buono per passare il tempo, ma del tutto dimenticabile.

14 ottobre 2012

Sognando Beckham (G. Chadha, 2002)

Sognando Beckham (Bend It Like Beckham)
di Gurinder Chadha – GB 2002
con Parminder Nagra, Keira Knightley
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Divertente commedia sul calcio femminile, sulle difficoltà di integrazione delle nuove generazioni di espatriati e sull'importanza di saper "piegare" le regole della tradizione (to bend it, come recita il titolo originale, che si riferisce anche alla capacità di Beckham di dare l'effetto alla palla per aggirare la barriera sui calci di punizione) allo scopo di esprimere sé stessi e raggiungere i propri obiettivi. Jesminder ("Jess"), diciottenne di origine indiana che vive con la sua famiglia in Inghilterra, alla periferia ovest di Londra, è un'appassionata fan di David Beckham e ama giocare a pallone al parco con gli amici (maschi), il che non è visto di buon occhio dai genitori, assai conservatori (il padre è un sikh ortodosso, la madre sogna per lei un matrimonio punjabi). Avendola osservata in azione, la coetanea Juliette ("Jules", una Keira Knightley agli esordi) le propone di entrare a far parte della locale squadra amatoriale di calcio femminile. Combinando il loro talento, Jess e Jules portano il team in finale, ma la loro amicizia viene messa a repentaglio dal fatto che entrambe si innamorano dell'allenatore, il giovane irlandese Joe (Jonathan Rhys Meyers). E nel frattempo non mancano i problemi con le rispettive famiglie: la madre di Jules si convince che fra le due ragazze ci sia una relazione lesbica, mentre i genitori di Jess, dopo aver scoperto che la figlia fa parte della squadra, le impediscono di continuare a giocare, anche perché il matrimonio della sorella maggiore Pinky (Archie Panjabi) è imminente e tutta la famiglia deve mobilitarsi per organizzarlo al meglio. Il miglior film della regista anglo-indiana Gurinder Chadha fonde in maniera leggera, fresca e (auto)ironica i luoghi comuni della pellicola sportiva (il riscatto, il gioco di squadra, il sacrificio, la vittoria finale), di quella romantica (i dilemmi dell'amicizia e dell'amore) e di quella a sfondo sociale (il contrasto fra il rispetto della tradizione e la lotta per l'autodeterminazione, i dissidi generazionali – "Non sempre i genitori hanno ragione" – e i cambiamenti nel comportamento dei figli degli espatriati – vedi la disinibita sorella Pinky, dedita al sesso pre-matrimoniale, o l'amico Tony, che si rivela essere gay). Significativa la scena in cui Jess vede – nella barriera da aggirare sul calcio di punizione decisivo – la madre, le zie e gli altri parenti, insomma tutti coloro che rappresentano una tradizione (famigliare, etnica, sociale) da superare. Se dunque il divertimento non manca, questo non va a discapito dei contenuti e della sostanza, il tutto in un setting realistico e ben definito (i personaggi vivono nei dintorni dell'aeroporto di Heathrow, i cui aerei in decollo si vedono spesso passare nei cieli sopra le loro teste: la scena finale della pellicola non poteva dunque che ambientarsi nell'aeroporto stesso, con le protagoniste che partono per una nuova avventura – una borsa di studio in America, dove il calcio femminile è praticato anche a livello professionistico), strizzando un occhio al cinema bollywoodiano (musiche, abiti, colori e balletti) e un altro a quello britannico ("My beautiful laundrette" ha fatto scuola). E dunque poco male se la trama presenta qualche cliche di troppo, se alcuni personaggi sono eccessivamente macchiettistici (i parenti), se l'alchimia fra la Nagra e Rhys Meyers non pare proprio perfetta e se le sequenze calcistiche non sono sempre convincenti. Il buon ritmo della storia e l'energetica simpatia delle due protagoniste compensano ogni cosa. Molte ragazze della squadra di calcio sono vere giocatrici dilettanti. Curioso cameo, nei panni di sé stessi, per gli ex calciatori e commentatori sportivi Alan Hansen, John Barnes e Gary Lineker, mentre nel finale si intravede in aeroporto anche David Beckham (e signora) in persona. Nei titoli di coda la regista, la troupe e gli attori intonano a turno le strofe della canzone finale in hindi.