26 novembre 2011

Per un pugno di dollari (S. Leone, 1964)

Per un pugno di dollari
di Sergio Leone – Italia/Spagna 1964
con Clint Eastwood, Gian Maria Volontè
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola ed Eleonora.

Uno "straniero senza nome" e senza passato (chiamato Joe, per praticità, dagli altri personaggi), vestito con un caratteristico poncho, giunge nel villaggio di San Miguel – nei pressi del confine fra Stati Uniti e Messico – dove spadroneggiano due famiglie rivali: i messicani Rojo, che trafficano in armi con i ribelli oltre il confine, e gli yankee Baxter, che commerciano in liquori. Offrendo i propri servigi come pistolero alternativamente agli uni e agli altri, riuscirà a fare in modo che le due bande si eliminino a vicenda, per poi andarsene dal villaggio così come vi era arrivato. Il film che ha dato origine al fortunatissimo filone del western all'italiana (noto anche come "spaghetti western"), trascendendo e rinnovando i canoni del genere cinematografico americano per eccellenza, nasce quasi per caso quando Sergio Corbucci, dopo aver visto al cinema "La sfida del samurai" di Akira Kurosawa, suggerisce all'amico Sergio Leone che sarebbe stato assai semplice adattarlo per ricavarne un western. La pellicola giapponese, d'altronde, aveva già tutto quello che serviva: il setting, i personaggi, i temi, persino il duello finale nella main street. Bastava soltanto sostituire il samurai con un pistolero, aggiungervi una colonna sonora adeguata, modificare qualche piccolo dettaglio, e il gioco era fatto. Convinti che la pellicola non sarebbe mai uscita al di là dei propri confini e che all'estero sarebbe passata sotto silenzio, i produttori italiani non si presero nemmeno il disturbo di chiedere ai giapponesi il permesso di realizzare il remake (e poi, come ha spiegato lo stesso Leone, in fondo lo spunto era vecchio come il mondo: da "Arlecchino servitore di due padroni" di Goldoni ai romanzi noir di Dashiell Hammett, la cui influenza è stata riconosciuta anche da Kurosawa). Ma quando il successo arrise a livello internazionale, la Toho fece causa in tribunale e ottenne i diritti per lo sfruttamento dell'opera sul mercato giapponese.

In precedenza non erano mancati altri western girati in Italia, così come molti se ne producevano in Spagna e in altri paesi europei, ma si trattava di imitazioni pedisseque se non di copie sputate dei film americani (al punto che i cineasti erano soliti firmarsi con pseudonimi che non lasciavano trapelare l'origine europea delle pellicole: lo stesso Leone, inizialmente, era ricorso al nome d'arte Bob Robertson, poi eliminato in occasione della riedizione del film). Con "Per un pugno di dollari", invece, per la prima volta non si guarda più al cinema americano classico come unico modello ma si cercano nuove strade, appoggiandosi anche alla lezione del cinema popolare italiano (e aprendo, a propria volta, nuove prospettive per il western statunitense: dai film dello stesso Eastwood fino a Tarantino). Fra le grandi novità rispetto al cinema dei Ford e degli Hawks c'è soprattutto l'elevazione al rango di protagonista di un personaggio più ironico, cinico e amorale del tradizionale eroe senza macchia. Ma qualche legame con gli eroi del passato rimane: proprio come lo Shane del classico "Il cavaliere della valle solitaria", di Joe non sappiamo nulla: da dove viene, dove va, quali sono le sue reali motivazioni (solo a metà pellicola il taverniere Silvanito capisce – e noi con lui – che non si tratta di un semplice mercenario). "Più che un personaggio con una precisa caratterizzazione psicologica", ha scritto un critico, "Joe è un simbolo, che viene dal nulla e nel nulla ritorna. È il destino, il deus-ex-machina", e non a caso nel descrivere questo film si è fatto riferimento anche al mondo della tragedia classica, a Eschilo e agli autori greci. Fuori dalle parti, apparentemente non interessato a tutto quello che negli altri smuove passioni sfrenate (l'oro, le donne: significativo il momento in cui – come aveva fatto Mifune nel film di Kurosawa – dona il proprio denaro alla donna che ha liberato dalla prigionia, lasciandola libera di fuggire in compagnia del marito e del figlioletto), "l'uomo senza nome" è un personaggio assoluto e universale, uscito dal mito ma anche calato nella realtà, privo di interessi personali se non quelli di restituire la libertà ai più deboli e capace di esprimere amare considerazioni sociali o politiche ("Devo ancora trovare un posto dove non ci siano padroni").

Il film venne girato con un budget bassissimo in Spagna, per la precisione in Almeria, la regione che diventerà lo scenario tipico di gran parte delle pellicole del filone. Il protagonista Clint Eastwood (doppiato da Enrico Maria Salerno), allora semisconosciuto, era stato notato da Leone nel telefilm "Rawhide" (sì, quello la cui sigla è cantata dai Blues Brothers!). La sua scelta, con il senno di poi, è stata fondamentale per il successo della pellicola: freddo e imperturbabile ("Clint ha solo due espressioni: con il cappello e senza cappello", dichiarò il regista), contrasta nettamente con il principale rivale Gian Maria Volontè, esagitato e nevrotico, che interpreta il più giovane dei tre fratelli Rojo, quello con il fucile (equivalente del personaggio armato di pistola nel film di Kurosawa): indimenticabile, nel duello finale, Clint che lo invita a sparare "al cuore, Ramon, al cuore!" e, con la sua provocazione, riesce a fargli scaricare tutti i proiettili contro la lastra di metallo che indossa come protezione sotto il poncho. Negli anni seguenti Leone proseguì la cosiddetta "trilogia del dollaro" con lungometraggi via via più ambiziosi e personali: "Per qualche dollaro in più" (dove ad affiancare Eastwood – e Volontè – arriva Lee Van Cleef) e "Il buono, il brutto e il cattivo", tutti film dove a ben vedere quello interpretato da Clint è sempre lo stesso personaggio. Fondamentale la colonna sonora di Ennio Morricone, qui alla sua prima collaborazione con il regista (che era stato suo compagno di scuola), ispirata ai lavori di Dimitri Tiomkin (il tema principale con il fischio ricorda "Sfida all'O.K. Corral", mentre quello con la tromba è simile al celebre Deguello). Resosi conto di quanto sarebbe stata importante la colonna sonora per il risultato finale, Leone allungò apposta alcune scene per evitare di dover tagliare anzitempo il tema musicale: anche da questo è nata la sua tendenza a un ritmo lento e a inquadrature prolungate sugli attori o sui paesaggi! Tuttavia, pur essendo già indubbiamente e tipicamente "leoniano", a partire dalla rappresentazione esplicita e realistica della violenza, molti degli elementi che caratterizzeranno lo stile del regista nei film successivi non sono ancora così marcati: i primissimi piani sui volti dei protagonisti, il florilegio di frasi ironiche e celebri (anche se non ne mancano: la più memorabile è "Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto"), l'insistenza su particolari "sporchi" o dettagli insignificanti. Fra le innumerevoli citazioni e gli omaggi che successivamente sono stati tributati al film, ricordo con piacere quelli nel secondo episodio di "Ritorno al futuro".

24 novembre 2011

La sfida del samurai (A. Kurosawa, 1961)

La sfida del samurai (Yōjimbō)
di Akira Kurosawa – Giappone 1961
con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ginevra ed Eleonora.

Un ronin (un samurai senza padrone e senza nome, anche se lui – inventandosene uno sul momento – afferma di chiamarsi Sanjuro, ossia "trent'anni") giunge in un remoto villaggio dove due bande rivali di yakuza dettano legge e gestiscono il gioco d'azzardo e il commercio illegale di sakè, terrorizzando tutti gli abitanti. Fingendo di offrire i propri servizi come "guardia del corpo" (è questo il significato del titolo originale della pellicola) ora all'uno e ora all'altro gruppo, il protagonista li spinge a dichiararsi guerra, rompendo così i delicati equilibri che mantenevano in bilico la situazione e facendo piazza pulita di entrambe le bande. Dopo "La fortezza nascosta", Kurosawa prosegue con la sua decostruzione in chiave escapista e parodistica del jidaigeki, il classico film giapponese di ambientazione storica: questa volta gli stilemi sono quelli del western (il debito a Ford è talmente esplicito – si veda il duello finale nella strada principale del villaggio – che Sergio Leone avrà ben poca difficoltà a realizzarne un fedele remake proprio in chiave western, "Per un pugno di dollari") e ai classici valori dell'onore e del bushido sostituisce quelli dell'opportunismo, del cinismo e del sotterfugio. La modernità del film è completata dalla recitazione ironica di Toshiro Mifune, dai tocchi di estetica gore sparsi qua e là (quando Sanjuro arriva al villaggio, a dargli il benvenuto è un cane che porta in bocca una mano mozzata; e durante il primo duello, il samurai trancia di netto un braccio a uno dei suoi avversari) e da una colonna sonora ricca di inusitate sonorità (ispirata, pare, alla seconda rapsodia ungherese di Liszt). Formidabile, poi, la galleria di volti dei vari villain, fra i quali spiccano personaggi minori ma caratterizzati in maniera formidabile, come il gigante che impugna un ridicolo martello (l'attore si chiama Namigoro Rashomon: un nome perfetto per un interprete kurosawiano!) e il grasso e stupido Inokichi (Daisuke Kato, già uno dei sette samurai).

Alcuni critici hanno letto nella vicenda un'allegoria della guerra fredda che in quegli anni caratterizzava la situazione politica internazionale: i due gruppi di yakuza rappresenterebbero i due blocchi contrapposti (l'Occidente e l'Unione Sovietica) imprigionati in una sorta di deadlock dalla quale è impossibile uscire senza l'intervento di un fattore esterno. E la pistola che sfoggia uno dei personaggi – il giovane Unosuke, interpretato da un Tatsuya Nakadai che recitava per la prima volta in un film di Kurosawa – sarebbe un riferimento all'escalation degli armamenti. La lettura è suggestiva ma probabilmente fuorviante, visto che Kurosawa ha affermato che il soggetto gli è stato suggerito da un romanzo di Dashiell Hammett, "The Glass Key", e dal film noir che ne era stato tratto nel 1942 (anche se a dire la verità la trama ricorda molto più da vicino quella di un altro libro dello stesso Hammett, "Red Harvest", in italiano "Piombo e sangue") e che sarebbe molto più semplice leggere la pellicola come una parabola sulla cupidigia e un divertissement che parodizza in maniera graffiante la violenza e le imprese degli eroi dei classici jidaigeki. Sanjuro, machiavellico e doppiogiochista, non si affida solo alla sua incredibile abilità con la spada (vince regolarmente ogni duello, anche quando si batte da solo contro sei avversari) ma ricorre pure all'astuzia e all'inganno, ed è forse questo che ha reso tanto semplice la sua trasposizione nel tipico protagonista del western all'italiana. Certo, è comunque guidato da ideali umanitari e cavalleristici come i protagonisti de "I sette samurai" (lo dimostra, per esempio, l'episodio in cui salva la donna sottratta dai banditi al marito e al figlioletto), ma il suo atteggiamento è tutt'altro che eroico: anzi, non esita a ricorrere alle stesse armi dei suoi nemici, sfruttando a proprio favore i loro difetti e la loro eccessiva fiducia verso colui che credono un alleato. Oltre al film di Sergio Leone (che uscì nelle sale senza che i produttori italiani avessero chiesto alla Toho l'autorizzazione a realizzare il remake), la pellicola ha ispirato (stavolta "ufficialmente") anche il più recente "Ancora vivo" di Walter Hill con Bruce Willis. Nel 1962, visto il grande successo di pubblico e su pressioni dei produttori, Kurosawa ne ha realizzato un sequel intitolato "Sanjuro".

23 novembre 2011

I medici volanti dell'Africa orientale (W. Herzog, 1969)

I medici volanti dell'Africa orientale (Die fliegenden Ärzte von Ostafrika)
di Werner Herzog – Germania 1969
documentario
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il "Flying Doctors Service" è un'organizzazione internazionale che si occupa del soccorso medico nelle zone più isolate e impervie dell'Africa orientale (Kenya, Tanzania e Uganda). Partendo dalla base centrale di Nairobi, i "medici volanti" si muovono in aereo per recare assistenza alle popolazioni locali in caso di emergenza. Il documentario di Herzog ne mostra l'attività, i rischi (spesso si tratta di atterrare su piste di fortuna, in luoghi i cui abitanti non hanno mai visto prima un aereo da vicino: "Per loro è un'esperienza paragonabile all'atterraggio di una navicella Apollo per noi"), i problemi (la scarsità di mezzi e di risorse, ma anche le difficoltà di comunicazione), la lotta contro l'ignoranza e la superstizione (i genitori che non rivogliono indietro il bambino che è stato operato, i guerrieri Masai che guardano con timore la scaletta dell'ambulatorio), la "concorrenza" degli stregoni (anche se i medici li considerano "complementari" a loro, più psicologi che curatori). Ciò nonostante, il tono della pellicola è piuttosto ottimista: viene spiegato che "la fiducia degli africani nella nostra medicina è sorprendente. Una volta conquistata, è più assoluta che da noi". E di fronte agli sforzi e tante difficoltà che questi "missionari della medicina" affrontano per portare aiuto, vaccinazioni, prevenzione e informazioni medico-scientifiche a queste popolazioni, mi viene rabbia a pensare che invece nei paesi sviluppati come il nostro c'è ancora tanta gente che crede in truffe come l'omeopatia o alla relazione fra vaccini e autismo (salvo naturalmente ricorrere ipocritamente alla "medicina ufficiale" quando davvero ne hanno bisogno). Girato praticamente su commissione (lo ha ammesso lo stesso Herzog: "Mi era stato chiesto di realizzarlo da alcuni colleghi degli stessi medici; e anche se il risultato finale mi piace, non è un film che sento particolarmente come 'mio'. In effetti non lo chiamerei nemmeno un film, quanto più un reportage"), offre comunque momenti assai interessanti, come quelli in cui si indagano le differenze di pensiero e di percezione attraverso una serie di poster che rappresentano parti del corpo umano o animali ("Da noi non ci sono mosche così grandi", dice una donna del posto).

21 novembre 2011

Il colosso di Rodi (S. Leone, 1961)

Il colosso di Rodi
di Sergio Leone – Italia 1961
con Rory Calhoun, Lea Massari
*1/2

Rivisto in DVD.

Dopo le precedenti esperienze nel genere peplum (era stato aiuto regista in "Ben Hur" e "Quo Vadis?", per poi subentrare come regista – non accreditato – ne "Gli ultimi giorni di Pompei" dopo l'abbandono di Mario Bonnard), Sergio Leone esordisce ufficialmente dietro la macchina da presa con un altro kolossal di ambientazione classica. Il film si ispira a una delle cosiddette "sette meraviglie del mondo antico", il colosso di Rodi appunto, gigantesca effige del dio Helios eretta all'ingresso del porto dell'isola di Rodi per fungere da faro e per celebrare la vittoria su una flotta nemica (si dice che abbia fornito lo spunto anche per la costruzione della newyorkese Statua della Libertà). Distrutta da un violento terremoto pochi anni più tardi, nel film si immagina che fosse equipaggiata con una serie di meccanismi – come catapulte e proiettili incendiari – per progettere l'isola dagli attacchi provenienti dal mare. Il protagonista Dario, eroico condottiero ateniese con inclinazioni da dongiovanni, giunge a Rodi per trascorrere un breve periodo di riposo, ospite dello zio Lisippo, e assiste all'inaugurazione del monumento. Rimarrà coinvolto suo malgrado nella lotta di un gruppo di ribelli che vogliono abbattere la tirannia del megalomane re di Rodi e negli intrighi di un infido consigliere che trama per consegnare l'isola all'esercito fenicio. La sceneggiatura presenta dunque molti punti in comune con quella de "Gli ultimi giorni di Pompei" (un intrigo ai danni di un gruppo di ribelli, una donna perfida e traditrice, una catastrofe finale). Ma nonostante i notevoli sforzi produttivi (le scenografie imponenti, allestite negli studi di Cinecittà; le scene di massa e di battaglia; gli effetti speciali in cui il terremoto e le forze della natura, nel finale, distruggono il colosso e la città), il film si trascina stancamente e per lo più annoia. Leone, pur mostrando già un notevole senso estetico e una grande padronanza dei meccanismi cinematografici, non mette ancora in mostra la sua maestria nell'uso dei tempi lenti e dei primi piani: e rispetto ai suoi lungometraggi successivi mancano anche altri ingredienti fondamentali, come interpreti adeguati e una colonna sonora all'altezza (Morricone non c'è ancora...). Fra i collaboratori figurano altri nomi che si sarebbero dedicati in seguito al western all'italiana, come Duccio Tessari (sceneggiatore) e Michele Lupo (aiuto regista). Il duello sul colosso potrebbe essere un omaggio a "Intrigo internazionale" di Hitchcock (come d'altronde l'intera trama del personaggio che, convinto di trascorrere una vacanza di tutto riposo, si ritrova coinvolto in intrighi ed eventi più grandi di lui), mentre il portale del tempio di Baal ricorda (oltre a suggestioni di "Cabiria") la bocca dell'inferno del parco dei mostri di Bomarzo; il tempio stesso era già stato visto – con poche modifiche – ne "Gli ultimi giorni di Pompei".

19 novembre 2011

Brother (Takeshi Kitano, 2000)

Brother (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone/USA 2000
con Takeshi Kitano, Omar Epps
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Per la prima volta Kitano va a girare un film "in trasferta", esportando le sue storie e i suoi personaggi negli Stati Uniti. Il protagonista Yamamoto ("Aniki", il nome con cui tutti lo chiamano nel film, significa in realtà "fratello maggiore" ed è un termine usato spesso dagli yakuza per riferirsi a un collega più anziano), gangster caduto in disgrazia dopo che la sua "famiglia" è stata assorbita da un gruppo rivale, è costretto ad abbandonare il proprio paese e a fuggire in esilio a Los Angeles, dove viene ospitato dal fratello minore Ken (Claude Maki). Questi è un piccolo delinquente che si dedica allo spaccio di droga insieme ad alcuni amici afro-americani. Ma Yamamoto prende in mano le sue attività espandendole a un livello più alto, dichiara guerra alle altre bande del quartiere per conquistarne il territorio, ed esporta così nel nuovo mondo lo stesso stile di vita nichilista che lo caratterizzava in patria. Ne seguirà un'escalation di violenza, che lo condurrà all'inevitabile (auto)distruzione. Il film, come suggerisce il titolo, gira tutto attorno al tema del "fratello": fratelli (o fratellastri) di sangue, come Yamamoto e Ken; fratelli "d'adozione", come il braccio destro di Yamamoto, Kato (interpretato dal solito Susume Terajima), che per lui è pronto a dare anche la vita, o come Danny (Omar Epps), uno degli amici di Ken, quello con cui – nonostante la differenza di lingua, etnia e nazionalità – Yamamoto svilupperà il legame più profondo (cominciato nel peggiore dei modi ma poi proseguito con una complicità persino più stretta di quella che il protagonista ha con lo stesso Ken: più volte li vediamo giocare o scherzare insieme); e, volendo, fratelli come le varie culture che abitano gli Stati Uniti (neri, asiatici, messicani, italo-americani), incapaci di comunicare se non con il linguaggio della violenza (l'unico davvero universale e comune a tutti) e destinate dunque a farsi una guerra eterna e senza via di scampo. Il tema della (mancanza di) comunicazione, fondamentale per la comprensione del film (per una volta persino i tipici "silenzi" di Kitano assumono un nuovo significato: il personaggio è laconico non solo per la propria natura, ma perché si ritrova catapultato in un paese straniero e di cui non conosce la lingua; e di riflesso, dal suo punto di vista a essere silenziosi sono gli americani, che infatti nei suoi flashback mentali non emettono alcun suono dalla bocca), è però neutralizzato dal pessimo adattamento italiano: nella nostra versione, infatti, sono stati doppiati sia i dialoghi in inglese che quelli in giapponese (con l'unica eccezione della breve scena dell'incontro con i gangster messicani), eliminando così tutte le incomprensioni linguistiche e addirittura inventando tante battute che nell'originale non c'erano (vuoi perché i dialoghi erano diversi, vuoi perché erano proprio assenti).

Se il film ha questi e molti altri spunti di interesse (da segnalare, ancora una volta, il grande valore aggiunto della colonna sonora di Joe Hisaishi, con un tema melodico e struggente) e si contraddistingue anche per essere una delle pellicole più violente di Beat Takeshi (si vede molto sangue, fra ferite al volto, tagli di dita e sbudellamenti, benché la violenza sia come sempre antispettacolare e rarefatta), delude però per la sua incapacità di aggiungere granché al discorso già portato avanti da Kitano nei suoi lavori precedenti. Altri grandi registi asiatici o europei, quando hanno avuto la possibilità di andare a girare negli Stati Uniti, ne hanno approfittato per offrire al pubblico la propria visione del mito americano, per confrontarsi con la cultura statunitense, per illustrare a modo loro i temi e le ambientazioni tipiche del cinema made in Usa: ne sono nate pellicole come "Paris, Texas" di Wim Wenders, "Zabriskie Point" di Michelangelo Antonioni, "Arizona Dream" di Emir Kusturica, "Dogville" di Lars von Trier, per non parlare dei lavori di Ang Lee, di Roman Polanski, di Paolo Sorrentino... Kitano, invece, non offre nulla di diverso rispetto ai suoi precedenti film. Che alcuni personaggi parlino inglese o abbiano la pelle nera, in fondo, non cambia quasi nulla: siamo ancora di fronte agli stessi yakuza e agli stessi temi del tradimento, della fuga, dell'ineluttabilità, che avevamo visto nei suoi film passati. Come in "Sonatine", poi, è ancora onnipresente la dimensione ludica del gangster: vediamo i personaggi impegnati in partite a dadi (con Yamamoto che, ovviamente, bara), in lunghi incontri a basket nell'open space che funge da sede al gruppo (con Kato che inutilmente cerca di competere con i neri), a lanciarsi una palla da football sulla spiaggia, a tirare aeroplanini di carta dalla terrazza dell'edificio (che la macchina da presa segue ossessivamente nel loro volo ondivago), a indovinare se il prossimo passante per la strada sarà un uomo o una donna; persino per minacciare il capo mafioso rivale si ricorre a un elaborato gioco con la pistola: ogni valvola di sfogo è buona per rompere la monotonia e la noia di una vita che – nonostante il denaro accumulato – ha poco senso fra un episodio di violenza e un altro. Dunque, la struttura del film è assai simile a quella dei lavori girati in Giappone: l'ambientazione americana è poco sfruttata (solo nel finale si esce dai cupi e claustrofobici palazzi di Los Angeles e ci si addentra nel deserto e negli spazi ariosi: bellissima la sparatoria finale al distributore di benzina!). E per di più, non è accompagnata da un'adeguata intensità emotiva: nella seconda metà del film la vicenda procede in maniera meccanica, quasi monotona, senza consentire allo spettatore un'autentica connessione con i personaggi. Forse il mio amico Martin non ha tutti i torti quando fa notare che al primo decennio di attività registica di Kitano (da "Violent Cop" del 1989 a "L'estate di Kikujiro" del 1999), foriero di capolavori, ne è seguito un secondo di livello decisamente inferiore (pur se ha offerto un altro grandissimo film, "Dolls" nel 2002, e comunque qualcun altro da salvare, come "Zatoichi" e "Achille e la tartaruga").

16 novembre 2011

Dumbo (Ben Sharpsteen, 1941)

Dumbo (id.)
di Ben Sharpsteen – USA 1941
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Leonardo.

L'elefantino Dumbo ha le orecchie talmente grandi che tutti gli animali del circo – e anche i visitatori – lo prendono continuamente in giro. Per difenderlo dalle umiliazioni, la madre si ribella e di conseguenza viene imprigionata in una carrozza isolata, mentre Dumbo è costretto a lavorare come clown. Ma saprà riabilitarsi, diventando addirittura la stella del circo, quando scoprirà – grazie al sostegno del topolino Timothy, suo unico amico – che le sue enormi orecchie gli consentono di volare. Quarto dei primi cinque grandi lungometraggi della Disney, il film (che con i suoi 64 minuti è il più breve fra tutti i "classici" di animazione della casa di Burbank) venne messo in cantiere per recuperare le perdite subite al botteghino dal precedente "Fantasia", rispetto al quale segna un ritorno a una struttura più classica e presenta uno stile meno ambizioso e sofisticato. Il soggetto, tratto da un libro illustrato per bambini, è essenzialmente una rilettura della fiaba del brutto anatroccolo, ma la semplice e commovente vicenda è impreziosita dai tanti personaggi di contorno, particolarmente riusciti e per certi versi indimenticabili (dalla cicogna che porta Dumbo alla madre, ai corvi che lo aiutano a volare usando la "pizzicologia"; senza dimenticare Timothy, topolino disegnato in modo ben più realistico dello stilizzato Mickey Mouse, il cui look era stato ideato quando – solo tredici anni prima – le tecniche di animazione erano molto più rudimentali). Davvero ottima, in ogni sua parte, la colonna sonora: fra le numerose canzoni spiccano la toccantissima "Baby mine", cantata dalla mamma di Dumbo; il gangsta-rap ante litteram dei corvi (che sono evidentemente un gruppo di afro-americani), "Ne ho vedute tante da raccontar / giammai gli elefanti volar"; e soprattutto la lunga, inquietante e allucinata sequenza degli elefanti rosa, in cui Dumbo e Timothy – ubriacatisi accidentalmente – vedono scorrere davanti ai loro occhi tutta una serie di pachidermi colorati, deformi o antropomorfi: la sequenza fu diretta da Norman Ferguson, uno dei vari animatori che si sono alternati alla regia delle diverse scene del film (gli altri sono Samuel Armstrong, Wilfred Jackson, Jack Kinney e Bill Roberts, mentre Ben Sharpsteen è il supervisore dell'intera pellicola). Nel corso della lavorazione ci fu il celebre "sciopero degli animatori" di casa Disney, cui si fa riferimento anche nel film quando i clown manifestano l'intenzione di chiedere un aumento al direttore del circo. Da notare che nella versione originale il nome scelto dalla madre per il protagonista non è Dumbo ma Jumbo Junior: Dumbo (nome che richiama la parola inglese "dumb", che significa "stupido") è soltanto il nomignolo che gli viene crudelmente appioppato dagli altri elefanti del circo.

14 novembre 2011

Gli ultimi giorni di Pompei (M. Bonnard, 1959)

Gli ultimi giorni di Pompei
di Mario Bonnard [e Sergio Leone] – Italia/Spagna 1959
con Steve Reeves, Christine Kaufmann
*1/2

Visto in DVD.

Prima di diventare il più grande maestro del western all'italiana, Sergio Leone si è fatto le ossa con un altro genere "popolare" che ha contraddistinto la produzione italiana negli anni cinquanta e nei primi anni sessanta, vale a dire il cosiddetto peplum, cinema dai temi mitologico/avventurosi e dall'ambientazione storica, solitamente greco-romana, caratterizzato dalla presenza di "forzuti" (personaggi come Ercole, Maciste o Sansone) e da una certa tendenza al kolossal e al gigantismo che richiedeva pertanto budget imponenti. Proprio la progressiva riduzione delle risorse di produzione, oltre alla disaffezione degli spettatori, portò alla sua scomparsa attorno alla metà degli anni sessanta, quando venne sostituito da altri generi che avrebbero fatto la fortuna del nostro cinema: l'horror, il poliziottesco e – su tutti – appunto lo spaghetti western. Questo ennesimo adattamento del romanzo di Edward Bulwer-Lytton, pur accreditato a Mario Bonnard, segna dunque l'esordio alla regia di Leone, indicato come regista della seconda unità ma in realtà subentrato al collega quando questi dovette abbandonare la lavorazione a causa di una malattia. Leggendo i credits della pellicola, d'altronde, non sono pochi i nomi che si faranno conoscere negli anni seguenti nel campo dei western, come Duccio Tessari e Sergio Corbucci (co-sceneggiatori e aiuto registi). La trama vede il centurione Glauco Leto tornare in città dopo la guerra solo per scoprire che suo padre e la sua famiglia sono stati sterminati dai cristiani, accusati di fomentare disordini e di compiere assalti notturni alle ville delle più ricche famiglie romane. In realtà si tratta di un complotto ordito da un perfido sacerdote egiziano e dalla vendicativa Giulia, moglie del console di Pompei. Con l'aiuto di pochi amici fedeli, Glauco smaschererà i congiurati: ma sarà solo l'eruzione del Vesuvio, quando i nostri eroi sono stati ormai gettati nell'arena, a consentire loro di mettersi in salvo. Il finale anticlimatico convince poco, le ingenuità e i momenti ridicoli non mancano (su tutti la lotta sott'acqua con un coccodrillo evidentemente finto) e le scene di distruzione non sembrano poi tanto migliori di quelle della versione muta del 1913. Da segnalare invece il cast: se il protagonista è il solito "mister muscolo" (Steve Reeves, specializzato in questo genere di film), il sacerdote malvagio è interpretato da Fernando Rey (!) e il tutto è poi completato da alcune splendide attrici (Christine Kaufmann è la bella Elena, di cui Glauco si innamora; Barbara Carroll è la schiava cieca Nidia; Anne-Marie Baumann è la perfida Giulia).

13 novembre 2011

Gli ultimi giorni di Pompei (M. Caserini, 1913)

Gli ultimi giorni di Pompei
di Mario Caserini [ed Eleuterio Ridolfi] – Italia 1913
con Fernanda Negri Pouget, Ubaldo Stefani
**

Visto in DVD.

Infatuato della bella Jone, amante del nobile Glaucus, il perfido sacerdote egizio Arbace sfrutta l'amore della schiava cieca Nidia per il patrizio e la convince a fargli bere quello che la ragazza crede essere un filtro d'amore. Si tratta invece di un veleno che rende Glaucus folle, dando così ad Arbace la possibilità di accusarlo dell'omicidio di un suo discepolo. Ma proprio mentre Glaucus sta per essere gettato in pasto ai leoni nell'arena, il Vesuvio comincia a eruttare... Tratto da un romanzo un tempo assai popolare di Edward Bulwer-Lytton (scrittore che probabilmente resterà nella storia soprattutto per aver coniato la frase "Era una notte buia e tempestosa"), già adattato per il cinema nel 1900 e nel 1908 (e lo sarà ancora più volte: da segnalare la versione del 1959, che vede l'esordio alla regia – non accreditato – di Sergio Leone), è un film che mantiene fede al suo titolo soltanto negli ultimi minuti: nulla, in precedenza, lascia presagire la tragica fine della città, e per tutta la pellicola seguiamo in parallelo gli intrighi del malvagio sacerdote (simbolo di una cultura antica ed esoterica) e le pene d'amore della giovane e sfortunata Nidia. Rispetto al romanzo originale e alle versioni cinematografiche successive, manca curiosamente il tema dell'avvento del cristianesimo. L’impostazione è completamente teatrale, con una totale assenza di movimenti di macchina o di montaggio alternato (la lezione di Griffith era ancora di là da venire). Belle, comunque, le sequenze finali della distruzione di Pompei, con l’utilizzo anche di alcuni effetti speciali (cui contribuisce, involontariamente ma in modo molto appropriato, il deterioramento della pellicola proprio in quelle sequenze) e una buona profondità di campo. La discreta fattura dei suddetti effetti (anche nella tempesta che scoppia mentre Glaucus e Jone fanno la loro gita sul monte e nel bizzarro split screen con cui Arbace mostra a Jone le immagini menzognere di Glaucus in compagnia di una cortigiana) e la cura nelle scenografie sottintendono un certo budget: per l'epoca si trattava certamente di una produzione imponente. Da notare che i cartelli e le didascalie annunciano in anticipo quello che accadrà nella scena seguente. Una curiosità: ben prima dell’Amelia di Carl Barks, scopriamo che sulle pendici del Vesuvio viveva una fattucchiera!

8 novembre 2011

Ultimo tango a Parigi (B. Bertolucci, 1972)

Ultimo tango a Parigi
di Bernardo Bertolucci – Italia/Francia 1972
con Marlon Brando, Maria Schneider
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Visto in DVD, con Giovanni, Rachele e Paola.

Senza conoscere nulla l’uno dell’altra, nemmeno il nome, un uomo e una ragazza si incontrano in un appartamento sfitto di Parigi e imbastiscono una relazione basata puramente sul sesso. Lui fugge dal passato (il tragico suicidio della moglie, una vita di fallimenti), lei dal futuro (l’imminente matrimonio, i lacci della piccola borghesia). Ma quando il primo si illude che il rapporto possa trasformarsi in qualcosa di più stabile e duraturo, finirà in tragedia. Etichettato, a seconda dei punti di vista, come romantico, malinconico, selvaggio o decadente, nato da una fantasia dello stesso Bertolucci (che immaginava di fare l’amore con una sconosciuta incontrata per caso in strada), è stato uno dei “casi” più celebri e scandalosi della cinematografia italiana, vero fenomeno di costume, al tempo stesso film proibito e maledetto (per via delle traversie con la censura) e popolare e di massa (aggiustando i dati in base all’inflazione, rimane tuttora la seconda pellicola italiana con il maggior incasso al botteghino, dietro a "Continuavano a chiamarlo Trinità"). Per la critica americana Pauline Kael, che lo difese sin dal primo momento contribuendo a farlo accettare come opera artistica, si tratta del "più importante film erotico mai realizzato", dotato di una straordinaria valenza liberatoria. In anni di cinema politico, di tensione e di impegno collettivo (una tendenza cui lo stesso Bertolucci aveva contribuito con i suoi lavori precedenti), il film racconta una storia che si svolge invece in una dimensione esclusivamente individuale e personale: e se agli spettatori non viene nascosto il background dei due personaggi, con i loro drammi e le vite private, i protagonisti condividono invece – attraverso i loro corpi – soltanto il presente; persino i ricordi d’infanzia appaiono trasfigurati e ammantati da una patina di sogno e di irrealtà. Straordinaria la fotografia di Vittorio Storaro, interamente giocata sui toni caldi (giallo, ocra, rosso), così come la musica di Gato Barbieri. È passata alla storia, in particolare, la scena della sodomizzazione con il panetto di burro (la Schneider, all’epoca ventenne e sconosciuta, raccontò in seguito che non era prevista nella sceneggiatura e che Brando e Bertolucci le dissero cosa avrebbe dovuto fare soltanto poco prima di girarla). Sotto certi aspetti, comunque, la pellicola appare un po’ datata, soprattutto per alcuni dialoghi o monologhi un po’ intellettualistici e per un eccesso di turpiloquio che a volte sembra fin troppo provocatorio e gratuito (molte cose vennero comunque improvvisate). Le controversie sulle scene di sesso fecero passare in secondo piano altre sequenze altrettanto "scandalose", come quella degli insulti di Paul alla salma della moglie (che mi ha ricordato una scena de "I pugni in tasca" di Bellocchio). Per il ruolo femminile Bertolucci aveva pensato inizialmente a Dominique Sanda (che rifiutò perché era incinta) e a Catherine Deneuve. Il fidanzato di Jeanne (interpretato da Jean-Pierre Léaud), che gira cinema-verità per le strade alla ricerca di spunti sociali e vuole chiamare i suoi figli Fidel (come Castro) e Rosa (come Luxembourg), è un chiaro omaggio a Godard, a Truffaut e alla cultura della nouvelle vague (ma le citazioni investono un po’ tutto il cinema francese: si pensi al salvagente con il nome de "L’Atalante").

Ancora più celebri del film stesso, però, sono le clamorose vicende giudiziarie che ne seguirono l’uscita e che rappresentano una delle pagine più vergognose nella storia della censura italiana. Già per far arrivare il film nelle sale, Bertolucci era stato costretto a tagliare una sequenza (i famosi "otto secondi" del primo amplesso fra Brando e la Schneider nella casa vuota) pur di ottenere il nulla osta dalla commissione di censura. Denunciata per oscenità (per la precisione, per un "esasperato pansessualismo fine a sé stesso”), la pellicola venne poi sequestrata (ma Bertolucci, che se lo aspettava, aveva messo in salvo il negativo inviandolo all’estero). Dopo l’assoluzione in primo grado, Bertolucci, Brando e il produttore Alberto Grimaldi – che era subentrato alla Paramount quando questa aveva rifiutato di finanziare il film – furono condannati a due mesi di carcere con la condizionale. In Cassazione, il film venne poi condannato a essere distrutto, e Bertolucci addirittura privato dei diritti civili per cinque anni (lo scoprì per caso, quando nel 1976 non gli arrivò a casa il certificato elettorale). Soltanto nel 1982, dopo che un gruppo di cinefili lo proiettò clandestinamente in una rassegna a Roma (dicendo alle forze dell’ordine che la copia gli era stata fornita da Rainer Werner Fassbinder, morto di recente!), la questione venne riesaminata: e nel 1987, alla luce dei mutamenti ormai intervenuti nella società italiana, il film fu infine "riabilitato".

6 novembre 2011

Vuoti a rendere (Jan Sverák, 2007)

Vuoti a rendere (Vratné lahve)
di Jan Svěrák – Repubblica Ceca 2007
con Zdeněk Svěrák, Daniela Kolárová
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Dopo aver abbandonato l'insegnamento perché infastidito una volta di troppo dal comportamento dei suoi giovani studenti e dal loro disinteresse verso la poesia e la vita, l'anziano professore di letteratura Josef Tkaloun non riesce a rimanere a casa senza far nulla. Con gran disappunto della moglie Eliška, che lo vorrebbe finalmente tranquillo e “casalingo”, trova dapprima un impiego come corriere espresso (che dura ben poco, vista la difficoltà di girare in bici d'inverno per le strade di Praga) e poi si fa assumere come magazziniere nel supermercato del quartiere, dove si occupa del ritiro delle bottiglie di vetro usate (i “vuoti a rendere” che danno il titolo alla pellicola, chiara allusione alla vecchiaia). E fra fantasie erotiche mai sopite e il desiderio di sentirsi ancora attivo come un tempo, si dà anche da fare per organizzare incontri romantici ai suoi colleghi di lavoro e per trovare un altro compagno alla figlia, appena lasciata dal marito. Ma il nuovo impiego rischia di mettere a repentaglio proprio il suo rapporto con la moglie, alla vigilia del quarantesimo anniversario di matrimonio. Realizzata dalla stessa coppia di “Kolya” (il figlio Jan è regista, il padre Zdeněk è sceneggiatore e interprete), è una piacevole commedia che vede proprio nel simpatico protagonista il mattatore assoluto. Tkaloun è un personaggio imperfetto ma dall'irrefrenabile vitalità, che nonostante l'inadeguatezza al mondo moderno (non comprende l'uso dei telefoni cellulari o dei computer, e vede anche il suo incarico al supermercato minacciato dall'installazione di una macchina automatica) non intende rinchiudersi nel suo guscio e si lancia a capofitto in ogni nuova avventura, che si tratti di una relazione extraconiugale o di un viaggio in mongolfiera. In una scena si vede Eliška annotare sul giornale proprio un passaggio in tv di “Kolya”. Curiosamente il titolo della pellicola richiama quello di un altro film sulla vecchiaia di poco precedente, il belga "Vidange perdue" (che significa “vuoti a perdere”), che affrontava temi simili ma con un tono più cinico e meno piacione.

5 novembre 2011

Cronaca di Anna Magdalena Bach (Straub-Huillet, 1968)

Cronaca di Anna Magdalena Bach
(Chronik der Anna Magdalena Bach)
di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet – Germania/Italia 1968
con Gustav Leonhardt, Christiane Lang
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Primo lungometraggio (dopo alcuni corti) della coppia di cineasti Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, che si firmavano sempre "Straub-Huillet" con il trattino. Più che un film di finzione (è assente qualsiasi tipo di drammatizzazione) è praticamente un documentario che racconta la vita di Johann Sebastian Bach attraverso le parole e i ricordi della seconda moglie, Anna Magdalena, quella cui il compositore dedicò il famoso "quaderno". Di fatto la pellicola consiste in una lunga serie di scene statiche, con macchina da presa fissa, in cui vediamo personaggi in parrucca eseguire vari brani di Bach all'interno di chiese o antichi edifici; ogni tanto vengono mostrati a tutto schermo lettere, documenti, stampe o spartiti d'epoca. Mi dispiace, ma per me questo non è cinema: tanto vale ascoltarsi direttamente un disco. Bach è interpretato da un celebre clavicembalista, Gustav Leonhardt, che esegue o conduce personalmente i vari brani musicali.

4 novembre 2011

A better tomorrow 2 (John Woo, 1987)

A better tomorrow II (Ying hung boon sik II)
di John Woo – Hong Kong 1987
con Chow Yun-Fat, Ti Lung, Leslie Cheung
**1/2

Rivisto in DVD.

Incarcerato alla fine del primo film, a Sung Tse Ho (Ti Lung) viene offerta una nuova possibilità di riscatto: collaborare con la polizia per incastrare il suo vecchio boss Lung (Dean Shek), accusato di fabbricare denaro falso. Nel frattempo anche il fratello di Ho, il poliziotto Kit (Leslie Cheung), ha avvicinato Lung sotto falsa identità e ne ha conquistato la fiducia, spacciandosi per uno spasimante della figlia Peggy. Ma ben presto sia Ho che Kit si rendono conto che Lung è innocente e sta cercando a sua volta di cambiare vita: il vero "cattivo" è il suo subdolo socio Ko (Shan Kwan), che incastra l'amico con un'accusa di omicidio e lo costringe a fuggire all'estero. Rifugiatosi a New York ma reso folle e catatonico dalla morte della figlia, Lung viene riportato alla ragione da Ken (Chow Yun-Fat), fratello gemello del Mark del lungometraggio precedente. Dopo che gli uomini di Ko hanno fatto fuori anche Kit (che muore proprio mentre sua moglie Jackie partorisce una bambina), Ho, Ken e Lung si vendicano irrompendo nella lussuosa villa del nemico armati fino ai denti e scatenando un'incredibile carneficina. Sull'onda dell'enorme successo del primo "A better tomorrow", il produttore Tsui Hark e il regista John Woo mettono immediatamente in cantiere un seguito che si basa come il precedente sui temi dell'amicizia e della redenzione. Fra i due artefici, però, non mancarono divergenze e incomprensioni: il primo insisteva per incentrare la pellicola sul nuovo personaggio interpretato da Dean Shek (un leggendario caratterista del cinema hongkonghese: da ricordare, per esempio, i suoi ruoli comici in alcuni film di Jackie Chan degli tardi anni settanta), mentre Woo puntava a riprodurre temi e atmosfere del primo capitolo. Di conseguenza, a lunghi tratti il film sembra alternarsi fra due diverse anime, quella del melodramma e quella dell'action movie. Pare che Woo, scontento del risultato, abbia disconosciuto gran parte della pellicola, con l'eccezione del sanguinoso e violento conflitto a fuoco che la conclude. In ogni caso, anche se il film è poco equilibrato e non sempre riesce a garantire la stessa intensità emotiva del prototipo, non mancano i momenti memorabili: dalla famigerata sequenza del ristorante, in cui CYF costringe un gangster rivale a mangiare la ciotola di riso che aveva "offeso", alle scene d'azione iperviolente e irrealistiche che rappresentano una pietra miliare nel percorso cinematografico del regista. Certo, l'introduzione di un fratello gemello di Mark (che a un certo punto, per completare la trasformazione in una sua copia sputata, ne indossa pure gli occhiali e lo spolverino con i fori di pallottole, nei quali aggancia le linguette delle bombe a mano!) può far sorridere per la sua ingenuità, ma era davvero impensabile realizzare un sequel di "A better tomorrow" senza riportare in qualche modo sullo schermo l'attore che più di tutti ne aveva decretato il successo. Il terzo capitolo, che sarà diretto da Tsui Hark, per risolvere lo stesso problema sceglierà la via del prequel.