28 settembre 2011

La pelle che abito (P. Almodóvar, 2011)

La pelle che abito (La piel que habito)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2011
con Antonio Banderas, Elena Anaya
***

Visto al cinema Colosseo.

Robert, chirurgo plastico di successo, è ossessionato dalla scomparsa della moglie, rimasta carbonizzata sei anni prima in un incidente stradale. Per questo ha messo a punto una nuova pelle sintetica in grado di resistere alle ustioni e la sperimenta su Vera, una donna che tiene reclusa in una stanza della sua villa, alla quale ha modellato il volto per imitare proprio quello della defunta moglie. In una serie di drammatici flashback e di controversi colpi di scena, scopriremo le tragedie del passato che hanno portato a questa bizzarra situazione, nonché la vera identità della misteriosa Vera (mai nome fu più ironico). Ispirato al mito di Pigmalione, un soggetto che nelle mani di un altro regista sarebbe degenerato in qualcosa di grottesco: e invece, vuoi perché Almodovar sguazza da sempre in mezzo a questi temi (l'ambiguità sessuale, la follia e l'ossessione creativa, le insolite relazioni fra i personaggi), vuoi perché la particolare struttura narrativa cambia più volte le carte in tavola, sfumando il melodramma in thriller e tenendo sempre desta la curiosità dello spettatore, il risultato è appassionante. Soltanto nel finale, però, capiremo la reale portata di quello che abbiamo visto: la pellicola passa infatti dagli iniziali temi "transgenici" a quelli, tipicamente almodovariani, "transgender". Da menzionare le grandiose scenografie di Antxón Gómez (la villa del medico, con lo schermo gigante da cui Robert osserva in segreto la stanza di Vera o l'enorme tappeto che viene spesso inquadrato dall'alto; le scritte dalla stessa donna sulla parete della sua "prigione"), i personaggi eccentrici o dal passato tragico e complesso (dal chirurgo psicopatico e senza scrupoli impersonato da Banderas alla tenera e arrendevole – almeno in apparenza – Vera, cui la bella Elena Anaya – che ha sostituito Penélope Cruz – dona una memorabile caratterizzazione; dal criminale e stupratore con il costume da "uomo tigre", figlio della domestica Marilia, fino a quest'ultima – interpretata dalla solita Marisa Paredes – che in segreto è anche la madre di Robert), la suggestiva colonna sonora (di Alberto Iglesias), i costumi (la tuta color carne di Vera e l'uniforme da governante di Marilia sono stati disegnate da Jean-Paul Gaultier, ma nel film ci sono anche abiti di Dolce & Gabbana e di altre maison) e i numerosi riferimenti artistici, letterari e cinematografici (i dipinti del Tiziano, di Guillermo Pérez Villalta e John Baldessari, le sculture di Louise Bourgeois, i film di Luis Buñuel, Alfred Hitchcock e Fritz Lang, i testi di Mary Shelley – "Frankenstein", naturalmente – e di Shakespeare). La pellicola è stata girata e ambientata in Galizia, nei pressi di Santiago de Compostela, il che spiega l'occasionale uso del portoghese a fianco dello spagnolo (per esempio, nelle canzoni di Concha Buika).

27 settembre 2011

I film di Venezia 2011 - conclusioni

Quella appena terminata è stata un'ottima rassegna, nella quale non sono mancati i film di spessore. Da quanto ho visto (mi mancano, fra i titoli premiati, "Terraferma" di Crialese e "People Mountain People Sea" di Cai Shangjun), la giuria veneziana guidata da Darren Aronofsky ha fatto davvero un ottimo lavoro, attribuendo i riconoscimenti alle pellicole e agli attori che realmente se lo meritavano: una bella differenza rispetto agli anni precedenti (e segnatamente all'ultima edizione). Dei film che ho visto nel corso di questa settimana spicca su tutti il "Faust" di Aleksandr Sokurov, lungometraggio 'tosto' ma, alla resa dei conti, meritato vincitore del Leone d'Oro. Davvero ottimi anche "Shame" di Steve McQueen e "Carnage" di Roman Polanski. Mi sono piaciuti particolarmente, inoltre, i lavori di Johnnie To ("Life without principle") e Jafar Panahi ("This is not a film"), ma in generale non c'è stato nulla che non abbia trovato quantomeno interessante e degno di essere guardato. In fondo alla mia classifica di gradimento, comunque, figurano il confuso "Himizu" di Sion Sono, il catastrofico "4:44 Last Day on Earth" di Abel Ferrara e il segmento di Carlo Lizzani dal film a episodi "Scossa".

24 settembre 2011

A dangerous method (D. Cronenberg, 2011)

A dangerous method (id.)
di David Cronenberg – Canada/Germania 2011
con Michael Fassbender, Keira Knightley
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Sabina Spielrein, russa di origine ebrea, fu paziente (e amante) di Carl Gustav Jung e poi corrispondente e allieva di Sigmund Freud. Divenne in seguito una delle prime donne psicanaliste: la storia della sua vita si intreccia dunque inesorabilmente con quella della psicanalisi, che proprio negli anni precedenti alla prima guerra mondiale stava muovendo i suoi primi passi. Tratta dal testo teatrale "The talking cure" di Christopher Hampton (da lui stesso adattata per il cinema), la pellicola utilizza proprio la figura della Spielrein come filo conduttore per raccontare l'incontro, la collaborazione e poi i contrasti fra i due massimi teorici dell'analisi dell'inconscio: Freud (interpretato da un controllato Viggo Mortensen, al suo terzo film consecutivo con Cronenberg), fondatore della disciplina, e il più giovane Jung (un somigliantissimo Michael Fassbender), a lungo considerato il suo "erede" e successore designato, prima che profonde divergenze di varia natura li portassero a prendere strade diverse (Jung rimproverava a Freud l'ostinazione a interpretare ogni elemento da un punto di vista sessuale, nonché la visione dell'incoscio come un semplice "deposito" di emozioni e desideri repressi, mentre il pragmatismo di Freud mal tollerava il tentativo di Jung di allargare la psicanalisi allo studio di funzioni più trascendenti, agli archetipi e a un'energia psichica più generalizzata). Ben documentato e attento ai particolari storici e biografici (molti episodi sono riproposti con estrema fedeltà: il primo colloquio fra Freud e Jung, che durò quasi tredici ore; la reticenza di Freud a raccontare un suo sogno a Jung durante il viaggio in nave verso gli Stati Uniti per "non mettere a repentaglio la propria autorità"; e si cita di sfuggita persino la diatriba sul nome da dare alla disciplina: "psicanalisi" per Jung, "psicoanalisi" per Freud), il film è sicuramente interessante ma non riesce mai a decollare. A tratti si ha l'impressione che Cronenberg e Hampton si siano limitati a svolgere un "compitino" senza particolare creatività, soprattutto se lo si confronta con pellicole come "Amadeus" che, pur non rinunciando ai dettagli storici, si prendevano enormi libertà per non raccontare solo le vite e le opere dei personaggi ma anche per darne un'interpretazione artistica, offrendo "qualcosa di più" di quello che può essere trovato semplicemente leggendo una biografia o una voce enciclopedica. Qui, a parte alcuni momenti (quelli della relazione con venature masochistiche fra Sabina e Jung, per esempio), la narrazione rimane freddina e i personaggi non prendono mai davvero vita. Fortunatamente la regia solida e le buone prove degli attori (anche se Keira Knightley tende un po' a esagerare nella sua recitazione) rendono comunque piacevole la visione. Alla fine il personaggio che rimane più impresso è forse quello dell'eccentrico Otto Gross, interpretato da Vincent Cassell, che pure essendo solo un comprimario in una breve sequenza, risulta simpatico e memorabile. La vita di Sabina Spielrein e la sua turbolenta relazione con Jung sono al centro anche di un altro film recente, "Prendimi l'anima" di Roberto Faenza, che non ho ancora visto.

23 settembre 2011

A simple life (Ann Hui, 2011)

A simple life (Tao jie)
di Ann Hui – Hong Kong 2011
con Andy Lau, Deannie Yip
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Marisa e Lucia, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Ah Tao ha lavorato come domestica per la famiglia Leung sin da quando aveva 14 anni. Dopo oltre mezzo secolo e quattro generazioni, e dopo che tutti i membri della famiglia si sono trasferiti negli Stati Uniti, continua a curare la casa e a occuparsi di Roger, l'unico rimasto in patria. L'uomo lavora come producer cinematografico, è spesso in giro per lavoro ed è abituato a dipendere da lei (che in certo senso gli fa anche da madre) per ogni cosa. Quando Ah Tao è costretta a smettere di lavorare per colpa di un infarto che le lascia anche qualche conseguenza fisica, chiede lei stessa di trasferirsi in una casa di riposo per anziani. Ma Roger, riconoscente come un vero figlio, non le farà mai mancare il suo affetto e le sue visite. Un film delicato e commovente sulla vecchiaia, che al dilagare dell'intolleranza o del menefreghismo verso le fasce più anziane e ormai "inutili" della popolazione contrappone un sincero senso di riconoscenza e di gratitudine. Ma proprio come la vita della protagonista, anche la pellicola è forse eccessivamente "semplice" e scorre via senza un conflitto, senza tensione e senza sussulti. Ha comunque il merito di affrontare il tema della malattia e della vecchiaia, nonché di rappresentare le case di riposo, con un certo realismo e senza i soliti luoghi comuni. Brava la protagonista, la veterana Deannie Yip (negli anni ottanta apparsa anche in un paio di film di Jackie Chan), premiata a Venezia con la Coppa Volpi come miglior attrice. Camei e brevi parti per diversi volti noti del cinema hongkonghese come Tsui Hark, Sammo Hung e Anthony Wong.

22 settembre 2011

Shame (Steve McQueen, 2011)

Shame (id.)
di Steve McQueen – GB 2011
con Michael Fassbender, Carey Mulligan
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Il compassato Brandon, impiegato di successo in una grande azienda, è segretamente un erotomane e un indefesso consumatore di pornografia. Pur non avendo difficoltà a sedurre le donne (a differenza del suo capo, maldestro e troppo sfacciato nei suoi tentativi di conquista), a una relazione fissa con una collega preferisce rapporti occasionali con sconosciute o prostitute, oltre che una regolare masturbazione. Il ritorno in città della sorella minore, cantante con tendenze suicide, sconvolgerà la sua vita. Il secondo lungometraggio cinematografico del videoartista britannico Steve McQueen (soltanto omonimo del celebre attore americano) è un intenso e sofferto ritratto di un uomo che non riesce a vivere in maniera “normale” la propria sessualità. Più che di una devianza è la storia di una solitudine, magnificamente illustrata attraverso lunghi piani sequenza, espressioni e drammaturgia minimalista. Molte le sequenze memorabili: il gioco di sguardi con una sconosciuta in metropolitana, il jogging notturno sulle note di Bach, la sorella che canta una versione acustica e lenta di “New York, New York”, e in generale l’atmosfera austera e urbana che avvolge il protagonista e tutta la pellicola. Meritatissima la Coppa Volpi a Fassbender come miglior attore al Festival di Venezia. Fino a qualche mese fa non conoscevo questo interprete, che di recente è apparso in pellicole molto diverse fra loro (è stato Magneto da giovane in “X-Men: l’inizio” e Carl Gustav Jung in “A dangerous method”), dimostrando così grande versatilità.

21 settembre 2011

4:44 Last Day on Earth (A. Ferrara, 2011)

4:44 Last Day on Earth
di Abel Ferrara – USA 2011
con Willem Dafoe, Shanyn Leigh
*1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

“Al Gore aveva ragione”, dice uno speaker in televisione. Lo strato d’ozono si è talmente assottigliato e l'inquinamento ha raggiunto livelli tali che la catastrofe ecologica è ormai inevitabile. Tutti attendono la fine del mondo, prevista con assurda precisione per le 4:44 (ora di New York) della notte seguente. In un appartamento, una coppia trascorre insieme le ultime ore della propria esistenza, fra sesso e tenerezze, angosce e litigi, creazioni artistiche (lei è una pittrice) e chiamate via Skype ai propri cari, rabbia e rassegnazione, mentre sugli schermi impazzano improbabili guru e vengono riproposte interviste al Dalai Lama (e a Joseph Campbell) e vetuste partite di football. Girando in relativa economia di mezzi (gran parte del film si svolge in una stanza e coinvolge solo due persone, mentre gli effetti speciali che illustrano la catastrofe si limitano a qualche luce nel cielo che ricorda un'aurora boreale), con una commistione fra tecnologia e intimismo che in certi momenti ricorda il cinema di Wenders (gli schermi televisivi, la comunicazione, l’apocalisse vista dall’intimità) e di Herzog (l'utilizzo di filmati di repertorio, la multiculturalità), Ferrara sforna un film ambizioso ma non troppo riuscito, più noioso che commovente, più sterile che sofferto, a tratti persino irritante. A parte alcune imbarazzanti scene madri, infastidiscono l’ecologismo d’accatto, il qualunquismo mistico e il mancato approfondimento dei temi scientifici e ambientali, trattati con banalità e fin troppa disinvoltura. La parte migliore è il finale, con gli ultimi minuti di vita del pianeta, spazzato via da una luce che pervade ogni cosa (la dissolvenza conclusiva è in bianco). Willem Dafoe è al suo terzo film con Ferrara, Shanyn Leigh (mostrata senza pudore nella sua nudità, con la macchina da presa a pochi centimentri dalla sua pelle) è l’ex compagna del regista.

20 settembre 2011

Life without principle (Johnnie To, 2011)

Life without principle (Dyut meng gam)
di Johnnie To – Hong Kong 2011
con Lau Ching Wan, Denise Ho
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

In una caotica Hong Kong, le vite di tre personaggi si intrecciano sullo sfondo di una crisi economica globale che, innescata dal tracollo della Grecia, si ripercuote con la forza di un ciclone sulle borse asiatiche e sull’economia cinese. Cheung (Richie Ren) è un poliziotto perennemente indeciso sul proprio futuro: mentre la moglie insiste affinché stipulino un impegnativo mutuo per acquistare un appartamento, lui preferisce gettarsi a capofitto nel lavoro. Teresa (Denise Ho) è impiegata in banca come promotrice finanziaria e deve fronteggiare senza molto successo clienti difficili e situazioni estenuanti, soprattutto dopo che la crisi ha "bruciato" in poche ore milioni di dollari e di speranze. Pantera (Lau Ching Wan) è un gangster ingenuo ma leale verso gli amici, che per guadagnare la somma di denaro necessaria a tirare fuori un socio di prigione si ritrova impantanato fino in fondo in un mondo a lui estraneo, quello delle più ardite speculazioni finanziarie. Una borsa piena di denaro e un misterioso delitto cambieranno la vita di tutti e tre. L’abilità di To nel gestire una molteplicità di personaggi e soprattutto di muoverli come pedine sullo scacchiere dell’ambiente in cui si vivono, che a volte è il vero protagonista dei suoi lavori, è qui resa ancora più efficace dalla scelta di collegare le loro vicende personali alla più stretta attualità. Da sempre abituato a sperimentare e a giocare con i generi (soprattutto con la commedia e il noir, i suoi preferiti), Johnnie To non rinuncia alle figure tipiche dei suoi film (gangster e poliziotti in primis) ma li sfrutta per raccontare le follie di un sistema economico globale che premia o punisce, quasi aleatoriamente, astuti speculatori e ingenui investitori, "squali" della finanza e sprovvedute vecchiette in cerca di soldi facili.

Killer Joe (William Friedkin, 2011)

Killer Joe (id.)
di William Friedkin – USA 2011
con Matthew McConaughey, Juno Temple
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Per ripagare un debito contratto con un gangster, un giovane spacciatore – d’accordo con il resto della famiglia – decide di assoldare un killer per eliminare la madre e riscuotere così la sua assicurazione sulla vita. Non avendo però il denaro da anticipare al sicario (ossia Killer Joe, un poliziotto che “come secondo lavoro” fa appunto l’assassino a pagamento), accetta di consegnargli la sorella minore, di cui l’uomo si è innamorato. Tradimenti, intoppi e svolte inaspettate complicheranno ovviamente la vicenda. Con questa farsa “nera” su una famiglia disfunzionale, tratta da un lavoro teatrale di Tracy Letts, Friedkin gioca a fare il Tarantino: tutto nel film, dai dialoghi alle situazioni, dai personaggi alla colonna sonora (“Those boots are made for walking” di Lee Hazlewood), ricorda infatti il cinema di Quentin. E il divertimento, almeno per i primi tre quarti di film, a dire il vero non manca: però, man mano che si procede verso il finale, l’accumulo di situazioni grottesche e paradossali comincia a infastidire, sfociando nel volgare e nel gratuito. E la mancanza di una conclusione catartica (quando per tutto il film ci si attendeva che Killer Joe o qualche altro personaggio risolvesse la situazione in maniera brillante o inaspettata) fa capire di trovarsi di fronte a un film di quello stesso filone nichilista, amorale e postmoderno, caratteristico appunto di Tarantino e dei fratelli Coen, che ha ammorbato buona parte del cinema americano recente a suon di decostruzioni e di sberleffi. Ridatemi gli anni settanta!

19 settembre 2011

Pollo alle prugne (Satrapi, Paronnaud, 2011)

Pollo alle prugne (Poulet aux prunes)
di Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud – Francia 2011
con Mathieu Amalric, Maria de Medeiros
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

A Teheran, nel 1958, il violinista Nasser Ali decide di lasciarsi morire perché non trova più piacere nella musica. Durante gli otto giorni che trascorre a letto, senza mangiare e senza bere, ci vengono illustrate meglio le ragioni della sua scelta attraverso una serie di flashback (sulla sua vita, il suo amore contrastato per la bella Iran, e il suo matrimonio infelice con la patetica Faranguisse) e di flashforward (sulla vita futura dei suoi figli). Dalla stessa coppia di registi di “Persepolis” (e, come quello, tratto da un fumetto della Satrapi, anche se stavolta – a parte una breve sequenza – il film non è a cartoni animati), un film che ha ben poco di iraniano e che invece è molto francese, al punto da ricordare a tratti pellicole come “Il meraviglioso mondo di Amelie”, raccontate con i toni della fiaba (a un certo punto si scopre che la voce narrante è addirittura quella dell’angelo della morte) e ricche di elementi comici, surreali, esistenziali. Forse fin troppo: gli spunti e gli episodi che si accavallano sono talmente tanti da rendere il risultato un po’ dispersivo (oltre che leggermente melenso e finanche ruffiano). Il titolo si riferisce al piatto preferito del protagonista, ma anche questo è un elemento buttato lì senza una vera necessità. Naturalmente il fatto che la ragazza amata si chiami Iran suggerisce una metafora politico-nostalgica: l'amore per il proprio paese e per quello che avrebbe potuto essere. Buono il cast: al fianco del protagonista Mathieu Amalric (bravo come sempre), ci sono Maria de Medeiros (la moglie Faranguisse), Golshifteh Farahani (l'amata Iran) e, in ruoli minori, Jamel Debbouze (il mercante), Isabella Rossellini (la madre) e Chiara Mastroianni (la figlia Lili da adulta).

Il mundial dimenticato (Garzella, Macelloni, 2011)

Il mundial dimenticato
di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni – Italia/Argentina 2011
con Sergio Levinsky, Marcelo Auchelli
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Tutti gli appassionati di calcio sanno che dopo i mondiali del 1938, anno in cui l'Italia si laureò campione del mondo per la seconda volta, la FIFA fu costretta ad annullare le edizioni del 1942 e del 1946 a causa della seconda guerra mondiale, e che il torneo venne riorganizzato soltanto nel 1950, in Brasile. Ma è proprio vero? Questo documentario racconta "la vera incredibile storia dei mondiali di Patagonia 1942", ovvero di un campionato organizzato in una delle più remote regioni del pianeta, mentre il resto del mondo era insanguinato dal conflitto, e mai riconosciuto ufficialmente dalla federazione internazionale, al punto da essere stato quasi dimenticato; un torneo le cui vicende si confondono fra realtà e leggenda, organizzato dall'eccentrico conte Otz (esule ungherese in Patagonia) per amore dello sport, di cui era appassionato e nel quale vedeva l'unico antidoto alla follia distruttrice della guerra, e conteso da nazionali non sempre ufficiali, in cui militavano soprattutto giocatori non professionisti (emigrati, operai, minatori, esiliati, soldati), e persino da una squadra di indios mapuche. Come nel leggendario mockumentary "Forgotten silver" di Peter Jackson, si comincia a seguire la ricostruzione della vicenda con il dubbio se i fatti raccontati siano accaduti realmente o meno, nonostante la presenza di numerosi personaggi celebri (da Roberto Baggio a João Havelange) che, intervistati, dicono la loro sul fantomatico mundial: ma poi l'accumularsi di circostanze sempre più ridicole e improbabili (il figlio di Butch Cassidy che arbitra gli incontri armato di pistola; le incredibili acrobazie dei giocatori; il portiere mapuche che ipnotizza i rigoristi avversari) e soprattutto di situazioni che anticipano famosi eventi avvenuti solo in seguito (la semifinale fra Italia e Germania che finisce 4-3, con tanto di gol simile a quello segnato da Rivera nel 1970, il gol-non gol nella partita dell'Inghilterra che precorre quello del 1966 e che fornisce addirittura l'occasione per introdurre la moviola in campo, benché si debba interrompere la partita per diverse ore per dare il tempo agli operatori di sviluppare la pellicola!) fanno capire che siamo di fronte a un divertissement non dissimile da quello di Jackson. Al resoconto delle imprese sportive e dei risultati del torneo si sovrappongono vicende umane (come quelle del cineoperatore argentino che vuole emulare Leni Riefenstahl e che inventa le più svariate e sofisticate tecniche di ripresa sportiva), sentimentali (la bella Helene, figlia del Conte Otz, contesa fra il bomber tedesco – pur essendo lei ebrea – e il portiere mapuche) e storiche (l'orgoglio degli immigrati italiani, le tensioni della guerra). Non mancano ironie sui luoghi comuni (i polacchi missionari, i nazisti "potenziati" in laboratorio come l'Evil Team di "Shaolin Soccer"). Ottima la ricostruzione dei filmati d'epoca. Il divertente film, frutto di quattro anni di duro lavoro da parte dei due registi e raccontato attraverso la testimonianza di un celebre giornalista sportivo argentino, Sergio Levinsky, è ispirato a un racconto di Osvaldo Soriano.

Scossa (Lizzani, Gregoretti, Maselli, Russo, 2011)

Scossa
di C. Lizzani, U. Gregoretti, C. Maselli, N. Russo – Italia 2011
con Paolo Briguglia, Gianfranco Quero
**

Visto all'Auditorium San Fedele (rassegna di Venezia).

Film a episodi dedicato al terremoto che nel 1908 distrusse la città di Messina e devastò le coste calabre e sicule. I quattro episodi, opera di altrettanti registi veterani (il più anziano, Lizzani, è nato nel 1922; il più giovane, Russo, nel 1939) sono però di qualità altalenante. A due segmenti banali e deludenti (quelli di Lizzani e di Maselli) se ne alternano altri due sicuramente meglio riusciti, il reportage di Gregoretti e la satira di Russo, che si concludono entrambi (sarà un caso?) con un collegamento all'attualità.

"Speranza", di Carlo Lizzani (*1/2), con Lucia Sardo
La notte del terremoto, una donna rimane intrappolata sotto le macerie. Dopo un'intera giornata in cui nessuno ha saputo soccorrerla, verrà visitata dal fantasma del marito. Patetico e ricattatorio, l'episodio peggiore del film.

"Lungo le rive della morte", di Ugo Gregoretti (**1/2), con Paolo Briguglia
Gregoretti porta sullo schermo le pagine di Giovanni Cena, che da giornalista si recò nei luoghi del disastro. Il resoconto del suo viaggio descrive perfettamente la sofferenza della gente, le difficoltà dei soccorritori (che devono far fronte anche a ostacoli di natura burocratica o logistica), la solidarietà degli italiani e degli stranieri, l'inettitudine della classe dirigente. Un documento antropologico di grande impatto e interesse, girato interamente in bianco e nero (e utilizzando le foto d'epoca come sfondo), a parte il controfinale in cui le parole di Cena, recitate da Briguglia, sembrano sposarsi perfettamente con le emergenze attuali del nostro paese.

"Sciacalli", di Citto Maselli (**), con Massimo Ranieri e Amanda Sandrelli
Dopo che il terremoto ha fatto crollare il carcere nel quale era stato rinchiuso, un uomo si precipita a scavare fra le macerie della propria casa in cerca della moglie e dei figli. Ma i marinai russi che prestavano soccorso alla popolazione, scambiandolo per uno dei tanti sciacalli che si aggiravano fra le rovine, lo fucilano. Ispirato a un episodio veramente accaduto, è il segmento più breve del film. Del tutto dimenticabile, nonostante la presenza di attori di nome.

"Sembra un secolo", di Nino Russo (***), con Gianfranco Quero
Dopo il crollo della sua casa, nel 1908, l'anziano pescatore Turi è costretto a trasferirsi in un'umida baracca sulla spiaggia. Le autorità gli promettono di costruirgli al più presto un nuovo alloggio: ma gli anni passano senza che la promessa venga mantenuta. E Turi, che ha deciso di non morire finché non otterrà una nuova casa, si ritrova nel 2006 nella stessa situazione di prima. Surreale e paradossale, il segmento di Russo è il migliore della pellicola e rivisita con ironia e cinismo un secolo di storia d'Italia (le guerre mondiali, il fascismo, l'avvento della repubblica) in chiave antiburocratica e antipolitica, mostrando che le cose in fondo non cambiano mai, se non in peggio (l'episodio si apre con quattro giovani che si preoccupano di raccogliere in mare due cadaveri di immigranti che sono stati travolti dal maremoto, e si conclude con gli stessi giovani che invece, di fronte ai cadaveri di immigrati nordafricani, reagiscono con la più totale indifferenza).

18 settembre 2011

Faust (Aleksandr Sokurov, 2011)

Faust (id.)
di Aleksandr Sokurov – Russia 2011
con Johannes Zeiler, Anton Adasinsky
***1/2

Visto al cinema Arlecchino, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Per conquistare l'amore della giovane Margarethe, di cui ha involontariamente ucciso il fratello, il tormentato medico Heinrich Faust accetta di vendere la propria anima al diavolo, che gli appare sotto le sembianze del mefistofelico padrone di un banco dei pegni, l'usuraio Mauricius. Da sempre l'opera più importante di Goethe e della letteratura tedesca è fonte di ispirazione per numerosi artisti in tutti i campi (oltre che Thomas Mann, mi piace ricordare in particolare la trasposizione disneyana a fumetti di Carlo Chendi e Luciano Bottaro), e dunque non stupisce se Sokurov, un regista particolarmente interessato a raccontare la natura umana e le forze interne che la animano in rapporto al tempo e allo spazio, abbia voluto raccogliere la sfida e rappresentare visivamente questa vicenda monumentale e archetipica, ricca di suggestioni filosofiche su temi quali la sete di conoscenza, il desiderio e la passione, la corruzione, la colpa e la responsabilità. L'ambizioso sforzo gli è valso il Leone d'Oro di questa edizione di Venezia, un meritato riconoscimento per un autore che già in passato aveva fornito ottime prove (dal capolavoro "Arca russa" alla trilogia sul potere "Moloch"/"Taurus"/"Il sole", di cui questo film diventa una sorta di quarta parte pur non essendo legato come gli altri agli eventi del ventesimo secolo). Ma il regista russo non si è limitato a realizzare un semplice adattamento, ed è andato a scavare fra le righe del dramma originale per interpretarlo a modo suo, azzardando anche alcuni "tradimenti" letterari di non poco conto: basti pensare che il più celebre verso di Goethe, "Verweile doch, du bist so schön!" ("Fermati, attimo, sei così bello!"), viene alterato in "Verweile doch, das ist nicht schön!" e fatto pronunciare dal diavolo anziché da Faust.

Attraverso la bellezza delle immagini (la fotografia è del francese Bruno Delbonnel, già collaboratore di Jean-Pierre Jeunet in "Amelie"), che rimandano talvolta alla pittura fiamminga, spicca il cupo e sofferente ottocento quasi medievale in cui si colloca la vicenda: grazie a lenti speciali che deformano le immagini, rendendole sghembe e distorte, a volte anche sfocate, e a filtri che virano tutti i colori in tonalità smorte e slavate di grigio, verde e marrone, Sokurov crea un ambiente ideale per la tragica vicenda che racconta, un ambiente che nei suoi dettagli è protagonista sullo schermo al pari dei personaggi. La regia fa sfoggio di virtuosismo, e la macchina da presa segue da vicino, senza abbandonarli nemmeno per un istante, i due protagonisti (Faust e Mefistofele) mentre si muovono incessantemente fra i corridoi delle case, le strette strade del villaggio, i sentieri di montagna, attraversando edifici, piscine, chiese, grotte e anfratti di ogni tipo, intenti in una conversazione continua. Come il tempo, che non si arresta mai (e qui torniamo al "Verweile doch"), anche i due personaggi non possono mai fermarsi, e il loro viaggio infinito li porta infine in un inferno naturale (le scene con il geyser e i ghiacciai sono state girate in Islanda) dove Faust incontra, fra gli altri, il soldato che ha ucciso. Qualcuno ha provato a paragonare questa parte finale al limbo delle sequenze conclusive di "Tree of life", ma è inutile dire che il paragone regge solo a livello superficiale: quanto più spessore e significato c'è in Sokurov rispetto a Malick! Molto più sensati sono invece i confronti con i film di Tarkovskij (come "Stalker"), Herzog ("Woyzeck") e Murnau ("Nosferatu"), motivati da comuni suggestioni e rimandi alla cultura russa e a quella mitteleuropea. Quanto ai due protagonisti, lo scienziato Faust inizia il suo percorso spinto dalla curiosità scientifica, sezionando corpi alla ricerca dell'anima, ma poi si perde a causa della passione per la carne, mentre Mauricius/Mefistofele è una creatura grottesca, incredibilmente deforme, dal cui corpo pieno di grasso spunta una coda/pene caricaturale e la cui natura demoniaca sembra apertamente nota a tutti. La pellicola è recitata interamente in tedesco. Oltre ai due interpreti principali, Johannes Zeiler e Anton Adasinsky, nel cast troviamo la veterana Hanna Schygulla nei panni di una misteriosa donna che segue e tormenta a sua volta Mauricius, Georg Friedrich in quelli del folle Wagner, l'assistente di Faust, e la giovane Isolda Dychauk in quelli della bella Margarethe.

Sal (James Franco, 2011)

Sal
di James Franco – USA 2011
con Val Lauren, Jim Parrack
**

Visto al cinema Mexico, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Il film ripercorre l'ultimo giorno della vita di Sal Mineo, il coprotagonista di "Gioventù bruciata" al fianco di James Dean, ucciso a 37 anni da uno sconosciuto davanti alla sua casa di Los Angeles. Dopo aver riscosso un certo successo nei primi anni della sua carriera (da teenager fu nominato all'Oscar per ben due volte come attore non protagonista, una delle quali naturalmente per il film di Nicholas Ray), Mineo aveva cominciato a perdere colpi quando era divenuto troppo vecchio per il ruolo del ragazzino ribelle. La pellicola segue da vicino Sal fra allenamenti in palestra, prove teatrali, telefonate e colloqui con gli amici, e ci mostra le sue difficoltà economiche, gli amori omosessuali, ma soprattutto il tentativo di tornare sulla breccia: quando è morto stava scrivendo una sceneggiatura per un film a tematica gay che si apprestava a dirigere di persona, e nel frattempo recitava al fianco di Keir Dullea in una pièce teatrale ("P.S. You cat is dead") la cui trama mostra inquietanti similitudini con la vita e le circostanze della morte dello stesso Sal (lo spettacolo, anche questo condito da venature omosessuali, parla infatti di un attore in disgrazia che sorprende un ladro nel proprio appartamento). Bravo l'inteprete e buona la regia dell'attore James Franco, che ha girato il film in soli nove giorni, in digitale, con una predominanza di primissimi piani e di lunghe inquadrature. Ma se la pellicola affascina per lo sguardo "puro" e semidocumentaristico, nella vena del cinema americano indipendente degli anni settanta, la mancanza di sofferenza e di catarsi rende il risultato alquanto piatto e monotono. E la scelta di raccontare le azioni più banali e quotidiane del personaggio senza soffermarsi a indagare maggiormente nella sua psiche lascia perplessi. Alla fine si resta a chiedersi quale sia il senso di un film un po' vuoto, di un'operazione che si limita a mostrare tutto dall'esterno senza mai azzardare un approfondimento o un'interpretazione.

17 settembre 2011

Carnage (Roman Polanski, 2011)

Carnage (id.)
di Roman Polanski – Francia/Germania/Polonia 2011
con Jodie Foster, Kate Winslet
***

Visto al cinema Apollo, con Marisa e Lucia, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dopo che un bambino di undici anni ha colpito nel parco un coetaneo con un bastone, facendogli saltare un dente, le due coppie di genitori si incontrano nell'appartamento di una di loro per discutere dell'accaduto. Ma il confronto, iniziato con toni civili e assolutamente accomodanti, degenera presto nel caos, fra litigi, battibecchi e comportamenti infantili (catalizzati anche dal passaggio, nelle bevande che i quattro consumano, dal caffè al whisky!), portando alla luce intolleranze e ipocrisie e mandando completamente in malora il "buonismo" iniziale. Inutile nasconderlo: è nel cosiddetto "cinema da camera" che Polanski sa davvero dare il suo meglio. Tratto da un'acclamata commedia teatrale di Yasmina Reza (che ha collaborato al regista per la sceneggiatura), il film offre un irresistibile crescendo di situazioni ricche di umorismo e di satira, con dialoghi che prendono ferocemente in giro gli stili di vita dei suoi personaggi e all'insegna di dinamiche perennemente mutevoli (a seconda del momento e dell'evoluzione della serata, abbiamo in scena una coppia contro l'altra oppure una complicità fra i due uomini "alleati" contro le donne). Straordinari gli interpreti: Jodie Foster, appassionata d'arte e scrittrice frustrata, è la tipica donna impegnata per le cause terzomondiste; John C. Reilly, suo marito, è un buzzurro che si adatta ai voleri della moglie per il quieto vivere; Kate Winslet è la coniuge repressa e modaiola di Christoph Waltz; e questi è un avvocato che difende una compagnia farmaceutica in malafede e che non si allontana mai dal suo telefonino (l'apparecchio squilla continuamente, frammentando la conversazione). Il film (comunque assai breve), vola in un lampo. E per lo spettatore è quasi catartico osservare personaggi altoborghesi azzuffarsi fra di loro su argomenti frivoli così come su altri più "seri" ma affrontati comunque in maniera irrazionale o grottesca. L'unico difetto, se vogliamo, è la mancanza di un vero finale. Anche se ambientato a Brooklyn, il film è stato girato a Parigi (per via dell'impossibilità di Polanski di recarsi negli Stati Uniti) e si svolge interamente fra le quattro mura dell'appartamento, a parte i titoli di testa e di coda nei quali vediamo i bambini al parco (l'aggressore, Zachary, è interpretato dal figlio di Polanski, Elvis).

16 settembre 2011

Himizu (Sion Sono, 2011)

Himizu
di Sion Sono – Giappone 2011
con Shota Sometani, Fumi Nikaido
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Nel Giappone sopravvissuto al terremoto e allo tsunami dell'11 marzo 2011, il quattordicenne Sumida vive senza genitori (la madre è scappata con un altro uomo; il padre, violento e ubriaco, si fa vivo solo per picchiarlo e per estorcergli denaro) in una capanna fuori città, dove gestisce l'azienda di famiglia, uno scalcinato noleggio di barche. Ossessionato da inquietanti sogni premonitori, il ragazzo dà ospitalità nel terreno adiacente alla sua casa a una manciata di senzatetto che hanno perso ogni cosa nel disastro. Di lui si innamora una sua compagna di classe, la sciroccata Chazawa, che gli impone la propria presenza con la forza e fa di tutto per scuoterlo e portarlo ad amare la vita. Sumida, desideroso soltanto di trascorrere un'esistenza ordinaria e di basso profilo, è però costretto a fronteggiare la violenza e la meschineria del mondo adulto: dopo aver commesso un terribile delitto, nel tentativo di reagire alla malvagità che lo circonda, cercherà di espiare a modo suo. Tratto da un manga (di Minoru Furuya), il nuovo film di Sono è un caotico e disperato grido di riscatto, dove follia, confusione e violenza si legano ad avvenimenti del mondo reale. Dopo che la sceneggiatura era già stata scritta, infatti, il regista ha deciso di modificarla per fare riferimento al terribile disastro che aveva appena colpito il paese, inserendo una serie di sequenze che mostrano la distruzione causata dal cataclisma e legando le vicende dei personaggi (in particolare quelle dei senzatetto ospitati da Sumida) proprio al tragico evento, seppure in maniera un po' posticcia. Per il resto, sono presenti molti dei temi tipici dei suoi lavori, a partire dalle famiglie disfunzionali (sia il padre di Sumida che i genitori di Chazawa – la madre è interpretata da Asuka Kurosawa – manifestano non solo una completa mancanza di affetto verso i figli, ma addirittura il desiderio di vederli morti). Ma il risultato non convince appieno, e l'eccesso di violenza assume toni talmente esagerati da risultare quasi parodistico: insomma, un film difficile da prendere sul serio. Premiati a Venezia, forse un po' generosamente, i due giovani protagonisti. Nel cast ci sono anche Denden (il mafioso con il quale il padre di Sumida contrae un forte debito) e Tetsu Watanabe (Horuno, il barbone che lo salda per riconoscenza verso il ragazzo). Himizu significa "talpa": il titolo si riferisce al desiderio del protagonista di vivere isolato dal mondo e cieco alle sue violenze e alle sue ingiustizie. Il commento musicale consiste quasi esclusivamente nell'incipit del "Requiem" di Mozart, le cui prime battute vengono ripetute ad libitum ad accompagnare i movimenti dei personaggi: una tecnica che si riscontrava già nei lavori precedenti di Sono (vedi il brano di Mahler utilizzato in "Cold Fish").

This is not a film (J. Panahi, 2011)

This is not a film (In film nist)
di Mojtaba Mirtahmasb, Jafar Panahi – Iran 2011
con Jafar Panahi
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Accusato di aver girato film che mettono in cattiva luce il regime iraniano, Jafar Panahi è stato condannato a sei anni di carcere e al divieto per vent'anni di dirigere altre pellicole, di scrivere sceneggiature, di rilasciare interviste e naturalmente di recarsi all'estero. Rinchiuso in casa nell'attesa di un processo d'appello che difficilmente annullerà la sentenza, il regista sperimenta un disperato bisogno di fare cinema, al punto da riprendersi con il proprio cellulare mentre innaffia i fiori, fa colazione o dà da mangiare all'iguana domestico della figlia. Dopo aver convocato l'amico e documentarista Mojtaba Mirtahmasb, gli chiede di filmarlo mentre legge e recita l'ultima sceneggiatura che aveva scritto prima della condanna, la storia di una ragazza che aspira ad andare all'università ma viene rinchiusa nella sua casa – proprio come lui – dai genitori tradizionalisti. Del nastro adesivo sul tappeto gli permette di "ricreare" gli ambienti nei quali si svolge la storia (come in "Dogville"), e il resto lo fa la narrazione e la descrizione delle inquadrature. Ma "questo non è un film"... L'insolita pellicola, durante la quale Panahi mostra sequenze di altri suoi celebri lavori ("Lo specchio", "Il cerchio", "Oro rosso") e descrive la difficile situazione degli artisti che vivono in Iran, si conclude con una lunga conversazione fra il regista e un giovane studente che lavora come custode nel condominio, mentre all'esterno gli abitanti di Teheran si apprestano a partecipare alla "festa del fuoco", una celebrazione spontanea e poco gradita al regime, con fuochi d'artificio che illuminano la notte (dopo che i primi botti, che si udivano dalle finestre aperte dell'appartamento, avevano fatto pensare a spari nelle strade). "Quando i parrucchieri non hanno niente da fare, si tagliano i capelli a vicenda", commenta il regista mentre lui e l'amico si riprendono l'un l'altro, uno con la telecamera e l'altro con il cellulare, in una sorta di campo/controcampo artigianale. La pellicola – un sincero e commovente "grido dal cuore" – è stata presentata a Venezia dalla moglie e dalla figlia di Panahi (lui, ovviamente, non poteva essere presente), ed è stata fatta uscire clandestinamente dall'Iran tramite una chiavetta USB nascosta in una torta (!).

14 settembre 2011

I film di Venezia 2011

Da domani seguirò la rassegna dei film del Festival di Venezia che saranno proiettati qui a Milano, a pochi giorni dalla conclusione della kermesse. Devo ammettere che da molti anni il programma non era così allettante, almeno sulla carta: sono previsti, fra gli altri, i lavori di Aleksander Sokurov (vincitore del Leone d'Oro), Roman Polanski, David Cronenberg, Johnnie To, Sion Sono, Ann Hui, Abel Ferrara, William Friedkin, Jafar Panahi e Marjane Satrapi. Dopo le delusioni degli anni passati, direi che questa volta non ci si può proprio lamentare!

11 settembre 2011

11 settembre 2001 (aavv, 2002)

11 settembre 2001 (11'09"01 - September 11)
di registi vari – Francia 2002
film a episodi
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni e Rachele.

Sono passati esattamente dieci anni dall'attentato alle Torri Gemelle di New York. Per ricordarlo, ho rivisto bel questo film a episodi nel quale undici registi di diverse nazionalità (uno solo, Sean Penn, è americano) affrontano l'argomento da molteplici punti di vista e in piena libertà creativa. Ciascuno dei segmenti in cui è divisa la pellicola dura esattamente 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma: ovvero, come recita il titolo originale, 11'09"01. La presenza di filmmaker arabi (l'egiziano Chahine) e del medio oriente (l'israeliano Gitai, l'iraniana Makhmalbaf), oltre che di autori notoriamente critici verso la politica degli Stati Uniti (come il britannico Ken Loach), garantisce una prospettiva globale, rassicurando coloro che temevano un'operazione puramente celebrativa o conciliatoria. Non siamo di fronte né a un instant-movie né a una semplice cronaca dell'evento: molti registi (come Tanovic, Loach o Imamura) hanno anzi sfruttato l'occasione per parlare di altre tragedie che hanno coinvolto vittime innocenti e che rispetto all'attentato dell'11 settembre hanno magari ricevuto una copertura "mediatica" minore; altri (come Lelouch, Penn o Nair) hanno invece raccontato la tragedia da un punto di vista personale o individuale. Anche dal lato tecnico il film offre una grande varietà di stili, con alcuni episodi che spiccano per la sperimentazione formale (su tutti quello di Iñárritu).

1) "Iran", di Samira Makhmalbaf (***), con Maryam Karimi
Un gruppo di bambini afgani, rifugiati in Iran, discutono del crollo delle Torri Gemelle (e della volontà di Dio) mentre la loro maestra cerca inutilmente di far loro osservare un minuto di silenzio in memoria delle vittime. La figlia di Mohsen Makhmalbaf (che qui fa il montatore) sceglie – come è consuetudine del cinema iraniano – di osservare la realtà attraverso lo sguardo innocente dei bambini, apparentemente incapaci di cogliere la reale portata di quello che è accaduto in una città così distante da loro, e realizza un episodio semplice ma commovente.

2) "Francia", di Claude Lelouch (***1/2), con Emmanuelle Laborit e Jérome Horry
Una fotografa sordomuta è giunta alla fine della sua relazione sentimentale con un uomo che fa la guida turistica a New York. Ma il crollo delle torri, di cui lei non si accorge per via della sua sordità, saprà riunire la coppia. Girato tutto dal punto di vista della donna, l'episodio fa a meno dell'audio (è praticamente muto, con sottotitoli) e restituisce il senso di percezione mutilata della realtà da parte di chi soffre di un handicap fisico. Insieme a quello messicano (che invece, in maniera speculare, è quasi tutto incentrato sul sonoro) è uno dei segmenti migliori del film.

3) "Egitto", di Youssef Chahine (*1/2), con Nour El-Sherif e Ahmed Haroun
Rientrato in patria da New York subito dopo l'11 settembre, il regista Chahine incontra il fantasma di un giovane marine americano, morto anni prima in un attentato in Libano. Insieme a lui, riflette insieme sulla spirale di odio, violenza e vendetta che insanguina il mondo. L'episodio meno convincente del lotto: per il regista l'attacco dell'11 settembre è solo un pretesto per parlare delle tensioni in Medio Oriente. Peccato che lo faccia in maniera banale, demagogica e didascalica.

4) "Bosnia-Erzegovina", di Danis Tanović (**), con Dzana Pinjo e Aleksandar Seksan
Come ogni undici del mese, un gruppo di donne bosniache si prepara a scendere in piazza per ricordare i caduti del massacro di Srebrenica (avvenuto l'11 luglio del 1995). La notizia del crollo delle torri a New York non impedirà loro di manifestare lo stesso. Un buono studio dei personaggi e il merito di ricordare una tragedia dimenticata sono i pregi di un episodio che però non rimane particolarmente impresso. A distanza di qualche anno dalla prima visione, lo avevo completamente rimosso.

5) "Burkina Faso", di Idrissa Ouedraogo (**1/2), con Lionel Zizréel Guire
Un gruppo di bambini ritiene di aver avvistato Osama Bin Laden per le strade del mercato di Ouagadougou, e pianifica di catturarlo con armi di fortuna per riscuotere la taglia da 25 milioni di dollari messa su di lui dagli Stati Uniti. Come la Makhmalbaf, anche il regista africano sceglie di guardare l'attualità attraverso gli occhi ingenui e innocenti dei bambini, e realizza l'episodio più leggero e divertente del film, ritraendo al contempo la povera realtà dei paesi dell'Africa occidentale.

6) "Regno Unito", di Ken Loach (***), con Vladimir Vega
Il musicista Vega, esule cileno che ora vive a Londra, scrive una lettera ai genitori e ai parenti dei morti delle Torri Gemelle, partecipando al loro dolore ma ricordando come anche il Cile abbia avuto il suo 11 settembre: nello stesso giorno del 1973, infatti, il colpo di stato del generale Pinochet abbatteva il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Attraverso una voce narrante e l'utilizzo di immagini di repertorio, Loach coglie l'occasione per denunciare la complicità degli Stati Uniti nell'accaduto. Un po' fuori tema, ma d'impatto.

7) "Messico", di Alejandro González Iñárritu (***1/2)
Mentre il nero dello schermo è interrotto da flash luminosi che illustrano i momenti più tragici del giorno dell'attentato (le persone che si gettano dalle torri, il crollo degli edifici), l'audio fonde insieme le voci dei testimoni e dei sopravvissuti, i rumori ambientali, i notiziari televisivi e radiofonici di tutto il mondo, i messaggi inviati via cellulare ai propri cari da coloro che erano rimasti intrappolati nelle torri o dagli aerei dirottati, e così via, in una cacofonia di suoni, rumori e musica che rendono questo video-messaggio l'episodio artisticamente più significativo. Al termine, una domanda: la luce di Dio ci guida o ci acceca?

8) "Israele", di Amos Gitaï (**), con Keren Mor e Liron Levo
Una giornalista televisiva sta tentando di fare un servizio in diretta da una strada di Tel Aviv dove si è appena verificato un attentato, intralciando anche il lavoro dei soccorritori. Ma scopre di non essere in onda perché contemporaneamente c'è stato il disastro delle Torri Gemelle. Girato in un unico piano sequenza (ma senza particolare maestria tecnica), si tratta di un episodio caotico e confuso che sembra trascinarsi troppo a lungo, non aiutato dalla scarsa simpatia di personaggi petulanti, isterici, esageratamente macchiettistici.

9) "India", di Mira Nair (**), con Tanvi Azmi e Kapil Bawa
Una donna pakistana, immigrata da tempo con la famiglia a New York, piange il figlio, musulmano ma nato negli Usa, scomparso da casa dal giorno dell'attentato delle Torri. Inizialmente il ragazzo è addirittura accusato di essere un complice dei terroristi: ma sei mesi più tardi, quando il suo corpo viene ritrovato, si scoprirà che invece aveva eroicamente tentato di salvare altre vite. Ispirato a una storia vera, è un episodio che si focalizza sul sentimenti anti-islamici nell'America del post-11 settembre. Peccato però che sia raccontato in maniera non troppo brillante.

10) "Stati Uniti d'America", di Sean Penn (***), con Ernest Borgnine
Un anziano vedovo trascorre le giornate da solo nel suo appartamento, imprigionato insieme ai ricordi della moglie scomparsa. Sul davanzale c'è un vaso di fiori avvizziti, che sbocceranno nuovamente soltanto quando il crollo delle torri permetterà ai raggi del sole, che in precedenza era sempre oscurato dal WTC, di raggiungere la finestra. Episodio malinconico e bizzarro, dal finale un po' surreale e al limite dello sberleffo (anche se c'è chi ha parlato di "poesia del dolore"), girato in maniera assai curata e con grande attenzione ai dettagli. Strepitoso l'interprete, l'ottantacinquenne Borgnine.

11) "Giappone", di Shohei Imamura (**1/2), con Tomorowo Taguchi, Kumiko Aso
Siamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Disgustato dall'umanità dopo aver assistito agli orrori del conflitto, un soldato giapponese torna a casa convinto di essere un serpente, strisciando per terra per la disperazione della sua famiglia. Girato da Imamura con la consueta commistione fra stile realistico e contenuto allegorico, il segmento che conclude il film è anche l'unico a non fare un riferimento diretto alla tragedia dell'11 settembre. Ma la scritta finale in sovrimpressione ("Non esistono guerre sante") lascia ben pochi margini all'interpretazione.

9 settembre 2011

La ragazza del bagno pubblico (J. Skolimowski, 1970)

La ragazza del bagno pubblico (Deep End)
di Jerzy Skolimowski – Gran Bretagna 1970
con Jane Asher, John Moulder-Brown
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Mike, quindicenne che ha da poco lasciato la scuola, viene assunto come inserviente in una struttura di bagni pubblici frequentata da una clientela perversa e bizzarra. Qui si innamora della sua bella collega ventenne Susan, al punto da seguirla di nascosto e di curiosare nella sua vita privata, che peraltro non è priva di contraddizioni (ha un fidanzato ma è contemporaneamente l'amante del suo ex professore di liceo). Finirà in tragedia. Caratterizzato da un taglio psicologico a base di ossessioni e di desideri che ricorda il cinema di Polanski (d'altronde Skolimowski si era fatto le ossa proprio come sceneggiatore dei primi lavori del suo compatriota), è un film non privo di ambiguità, soprattutto a sfondo sessuale. Mike dapprima sembra timido e introverso, afferma di non aver avuto esperienze e reagisce in maniera imbarazzata e confusa alle scoperte "avances" delle frequentatrici del bagno pubblico: ma in seguito (vedi la scena con la sua amica Kathy) ci viene fatto intendere che tanto ingenuo e senza esperienza non è. E la stessa Susan si presenta da un lato smaliziata e disinibita (è lei che "procura" a Mike le occasioni per stare da solo con donne interessate alla sua compagnia), al punto da nascondere forse un passato da spogliarellista, ma dall'altro è chiaramente in cerca di una relazione stabile con il suo ragazzo, qualcosa che Mike non può capire. Fra scene suggestive (il bagno di notte nella piscina), concitate (la fuga di Mike dopo aver rubato la sagoma all'esterno del nightclub) o ai limiti dell'assurdo (il tentativo di sciogliere con il phon la neve dove è caduto il diamante della ragazza), la pellicola trasforma un tipico tema da "coming of age" in un torbido racconto di ossessione e tragedia. Indimenticabile Jane Asher (che era reduce da una relazione con Paul McCartney!), con il suo fisico e volto da modella, lo sguardo dolce ed espressivo, l'impermeabile di color giallo acceso. Musiche di Cat Stevens e dei Can.

8 settembre 2011

Simon del deserto (L. Buñuel, 1965)

Simon del deserto (Simón del desierto)
di Luis Buñuel – Messico 1965
con Claudio Brook, Silvia Pinal
***

Rivisto in DVD alla Fogona, con Giovanni.

Padre Simon è uno "stilita", ovvero un eremita che si è ritirato a pregare in cima a una colonna di pietra nel bel mezzo del deserto. Qui pratica il digiuno e l'ascesi, riceve visite da parte dei religiosi di un convento vicino, compie miracoli occasionali ed è tentato più volte dal demonio. Un film particolare anche all'interno della multiforme filmografia di Buñuel, a cominciare dalla durata (solo 45 minuti): esauriti i fondi a metà lavorazione e impossibilitato a portare a termine la pellicola, il regista vi aggiunse infatti un finale ambientato ai giorni nostri (in un night club di New York) per dargli una sorta di conclusione. Sospeso, come il suo protagonista, "fra cielo e terra", il film presenta un succedersi di momenti ironici, grotteschi, stravaganti e suggestivi: il miracolo che viene accettato, da parte dell'uomo che lo riceve, come se fosse la cosa più normale del mondo; la disarmante discussione fra Simon e un monaco sul concetto di "proprietà"; i momenti in cui lo stesso Simon dimentica le parole della preghiera o si accorge di vaneggiare ("Comincio a rendermi conto che non mi rendo conto di quello che dico"); le scene con il nano pastore (interpretato da Jesús Fernández, attore già visto in "Nazarin"); e naturalmente le tentazioni da parte del maligno, che ha fattezze femminili ed è interpretato sempre da Silvia Pinal, di volta in volta abbigliata con abiti alla marinaretta, acconciatura (e barba!) da Belle Epoque, o abiti moderni (nella scena finale nella discoteca, in mezzo a giovani che ballano il rock scatenandosi come in un "sabba", un ambiente davvero agli antipodi con il silenzio e la solitudine in cui Simon si era isolato). A un intervistatore che gli chiedeva se Simon, "con la sua libertà, la sua mancanza di senso della proprietà e il suo isolamento dall'establishment", fosse come un autentico hippy, Buñuel rispose che sì, "gli hippy avrebbero potuto nominarlo loro santo patrono. Ma nella nostra epoca gli hippy hanno fallito. E molti di essi sono stati affascinati dal rumore, dal rock, dalla chitarra elettrica e da altre cose demoniache". Indicativamente, a Simon che gli/le dice "Vade retro", Satana nella scena finale risponde "Vade ultra".

7 settembre 2011

Nazarin (Luis Buñuel, 1958)

Nazarin (id.)
di Luis Buñuel – Messico 1958
con Francisco Rabal, Marga López
***

Rivisto in DVD alla Fogona, con Giovanni e Marisa.

Padre Nazarin, un giovane prete, vive in povertà in uno squallido tugurio di Città del Messico (siamo ai tempi della dittatura di Porfirio Díaz), accettando con rassegnazione le cattiverie che il mondo e gli uomini gettano su di lui. Per aver protetto e ospitato Andara, un prostituta che ha ucciso una cugina in una rissa, è costretto ad abbandonare la tonaca e a vagare per il paese, camminando scalzo e vivendo di elemosine. È seguito suo malgrado da due "discepole" che vedono in lui un santo: la stessa Andara e la più pura Beatrice. Ma la sua mitezza e la sua bontà d'animo, che lo rendono incapace di fare del male nonché immune da ogni tentazione sessuale (in una scena Beatrice si addormenta appoggiata sulla sua spalla, mentre Andara si lamenta perché si sente da lui trascurata: ma Nazarin non si cura delle ragazze e pensa solo a osservare una lumaca che striscia sulla sua mano), non saranno comprese. Accusato di immoralità e di una convivenza "scandalosa" con le due donne, verrà arrestato e condotto in prigione: mentre la pellicola si conclude, si possono udire in sottofondo i martellanti tamburi di Calanda (il paese natale del regista) che vengono suonati in occasione della settimana santa. È dunque evidente – ed esplicito sin dal titolo – il richiamo alla figura di Cristo, della cui vita però quella di Nazarin è una sorta di parodia o di caricatura all'insegna dell'impotenza e del fallimento. Buñuel ha adattato il romanzo di Benito Pérez Galdós ("il più grande romanziere spagnolo dopo Cervantes") perché era attirato dal personaggio, ma con la sua consueta "cattiveria" mette in luce a più riprese l'inutilità della bontà del protagonista, che in fin dei conti è destinato a fallire su tutti i fronti: un po' per colpa del mondo che lo circonda, incapace ad accogliere tanta purezza, ma anche perché lui stesso pare non rendersi conto di quello che accade intorno a lui. Non solo non comprende l'amore delle due donne che lo seguono, ma nemmeno le dinamiche sociali che attraversa: esemplare la scena in cui scatena (senza volerlo, e senza curarsi delle conseguenze) un litigio fra gli operai e il sorvegliante di un cantiere perché aveva chiesto di essere assunto in cambio del semplice vitto. Ad aprirgli gli occhi, alla fine, è un criminale che in prigione gli spiega che in fondo "lei è buono, io cattivo, ma nessuno dei due è servito a niente". Nazarin, che a dire il vero sembra poco interessato a predicare o a fare proseliti, fallisce anche ogni volta che cerca di dare consigli o indirizzi morali: non riesce a scacciare le due donne che lo hanno eletto a loro maestro, né a combattere le superstizioni (di fronte a una bambina malata suggerisce di ricorrere alla scienza e alla medicina: ma le comari del paese continuano a invocare da lui un miracolo) o a "cambiare" veramente coloro con cui entra in contatto (i suoi superiori, che lo accusano di "degradare" la dignità dell'abito talare; la donna che sta morendo di peste, che preferisce il conforto del marito a quello del prete; e nemmeno Beatrice e Andara, che in fondo terminano la loro funzione nel film allo stesso modo con cui l'avevano cominciata: la prima, sottomessa al dongiovanni Pinto; la seconda, vittima della società senza possibilità di redenzione).

5 settembre 2011

Kung Fu Panda 2 (J. Yuh Nelson, 2011)

Kung Fu Panda 2 (id.)
di Jennifer Yuh Nelson – USA 2011
animazione digitale
**

Visto al cinema Plinius, con Giovanni, Rachele e Leonardo.

Il primo "Kung Fu Panda" è stato uno dei cartoon digitali extra-Pixar più gradevoli degli ultimi anni. Il sequel non è allo stesso livello, ma garantisce comunque una buona dose di divertimento. Rispetto al prototipo c'è meno filosofia e più azione: l'unico personaggio cui è riservata un po' di caratterizzazione psicologica è il protagonista Po, che finalmente scopre di essere un figlio adottivo, e che il papero già visto nel primo film non è il suo vero padre (ma va? ^^). Quando era appena nato, infatti, la tribù di panda da cui il nostro eroe proviene era stata sterminata da un branco di lupi al servizio del malvagio pavone Shen, cui era stato predetto che le sue ambizioni di conquistare l'intera Cina sarebbero state frustrate da un "guerriero bianco e nero". La scoperta di essere stato adottato manda in crisi Po e gli impedisce di raggiungere quella "pace interiore" necessaria a sconfiggere l'avversario. Il quale, nel frattempo, ha deciso di utilizzare la polvere da sparo, inventata effettivamente in Cina, non più soltanto per gli spettacoli di fuochi artificiali ma per alimentare potenti cannoni contro i quali anche le più sofisticate tecniche di arti marziali non hanno scampo (il tema dell'avvento delle armi da fuoco che segna la "fine del kung fu" è un classico della cinematografia orientale: basti ricordare un titolo su tutti, "Once upon a time in China" di Tsui Hark). Meno originale del prototipo, ne "eredita" comunque gli elementi più felici: il design dei personaggi (magnifico il pavone, che sulla carta era ben più difficile da rendere credibile come cattivo rispetto al leopardo Tai Lung del primo episodio), l'equilibrata commistione fra azione e commedia, l'ottimo roster di voci originali (anche se alcuni doppiatori, come Jackie Chan nei panni di Scimmia, sono un po' sacrificati; fra i comprimari, maggiore spazio è dato ad Angelina Jolie/Tigre e Seth Rogen/Mantide, che curiosamente cita per ben due volte l'abitudine delle mantidi di staccare la testa al loro compagno durante l'atto sessuale; fra le new entry brillano Gary Oldman, che ovviamente dà la voce al "cattivo" Shen, e Michelle Yeoh, che è la capra veggente; davvero minimo, invece, lo spazio riservato a Jean-Claude Van Damme, coccodrillo guerriero). Efficace l'animazione (con divertenti trovate, come la sequenza in stile Pacman); un po' confusi invece i combattimenti, che si svolgono a velocità talmente elevata da rendere difficile distinguere le singole mosse. Da notare come i flashback e i ricordi dell'infanzia di Po siano mostrati in animazione tradizionale, una bella trovata che ricorda il tratto naïf utilizzato allo stesso scopo da Romano Scarpa nella classica storia "Topolino e la collana Chirikawa". Per concludere, due curiosità: Guillermo Del Toro è accreditato come consulente creativo, mentre Jennifer Yuh, di origine coreana, è al suo esordio come regista dopo varie esperienze da animatrice e illustratrice (aveva realizzato lo storyboard dell'episodio precedente). Il successo al box office l'ha reso il film diretto da una donna con il maggior incasso globale di sempre.

3 settembre 2011

Estasi di un delitto (L. Buñuel, 1955)

Estasi di un delitto (Ensayo de un crimen)
di Luis Buñuel – Messico 1955
con Ernesto Alonso, Miroslava Stern
***1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Giovanni, Rachele, Eleonora e Marisa.

Il casuale ritrovamento di un carillon appartenuto un tempo alla madre rievoca un trauma infantile nella mente del ricco Archibaldo De La Cruz (nella versione italiana rinominato, chissà perché, Alessandro) e risveglia in lui un istinto omicida e misogino. Ma per una serie di fatalità, il protagonista non riesce mai a compiere i delitti che progetta, visto che le sue "vittime" muoiono tutte senza il suo intervento: una si suicida, un'altra perisce in un incidente, una terza viene uccisa da un altro uomo... Black comedy dai risvolti psicanalitici (il ruolo dell'analista, in maniera bizzarra, è svolto dal commissario di polizia al quale Archibaldo confessa i suoi crimini – il film è praticamente raccontato tutto in flashback – e che alla fine rifiuta di arrestarlo, spiegandogli che "se si condannassero le intenzioni, le carceri sarebbero piene", e che, comunque, "non sarà l'unico criminale a piede libero"), si tratta di un vero e proprio gioiellino all'interno della produzione messicana di Buñuel. Criminale "potenziale", il simpatico Archibaldo è continuamente frustrato nei suoi desideri di uccidere le donne che lo circondano (la voluttuosa e seducente Patricia; la sfuggente e provocante Lavinia; la virginea e pura – ma solo in apparenza – Carlotta): in un caso deve persino accontentarsi di bruciare il manichino che ritrae Lavinia, facendogli fare la fine che aveva riservato alla ragazza. Attorno a lui si dipana il solito mondo colmo di ipocrisia che il regista spagnolo ama mettere alla berlina: anche per questo motivo è facile parteggiare per il protagonista. Per alcuni critici l'intera pellicola è un'allegoria dell'impotenza sessuale, ma semmai i temi sono più quelli del feticismo (sin da piccolo vediamo Archibaldo indossare i vestiti della madre), del complesso di Edipo e della fascinazione per il binomio sesso e morte (il piccolo Archibaldo rimane impressionato dall'immagine delle gambe dell'istitutrice che si macchiano di sangue). E il film anticipa "Bella di giorno" nel presentare un personaggio alle prese con desideri inconfessati da soddisfare (evocati da richiami uditivi-visivi: qui la musica del carillon, lì l'immagine della carrozza) e che vorrebbe trasferire dal sogno alla realtà.

2 settembre 2011

Él (Luis Buñuel, 1952)

Lui (Él)
di Luis Buñuel – Messico 1952
con Arturo de Córdoba, Delia Garcés
***

Rivisto in DVD alla Fogona, con Rachele e Marisa, in originale con sottotitoli.

Il benestante Francisco Galván è un pilastro rispettabile della sua comunità: stimato dagli amici e dal parroco, che ne ammira la "razionalità" e la correttezza, si innamora perdutamente di una donna conosciuta in chiesa e riesce a sposarla, strappandola all'amico architetto con cui era fidanzata. Ma a causa della sua folle gelosia le renderà la vita un inferno, torturandola fisicamente e psicologicamente. Considerato dai critici (e dallo stesso Buñuel) uno dei suoi film più interessanti del periodo messicano, "Él" ("Lui") è un vero e proprio saggio sulla paranoia, al punto da essere stato usato da alcuni psichiatri durante le lezioni per illustrare i casi clinici. Oltre che condizionato dalla gelosia del marito, il rapporto fra Francisco e Gloria è venato di sadomasochismo: tanto l'uomo è imprevedibile e soggetto a repentini sbalzi d'umore (dovuti anche a preoccupazioni di carattere professionale ed economico), tanto la donna è succube della sua autorità e si dimostra incapace di lasciarlo, persino di fronte ai maltrattamenti che è costretta a subire. Francisco la picchia, minaccia di buttarla giù da un campanile, arriva addirittura a spararle con una pistola a salve, in una sequenza a sorpresa (visto che viene raccontata in prima persona da colei che ne è la "vittima"); ma supera il confine quando progetta di introdursi in camera sua, di legarla al letto e poi di cucirle la vagina, come un novello Marchese de Sade. A quel punto, anche la moglie non ne può più e fugge di casa: credendo di inseguirla, Francisco giunge fino in chiesa dove ha una visione allucinatoria in cui gli sembra che tutti i presenti – dai fedeli al parroco e al chierichetto – si stiano prendendo gioco di lui. Tratto da un romanzo semi-autobiografico di Mercedes Pinto, il film ha molti elementi buñueliani: l'ossessione senza limiti del protagonista, il suo feticismo per i piedi (si innamora della donna guardandole le scarpe), il finale ambiguo in cui cammina a zig-zag per il sentiero del convento in cui viene "ricoverato". Ottima la prova degli interpreti, avvolgente la fotografia da film noir di Gabriel Figueroa, e memorabili le scenografie, soprattutto quelle della casa in stile art noveau di Francisco, costruita da suo padre e che contrasta notevolmente con il carattere preciso e metodico dell'uomo (che chiede al cameriere di raddrizzare un quadro storto, o che mette a posto le scarpe lasciate in giro dalla moglie).

1 settembre 2011

El bruto (Luis Buñuel, 1952)

Il bruto (El bruto)
di Luis Buñuel – Messico 1952
con Pedro Armendáriz, Katy Jurado
**1/2

Visto in DVD alla Fogona, con Rachele e Marisa, in originale con sottotitoli.

Per convincere i poveri affittuari di uno stabile ad andarsene, in modo da poter vendere il terreno, il proprietario assolda un uomo tanto ingenuo quanto forte e muscoloso, il "bruto", con l'incarico di intimidirli e di minacciarli. Ma l'uomo, che provoca anche la morte di uno di essi, si innamora proprio della figlia innocente della sua vittima. E Paloma, la bella e focosa moglie del suo padrone, non glielo perdona. Melodramma a tinte forti, forse un po' convenzionale nello sviluppo (qua e là si avvertono echi di "King Kong": vedi il finale in cui il bruto, il cui amore per la ragazza – così come il suo desiderio di redenzione – è destinato a essere frustrato e incompreso, viene inseguito e ucciso dalla polizia) ma che può contare su una sceneggiatura solida e su ottime interpretazioni (la femme fatale Jurado, il brutale ma "puro" protagonista, l'innocente Meche, i vari personaggi di contorno). Al soggetto originale, frutto di un'idea di Luis Arcoriza, Buñuel aggiunge le divertenti scene con l'anziano (e rimbambito) padre del proprietario dello stabile, nonché alcuni tocchi angoscianti e surrealisti: l'inquadratura dell'altarino con la Vergine di Guadalupe all'interno del mattatoio, la camera che si sofferma sulla carne che brucia sul fuoco o sulla candela che si spegne in occasione degli incontri sessuali del "bruto" con le due donne, la scena finale del gallo che fissa Paloma come a volerla giudicare con lo sguardo ("i galli o le galline", ha spiegato Buñuel, "fanno parte di molte mie 'visioni', visioni a volte quasi coercitive. È inspiegabile, ma il gallo o la gallina sono per me esseri da incubo").