31 marzo 2011

I sette samurai (A. Kurosawa, 1954)

I sette samurai (Shichinin no samurai)
di Akira Kurosawa – Giappone 1954
con Takashi Shimura, Toshiro Mifune
****

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli

Il film più famoso di Akira Kurosawa (e, forse, dell'intera cinematografia giapponese) è un affresco epico e avventuroso ambientato nel sedicesimo secolo, all'epoca delle guerre civili, quando orde di briganti giravano per il paese saccheggiando gli inermi villaggi di contadini abbandonati a sé stessi dalla mancanza della legge e dalla latitanza di un potere centrale. Proprio per difendersi da una di queste razzie, i poveri abitanti di uno sperduto villaggio di montagna decidono di assoldare (cosa mai vista prima!) un gruppo di samurai, i quali – messo da parte l'orgoglio, e in cambio soltanto di un pugno di riso – si batteranno con coraggio e lealtà, sacrificando le proprie vite per proteggere i contadini dall'assalto dei banditi. Nella versione originale di oltre tre ore (e non in quella ridotta di un terzo che per lungo tempo è circolata in occidente, in cui manca gran parte della sezione centrale, ossia quella in cui i samurai organizzano la difesa del villaggio e soprattutto imparano a conoscere meglio – ma la cosa è reciproca – i contadini), la pellicola è un capolavoro assoluto del cinema mondiale per ricchezza di temi e varietà di registri narrativi, sostanza e forza drammatica, cura formale (molte scene hanno un incredibile impatto pittorico), chiarezza della messa in scena, vigore ritmico, naturalezza nella descrizione dei personaggi (senza rinunciare alla profondità psicologica), analisi sociale, con momenti di forte epicità come di sfrontata comicità, eroismo e tragicità, elementi di sorpresa, suspence, eccitazione, passione, filosofia, simpatia ed empatia, e persino struggenti vicende amorose, diatribe picaresche, orgogliose prove di forza, inaspettati insegnamenti zen, contrasti fra esigenze individuali e collettive, manifestazioni di solidarietà e naturalmente superbe scene di battaglia.

La pellicola si apre con la scena in cui uno di contadini, origliando di nascosto, apprende che un numeroso gruppo di banditi a cavallo ha intenzione di attaccare il villaggio subito dopo il raccolto dell'orzo. Gli abitanti del paese si riuniscono e discutono sul da farsi: arrendersi, fuggire o battersi? È il vecchio capovillaggio a suggerire ai compaesani di recarsi in città e di assoldare qualche ronin (i samurai senza padrone) per organizzare una tenace difesa. A chi obietta dicendo: "I samurai sono gente fiera, non accetteranno mai di battersi per una ciotola di riso!", il vecchio risponde: "Ci sono anche samurai che hanno fame!". In un'epoca di caos e di disordine, infatti, molti guerrieri il cui signore feudale è stato sconfitto vagano ormai senza lavoro e senza prospettive (e molti di essi si trasformano a loro volta in banditi: più tardi scopriremo che i contadini custodiscono le armature di alcuni che hanno provato ad attaccare da soli il villaggio e sono stati sconfitti). La prima parte del film è dedicata alla formazione del gruppo dei sette samurai che difenderanno il villaggio: il primo ad accettare l'incarico (dopo che diversi guerrieri, sprezzanti, hanno rifiutato la proposta) è il saggio ed esperto Kambei, al quale si affiancano il coraggioso Gorobei, il fedele Shichiroji, il bonario Heihachi, l'abilissimo Kyuzo, il giovane Katsuhiro (che ha eletto Kambei a proprio maestro) e infine il bizzarro Kikuchiyo.

A parte gli ultimi due, il motivo che spinge i samurai a mettere a rischio le proprie vite in una missione senza gloria né guadagno non è soltanto la dedizione a una causa umanitaria o la compassione nei confronti di chi li ha assoldati, ma anche un desiderio più o meno inconscio di sacrificarsi per espiare le colpe "storiche" della propria classe nei confronti dei contadini, da sempre sfruttati e umiliati. A questo si aggiunge l'amarezza esistenziale per il proprio fallimento (Kambei afferma di essere stato sconfitto in tutte le battaglie cui ha partecipato) e la voglia di dimostrare ancora una volta, forse l'ultima, il proprio valore. Due casi a parte, come detto, sono quelli del giovane Katsuhiro, per il quale l'impresa è una tappa fondamentale della propria formazione, e soprattutto del "folle" Kikuchiyo, che si atteggia a samurai senza esserlo veramente (scopriremo infatti che si tratta del figlio di una famiglia di contadini, rimasto orfano dopo un attacco di briganti simile a quello che minaccia ora il villaggio) e che dunque fa da "mediatore" fra le due classi sociali, aiutandole a comprendere l'una le ragioni e lo stile di vita dell'altra. Sfrontato e impacciato allo stesso tempo, furbo e ingenuo, vanesio e generoso, il multiforme Kikuchiyo infonde continuamente leggerezza e comicità al film e ne è uno degli elementi più riusciti: non a caso (e grazie anche all'interpretazione dinamica e "scimmiesca" di quello straordinario attore che è Toshiro Mifune) si tratta del personaggio che si stampa in maniera più indelebile nella memoria degli spettatori.

Prima della battaglia contro i briganti, che occupa l'ultimo terzo del film, c'è tempo per molti episodi e numerose sottotrame, diverse delle quali sono legate ai contadini. Il film è stato ingiustamente accusato (soprattutto da alcuni critici giapponesi di sinistra) di rappresentare la loro classe sociale in maniera subalterna rispetto a quella dei guerrieri: "Al contrario dei samurai, i contadini sono descritti come un insieme, non con delle personalità distinte. Servili, furbi, codardi, tonti al punto da far ridere". Questo non è affatto vero (e probabilmente chi lo ha scritto aveva visto la versione breve del film, dove in effetti il ruolo centrale degli abitanti nel villaggio è assai sacrificato). Basti pensare a personaggi come il cupo Rikichi (Yoshio Tsuchiya), che da subito si dimostra uno dei contadini più decisi a battersi contro i banditi, come se non avesse nulla da perdere. Scopriremo la ragione del suo dolore segreto solo a film avanzato, nella drammatica sequenza dell'incursione notturna nel covo dei briganti, ovvero che la sua giovane moglie è stata rapita dai banditi (e, per la vergogna, sceglierà la morte piuttosto che tornare dal marito). O come Manzo (Kamatari Fujiwara), che avendo una figlia giovane (Shino, interpretata da Keiko Tsushima) appare più preoccupato di proteggere lei dai samurai che non il villaggio dai banditi: costringe la ragazza a tagliarsi i bei capelli lunghi, la tiene segregata in una capanna fuori dal paese, e infine le si scaglia contro quando scopre che si è concessa a Katsuhiro: nel suo caso, la diffidenza di classe si esplicita in maniera particolare. O ancora Mosuke (Yoshio Kosugi), che abita in una delle tre case più distanti dal resto del villaggio, giudicate "sacrificabili" da Kambei perché la loro difesa impedirebbe di proteggere adeguatamente tutte le altre. Dopo aver tentato una timida ribellione contro i samurai, invitando alcuni compagni a rifiutare di battersi in difesa del villaggio, proprio Mosuke si dimostrerà fra i più coraggiosi nella lotta, avendo compreso come le esigenze della comunità contadina debbano prevalere su quelle individuali. O come il vecchio Gisaku (Kokuten Kodo), che abita nel mulino e che sceglie di morire laggiù, in silenzio, nel luogo dove è sempre vissuto. Ma il contadino che rimane più impresso e al quale è dedicato maggior spazio è Yohei (interpretato da quella straordinaria maschera di attore che è Bokuzen Hidari, che ritroveremo nei panni del vecchio viandante in un altro film di Kurosawa, "I bassifondi"): è il più timoroso, il più patetico, il più prudente, ma anche quello che maggiormente si lega ai samurai e in particolare a Kikuchiyo, che piangerà la sua morte nel finale in maniera non meno intensa che quella dei suoi compagni.

Naturalmente i sette samurai non sono da meno come caratterizzazione. Kambei (Takashi Shimura), loro guida e capo morale, ci viene subito presentato come un uomo saggio e sensibile, di grande ingegno (per liberare un bambino tenuto in ostaggio, si traveste da monaco e riesce così ad avvicinarsi alla baracca dove il bandito si era rifugiato: si tratta di un episodio ispirato a un aneddoto sulla vita di Ise-no-kami, leggendario maestro di spada del cinquecento). La sua modestia risalta dal modo in cui continuerà a passarsi la mano sulla testa rasata per tutta la pellicola. Katsuhiro (Isao Kimura) è invece il più giovane del gruppo: ha eletto Kambei come suo maestro, ammira da lontano Kyuzo, si pone nei confronti dell'avventura con l'atteggiamento di chi deve imparare. Il suo personaggio veicola infatti uno dei temi principali del film (e di tutto il cinema di Kurosawa sin dalla sua pellicola di esordio, "Sanshiro Sugata"), ossia quello del rapporto fra maestro e allievo e dell'iniziazione alla vita, che si esplicita non solo attraverso le battaglie ma anche nella storia d'amore con Shino. Memorabile, nella prima parte del film, le scene in cui Kambei gli ordina di compiere degli agguati (con un bastone da calare sulla zucca!) ai samurai da invitare a unirsi all'impresa, per mettere alla prova le loro qualità di guerriero. Shichiroji (Daisuke Kato) è una vecchia conoscenza di Kambei, essendo già stato suo luogotenente in numerose battaglie: disinteressato e fedele, si mette ancora una volta al servizio dell'amico. Appare come il più professionale del gruppo, e anche per questo è forse quello che si fa notare di meno. È uno dei soli tre samurai (insieme allo stesso Kambei e a Katsuhiro) a sopravvivere alla battaglia.

Kyuzo (Seiji Miyaguchi), lo spadaccino taciturno, è schivo, nobile e ascetico: è colui che più degli altri segue gli insegnamenti del bushido come sono descritti nell'Hagakure, il celebre trattato di Yamamoto Tsunetomo. La parola hagakure significa "nascondersi dietro una foglia", e infatti fra le virtù del samurai (parola che a sua volta significa "colui che serve") spicca quella di mantenersi sempre modesto e umile: ne vediamo un esempio nella scena in cui Kyuzo si introduce nell'accampamento nemico per sottrarre ai banditi un fucile (eh già, perché i nemici hanno tre armi da fuoco, che i mercanti portoghesi avevano da poco introdotto nel paese del Sol Levante: e curiosamente, i samurai che cadranno in battaglia durante il film saranno tutti colpiti da un proiettile e non da una spada). Quando ritorna, consegna l'arma a Kambei e si rimette subito in disparte per riposarsi, suscitando la forte ammirazione di Katsuhiro. Più tardi Kikuchiyo tenterà un'impresa simile, che risulterà una caricatura della precedente. Gorobei (Yoshio Inaba), l'arciere, è un abile stratega ed è il secondo in comando dopo Kambei nella difesa del villaggio: è lui a ideare gran parte delle fortificazioni e a supervisionare l'addestramento dei contadini. Il gioviale Heihachi (Minoru Chiaki) è forse meno abile degli altri, ma con il suo buonumore, le sue risate e la sua forza di volontà tiene sempre alto il morale dei compagni. Cuce personalmente quella che diventerà la bandiera del gruppo (un drappo con sei cerchi per i samurai, un triangolo per Kikuchiyo, e un ideogramma per i contadini) e che, per ironia della sorte, sventolerà per la prima volta in occasione della sua sepoltura: sarà infatti il primo a cadere. Di Kikuchiyo (Toshiro Mifune), infine, che si autoimpone con ostinazione al fianco degli altri guerrieri, ho già scritto: da ricordare comunque ancora la scena in cui salva un neonato dall'incendio del mulino, dopo che la sua famiglia è stata sterminata, e confessa piangendo a Kambei: "Questo sono io, è quello che è successo a me", ammettendo una volta per tutte di non essere affatto un samurai: cosa che non impedirà ai compagni di considerarlo uno di loro (come suggeriva d'altronde già il titolo del film) e di seppellirlo nel finale con la propria spada accanto agli altri guerrieri caduti.

In origine, la sceneggiatura prevedeva la presenza di soli sei samurai, e Toshiro Mifune avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Kyuzo. Ma Kurosawa e i suoi collaboratori, come ha spiegato lo stesso Mifune in un'intervista, si resero presto conto che "sei samurai seri erano noiosi: c'era bisogno di un personaggio che fosse più fuori di testa", e così venne introdotta la figura di Kikuchiyo. Il regista diede addirittura a Mifune la libertà creativa di caratterizzare il personaggio, improvvisandone movimenti e comportamento, per renderlo più imprevedibile e accentuare la differenza con gli altri sei. La lavorazione del film (che il regista si rifiutò di dirigere negli studi della Toho, preferendo location esterne nella penisola di Izu, convinto che "la qualità dei set influenza la qualità delle performance degli attori") fu lunga e travagliata, resa anche difficile dalle pessime condizioni climatiche. Con una mossa astuta, Kurosawa girò per ultima la scena della battaglia finale, costringendo così i produttori ad allargare i cordoni della borsa: non si poteva certo lasciare il film incompleto! Per molti anni, "I sette samurai" rimase la pellicola più costosa mai realizzata in Giappone, ma fu anche uno straordinario successo di pubblico e di critica, tanto in patria quanto all'estero, al punto che fioccò subito un remake in chiave western ("I magnifici sette" di John Sturges). Fra le innumerevoli innovazioni che ha introdotto, pare che figuri qui per la prima volta l'immagine dell'orda di nemici che si presentano alla vista scavalcando la cresta della collina (nella scena in cui Kikuchiyo li vede avvicinarsi al villaggio).

Oltre che per la ricchezza dei contenuti, il film è assolutamente pregevole anche dal punto di vista formale. Il grande dinamismo delle scene d'azione e della concitata e violenta battaglia conclusiva, con i guerrieri immersi nel fango e bagnati dalla pioggia, è rafforzato dall'utilizzo di una tecnica che diventerà uno dei marchi di fabbrica di Kurosawa: l'utilizzo di tre macchine da presa in contemporanea, per filmare l'azione da più parti e da più punti di vista, realizzando – in sede di montaggio – sequenze estremamente fluide e di grande impatto drammatico ed emotivo. Anche per questo, il lungometraggio è diventato un punto di riferimento per tante produzioni successive, non solo orientali ma anche – e soprattutto – occidentali. Alcuni critici l'hanno definito il "primo action movie moderno", quello che ha introdotto concetti come l'anti-eroe riluttante o la presentazione del gruppo di protagonisti man mano che esso viene formato. Due parole, infine, sulla vigorosa colonna sonora di Fumio Hayasaka, che si è ispirato alla musica sinfonica occidentale (all'orchestrazione ha collaborato Masaru Sato), com'è evidente dal ricorso ripetuto a un riconoscibile tema conduttore. La celebre frase di Kambei dopo la fine della battaglia, di fronte alle tombe dei quattro compagni uccisi ("Anche questa volta abbiamo perso... I veri vincitori sono i contadini, soltanto loro"), chiude degnamente – venandola di toni crepuscolari – una pellicola che fonde alla perfezione drammi individuali e collettivi all'interno di una prospettiva storica. Uscito mentre Stati Uniti e Unione Sovietica contrapponevano le proprie ideologie in piena guerra fredda, il lungometraggio giapponese illustra agli spettatori una possibile terza via all'insegna della solidarietà fra i gruppi sociali, del confronto fra la "cultura delle armi" e quella della terra, del superamento delle barriere di classe. Altro che un semplice film di samurai!

30 marzo 2011

Il mare (Lee Hyun-seung, 2000)

Il mare (Siworae)
di Lee Hyun-seung – Corea del Sud 2000
con Jun Ji-hyun, Lee Jung-jae
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nel dicembre 1997 il giovane Sung-hyun si trasferisce ad abitare in un'accogliente palafitta sulla spiaggia, alla quale dà il nome "Il mare" (proprio così, in italiano: fra l'altro questo è il titolo internazionale del film). La casa è appena stata costruita, eppure il ragazzo ha la sorpresa di trovare nella cassetta postale una lettera di Eun-joo, datata 1999, che afferma di essere stata la precedente inquilina. Ben presto si rende conto che la missiva arriva dal futuro, e che la ragazza ha abitato nella casa non prima di lui, ma dopo. I due intrecciano una fitta corrispondenza, scoprendo così di vivere in due linee temporali diverse, costantemente a due anni di distanza. In qualche modo la buca delle lettere (che oltre alle missive può trasferire anche piccoli oggetti) è in grado di piegare il tessuto spazio-temporale su sé stesso come in un quadro di M.C. Escher (citato esplicitamente). Entrambi reduci da delusioni d'amore e da difficili situazioni familiari (lei ha rinunciato a seguire all'estero il suo fidanzato per inseguire una carriera di doppiatrice; lui ha abbandonato gli studi di architettura per un conflitto irrisolto con il padre), i due si confidano segreti e dolori, si fanno forza l'un l'altro, trovano conforto nelle rispettive parole e naturalmente finiscono con l'innamorarsi: ma come incontrarsi, se il tempo li divide? Lasciando da parte l'illogicità della vicenda (è inutile fare le pulci ai possibili paradossi temporali legati alla capacità di cambiare il passato o di prevedere il futuro), quella che rimane è una pellicola estremamente romantica e gradevole, dall'andamento quieto, lento e ondivago, tutta dedicata alla rappresentazione dei sentimenti di solitudine e di separazione dei due protagonisti, e di cui gli americani si affretteranno a realizzare un remake ("La casa sul lago del tempo", con Sandra Bullock e Keanu Reeves). Anche se la trama si basa su un'unica idea (che sembra uscita da un manga: non a caso Eun-joo afferma di leggere molti fumetti, e la sua miglior amica gestisce un manga shop) che, per quanto originale, fatica un po' a reggere per l'intera durata, è uno di quei film delicati e poetici, piacevoli da guardare, che scaldano il cuore. "Tutte le persone che ho amato sono sempre state irraggiungibili", scrive a un certo punto Sung-hyun, riferendosi non solo all'amore "a distanza" con Eun-joo ma anche al rapporto con il padre o con gli amici che pure vivono nel suo stesso presente. Il regista è assai poco prolifico: questo è il suo terzo lungometraggio, ma a oggi non ne ha diretti altri. L'attrice Jun Ji-hyun, molto carina (a tratti assomiglia vagamente a Shu Qi), era anche la protagonista di "My Sassy Girl". La casa sull'acqua, lambita nella nebbia, può far pensare a un altro film, sempre coreano ma dai toni completamente diversi: "L'isola" di Kim Ki-Duk.

28 marzo 2011

Porco Rosso (Hayao Miyazaki, 1992)

Porco Rosso (Kurenai no buta)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1992
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Paola.

"Un maiale che non vola è solo un maiale".

Siamo negli anni venti, nel periodo di crisi economica e politica fra le due guerre mondiali. L'italiano Marco Pagot (il nome è lo stesso del figlio dell'animatore Nino Pagot, con cui Miyazaki aveva collaborato ai tempi de "Il fiuto di Sherlock Holmes"), già eroico pilota di caccia durante la Grande Guerra, è stato misteriosamente trasformato in un maiale e ora è noto come "Porco Rosso", dal colore dell'idrovolante che pilota nei cieli sopra il Mar Adriatico, nei pressi delle coste croate, dove si guadagna da vivere come cacciatore di taglie ai danni dei pirati che assaltano le navi di passaggio. Come questi, frequenta abitualmente l'Hotel Adriano, dove risiede e lavora la bella Gina, di cui è amico di lunga data ed è forse innamorato. L'arrivo di un nuovo rivale, l'americano Donald Curtis, lo costringerà ad accettare una difficile sfida, proprio mentre la polizia segreta italiana è sulle sue tracce per arrestarlo come traditore ("Meglio essere un maiale che un fascista!"). Al suo fianco ci sarà anche la giovane meccanica Fio, che ha rimesso a punto il suo aereo.

Di tutti i film di Miyazaki, "Porco Rosso" (che, come "Il mio vicino Totoro", è uscito nelle sale italiane con vent'anni di ritardo, cosa assurda e incomprensibile se si pensa che la pellicola è addirittura ambientata in gran parte nel nostro paese) è quello con la genesi più bizzarra e improvvisata. Il maestro, grande appassionato di velivoli e veicoli d'epoca, collaborava da tempo con una rivista nipponica di modellismo, "Model Graphix", realizzando illustrazioni ad acquarello e brevi fumetti nei quali inseriva spesso dei buffi maialini antropomorfi nei panni di piloti e meccanici. Proprio ispirandosi a uno di questi manga, su richiesta della Japan Airlines, mise in cantiere quello che avrebbe dovuto essere un cortometraggio da proiettare a bordo degli mezzi di linea della compagnia aerea (e questo spiega anche l'introduzione con le scritte in più lingue). Solo successivamente il film è stato gonfiato fino alle dimensioni di un lungometraggio che, oltre a offrire spettacolari duelli aerei, sfiora anche temi socio-politici e persino riflessioni sulla morte e l'aldilà (indimenticabile e di grande impatto la sequenza in cui Marco ricorda lo scontro aereo in cui ha visto cadere tutti i suoi compagni, e in seguito al quale ha probabilmente perduto la sua "umanità"). Apparentemente più scanzonato e leggero di altri lavori del regista, in realtà è quello meno "fantastico" e più legato alla realtà: maiali e scene comiche a parte, sembra davvero ambientato nel nostro mondo, in un momento di passaggio in cui la gioia di vivere (le folle festanti, le donne eleganti, il piacere del volo e dell'avventura) stava lasciando lentamente il passo a uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità.

A differenza della maggior parte delle pellicole del regista giapponese, il protagonista qui è maschile e non femminile: duro e romantico, cinico e disilluso come il miglior Humphrey Bogart. E nelle divertenti baruffe contro i pirati rivali si ritrovano echi di lavori miyazakiani precedenti, come "Lupin III" e, appunto, "Sherlock Holmes". Ma c'è anche spazio per l'amore, l'amicizia, la nostalgia e per spettacolari evoluzioni aeree all'insegna dell'avventura e dell'azione. Notevole, come sempre, la cura di sfondi, scenari e ambientazioni (e dispiacciono, pertanto, alcuni piccoli errori nelle scritte in italiano, come il "Non si fo credito" che spicca sul muro di un ufficio). Fra le scenografie rimangono impresse le coste del Mar Adriatico (probabilmente quelle della Dalmazia), l'isolotto su cui sorge l'Hotel Adriano (che ricorda certe località del Lago Maggiore) e la fabbrica sui Navigli di Milano (dove l'aereo di Porco viene ricostruito da un gruppo di donne operaie). Perfettamente caratterizzati anche i vari comprimari, dal vanesio Curtis (che aspira a diventare attore a Hollywood e poi presidente degli Stati Uniti, come farà Ronald Reagan) all'affascinante Gina (che canta, in francese, "Le temps des cerises"), dalla piccola Fio (un'adolescente simpatica e ostinata) ai pittoreschi pirati dell'aria (con il leader della banda Mammaiuto che assomiglia al Bruto di "Popeye"!). E se lo si guarda in versione originale, non si può non sorridere quando si sentono i personaggi chiamare il protagonista, in un misto di italiano e giapponese, "Porco Rosso-san!"

27 marzo 2011

Sanshiro Sugata - Parte II (A. Kurosawa, 1945)

Sanshiro Sugata - Parte II (Zoku Sanshiro Sugata)
di Akira Kurosawa – Giappone 1945
con Susumu Fujita, Ryunosuke Tsukigata
**

Visto in divx.

Su richiesta dei produttori, che dopo il successo del film d'esordio gli avevano commissonato un seguito delle avventure di Sanshiro Sugata, Kurosawa torna a raccontare le imprese del giovane campione di judo. Questa volta la trama della pellicola è più semplice e si concentra, anziché sulla crescita spirituale del protagonista, soprattutto sulle sfide che riceve dai praticanti di altre scuole e altri sport: da un lato quella di un pugile americano (il film è ambientato nell'era Meiji, a fine ottocento, quando l'isolamento del Giappone era terminato da poco) e dall'altro quella di due karateka che intendono vendicare il fratello (ossia Higaki, il campione di jujitsu sconfitto da Sanshiro al termine del film precedente). Le due sottotrame procedono in maniera parallela e senza mai veramente incontrarsi, accumunate dal fatto che il nostro eroe è inizialmente riottoso ad accettare le sfide, anche se per motivi diversi: quella dell'americano perché il suo maestro si oppone alle esibizioni in pubblico, quella dei due fratelli perché nasce dal rancore e dall'odio che essi provano verso di lui. L'episodio del pugile è significativo, vista l'epoca in cui il film venne girato (ovvero sotto i bombardamenti di Tokyo da parte delle forze statunitensi, che dal canto loro nel 1946, a guerra finita, si affrettarono a sequestrare la pellicola con l'accusa – esagerata – di essere sovversiva), e abbastanza divertente anche se piuttosto ingenuo. Più spessore ha invece la parte con i fratelli Higaki (il tenebroso Tesshin e l'inquietante Gensaburo, sempre muto e con un'acconciatura che ricorda gli attori del teatro kabuki): il duello finale, stavolta, si svolge su una montagna innevata, in piena bufera, ed è seguito da un'inaspettata riconciliazione all'interno della capanna in cui i contendenti si rifugiano, quando il sorriso di Sanshiro disarmerà il muto Gensaburo che lo voleva assalire nel sonno. Pur gradevole, nel complesso il film non è certo fra i più ispirati di Kurosawa. Dal capitolo precedente tornano diversi personaggi: il maestro Yano, l'amata Sayo e soprattutto lo stesso Gennosuke Higaki (il cui interprete, Ryunosuke Tsukigata, recita anche nel ruolo del fratello Tesshin), profondamente cambiato e malridotto. Proprio l'incontro con il vecchio nemico, ormai gravemente malato, è il momento più toccante della pellicola.

26 marzo 2011

Dragon trainer (D. DeBlois, C. Sanders, 2010)

Dragon trainer (How to Train Your Dragon)
di Dean DeBlois, Chris Sanders – USA 2010
animazione digitale
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Una tribù di vichinghi è in lotta con i draghi che regolarmente attaccano il villaggio, razziando bestiame e provviste. I guerrieri vivono solo per abbattere le bestie alate, e persino i bambini vengono addestrati sin da piccoli a diventare uccisori di draghi. Ma il sensibile Hiccup, figlio del capo tribù, ne catturerà uno (il più temibile di tutti: una Furia Buia!), diventerà segretamente suo amico, imparerà a cavalcarlo e insegnerà a tutti che si può vivere in armonia (coalizzandosi, per di più, contro un nemico comune). Dopo "Kung Fu Panda", un altro segnale che la DreamWorks ha finalmente imparato a fare film d'animazione come si deve, rinunciando a competere con la Pixar sul piano delle ambizioni e della complessità e ispirandosi invece all'approccio più diretto al pubblico che ha reso grande la Disney, senza tralasciare la cura delle ambientazioni e del character design. "Dragon trainer" ha tutti gli ingredienti al posto giusto: ciascun personaggio ricopre un ruolo prestabilito ai fini della trama (non particolarmente originale, a dire il vero) e ogni cosa scorre via liscia e prevedibile, ma proprio per questo in fondo gradevole. Molto kawaii, in particolare, il drago che diventa amico del protagonista (notevoli, nell'aspetto del mostro come nella trama, le somiglianze con "Lilo & Stitch", diretto dagli stessi registi). Il film è uscito nelle sale in 3D, ma io l'ho visto in sole due dimensioni sul televisore di casa e non mi pare di essermi perso qualcosa (provate invece a vedere un film sonoro senza l'audio, e capirete quanto sia pretestuoso il paragone che i paladini del 3D fanno con la fine del cinema muto!).

25 marzo 2011

Striscia, una zebra alla riscossa (F. Du Chau, 2005)

Striscia, una zebra alla riscossa (Racing Stripes)
di Frederik Du Chau – USA 2005
con Hayden Panettiere, Bruce Greenwood
*1/2

Visto in TV, con Hiromi.

Smarrita da un circo, cresciuta in una fattoria del Kentucky e convinta di essere un cavallo da corsa, una zebra si dimostrerà in grado di vincere un'importante competizione ippica, grazie anche all'aiuto di un nutrito gruppo di amici (un pony, una capra, un pellicano e due mosche!), consentendo alla ragazzina che la cavalca – nonostante l'iniziale opposizione del padre – di emulare le imprese della madre scomparsa. Onesto e innocuo divertimento per bambini sul filone di "Babe maialino coraggioso", con animali parlanti, buoni sentimenti e un misto di live action e animazione (ben fatta): nella versione originale, fra i doppiatori figurano Dustin Hoffman, Whoopie Goldberg e Joe Pantoliano; in quella italiana, si ricorre come al solito a vari dialetti.

24 marzo 2011

La gatta sul tetto che scotta (R. Brooks, 1958)

La gatta sul tetto che scotta (Cat on a hot tin roof)
di Richard Brooks – USA 1958
con Elizabeth Taylor, Paul Newman
***

Rivisto in DVD.

Per ricordare Liz Taylor, scomparsa ieri all'età di 79 anni, ho rivisto uno dei suoi film più famosi, tratto da un dramma teatrale di Tennessee Williams (un autore al quale l'attrice è particolarmente legata, avendo recitato in altri adattamenti cinematografici di suoi lavori: "Improvvisamente l'estate scorsa", "La scogliera dei desideri" e un tv movie da "La dolce ala della giovinezza"). In una ricca tenuta del profondo Sud, l'intera famiglia si raduna per celebrare il compleanno del vecchio patriarca (Burl Ives), appena uscito da una clinica e condannato – a sua insaputa – da un male incurabile. Mentre il figlio maggiore Gooper (Jack Carson), con l'intrigante moglie Mae (Madeleine Sherwood) e cinque insopportabili bambini, si preoccupa soltanto dell'eredità, il figlio minore Brick (Paul Newman), ex campione di football, si dedica all'alcolismo, sconvolto dai sensi di colpa per la tragica morte dell'amico Skipper, di cui attribuisce la responsabilità un po' a sé stesso e un po' alla moglie Maggie (Liz Taylor). La tensione fra i due coniugi, che dopo tre anni di matrimonio non hanno ancora avuto figli, è palpabile ("Io non vivo con te, condivido solo la stessa cella!", grida Maggie al marito), così come quella fra gli altri membri della famiglia. In un clima di avidità, menzogne, solitudini e ipocrisie, tutti i nodi verranno a galla nel giro di poche ore e nel corso di una "catarsi collettiva", dopo un temporale notturno e una discussione in una cantina ricolma di inutili oggetti acquistati nel corso degli anni come surrogati d'amore (e che ricorda il vasto magazzino di Kane in "Quarto potere"). Evidente l'origine teatrale: la pellicola è dominata da lunghe scene di dialogo fra i personaggi (notevoli gli "scontri" fra Brick e Maggie e fra Brick e il padre), figure aspre e antipatiche che solo nel finale troveranno un nuovo equilibrio dopo aver finalmente accettato verità e responsabilità. Lo scostante Brick, in fuga dalla vita, cerca nell'alcool quel sostegno che rifiuta dalla moglie: si tratta di una stampella virtuale, ad affiancare quella reale che lo sorregge dopo essersi rotto la caviglia. Maggie, indurita (ma solo fino a un certo punto) dalle difficoltà della vita, si sente "come un gatto su un tetto di lamiera rovente" ma cerca comunque di riconquistare in ogni modo l'amore del marito. La presenza ingombrante di Skipper, personaggio che ritorna spesso nei dialoghi e che, nonostante sia morto, si frappone fra i due, ricorda quella del figlio/marito in "Improvvisamente l'estate scorsa". Rispetto al dramma originale, nel film è stato eliminato ogni riferimento a una possibile relazione omosessuale fra Brick e l'amico (e l'annacquamento non fece piacere né a Tennessee Williams né a George Cukor, che avrebbe dovuto inizialmente dirigere la pellicola e che si tirò indietro proprio per questo motivo), mentre rimangono quelli all'impotenza del ragazzo. Nel cast, una menzione particolare per la prova di Burl Ives nei panni del dispotico padre-padrone.

22 marzo 2011

Cinque anni

Tomobiki Märchenland compie oggi cinque anni! È un traguardo importante per un blog che ormai fa parte integrante della mia vita e che mi condiziona non poco nelle visioni cinematografiche (solo l'idea di scriverne su queste pagine mi stimola spesso a rivedere film che avevo già apprezzato in passato, oppure a sperimentare nuovi autori e nuovi filoni). Negli ultimi dodici mesi ho parlato di 240 pellicole, dunque un po' meno che negli anni precedenti: il totale sale a 1397. Di queste, 164 sono il frutto di prime visioni, mentre i film rivisti sono stati 76. Quelli visti al cinema sono stati 55 (di cui 16 nella rassegna di Cannes, 17 in quella di Venezia, 3 al Torino Film Festival), quelli a casa 185. Fra i registi, quest'anno nessuno ha dominato per numero di pellicole: i più visti (con 4 film) sono stati Werner Herzog, Kim Ki-Duk, Takashi Miike e Yasujiro Ozu.

Come al solito, non ho effettuato modifiche tecniche o estetiche al blog (ero tentato di cambiare layout, sfruttando magari le nuove possibilità di personalizzazione grafica offerte da Blogger, ma poi ho lasciato perdere). Ho però aggiunto, già da qualche settimana, una "legenda" per i voti nella colonna qui a lato: l'ho fatto con una certa riluttanza, perché le stelline andrebbero considerate come semplici indicazioni e non tengono conto delle mille sfumature della mia opinione su un film (in più, ricordo: sono voti soggettivi!), ma credo che almeno così sia più chiara la scala di giudizio (il massimo è quattro stelle, e non cinque come molti pensano! ^^). Inoltre ho aggiunto ad alcuni film il tag "capolavori": già usavo "personal cult", e in effetti le due etichette spesso si sovrappongono, ma la prima è riservata a quei film riconosciuti come pietre miliari del cinema dalla maggior parte della critica (anche nei casi in cui non sono fra i miei preferiti), mentre la seconda può comprendere film semisconosciuti o poco quotati che però io amo particolarmente.

21 marzo 2011

A better tomorrow (John Woo, 1986)

A better tomorrow (Ying hung boon sik)
di John Woo – Hong Kong 1986
con Ti Lung, Chow Yun-Fat, Leslie Cheung
****

Rivisto in DVD, con Giovanni e Paola.

I fratelli Ho (Ti Lung) e Kit (Leslie Cheung) vivono su due lati opposti della barricata: il primo, in coppia con l'inseparabile amico Mark (Chow Yun-Fat), gestisce un lucroso traffico di denaro falso per conto delle triadi di Hong Kong; il secondo è un giovane poliziotto idealista, appena uscito dall'accademia e ignaro della professione del fratello maggiore. Quando però Ho viene arrestato dopo essere caduto in una trappola, e il padre è ucciso dal sicario di una banda rivale, l'affetto e il rispetto di Kit per il fratello si tramutano in odio feroce. Uscito di prigione dopo tre anni con l'intenzione di rifarsi una vita onesta, Ho troverà sulla sua strada numerosi ostacoli: non soltanto il rancore di Kit ma anche i tentativi del perfido Shing (Waise Lee), nuovo boss della triade e un tempo suo sottoposto, di coinvolgerlo nuovamente nel giro criminale. Al suo fianco però ci sarà ancora Mark, anch'egli caduto in disgrazia dopo essere stato gravemente ferito a una gamba.

Premetto subito: il voto così alto non è dovuto a una valutazione oggettiva del film (che ha i suoi bravi difetti ed è ancora piuttosto grezzo se paragonato ai lavori che Woo sfornerà in seguito) ma alla "simpatia" e all'affetto che nutro verso una pellicola di fondamentale importanza nell'evoluzione del cinema di Hong Kong e non solo, e che non mi stanco mai di rivedere. Imperfetto ma seminale, romantico (a suo modo) e struggente, "A better tomorrow" ha infatti il merito di aver rivoluzionato e ridefinito gli stilemi del cinema d'azione, imponendo regole che hanno rapidamente fatto il giro del mondo, e di aver svecchiato la cinematografia hongkonghese che era ancora legata ai classici gongfupian degli Shaw Brothers degli anni sessanta e settanta. Capostipite del filone denominato heroic bloodshed ("quel genere di film in cui le pistole si sostituiscono ai pugni nudi della tradizione dei film di kung-fu e diventano estensioni del corpo", secondo la definizione della rivista "Cineforum"), ha rappresentato un punto di svolta epocale, innestando spudoratamente i codici del melò in un genere che fino ad allora puntava le sue carte solo sui combattimenti e sorprendendo gli spettatori con la cura delle coreografie, un montaggio magistrale, una fotografia avvolgente e notturna ("Non mi ero mai accorto quanto fosse bella Hong Kong di notte", dice Mark) e un'enfasi retorica e persino esagerata (celebri i frequenti ralenti). I temi, ereditati dalla tradizione del "cinema della vendetta" (ma sono evidenti anche alcuni riferimenti occidentali, dai western crepuscolari di Sam Peckinpah ai dilemmi morali e psicologici del polar francese), sono gli stessi che caratterizzeranno la produzione successiva del regista: l'amicizia virile, la fratellanza, il sogno di riscatto, i codici d'onore, la redenzione, la lealtà e il tradimento, più un finale cruento e pessimista. Il tutto a uno spettatore di oggi (che ne ha visto le conseguenze nei venticinque anni successivi) può forse risultare banale, ma è stato questo film a mettere insieme, per la prima volta, i succitati ingredienti.

Progettato per rilanciare la carriera di Ti Lung (che era stato un divo delle pellicole di kung fu di Chang Cheh negli anni settanta), il film ha invece trasformato in star il giovane cantante Leslie Cheung (che nel 1993 interpreterà "Addio mia concubina") e soprattutto lo semisconosciuto Chow Yun-Fat (fino ad allora protagonista soltanto di alcune commedie televisive), che ruba la scena in ogni inquadratura in cui si trova, oltre naturalmente al regista, che all'epoca godeva di ben poca considerazione ed era già dato per finito dopo i primi effimeri successi realizzati per la casa di produzione Golden Harvest. È stato il produttore Tsui Hark a dargli fiducia e ad avere l'intuizione di riunire un cast diventato poi leggendario. Per anni i ragazzi di Hong Kong (e non solo: persino Quentin Tarantino ha affermato di averlo fatto) sono andati in giro con spolverino, occhiali da sole e un fiammifero in bocca, come il personaggio di Mark, e ne ripetevano le battute: e il carismatico CYF si confermò come protagonista di quasi tutti i capolavori hongkonghesi di Woo dei tardi anni ottanta. Da citare anche i comprimari: la tenera Emily Chu nei panni di Jackie, la fidanzata imbranata di Kit; l'esperto Kenneth Tsang in quelli di Ken, leader della cooperativa di tassisti che dà fiducia a Ho; e il bravo Waise Lee in quelli del "cattivo" Shing; ma nel film recitano in brevi ruoli anche gli stessi Tsui Hark (il giudice al provino musicale) e John Woo (l'ispettore di polizia con gli occhiali).

In seguito all'enorme successo della pellicola, Tsui Hark e John Woo realizzeranno subito un sequel: più tardi, per divergenze con Woo, Tsui dirigerà di persona anche un terzo capitolo, che fungerà da prequel (mentre Woo utilizzerà lo script che aveva in mente per dare vita al suo capolavoro, "Bullet in the head"). La trama del film è ispirata a una pellicola del 1967, "Story of a discharged prisoner" di Lung Kong, ma Woo la arricchisce con le eccezionali scene d'azione che lo hanno reso famoso: da ricordare, in particolare, la sequenza in cui Mark compie una strage al ristorante per vendicare l'amico Ho e uccidere chi lo ha tradito (quante volte abbiamo rivisto citata la camminata nel corridoio, con le pistole nascoste nei vasi di fiori? Woo ha comunque dichiarato di aver volto fare un omaggio al "Mean streets" di Scorsese) e la sparatoria finale al molo (con il momento topico in cui Mark, che avrebbe la possibilità di fuggire con il denaro, compie un'inversione a U con il motoscafo e sceglie di andare invece a morire con l'amico). Nota di merito anche per la colonna sonora di Joseph Koo, forse la più bella mai sentita in un film di Hong Kong, costruita su due o tre temi struggenti (di quello principale esiste anche una versione cantata da Leslie Cheung): impossibile togliersela dalla mente.

19 marzo 2011

Mulan (B. Cook, T. Bancroft, 1998)

Mulan (id.)
di Barry Cook, Tony Bancroft – USA 1998
animazione tradizionale
***

Rivisto in DVD, con Giovanni e Costanza.

Seguendo il progetto di "rotazione dei continenti" deciso dalla Disney per l'ambientazione dei suoi film di animazione, dopo l'Africa de "Il re leone", l'America di "Pocahontas", e l'Europa de "Il gobbo di Notre Dame", nel 1998 toccava all'Asia: ecco allora il primo lungometraggio disneyano ambientato in Estremo Oriente, ispirato alla leggenda cinese di Hua Mulan (ma nel film si usa la dizione Fa Mulan), una ragazza che si traveste da uomo per arruolarsi nell'esercito imperiale al posto dell'anziano padre e combattere le truppe nomadi che avevano invaso la Cina. Nonostante la presenza di quelle che all'epoca erano ancora caratteristiche irrinunciabili di ogni lungometraggio disneyano (le canzoni, che troppo spesso rallentano la vicenda; gli animaletti come spalla comica, in questo caso il draghetto Mushu – che nella versione originale aveva la voce di Eddie Murphy – e un grillo portafortuna, più un cavallo e un cagnolino ai quali viene dato fortunatamente meno spazio), il film è ben riuscito e rappresenta uno dei migliori esempi del cosiddetto "rinascimento disneyano" degli anni novanta: scenari e ambientazioni sono azzeccati (memorabile l'attacco degli Unni sulla neve), la storia è coinvolgente, lo stile di disegno minimalista è gradevole, i temi sono decisamente adulti e la psicologia del personaggio principale (gli altri sono poco più che macchiette) è sfaccettata e dinamica. Ad appesantire il tutto, purtroppo, c'è la succitata colonna sonora, con canzoni fra le meno ispirate mai sentite in un film disneyano (quasi tutte concentrate nella prima parte della pellicola: quando la trama decolla, fortunatamente, se ne fa a meno): si salva solo (ed è una delle mie canzoni Disney preferite!) quella relativa all'addestramento delle truppe, "Farò di te un uomo", che oltre ad essere assai orecchiabile ha anche il merito di non presentarsi come un semplice intermezzo musicale ma di contribuire a portare avanti la storia. Il film venne proiettato anche in Cina (fra i doppiatori della versione in mandarino figura persino Jackie Chan), ma con una distribuzione limitata che frustrò nell'immediato le speranze della Disney di conquistare il lucroso mercato dell'intrattenimento di quel paese.

17 marzo 2011

Il sapore del riso al tè verde (Y. Ozu, 1952)

Il sapore del riso al tè verde (Ochazuke no aji)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1952
con Michiyo Kogure, Shin Saburi
***1/2

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario"), con Hiromi e Michiko.

Dopo molti anni, il matrimonio fra Mokichi e Taeko Satake sta attraversando una fase difficile. Stufa di un marito al quale rimprovera il grigiore e le abitudini troppo semplici e umili, la donna trascorre le giornate a sparlarne con le amiche ed è sempre alla ricerca di una scusa per recarsi con loro alle terme fuori città. Il rapporto fra i due coniugi precipita ulteriormente quando l'uomo prende le difese della nipote Setsuko, che aveva rifiutato un incontro a scopo matrimoniale con un possibile pretendente, organizzato dalla madre e dalla stessa zia. Ma al litigio seguirà la riflessione e la riconciliazione, che avverrà davanti a un'improvvisata ciotola di ochazuke (il "riso al té verde" del titolo, un piatto molto veloce da preparare, il cui valore – come quello di Mokichi – risiede proprio nella semplicità). Amo molto questo film, uno dei miei preferiti fra tutti i lungometraggi di Ozu, al punto da ritenerlo quasi all'altezza di capolavori assoluti come "Tarda primavera" e "Viaggio a Tokyo". L'idea alla base della pellicola risale addirittura al 1939, quando Ozu e il suo sceneggiatore di fiducia Kogo Noda avevano iniziato a stenderne lo script: ma ai quei tempi la censura del Giappone nazionalista aveva impedito la realizzazione di un film così incentrato su sentimenti intimi e individuali, nonché sulla rappresentazione di comportamenti "frivoli" come quelli di Taeko e delle sue amiche (per non parlare del rifiuto di Setsuko verso l'istituzione tradizionale del matrimonio combinato). Solo nel 1952 la sceneggiatura, opportunamente riscritta per adattarla alla nuova realtà del paese dopo la fine della guerra (si pensi alle scene in cui Mokichi rincontra per caso un ex commilitone, interpretato da Chishu Ryu), potè essere finalmente portata sullo schermo. A destare perplessità fra i censori era stata, in particolare, proprio la scena chiave del film, quella in cui i due coniugi si riconciliano davanti all'ochazuke. Inutile sottolineare che si tratta di una scena fondamentale nell'economia della pellicola: Taeko, fino ad allora descritta come borghese e viziata, non solo impara ad apprezzare un piatto semplice come il riso al té verde ma decide di cucinarlo lei stessa, anziché svegliare la domestica, nonostante non metta piede in cucina da anni: e la preparazione del cibo, alla quale partecipano entrambi i coniugi lavorando fianco a fianco, suggerisce la rifondazione del matrimonio su nuove basi di reciproca comprensione. D'altronde nella cultura giapponese la cucina è spesso una metafora della vita. La grande umanità dei personaggi, la finissima caratterizzazione psicologica, lo stile frizzante e dinamico (ci sono numerosi movimenti di macchina, cosa rara per il regista nipponico, comprese alcune carrellate in avanti), il tono iniziale da commedia che si fa più teso con l'evolversi della vicenda (senza mai sforare nel sentimentale o nel melodrammatico) sono tutti elementi che rendono il film vivace e accattivante. A fianco del "tradizionale" teatro kabuki (che non casualmente è il posto scelto dalla madre e dalla zia di Setsuko per l'incontro a scopo matrimoniale) il film mostra anche luoghi di aggregazione più moderni, come lo stadio di baseball e soprattutto le sale da pachinko, nuova forma di intrattenimento popolare che in quegli anni stava diffondendosi sempre di più (si tratta, per chi non lo sapesse, di una specie di flipper verticale, antenato dei moderni videogiochi). La sottotrama della nipote che trascorre la giornata in giro con lo zio, il quale poi è costretto a fingere di rimproverarla davanti alla moglie, ricorda un film precedente di Ozu, "La ragazza che cosa ha dimenticato?".

15 marzo 2011

Keep cool (Zhang Yimou, 1997)

Keep Cool (You hua hao hao shuo)
di Zhang Yimou – Cina 1997
con Jiang Wen, Li Baotian
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Zhao Xiaoshuai, giovane venditore ambulante di libri, è innamorato della bella An Hong, che però lo ha lasciato per mettersi con Liu Delong, ricco proprietario di un night club. Nella lite fra i due uomini rimane convolto il mite Lao Zhang, il cui computer portatile viene distrutto. Lao vorrebbe essere rimborsato da Zhao, mentre questi non ha altro in mente che vendicarsi di Liu... Per la prima volta Zhang Yimou si dedica alla rappresentazione della Cina urbana e moderna (il film è ambientato a Pechino, fa computer, cellulari e karaoke), e per meglio adattarsi al soggetto abbandona lo stile laccato e manierista dei film precedenti in favore di un modo di girare più "nervoso" e occidentale: inquadrature sghembe, camera a mano, montaggio frenetico, colonna sonora pop e rock. Il tutto per ritrarre – attraverso un "piccolo" episodio – la confusione e la frenesia della vita in una grande città, dove denaro, lavoro e amore si intrecciano irrimediabilmente. I dialoghi da commedia, le situazioni grottesche e gli accenni di satira sociale (non mancano nemmeno tocchi di ironia verso la legge, come i discorsi "educativi" del poliziotto quando rimette in libertà prima Xiao e poi Lao, dopo sette giorni di carcere per disturbo alla quiete pubblica) lo rendono uno dei primi film cinesi giunti in occidente a non mostrare un'immagine esotica ed estetizzante del paese asiatico ma il suo volto più moderno e contraddittorio. Non a caso fu anche uno dei pochi casi in cui Zhang ebbe seri problemi con la censura, che impedì la proiezione del film a Cannes e impose un lieto fine. Incidentalmente, è il primo film del regista senza Gong Li (l'unico ruolo femminile, quello di An Hong, è interpretato dalla splendida modella Qu Ying), e solo il secondo ambientato in epoca contemporanea (dopo "La storia di Qiu Ju", se non contiamo "Operazione Cougar" che ha co-diretto). Lo stesso Zhang Yimou recita nei panni del ciclista che vende roba vecchia. Il protagonista Jiang Wen, oltre che attore, è stato anche regista ("In the Heat of the Sun").

13 marzo 2011

Frankenstein di Mary Shelley (K. Branagh, 1994)

Frankenstein di Mary Shelley (Mary Shelley's Frankenstein)
di Kenneth Branagh – USA 1994
con Kenneth Branagh, Robert De Niro
**

Visto in DVD.

Sulla falsariga del "Dracula di Bram Stoker" diretto due anni prima da Francis Ford Coppola (che qui figura come produttore), Branagh tenta di infondere nuova linfa in uno dei più classici personaggi horror, facendo piazza pulita di tutte le precedenti versioni cinematografiche (in particolare di quelle con Boris Karloff, che tanto hanno influito nell'immaginario comune) e restando il più fedele possibile (ma nemmeno troppo) al romanzo gotico di Mary Shelley, senza peraltro rinunciare a uno stile "moderno" e hollywoodiano, con tanto di fotografia patinata e musica pomposa. La storia, naturalmente, è nota: il giovane medico Viktor Frankenstein, ossessionato dal desiderio di sconfiggere la morte dopo la scomparsa della madre, modella una creatura cucendo insieme i pezzi di vari cadaveri (fra cui quello di un assassino), inserendole il cervello di uno scienziato e dandole vita con l'elettricità. Ma il mostro che ne risulta è aggressivo e infelice, e progetta di vendicarsi del suo creatore. Nello scontro finale, fra i ghiacci del Polo Nord, periranno entrambi. Anche se non mancano sequenze di grande impatto, come quelle che vedono il protagonista all'opera nel suo laboratorio e in generale tutta la mezz'ora finale (dove spicca la scena in cui il mostro strappa il cuore della sposa di Viktor durante la prima notte di nozze), complessivamente il film delude per colpa dell'eccessiva enfasi visiva, di una certa ingenuità nei dialoghi e di una sceneggiatura superficiale che banalizza i temi dell'opera originale (l'umanità del mostro, la sfida della scienza a Dio). Poco riuscito il personaggio del mostro, che De Niro – anche per colpa del trucco fin troppo pesante – non riesce a rendere abbastanza tormentato per suscitare la necessaria empatia nel pubblico. Branagh, dal suo canto, sembra interessato soprattutto a mettere in mostra sé stesso e il proprio fisico: il vero protagonista del film è lo scienziato, non la creatura. Apprezzabili, comunque, le rivisitazioni di episodi celebri come l'incontro del mostro con il vecchio cieco (interpretato da Richard Briers) e la nascita della "moglie di Frankenstein" (Helena Bonham Carter, sorprendentemente all'altezza). Il cast comprende anche Tom Hulce (l'amico e compagno di studi di Viktor), Ian Holm (il padre) e soprattutto un irriconoscibile John Cleese (il mentore di Viktor, il cui cervello viene poi innestato nella creatura).

10 marzo 2011

Ladri di cadaveri (John Landis, 2010)

Ladri di cadaveri (Burke & Hare)
di John Landis – Gran Bretagna 2010
con Simon Pegg, Andy Serkis
***

Visto al cinema Centrale.

John Landis torna al cinema dopo dodici anni di assenza con una divertente e dissacrante black comedy che racconta la storia vera ("tranne le parti che non lo sono", come recita il cartello introduttivo) di Burke & Hare, famigerati "procacciatori" di cadaveri per le scuole di anatomia di Edimburgo agli inizi dell'ottocento, una vicenda già fonte di ispirazione per altre pellicole (come "La iena" di Robert Wise, con Boris Karloff e Bela Lugosi). A quei tempi la legge imponeva di usare a scopi scientifici soltanto i corpi dei condannati a morte, che però – in un periodo in cui lo studio della medicina era in forte sviluppo – erano in numero insufficiente a coprire la richiesta. Questo aveva fatto crescere a dismisura il valore dei cadaveri, e la milizia era costretta a pattugliare i cimiteri per impedire agli "scavafosse" più disperati di trafugare le salme appena sepolte. Burke e Hare, due immigrati irlandesi, ebbero l'idea di trasformarsi in serial killer per procurarsi la materia prima da offrire al compiacente dottor Knox. In seguito al clamore che fece il loro caso, venne persino cambiata la legge, introducendo la possibilità per i familiari dei defunti di donare il loro corpo alla scienza. Non sarà un ritorno ai tempi d'oro di "Blues Brothers" e "Una poltrona per due", ma dal lato del puro intrattenimento il film non delude le attese e presenta tutto quello che era lecito attendersi da Landis (e dal genere): humour nero, situazioni grottesche, gag visive e comicità caustica e irriverente (compresa la satira verso le istituzioni, da sempre presente nei lavori del regista, che a dire il vero stavolta ne ha per tutti); ma offre anche inaspettate e interessanti chiavi di lettura, come quella fornita dalla trovata di intrecciare la storia dei due criminali con una rappresentazione tutta al femminile del sanguinolento "Macbeth" di Shakespeare (Burke compie i delitti per finanziare lo spettacolo teatrale della donna di cui è innamorato: un'allusione di Landis alle proprie difficoltà nel trovare fondi per fare cinema?) o la sottotrama delle prove fotografiche (il dottor Knox fa immortalare con questa tecnologia innovativa i cadaveri che seziona, in modo da creare una rivoluzionaria "mappa del corpo umano"; ma proprio le foto dei corpi incastreranno Burke e Hare, convinti di essere al sicuro in assenza di testimoni e con i cadaveri ormai distrutti: C.S.I. ante litteram!). Fenomenale il cast, con molti caratteristi e volti noti: oltre ai due protagonisti (Andy "Gollum" Serkis e Simon "Shaun of the dead" Pegg), ci sono le autoironiche Isla Fisher e Jessica Hynes nei ruoli femminili (più la Jenny Agutter de "Un Lupo mannaro americano a Londra" in una piccola parte), Tom Wilkinson e Tim Curry in quelli dei due medici rivali, e ancora diversi comici britannici come Ronnie Corbett (il capo della milizia) o Bill Bailey (il boia), per finire con i camei di Christopher Lee, Ray Harryhausen e persino Costa Gavras (con tutta la famiglia, in fotografia), senza contare l'apparizione a sorpresa, proprio alla fine, del "vero" William Burke!

8 marzo 2011

Se mi lasci ti cancello (M. Gondry, 2004)

Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind)
di Michel Gondry – USA 2004
con Jim Carrey, Kate Winslet
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

In un'uggiosa giornata di febbraio, il timido e complessato Joel Barish (Jim Carrey) incontra la vivace ed estroversa Clementine Kruczynski (Kate Winslet) sulla spiaggia di Montauk, presso New York, ed è amore a prima vista. Ma i due ignorano di essere già stati insieme in passato e che la loro storia è finita nel peggiore dei modi: qualche giorno prima, infatti, si erano rivolti alla Lacuna Inc., una clinica in grado di rimuovere selettivamente i ricordi indesiderati dalla mente di una persona. E così dapprima Clementine aveva cancellato Joel dalla propria memoria, e poi per ripicca Joel aveva fatto lo stesso. Ma contro il destino – e la forza dell'amore – non si può andare, a costo di tornare a commettere gli stessi errori: lo dimostrano pure la vicenda di Mary (Kirsten Dunst), impiegata come segretaria alla Lacuna, che si sente attratta dal dottore che ha inventato il procedimento di cancellazione (Tom Wilkinson), senza sapere di esserne già stata l'amante; e quella di Patrick (Elijah Wood), che insieme al tecnico Stan (Mark Ruffalo) esegue materialmente le "operazioni" e che, infatuato a sua volta di Clementine, cerca inutilmente di sfruttare i ricordi e gli effetti personali di Joel per far colpo sulla ragazza. Uno dei film più belli, originali e significativi del decennio, una struggente e sofisticata storia d'amore che mostra non solo le gioie ma anche e soprattutto i dolori di una tormentata relazione romantica: al termine della pellicola, anche se Joel e Clementine decidono di riprovarci, il lieto fine non è garantito. Straordinarie le prove della Winslet e soprattutto di un Carrey in stato di grazia, che dimostra una volta di più la sua immensa (e sottovalutata) statura di attore. Non male nemmeno il resto del cast: persino la Dunst, una volta tanto, mi è piaciuta. Il regista francese Michel Gondry, che in precedenza aveva lavorato soprattutto nel campo dei videoclip, è ricco di idee e di talento visivo; ma il vero punto di forza del film risiede nella sceneggiatura stratificata e psicologica di Charlie Kaufman, vincitrice dell'Oscar, che si snoda abilmente attraverso flashback, memorie e percezioni alterate di eventi già accaduti. La relazione di Joel e Clementine ci viene narrata a ritroso, man mano che i ricordi dell'uomo vengono cancellati, e dunque gran parte del film si svolge "nella testa" di Joel (il quale, pentito e resosi conto di amare ancora la ragazza, cerca disperatamente di fermare il procedimento), con effetti surreali, onirici e fantastici: il tutto, per fortuna, non si risolve in uno sfoggio di grafica fine a sé stessa ma è sempre al servizio del racconto e della caratterizzazione dei personaggi. Per non perdere il filo della storia, comunque, conviene prestare attenzione ai dettagli: per esempio al colore dei capelli di Clementine (rosso, arancio, blu), dai quali si ricostruisce facilmente la cronologia degli eventi. Purtroppo il film va ricordato anche per uno dei peggiori esempi di stupidità dei distributori italiani, che gli hanno affibbiato un titolo del tutto fuorviante (quello originale è un verso del poeta inglese Alexander Pope) con il risultato di alienarsi il pubblico che avrebbe potuto gradirlo e di attirare invece in sala spettatori che si aspettavano una spensierata commedia hollywoodiana, finendo col rimanere sconcertati dalla complessità della narrazione. Ricordo infatti che quando lo vidi al cinema ero circondato da persone che borbottavano in continuazione, lamentandosi di non capire che cosa stesse succedendo sullo schermo. E Tullio Kezich (un critico con cui peraltro non sono mai stato in sintonia) scrisse una recensione estremamente negativa, nella quale raccontava di aver portato al cinema il suo nipotino e che questi non si era divertito come con il precedente film di Carrey, "Una settimana da dio".

5 marzo 2011

Sanshiro Sugata (A. Kurosawa, 1943)

Sanshiro Sugata (Sugata Sanshiro)
di Akira Kurosawa – Giappone 1943
con Susumu Fujita, Denjiro Okochi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

È il film d'esordio di Kurosawa. Attraverso il racconto dei primi passi di un giovane campione di judo, il regista nipponico affronta da subito uno dei temi fondamentali del proprio cinema: l'iniziazione alla vita di un personaggio inesperto che, in un progressivo percorso di apprendimento, impara a conoscere sé stesso e a rapportarsi con il mondo esterno. Sanshiro è l'antesignano del Murakami di "Cane randagio", del Katushiro dei "Sette samurai", dello Yasumoto di "Barbarossa": inizialmente interessato a frequentare una prestigiosa scuola di jujitsu, rimane colpito non solo dall'abilità ma soprattutto dall'umanità del maestro di judo Shogoro Yano, e decide di diventarne l'allievo. Ingenuo e infantile, ma dotato di una straordinaria forza e di un'ottima tecnica, dovrà imparare ad autodisciplinarsi (memorabile la sequenza in cui rimane orgogliosamente a mollo nello stagno per un'intera notte, fino a raggiungere una sorta di purificazione che gli consente di superare "la notte oscura dell'anima" attraverso la contemplazione della bellezza del mondo, in questo caso un fiore di loto che si schiude alla luce dalla luna). Tra i suoi avversari spicca il subdolo Higaki, che veste all'occidentale, usa un fiore come portacenere (a sottolineare il suo disprezzo verso quel mondo che invece Sanshiro contempla in ammirazione) e che del protagonista è anche rivale in amore. La pellicola si conclude proprio con il duello finale fra i due, splendidamente ambientato su una collina erbosa spazzata dal vento. Stilisticamente "l'imperatore" fa subito sfoggio di un'ottima tecnica cinematografica (d'altronde lavorava come aiuto regista già da cinque anni). Sono interessanti, in particolare, i movimenti di camera laterali, come nella panoramica iniziale o nelle scene dello scontro notturno fra Yano e i suoi aggressori, ma soprattutto nel duello all'interno del dojo fra Sanshiro e Monma: dopo la sconfitta di quest'ultimo, la macchina da presa compie una lunga carrellata, mostrando lo stupore dei presenti fino a soffermarsi sul corpo inerme del rivale; segue poi un primo piano prolungatissimo sullo sguardo intenso della figlia di Monma. Altra trovata memorabile è quella di mostrare il passaggio del tempo attraverso inquadrature ripetute degli zoccoli di legno abbandonati da Sanshiro dopo l'incontro con Yano e soggetti prima alle intemperie stagionali e poi trasformati in giocattoli per bambini: la sequenza, secondo Aldo Tassone, simboleggia anche "il progressivo raffinamento dell'allievo, purificato e levigato dagli insegnamenti del maestro". Bella anche la musica d'accompagnamento, vagamente ciaikovskiana. I censori dell'epoca non apprezzarono il taglio dato da Kurosawa alla pellicola, e in particolare l'inserimento della storia d'amore fra Sanshiro e Sayo, la figlia di Murai, capo della scuola rivale: le delicate sequenze degli incontri fra i due giovani sulla scalinata del tempio (con Sanshiro che ammira la bellezza della ragazza che prega per la vittoria del padre, senza sapere che si tratta del suo prossimo rivale), a loro dire, banalizzavano la vicenda e il personaggio appariva tutt'altro che virile ed eroico (dopo ogni vittoria sembra quasi chiedere scusa!). A difendere Kurosawa davanti alla commissione di censura intervenne addirittura Yasujiro Ozu, a quel tempo un maestro già affermato, che evidentemente aveva riconosciuto il valore del giovane collega. Purtroppo la versione del film oggi in circolazione risulta mancante di alcune sequenze, tagliate dai censori e andate irrimediabilmente perdute. In ogni caso la pellicola riscosse un grande successo di pubblico, tanto che due anni dopo i produttori chiesero al regista di girare un sequel ("Sanshiro Sugata II", uscito nel 1945 e unico film di Kurosawa realizzato su commissione in tutta la sua carriera). Nel ruolo di Murai, vecchio e alcolizzato maestro di jujitsu, recita già Takashi Shimura, che diventerà il più assiduo habituè di Kurosawa (sarà presente in 21 dei suoi 30 film).

4 marzo 2011

Il colosso d'argilla (M. Robson, 1956)

Il colosso d'argilla (The Harder They Fall)
di Mark Robson – USA 1956
con Humphrey Bogart, Rod Steiger
**

Visto in DVD, con Giovanni.

"Più sono grossi, più fanno rumore quando cadono": è il detto alla base del titolo originale di un film che sarebbe ispirato alle vicende di Primo Carnera. Il giornalista sportivo Eddie Willis (Bogey, alla sua ultima apparizione sul grande schermo: sarebbe morto l'anno dopo) viene assoldato dal disonesto promoter Nick Benko (Rod Steiger) per fare pubblicità allo sconosciuto pugile sudamericano Toro Moreno, facendolo passare per un campione. Il boxeur, dotato in effetti di un'impressionante stazza fisica, è in realtà tutto fumo e niente arrosto: ha il pugno debole e la mascella di vetro. Per assicurarsi la sua ascesa al successo, Benko e i suoi uomini corrompono uno dopo l'altro (e all'insaputa dell'ingenuo pugile) tutti i suoi avversari; ma quando arriverà a competere per il titolo di campione dei pesi massimi, Toro verrà mandato allo sbaraglio. Parabola contro la corruzione che circola dietro le quinte del mondo della boxe, un meccanismo che stritola gli atleti a tutto vantaggio di manager senza scrupoli che li considerano poco più che animali: il carisma di Bogart, ambiguamente diviso fra cinismo e rimorsi di coscienza, tiene in piedi una pellicola che però soffre per una certa ingenuità di fondo e per alcuni personaggi stereotipati o poco convincenti (come la moglie di Eddie, troppo moralista).

2 marzo 2011

Dopo mezzanotte (D. Ferrario, 2004)

Dopo mezzanotte
di Davide Ferrario – Italia 2004
con Giorgio Pasotti, Francesca Inaudi, Fabio Troiano
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Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.

L'introverso e taciturno Martino (Giorgio Pasotti) lavora come custode notturno al Museo del Cinema di Torino, all'interno della Mole Antonelliana, che dopo la chiusura diventa il suo regno privato. È innamorato di Amanda (Francesca Inaudi), commessa in un vicino fast food e fidanzata invece con l'Angelo di Falchera (Fabio Troiano), ladro d'auto e teppista dal cuore tenero. Una sera Amanda, in fuga dopo una lite con il suo datore di lavoro, si rifugia nel museo e chiede ospitalità proprio a Martino. Fra i due nasce l'amore: ma la ragazza, che non intende lasciare l'Angelo, propone di instaurare un ménage à trois ("Una volta ho visto un film francese, c'erano due ragazzi che s'innamorano della stessa donna" – "E com'è finita?" – "Malissimo": l'allusione è ovviamente a "Jules e Jim" di François Truffaut). Singolare, delicato e romantico, il bel film di Ferrario (autoprodotto e girato interamente in digitale) si intitola come un albo di Dylan Dog ma non è un thriller bensì un'originale storia d'amore dai toni sospesi e onirici, e contemporaneamente un dichiarato omaggio alla magia del cinema. La straniante voce fuori campo di Silvio Orlando, che parla direttamente agli spettatori, ci ricorda qual è la vera essenza della settima arte, quella di narrare storie che affascinino gli spettatori, rendendole tangibili sullo schermo. Innumerevoli, dunque, i rimandi e le citazioni cinefile (Martino ha i suoi idoli in Charlie Chaplin e Buster Keaton, ai quali si ispira nel corteggiamento di Amanda; vengono mostrate diverse sequenze da un film di Giovanni Pastrone del 1916, "Il fuoco"; si respira a più riprese aria di Nouvelle Vague). E c'è spazio anche per la matematica (i numeri di Fibonacci) e la teoria dei giochi (Barbara, la coinquilina di Amanda interpretata da Francesca Picozza, è convinta che l'amore sia un "gioco a somma zero"). Accanto ai tre bravi protagonisti spicca la città stessa di Torino (fredda, nebbiosa, notturna, viva) e naturalmente la Mole, di cui la macchina da presa esplora anfratti, saloni, cunicoli, terrazze. "Ormai, al cinema", spiega Orlando, "gli spettatori si interessano solo alle storie dei personaggi. Eppure, all'inizio, nelle prime proiezioni di vetrini e di lanterne magiche, i personaggi non esistevano: la gente si entusiasmava di fronte ai paesaggi e alle vedute delle città. Forse sono i luoghi che raccontano le storie nella maniera giusta". Interessante la colonna sonora di Daniele Sepe, con in sovrappiù il tormentone della canzone di Adriano Pappalardo "Ricominciamo", talmente amata dall'Angelo da farla suonare anche alla sua veglia funebre. Celebre, nel finale, la scena che sbeffeggia uno dei poster elettorali di Berlusconi ("Guarda te se è l'ultima cosa che mi tocca vedere!").

1 marzo 2011

New York, I love you (aavv, 2009)

New York, I love you
di registi vari – USA/Francia 2009
film a episodi
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Tre anni dopo l'interessante "Paris, je t'aime", il produttore Emmanuel Benbihy mette in cantiere un altro "film collettivo" dedicato a una città e al tema dell'amore, dando ufficialmente il via a una serie destinata ad arricchirsi di altri lungometraggi. Più che a un film a episodi, il risultato assomiglia a una pellicola corale alla Robert Altman, perché i vari segmenti non sono separati l'uno dall'altro (mancano persino i titoli per distinguerli, mentre i vari registi vengono citati solo nei titoli di coda) e si fondono insieme attraverso sequenze di transizione (girate da Randy Balsmeyer) con alcuni personaggi ricorrenti che interagiscono con i protagonisti degli altri episodi. Purtroppo il risultato finale lascia abbastanza a desiderare: il film è decisamente più piatto e noioso del precedente, non emoziona praticamente mai, la fantasia – a parte rari casi – latita, e si respira in continuazione quell'aria stanca e pretenziosa delle peggiori pellicole indipendenti americane. E dire che i registi sono quasi tutti molto giovani: che tristezza! Gli episodi migliori sono quelli di Shunji Iwai, Fatih Akin e Joshua Marston; i peggiori, quasi da pistola alla tempia, quelli di Shekhar Kapur (scritto da Anthony Minghella, scomparso da poco, cui è dedicato l'intero film) e Brett Ratner. Anche in questo caso due segmenti sono stati eliminati dal montaggio finale: erano diretti da Scarlett Johansson (al suo debutto come regista) e dal russo Andrei Zvyagintsev.

1) segmento di Jiang Wen, con Hayden Christensen e Andy Garcia (*1/2)
Un ladruncolo cerca di sedurre una ragazza (Rachel Bilson), ma questa è l'amante di un professore universitario che si rivela essere un ladro abile quanto e più di lui. Poco accattivante e con personaggi decisamente antipatici.

2) segmento di Mira Nair, con Natalie Portman e Irrfan Khan (*1/2)
Un commerciante indiano di diamanti discute di usanze religiose con una giovane cliente ebrea che sta per sposarsi. Un episodio poco interessante e di cui mi sfugge il senso, a parte qualche luogo comune sulla multiculturalità.

3) segmento di Shunji Iwai, con Orlando Bloom e Christina Ricci (**1/2)
Un compositore di colonne sonore, costretto dal suo produttore a leggersi i classici di Dostoevskj in pochi giorni, si innamora della giovane agente con la quale parla solo per telefono. L'episodio più coinvolgente e più "colto". Sullo schermo televisivo scorrono immagini del film Ghibli "I racconti di Terramare".

4) segmento di Yvan Attal, con Maggie Q ed Ethan Hawke (**)
Diviso in due parti, entrambe incentrate su incontri casuali fra sconosciuti che fumano fuori da un ristorante: uno scrittore cerca di sedurre una ragazza ma alla fine lei gli rivela di essere una escort; una donna (Robin Wright Penn) fa delle avances a un uomo (Chris Cooper), ma poi scopriremo che si trattava di suo marito. Due vignette costruite solo sui dialoghi e sul colpo di scena finale. Meglio la prima, comunque.

5) segmento di Brett Ratner, con Anton Yelchin e James Caan (*)
Un farmacista propone a uno studente, mollato dalla sua ragazza alla vigilia del ballo scolastico, di invitare al suo posto la propria figlia. Lei (Olivia Thirlby) si presenta su una sedia a rotelle, ma alla fine rivelerà di essere solo un'attrice. Insulso e di cattivo gusto.

6) segmento di Allen Hughes, con Bradley Cooper e Drea de Matteo (*1/2)
Un uomo e una donna, mentre attraversano la città (in taxi, in metropolitana, a piedi), ripensano al loro precedente incontro e alla loro breve storia d'amore. Soporifero.

7) segmento di Shekhar Kapur, con Julie Christie e Shia LaBeouf (*)
Un'anziana cantante ritorna nell'albergo dell'Upper East Side che un tempo frequentava, dove incontra un giovane fattorino gobbo che alla fine si suicida: ma forse era già un fantasma. Nel cast anche John Hurt. Micidiale.

8) segmento di Natalie Portman, con Carlos Acosta e Taylor Geare (*1/2)
Un uomo di colore trascorre la giornata a Central Park con una bambina bionda, che alla fine scopriremo essere sua figlia. Sostanzialmente inutile. Credo che sia il debutto della Portman come regista.

9) segmento di Fatih Akin con Uğur Yücel e Shu Qi (**1/2)
Un pittore anziano e malato, ossessionato dalla bellezza di una ragazza che lavora in un'erboristeria di Chinatown, vorrebbe farle un ritratto. Ma quando lei accetterà di posare, lui sarà già morto. Emotivamente struggente: e poi c'è Shu Qi, che da sola vale l'intero film. Cameo di Burt Young.

10) segmento di Joshua Marston, con Eli Wallach e Cloris Leachman (**1/2)
Due vecchi coniugi, sposati da oltre sessant'anni, passeggiano fino alla spiaggia di Coney Island fra discussioni e borbottii. L'episodio più simpatico e sincero, con due eccezionali attori come valore aggiunto.

11) transizioni di Randy Balsmeyer, con Emilie Ohana, Eva Amurri, Justin Bartha (**)
Brevi scenette sparse fra un segmento e l'altro: mostrano in particolare una giovane filmmaker che riprende con la sua videocamera scene di vita per le strade di New York e incontra i personaggi degli episodi precedenti.