26 novembre 2011

Per un pugno di dollari (S. Leone, 1964)

Per un pugno di dollari
di Sergio Leone – Italia/Spagna 1964
con Clint Eastwood, Gian Maria Volontè
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola ed Eleonora.

Uno "straniero senza nome" e senza passato (chiamato Joe, per praticità, dagli altri personaggi), vestito con un caratteristico poncho, giunge nel villaggio di San Miguel – nei pressi del confine fra Stati Uniti e Messico – dove spadroneggiano due famiglie rivali: i messicani Rojo, che trafficano in armi con i ribelli oltre il confine, e gli yankee Baxter, che commerciano in liquori. Offrendo i propri servigi come pistolero alternativamente agli uni e agli altri, riuscirà a fare in modo che le due bande si eliminino a vicenda, per poi andarsene dal villaggio così come vi era arrivato. Il film che ha dato origine al fortunatissimo filone del western all'italiana (noto anche come "spaghetti western"), trascendendo e rinnovando i canoni del genere cinematografico americano per eccellenza, nasce quasi per caso quando Sergio Corbucci, dopo aver visto al cinema "La sfida del samurai" di Akira Kurosawa, suggerisce all'amico Sergio Leone che sarebbe stato assai semplice adattarlo per ricavarne un western. La pellicola giapponese, d'altronde, aveva già tutto quello che serviva: il setting, i personaggi, i temi, persino il duello finale nella main street. Bastava soltanto sostituire il samurai con un pistolero, aggiungervi una colonna sonora adeguata, modificare qualche piccolo dettaglio, e il gioco era fatto. Convinti che la pellicola non sarebbe mai uscita al di là dei propri confini e che all'estero sarebbe passata sotto silenzio, i produttori italiani non si presero nemmeno il disturbo di chiedere ai giapponesi il permesso di realizzare il remake (e poi, come ha spiegato lo stesso Leone, in fondo lo spunto era vecchio come il mondo: da "Arlecchino servitore di due padroni" di Goldoni ai romanzi noir di Dashiell Hammett, la cui influenza è stata riconosciuta anche da Kurosawa). Ma quando il successo arrise a livello internazionale, la Toho fece causa in tribunale e ottenne i diritti per lo sfruttamento dell'opera sul mercato giapponese.

In precedenza non erano mancati altri western girati in Italia, così come molti se ne producevano in Spagna e in altri paesi europei, ma si trattava di imitazioni pedisseque se non di copie sputate dei film americani (al punto che i cineasti erano soliti firmarsi con pseudonimi che non lasciavano trapelare l'origine europea delle pellicole: lo stesso Leone, inizialmente, era ricorso al nome d'arte Bob Robertson, poi eliminato in occasione della riedizione del film). Con "Per un pugno di dollari", invece, per la prima volta non si guarda più al cinema americano classico come unico modello ma si cercano nuove strade, appoggiandosi anche alla lezione del cinema popolare italiano (e aprendo, a propria volta, nuove prospettive per il western statunitense: dai film dello stesso Eastwood fino a Tarantino). Fra le grandi novità rispetto al cinema dei Ford e degli Hawks c'è soprattutto l'elevazione al rango di protagonista di un personaggio più ironico, cinico e amorale del tradizionale eroe senza macchia. Ma qualche legame con gli eroi del passato rimane: proprio come lo Shane del classico "Il cavaliere della valle solitaria", di Joe non sappiamo nulla: da dove viene, dove va, quali sono le sue reali motivazioni (solo a metà pellicola il taverniere Silvanito capisce – e noi con lui – che non si tratta di un semplice mercenario). "Più che un personaggio con una precisa caratterizzazione psicologica", ha scritto un critico, "Joe è un simbolo, che viene dal nulla e nel nulla ritorna. È il destino, il deus-ex-machina", e non a caso nel descrivere questo film si è fatto riferimento anche al mondo della tragedia classica, a Eschilo e agli autori greci. Fuori dalle parti, apparentemente non interessato a tutto quello che negli altri smuove passioni sfrenate (l'oro, le donne: significativo il momento in cui – come aveva fatto Mifune nel film di Kurosawa – dona il proprio denaro alla donna che ha liberato dalla prigionia, lasciandola libera di fuggire in compagnia del marito e del figlioletto), "l'uomo senza nome" è un personaggio assoluto e universale, uscito dal mito ma anche calato nella realtà, privo di interessi personali se non quelli di restituire la libertà ai più deboli e capace di esprimere amare considerazioni sociali o politiche ("Devo ancora trovare un posto dove non ci siano padroni").

Il film venne girato con un budget bassissimo in Spagna, per la precisione in Almeria, la regione che diventerà lo scenario tipico di gran parte delle pellicole del filone. Il protagonista Clint Eastwood (doppiato da Enrico Maria Salerno), allora semisconosciuto, era stato notato da Leone nel telefilm "Rawhide" (sì, quello la cui sigla è cantata dai Blues Brothers!). La sua scelta, con il senno di poi, è stata fondamentale per il successo della pellicola: freddo e imperturbabile ("Clint ha solo due espressioni: con il cappello e senza cappello", dichiarò il regista), contrasta nettamente con il principale rivale Gian Maria Volontè, esagitato e nevrotico, che interpreta il più giovane dei tre fratelli Rojo, quello con il fucile (equivalente del personaggio armato di pistola nel film di Kurosawa): indimenticabile, nel duello finale, Clint che lo invita a sparare "al cuore, Ramon, al cuore!" e, con la sua provocazione, riesce a fargli scaricare tutti i proiettili contro la lastra di metallo che indossa come protezione sotto il poncho. Negli anni seguenti Leone proseguì la cosiddetta "trilogia del dollaro" con lungometraggi via via più ambiziosi e personali: "Per qualche dollaro in più" (dove ad affiancare Eastwood – e Volontè – arriva Lee Van Cleef) e "Il buono, il brutto e il cattivo", tutti film dove a ben vedere quello interpretato da Clint è sempre lo stesso personaggio. Fondamentale la colonna sonora di Ennio Morricone, qui alla sua prima collaborazione con il regista (che era stato suo compagno di scuola), ispirata ai lavori di Dimitri Tiomkin (il tema principale con il fischio ricorda "Sfida all'O.K. Corral", mentre quello con la tromba è simile al celebre Deguello). Resosi conto di quanto sarebbe stata importante la colonna sonora per il risultato finale, Leone allungò apposta alcune scene per evitare di dover tagliare anzitempo il tema musicale: anche da questo è nata la sua tendenza a un ritmo lento e a inquadrature prolungate sugli attori o sui paesaggi! Tuttavia, pur essendo già indubbiamente e tipicamente "leoniano", a partire dalla rappresentazione esplicita e realistica della violenza, molti degli elementi che caratterizzeranno lo stile del regista nei film successivi non sono ancora così marcati: i primissimi piani sui volti dei protagonisti, il florilegio di frasi ironiche e celebri (anche se non ne mancano: la più memorabile è "Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto"), l'insistenza su particolari "sporchi" o dettagli insignificanti. Fra le innumerevoli citazioni e gli omaggi che successivamente sono stati tributati al film, ricordo con piacere quelli nel secondo episodio di "Ritorno al futuro".

8 commenti:

Giuliano ha detto...

Recensione molto bella. Vado un attimo fuori tema perché un tuo passaggio mi ha fatto fare qualche considerazione: come ispirazione per Morricone, metterei di sicuro il Concierto de Aranjuez di Joaquin Rodrigo (il secondo movimento), e anche i grandi spagnoli del 900, Albeniz per esempio.
Sui compositori di colonne sonore ci sarebbero tante cose da dire: spesso sono bravi, bravissimi, ma gli Oscar andrebbero dati ai loro punti di riferimento. Un esempio: Bernhard Herrman per Hitchcock e le Sinfonie da camera di Schoenberg. (Schoenberg è uno dei compositori più "taroccati", specialmente per suspence, fantascienza, fantasy, horror...)

Christian ha detto...

Sì, la musica di Morricone in questi film è molto "spagnoleggiante", e sono d'accordo nel sentirci l'influenza di Rodrigo e di autori simili.

D'accordo anche su come certi grandi compositori vengano saccheggiati di frequente dagli autori di colonne sonore (penso anche a Shostakovich o Prokofiev...).

Fabrizio ha detto...

una curiosità per quanto riguarda la storia dei diritti. Il critico Francesco Mininni, uno che si è a lungo occupato di Sergio Leone e il suo cinema, afferma che Leone aveva avvisato i produttori della necessità di pagare Kurosawa (circa sei milioni di lire) ma la produzione rifiutò di farlo.

ilbibliofilo ha detto...

film indimenticabile, almeno per me
ero al liceo (anno scolastico 1964/65) e dopo due giorni tutti ripetevano la battuta "avete fatto male a ridere... il mio mulo si è offeso!"

Lakehurst ha detto...

film fantastico, a mio avviso migliore del successivo Per qualche dollaro in più.
e poi è l'inizio di un mito

Christian ha detto...

Fabrizio: sì, l'ho letto anch'io sul "castorino" (Mininni è proprio il critico che cito nel pezzo!). Leone era stato corretto, sono stati i produttori a pensare di poterla fare franca... Forse anche per questo il regista ha realizzato i film successivi con un'altra casa di produzione.

ilbibliofilo: battuta mitica, come tutta la scena! ^^

Lakehurst: Io forse preferisco leggermente il secondo, visto che c'è anche Lee Van Cleef e la storia è più stratificata, ma a breve rivedrò anche quello e mi chiarirò meglio le idee. Ovviamente "Il buono, il brutto e il cattivo" e "C'era una volta il west" rimangono i due capolavori assoluti.

Fabio ha detto...

Non potendo aggiungere molto a quanto detto da voi dico solo che questo film contiene una delle scene di "evasione" più rocambolesche del cinema (la botte, il vino, il fuoco... fantastica!).

Christian ha detto...

Grande scena, in effetti: così diversa eppure così simile a quella analoga del film di Kurosawa (che a sua volta si era rifatto esplicitamente a un film noir del 1942, "The Glass Key": vedi http://www.youtube.com/watch?v=E_h2QOu4Lic).