24 novembre 2011

La sfida del samurai (A. Kurosawa, 1961)

La sfida del samurai (Yōjimbō)
di Akira Kurosawa – Giappone 1961
con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ginevra ed Eleonora.

Un ronin (un samurai senza padrone e senza nome, anche se lui – inventandosene uno sul momento – afferma di chiamarsi Sanjuro, ossia "trent'anni") giunge in un remoto villaggio dove due bande rivali di yakuza dettano legge e gestiscono il gioco d'azzardo e il commercio illegale di sakè, terrorizzando tutti gli abitanti. Fingendo di offrire i propri servizi come "guardia del corpo" (è questo il significato del titolo originale della pellicola) ora all'uno e ora all'altro gruppo, il protagonista li spinge a dichiararsi guerra, rompendo così i delicati equilibri che mantenevano in bilico la situazione e facendo piazza pulita di entrambe le bande. Dopo "La fortezza nascosta", Kurosawa prosegue con la sua decostruzione in chiave escapista e parodistica del jidaigeki, il classico film giapponese di ambientazione storica: questa volta gli stilemi sono quelli del western (il debito a Ford è talmente esplicito – si veda il duello finale nella strada principale del villaggio – che Sergio Leone avrà ben poca difficoltà a realizzarne un fedele remake proprio in chiave western, "Per un pugno di dollari") e ai classici valori dell'onore e del bushido sostituisce quelli dell'opportunismo, del cinismo e del sotterfugio. La modernità del film è completata dalla recitazione ironica di Toshiro Mifune, dai tocchi di estetica gore sparsi qua e là (quando Sanjuro arriva al villaggio, a dargli il benvenuto è un cane che porta in bocca una mano mozzata; e durante il primo duello, il samurai trancia di netto un braccio a uno dei suoi avversari) e da una colonna sonora ricca di inusitate sonorità (ispirata, pare, alla seconda rapsodia ungherese di Liszt). Formidabile, poi, la galleria di volti dei vari villain, fra i quali spiccano personaggi minori ma caratterizzati in maniera formidabile, come il gigante che impugna un ridicolo martello (l'attore si chiama Namigoro Rashomon: un nome perfetto per un interprete kurosawiano!) e il grasso e stupido Inokichi (Daisuke Kato, già uno dei sette samurai).

Alcuni critici hanno letto nella vicenda un'allegoria della guerra fredda che in quegli anni caratterizzava la situazione politica internazionale: i due gruppi di yakuza rappresenterebbero i due blocchi contrapposti (l'Occidente e l'Unione Sovietica) imprigionati in una sorta di deadlock dalla quale è impossibile uscire senza l'intervento di un fattore esterno. E la pistola che sfoggia uno dei personaggi – il giovane Unosuke, interpretato da un Tatsuya Nakadai che recitava per la prima volta in un film di Kurosawa – sarebbe un riferimento all'escalation degli armamenti. La lettura è suggestiva ma probabilmente fuorviante, visto che Kurosawa ha affermato che il soggetto gli è stato suggerito da un romanzo di Dashiell Hammett, "The Glass Key", e dal film noir che ne era stato tratto nel 1942 (anche se a dire la verità la trama ricorda molto più da vicino quella di un altro libro dello stesso Hammett, "Red Harvest", in italiano "Piombo e sangue") e che sarebbe molto più semplice leggere la pellicola come una parabola sulla cupidigia e un divertissement che parodizza in maniera graffiante la violenza e le imprese degli eroi dei classici jidaigeki. Sanjuro, machiavellico e doppiogiochista, non si affida solo alla sua incredibile abilità con la spada (vince regolarmente ogni duello, anche quando si batte da solo contro sei avversari) ma ricorre pure all'astuzia e all'inganno, ed è forse questo che ha reso tanto semplice la sua trasposizione nel tipico protagonista del western all'italiana. Certo, è comunque guidato da ideali umanitari e cavalleristici come i protagonisti de "I sette samurai" (lo dimostra, per esempio, l'episodio in cui salva la donna sottratta dai banditi al marito e al figlioletto), ma il suo atteggiamento è tutt'altro che eroico: anzi, non esita a ricorrere alle stesse armi dei suoi nemici, sfruttando a proprio favore i loro difetti e la loro eccessiva fiducia verso colui che credono un alleato. Oltre al film di Sergio Leone (che uscì nelle sale senza che i produttori italiani avessero chiesto alla Toho l'autorizzazione a realizzare il remake), la pellicola ha ispirato (stavolta "ufficialmente") anche il più recente "Ancora vivo" di Walter Hill con Bruce Willis. Nel 1962, visto il grande successo di pubblico e su pressioni dei produttori, Kurosawa ne ha realizzato un sequel intitolato "Sanjuro".

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Io infatti non avevo pensato proprio alla Guerra Fredda. Però ci sta dai. Il film di Leone ovviamente è miticissimo, però questo è imbattibile.

Ale55andra

Christian ha detto...

D'accordo su Leone, ma anche io penso che il film di Kurosawa abbia qualcosa in più...

Quanto all'analogia con la Guerra Fredda, personalmente faccio un po' fatica a pensare che Kurosawa l'avesse in mente (il che non toglie, naturalmente, che quella lettura ci sia). Non tanto perché non gli interessavano temi politici, ma perché – essendo un umanista – di solito li affronta in maniera più diretta e meno globale, attraverso le esperienze delle singole persone (si pensi a come ha affrontato il tema dell'atomica in "Testimonianza di un essere vivente", "Sogni" e "Rapsodia d'agosto", o alla politica e alle questioni sociali in "Non rimpiango la mia giovinezza", "Vivere" e "I cattivi dormono in pace"). Insomma, il suo non mi pare un cinema che fa ricorso a questo tipo di metafore e analogie.

marco c. ha detto...

-qQuesto invece lo avevo visto dopo un'indigestione del Kurosawa samurai e quindi non lo avevo apprezzato. Il problema è che non ho mai tempo e quindi per ogni autore ne faccio 3 al dì appena posso. Dopo i 7 samurai e Kagemusha è arrivato questo ma ero già parecchio fuso. Quindi non apprezzato. Va rivisto! Magari in Toscana una sera in veranda al mare. Bella la recensione, però a che film di Leone ti riferivi? Li ho visti tutti. Quello con Klint, era un po' Shakespearino, ma eccezionale! Ciao!

Christian ha detto...

a che film di Leone ti riferivi?

"Per un pugno di dollari", remake quasi scena per scena del film kurosawiano (Anche molte battute sono simili, come quella in cui il samurai, mentre sta camminando verso i banditi, dice al bottaio: "Prepara due bare... anzi, forse tre". Clint, da sborone, alza il conto: "Prepara tre casse", per poi correggersi "Volevo dire quattro casse").

marco c. ha detto...

Eccolo, era anche nella recensione! Mi deve essere sfuggito. Per un pugno di dollari mi pare di ricordalo, non c'era quella famosa frase "se un uomo col fucile..etc"? Con i film di Leone faccio sempre una certa confusione. Vedo che ho scritto anche Clint con la kappa. Forse pensavo a Klimt :D

Christian ha detto...

"Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto."

Sì, quella è la frase più celebre, la diceva Gian Maria Volontè.

Klimt Eastwood: che contaminazione postmoderna! ^^