30 novembre 2010

Le conseguenze dell'amore (P. Sorrentino, 2004)

Le conseguenze dell'amore
di Paolo Sorrentino – Italia 2004
con Toni Servillo, Olivia Magnani
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Il commercialista salernitano Titta Di Girolamo, un uomo grigio, metodico, riservato, serio ("l'unica cosa frivola che possiedo è il mio nome") e apparentemente incapace di esprimere emozioni, vive come un recluso da otto anni in un albergo in Svizzera. Ritenuto da tutti un uomo d'affari, in realtà si occupa di riciclare i proventi di Cosa Nostra versando in banca le valigie piene di denaro che periodicamente gli vengono recapitate. L'amore per la giovane barista dell'albergo lo spingerà però a compiere una scelta coraggiosa, incrinando le consuetudini più radicate e accettando volontariamente di pagarne le conseguenze. Il secondo lungometraggio della coppia Sorrentino/Servillo (dopo "L'uomo in più" e prima de "Il divo") è il folgorante racconto di un'esistenza triste e solitaria, incentrato su un personaggio che sembra anestetizzato dal destino e avulso dalla vita. È lui stesso, attraverso una voce off che evoca un film noir, a raccontare allo spettatore molte cose di sé: gli scarsi rapporti con i parenti (la moglie e i figli, rimasti in Campania; il giovane fratellastro, sportivo e globetrotter, che passa a salutarlo), la mancanza di relazioni sociali (il suo "miglior amico" è uno che non vede da vent'anni: bella e toccante la scena, nel finale, che lo mostra mentre lavora su un traliccio dell'alta tensione fra le montagne altoatesine, paesaggio simbolo di quella libertà che contrasta con la "prigionia" di Titta); la dipendenza dall'eroina (anche questa consumata settimanalmente in maniera metodica) e l'abitudine, una volta l'anno, di fare un completo "lavaggio del sangue". Ma lentamente la sua ritrosia e la riservatezza cominceranno a incrinarsi. Sorrentino gira con grande stile, dando vita a un'atmosfera fredda e sobria. La lunga scena d'apertura, nella quale i titoli di testa scorrono mentre un incaricato della banca porta la valigia lungo un nastro trasportatore, evoca sia "Il laureato" sia la sequenza iniziale di "Millennium mambo". L'ottima regia è ben accompagnata dalla fotografia algida di Luca Bigazzi, dall'evocativa e minimalista colonna sonora di Pasquale Catalano, e soprattutto dalla magistrale interpretazione di Toni Servillo, uno dei migliori attori italiani (se non il migliore) dell'ultimo decennio. La coprotagonista, al suo esordio sul grande schermo, è la nipote di Anna Magnani.

29 novembre 2010

C.R.A.Z.Y. (Jean-Marc Vallée, 2005)

C.R.A.Z.Y. (id.)
di Jean-Marc Vallée – Canada 2005
con Marc-André Grondin, Michel Côté
**

Visto in divx, alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Oltre a far riferimento a una canzone di Patsy Cline che si sente ripetutamente durante la pellicola, il titolo di questa saga familiare ambientata nel Canada francofono è composto dalle iniziali dei cinque figli (tutti maschi) di Gervais e Laurianne Beaulieu: Christian, Raymond, Antoine, Zachary e Yvan. La storia però è interamente raccontata dal punto di vista del quarto figlio, Zac, nato il giorno di Natale del 1960, del quale seguiamo la crescita attraverso gli anni sessanta e settanta, i vari compleanni che inevitabilmente si sovrappongono ai festeggiamenti natalizi, i difficili rapporti con i fratelli con i quali non ha nulla in comune (in particolare con il secondo, Raymond, tossicodipendente problematico), e soprattutto gli scontri con il padre, severo e omofobo, che trova impossibile accettare le nascenti tendenze omosessuali del ragazzo. Fra ribellioni adolescenziali e dissidi generazionali, al film – che sembra lunghissimo, anche più di quanto non sia realmente – non manca quasi nulla: la scoperta della sessualità, il rapporto con il sacro (la famiglia Beaulieu è religiosissima, e la madre di Zac, a lui molto legata, si convince che il ragazzo abbia il "dono" miracoloso di guarire la gente con il pensiero; lo stesso Zac, pur diventato ateo, "ritroverà sé stesso" dopo un viaggio in Terrasanta), una colonna sonora piuttosto ruffiana e a base di hits dell'epoca (si va dai Pink Floyd a David Bowie, senza dimenticare quel Charles Aznavour che costituisce il vero tema musicale di tutte le feste di Natale della famiglia), attori bravi e simpatici. Ma il troppo stroppia e forse un po' di sintesi in più non sarebbe nuociuta, anche perché la sceneggiatura – a parte alcuni episodi sopra le righe – in fondo non dice nulla di così originale e si preoccupa per lo più di accattivarsi in ogni modo le simpatie dello spettatore. E anche i personaggi sono troppi: solo due dei figli, Zac e Raymond, hanno davvero un ruolo nella storia. Zac dai 6 agli 8 anni è interpretato da Émile Vallée, figlio del regista.

28 novembre 2010

Marie Chantal contro il dr. Kha (C. Chabrol, 1965)

Marie Chantal contro il dr. Kha (Marie-Chantal contre le docteur Kha)
di Claude Chabrol – Francia 1965
con Marie Laforêt, Francisco Rabal
*1/2

Visto in divx.

In viaggio verso la Svizzera insieme al cugino per una vacanza sulla neve, la svampita Marie Chantal rimane coinvolta in un caso di spionaggio internazionale quando un uomo, prima di morire, le affida un misterioso gioiello che sembra far gola a molti: due agenti segreti russi, un ambasciatore americano, un affascinante giornalista e diversi loschi individui, molti dei quali lavorano per il Dottor Kha, genio del crimine con base in Marocco. Nel tentativo, da parte degli esponenti della Nouvelle Vague, di recuperare e nobilitare gli stilemi del cinema di genere (lo stesso sforzo che ha portato Godard e Truffaut a girare film gialli, noir o di fantascienza), Chabrol realizza una strana pellicola che guarda a James Bond (a un certo punto citato esplicitamente dalla protagonista) e ai fumetti d'avventura con tono svagato ma senza mai scadere nella parodia esplicita. Francamente, però, nonostante le premesse e qualche gag occasionale, il risultato è piuttosto noioso e il divertimento latita. Nel cast, anche Akim Tamiroff, Stéphane Audran e Serge Reggiani. Lo scenario con le numerose spie in lotta fra di loro può ricordare la storia di Carl Barks "Paperino e le spie atomiche". Il finale lasciava presagire un sequel, se non addirittura l'inizio di una serie, che però non c'è mai stato.

26 novembre 2010

Drunken master (Yuen Woo-Ping, 1978)

Drunken master (Jui kuen)
di Yuen Woo-Ping – Hong Kong 1978
con Jackie Chan, Yuen Siu-Tien
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

L'abile ma indisciplinato Wong Fei-Hung (chiamato Freddy Wong nel classico doppiaggio inglese), sempre pronto ad attaccar briga o a mettersi nei guai, viene affidato per un anno dal padre a un insegnante di arti marziali tanto bizzarro quanto severo, il vagabondo Beggar So. Questi sottopone il ragazzo a un addestramento durissimo ma efficace: Fei-Hung apprende infatti la straordinaria tecnica dell'ubriaco, che consiste nell'evadere i colpi dell'avversario simulando i movimenti imprevedibili di un avvinazzato che non si regge in piedi, e riuscirà così a sconfiggere il temibile Thunderleg (o Thunderfoot), spietato sicario a pagamento che era stato assoldato per uccidere proprio suo padre. Realizzato pochi mesi dopo "Snake in the eagle's shadow" (di cui condivide la troupe e l'intero cast, comprimari compresi), questo film leggendario, divertente e appassionante ha consacrato Jackie Chan come il nuovo divo del cinema di arti marziali alla fine degli anni settanta e ha reso estremamente popolare il suo approccio comico al kung fu (è proprio qui che Jackie comincia a sfruttare, durante i combattimenti, tutto ciò che gli capita sottomano: sgabelli, capi di vestiario, persino cibo). Ispirato a una figura realmente esistita, Wong Fei-Hung è un personaggio che era già apparso sullo schermo in centinaia di pellicole, per non contare le serie televisive: in seguito verrà interpretato ancora, fra gli altri, da Jet Li nella serie "Once upon a time in China". Nella versione di Jackie Chan lo vediamo attraversare tutte le fasi del suo sviluppo caratteriale: inizialmente discolo e smargiasso (memorabile la scena in cui riesce con l'inganno a farsi abbracciare al mercato da una ragazza, che si rivelerà essere sua cugina!), sulle prime tenta di evadere dalla ferrea sorveglianza di Beggar So e dai suoi esercizi al limite della tortura; ma dopo essere stato pesantemente umiliato in uno scontro a mani nude da Thundeleg, ritorna con la coda fra le gambe dall'anziano maestro e accetta di sottoporsi ai suoi allenamenti estremi. Il film è ricco di momenti umoristici ma anche di combattimenti realistici, lunghi e diversificati – da ricordare quello al mercato con la zia (Linda Lin), che punisce Fei-Hung per aver importunato la nipote; la rissa al ristorante in cui il ragazzo viene aiutato per la prima volta da Beggar So; lo scontro con l'imbonitore dalla testa d'acciaio; e quello con il lottatore che usa il bastone (Hsu Hsia) – nel corso dei quali Jackie fa uso di molti stili differenti (compresi quelli ispirati agli animali, che derivano dallo Hung Ga messo a punto dal Wong Fei-Hung storico). Anche il maestro ubriacone Beggar So (So Chan, o Su Hua Chi) è una popolare figura del folklore cinese legato alle arti marziali, una delle "dieci tigri di Canton": interpretato da Yuen Siu-Tien (sostituito da Yuen Biao come controfigura in alcune sequenze), padre del regista Yuen Woo-Ping, insegna a Wong Fei-Hung lo stile degli "otto dèi ubriaconi". Il ragazzo apprende velocemente i primi sette, ma si rifiuta di studiare la tecnica dell'ottava divinità, Miss Ho, la "dea signora", in quanto la ritiene troppo effemminata. Inutile dire che nel corso dello scontro finale con Thunderleg (Hwang Jang-Lee) si troverà in difficoltà proprio per questa mancanza, e dovrà improvvisarne lo stile. Nella colonna sonora è riconoscibile il classico tema musicale legato a Wong Fei-Hung, che compare in tutte le pellicole con il celebre personaggio. Nel 1994 Jackie realizzerà un sequel, "Drunken master 2", nel quale i suoi genitori saranno interpretati nientemeno che da Ti Lung e Anita Mui.

24 novembre 2010

Bokassa (Werner Herzog, 1990)

Bokassa - Echi da un regno oscuro (Echos aus einem düsteren Reich)
di Werner Herzog – Francia/Germania 1990
con Michael Goldsmith
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Jean-Bédel Bokassa, eccentrico e megalomane dittatore della Repubblica Centrafricana fra il 1966 e il 1979, a un certo punto proclamatosi addirittura imperatore e accusato dai nemici di praticare il cannibalismo, era ovviamente il protagonista ideale per uno dei documentari di Herzog sulla grandiosità della follia umana. Alternando immagini di repertorio (come quelle della sontuosa e costosissima cerimonia di incoronazione in stile napoleonico, "un'operetta messa in scena per sé stesso", accompagnate dalle note del medesimo trio di Schubert che figura nella colonna sonora di "Barry Lindon") a una serie di interviste realizzate dal giornalista Michael Goldsmith a diversi personaggi legati a vario titolo a Bokassa (alcune ex mogli del dittatore – che ne avrebbe avuto in tutto 17, con oltre 50 figli –, i suoi avvocati, i rivali politici), il regista tedesco realizza un interessante reportage su una delle più bizzarre figure storiche del ventesimo secolo. Lo stesso Goldsmith aveva già avuto a che fare con l'imperatore: accusato di essere una spia (perché un suo articolo, trasmesso con un telex difettoso, era diventato così illeggibile da far credere agli operatori che fosse un messaggio cifrato in codice!), era stato rinchiuso in prigione, picchiato personalmente da Bokassa e minacciato di essere messo a morte. Come sempre Herzog ha la grande capacità di unire al racconto storico (di per sé arricchito da curiosità e aneddoti impagabili, come la storia della "falsa figlia" vietnamita) piccoli squarci, immagini e suggestioni che valgono più di mille parole: la visita all'ex reggia del sovrano, con i bambini che si aggirano fra saloni disadorni e statue abbattute; le immagini dei granchi di mare che escono dalle acque e che invadono la terra, ricoprendo il mondo intero (un sogno dello stesso Goldsmith); e la sequenza conclusiva dello scimpanzé in gabbia che fuma una sigaretta. Quanto a Bokassa, dopo essere stato deposto si era rifugiato in Francia nel castello di Hadricourt, dove è vissuto in esilio fino al 1986, quando ha scelto volontariamente di tornare in patria nonostante fosse stato condannato a morte in contumacia. Dopo un nuovo processo, ricevette l'ergastolo e morì in prigione nel 1996, non senza essersi reso protagonista di altre farneticazioni e manie di grandezza (come quella di ritenersi "il tredicesimo apostolo"). Herzog avrebbe voluto intervistare anche lui, ma prima di poterlo fare la troupe venne espulsa dal paese: il dittatore compare così soltanto in immagini di repertorio (comprese quelle del secondo processo). Il documentario, per una volta privo della consueta voce narrante di Herzog, è aperto da un intervento del regista che si dichiara preoccupato per la sorte di Goldsmith, disperso durante la guerra civile in Liberia (il giornalista sarebbe morto poco dopo l'uscita del film).

22 novembre 2010

Il profumo del mosto selvatico (A. Arau, 1995)

Il profumo del mosto selvatico (A walk in the clouds)
di Alfonso Arau – USA 1995
con Keanu Reeves, Aitana Sanchez-Gijon
*1/2

Visto in TV, con Hiromi.

Un giovane reduce della Seconda Guerra Mondiale, insoddisfatto del suo lavoro e con un matrimonio infelice alle spalle, si offre di accompagnare una ragazza incinta e abbandonata, fingendo di essere suo marito, fino alla sua tenuta vinicola nel sud della California (la ragazza proviene da una ricca famiglia di agricoltori di origine ispanica). Nonostante l'iniziale ostilità del padre di lei, i due finiranno per innamorarsi davvero. Lineare e sdolcinato, scontato e prevedibile, il film è il remake di una pellicola di Blasetti del 1942, "Quattro passi fra le nuvole". Gran spreco di paesaggi da cartolina, illuminati da una fotografia ruffiana: il resto sono situazioni stereotipate (le ragazze che pestano l'uva), personaggi-macchietta (i nonni, i domestici), conflitti schematici, risoluzioni facili e senza alcuna fatica, per non parlare di diversi passaggi improbabili (l'incendio che si attacca all'intero vigneto nel giro di pochi secondi). Non male il cast maschile (Keanu Reeves è in buona forma, il padre della ragazza è Giancarlo Giannini, il nonno è Anthony Quinn); del tutto dimenticabile invece la protagonista femminile.

19 novembre 2010

Nostalgia (Sergio Sgrilli, 2010)

Nostalgia
di Sergio Sgrilli – Italia 2010
con Sergio Sgrilli
***

Visto in DVD, con Marisa.

Comincia come una mattina qualsiasi: un uomo è solo, in bagno, davanti allo specchio. Si lava i denti, si osserva compiaciuto. Ma poi qualcosa prende il sopravvento, e in un'escalation di alternanze emotive (ride, piange, fa smorfie) il personaggio finisce col radersi totalmente barba e capelli: un atto che può essere dettato dalla necessità di un rinnovamento, forse un modo per riazzerare anche il mondo che lo circonda. E come in tutti i processi di rinnovamento, ci sono momenti di rischio: in certi passaggi, si teme quasi che il protagonista stia per farsi del male. In questo cortometraggio di 24 minuti, girato in un unico piano sequenza con la camera fissa e dagli echi scorsesiani (ma più che a "Taxi Driver" il riferimento è al corto d'esordio "The big shave"), Sergio Sgrilli – già musicista, autore e comico teatrale e televisivo – offre il proprio volto e le proprie espressioni in pasto allo spettatore che si trova dall'altra parte dello schermo/specchio, mettendo in scena un taglio radicale che appare addirittura ringiovanirlo, pur senza cancellare del tutto il suo vissuto e la sua identità. Come una maschera del teatro greco (quando la testa dell'attore è completamente ricoperta e avvolta dalla schiuma da barba, questa lascia spazi liberi solo per gli occhi e la bocca e trasforma il suo volto, a seconda delle espressioni, nei simboli della commedia o della tragedia), l'autore dà vita a un one-man-show che comunica le emozioni in maniera diretta, senza filtrarle attraverso un'ingombrante struttura narrativa, delle parole o anche un accumulo di informazioni che potrebbero potenzialmente distrarre l'attenzione. Angoscia o soddisfazione sgorgano di volta in volta in maniera spontanea, mentre le loro cause ci rimangono ignote. E chissà che non siano da ricercare dall'altro lato dello specchio, il nostro.

Nota: il film non è ancora in commercio. L'ho potuto vedere in "anteprima" grazie alla gentilezza di Sergio, che me ne ha fatto avere una copia, informandomi che nei suoi progetti questo è il primo di una trilogia di cortometraggi che dovrebbero finire in un unico cofanetto. Le immagini del film si trasformeranno anche in un videoclip per la canzone "L'unica cosa" del gruppo italiano Marta sui Tubi.

17 novembre 2010

Crank (M. Neveldine, B. Taylor, 2006)

Crank (id.)
di Mark Neveldine, Brian Taylor – USA 2006
con Jason Statham, Amy Smart
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Frenetico action movie, dalla trama semplicissima e sopra le righe, con il sempre simpatico Jason Statham nei panni di un killer professionista i cui nemici gli hanno iniettato in corpo una pericolosa droga sintetica. Il veleno, che agisce sui recettori dell'adrenalina, lo ucciderà nel momento in cui il battito del suo cuore rallenterà sotto una certa soglia: per restare in vita, dunque, deve mantenersi costantemente in agitazione e in movimento, impegnato in una folle corsa fra inseguimenti, sparatorie, droghe ed emozioni forti (a un certo punto ricorre persino a un amplesso in pubblico con la propria fidanzata!), seminando il caos nelle strade di Los Angeles e cercando contemporaneamente di vendicarsi e di trovare un antidoto. Divertente, improbabile, esagitato, videogiocoso (vedi anche la scena finale, dopo i credits), con un ottimo ritmo (l'intera pellicola si svolge nell'arco di poche ore), uno stile estetico fra Guy Ritchie e Robert Rodriguez, e un seguito ("Crank: High Voltage").

14 novembre 2010

The social network (D. Fincher, 2010)

The social network (id.)
di David Fincher – USA 2010
con Jesse Eisenberg, Andrew Garfield
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Il film racconta la storia della nascita di Facebook, social network ideato in un campus dell'Università di Harvard e che conta oggi 500 milioni di iscritti in tutto il mondo per un valore di circa 25 miliardi di dollari (come recitano le didascalie alla fine della pellicola), attraverso i dissidi e le due cause legali che ne hanno opposto il creatore Mark Zuckerberg al suo ex miglior amico Eduardo Saverin (finanziatore e socio iniziale dell'impresa, poi estromesso da Mark per motivi mai del tutto chiariti) e a un terzetto di studenti che lo avevano accusato di aver rubato loro l'idea. Lo stile classico e senza fronzoli di Fincher, l'incisiva sceneggiatura a flashback di Aaron Sorkin e la fotografia fredda e scura di Jeff Cronenweth mettono la figura di Mark – molto più che la sua creatura, della quale in realtà si parla pochissimo – al centro dell'attenzione, presentandolo come un nerd inespressivo e con scarse capacità comunicative e relazionali (il che è ironico, se si pensa che il suo sito serve proprio a coltivare le relazioni sociali). Forse perché si occupa di persone ancora in vita e di eventi così recenti, per giunta oggetto di controversie in tribunale, il film non si azzarda a spiegare i "tradimenti" di Mark nei confronti dei suoi compagni, lasciandoli solo intuire (la frustrazione e una rivalsa contro il mondo esclusivo – come le confraternite di Harvard – che lo teneva a distanza?). Il personaggio rimane distante e impenetrabile, e i soli momenti in cui qualcosa sembra accendersi nei suoi occhi sono quelli in cui trova una sorta di anima gemella in Sean Parker (interpretato da Justin Timberlake), fondatore di Napster e a sua volta giovane genio dell'informatica, l'unico con il quale sembra trovarsi in sintonia di idee. Il finale mette comunque in luce la profonda solitudine in cui si trova prigioniero "il più giovane miliardario del mondo", rimasto senza un vero amico al di fuori del suo mondo virtuale: forse chi ha ironicamente ribattezzato il film "Sesto potere" non ha tutti i torti. A Fincher non interessa dunque analizzare il fenomeno dei social network o l'impatto che hanno sui loro utenti: non approfondisce le spinose questioni relative alla perdita della privacy, alla profilazione a fini di marketing cui gli utilizzatori di Facebook si consegnano volontariamente, o al distacco dal mondo reale, argomenti ai quali la maggior parte degli aficionados del sito presta sconsideratamente poca attenzione. Pur ripercorrendo le varie tappe della crescita del social network (che inizialmente era riservato solo agli studenti di Harvard e di pochi altri college americani), queste per la sceneggiatura sono soltanto un pretesto per illustrare la frustrazione e la personalità complessata del protagonista. Allo stesso modo, non viene spiegato il motivo del successo di Facebook ("è fico", si limitano a dire i ragazzi: ma cosa lo distingue da altri siti simili se non l'aver raggiunto più velocemente una "massa critica" di utenti?), e nemmeno quello del suo valore commerciale (anzi, uno dei punti chiave della pellicola è proprio l'opposizione di Mark allo sfruttamento pubblicitario della sua creazione, perseguito invece da Eduardo). Dove il film brilla, oltre che sul versante formale, è invece nella rappresentazione di un ambiente dominato dalle disfunzioni sociali (le personalità problematiche di Mark e di Sean, il rapporto fra Mark ed Eduardo, quello patologico con le ragazze). Bella, ma sostanzialmente fuori posto, la sequenza della gara di canottaggio sulle note (riarrangiate) di Grieg: è l'unico momento in cui il film perde di vista l'oggetto del racconto e si concede una divagazione che forse poteva risparmiarsi.

13 novembre 2010

Il primo ragazzo (S. Paradžanov, 1959)

Il primo ragazzo (Pervyy paren)
di Sergej Paradžanov – URSS 1959
con Georgij Karpov, Lyudmila Sosyura
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Fra i film "di regime" girati da Paradžanov prima della sua svolta personale e artistica del 1964, questo è forse uno dei più sopportabili, grazie a una messa in scena sbarazzina (sebbene naturalmente molto impostata), a una fotografia dai colori vivaci (belli soprattutto i cieli rossi al tramonto) e alle numerose canzoni patriottiche che donano alla pellicola un tono leggero, per l'appunto quasi da musical. Ambientato in un kolchoz ucraino nel quale seguiamo la vita di un gruppo di "giovani comunisti", fra amori e corteggiamenti, studio e lavoro nei campi, sagre paesane e balli contadini, ricorda un po' "Il fiore sulla pietra", anche perché ne condivide l'attore protagonista (Georgij Karpov, che secondo me assomiglia all'Aleksey Batalov di "Quando volano le cicogne"). Il giovane Juscka – come ci spiega la voce narrante – si ritiene il ragazzo più in gamba della regione, e in effetti il suo comportamento audace e spudorato lo rende assai popolare presso gli amici e le ragazze (benché non riesca a fare breccia nel cuore della bella Odarka, allevatrice di maiali e ottima atleta ma dotata di un caratterino pari al suo). La sua leadership sembra vacillare quando nel villaggio ritorna Danilo, appena congedato dall'esercito, che ben presto diventa il centro dell'attenzione di tutti e stimola i compagni a fare sport (corse ciclistiche o campestri, partite di calcio). Juscka lo crede anche suo rivale in amore, e per mettergli i bastoni fra le ruote si "arruola" come portiere nella squadra avversaria durante un incontro amichevole. Alla fine, però, gli equivoci saranno risolti e l'amicizia e l'amore trionferanno. A tratti quasi corale (a quella di Juscka e Danilo si intrecciano altre storie parallele, come la vicenda romantica fra il negoziante Sidor e la bambinaia Frosenka), il film può essere considerato un equivalente sovietico delle contemporanee pellicole occidentali a sfondo giovanile: naturalmente qui i valori sono quelli del lavoro e della solidarietà, che vanno di pari passo con l'amicizia, l'amore e lo sport.

10 novembre 2010

Angelo (Ernst Lubitsch, 1937)

Angelo (Angel)
di Ernst Lubitsch – USA 1937
con Marlene Dietrich, Herbert Marshall
***

Visto in DVD, con Marisa.

La moglie di un brillante diplomatico inglese, trascurata dal marito, vive un'avventura di una sola sera a Parigi con un affascinante gentiluomo, al quale non rivela il proprio nome (lui la chiama "Angelo") e che non intende rivedere mai più. Ma pochi giorni dopo se lo ritroverà in casa a Londra, invitato dal marito, che naturalmente non è al corrente della loro fugace relazione. Come in molti altri lavori di Lubitsch, i temi sono quelli del desiderio e dei rapporti coniugali, e non manca il solito triangolo amoroso: ma stavolta non si tratta di una commedia, o almeno non soltanto (non mancano comunque infatti dialoghi e situazioni assai comiche, in particolare quelle legate alla servitù che commenta puntigliosamente il comportamento dei padroni, per non parlare dell'understatement britannico: "Com'è il tempo?" "Discreto", mentre diluvia). La pellicola è permeata da un retrogusto malinconico e struggente, quasi disperato, che non si dissipa nemmeno nel finale, anzi si rafforza con l'inquadratura dei coniugi che si prendono sottobraccia, allontanandosi di spalle, senza neanche guardarsi in volto: è il trionfo dell'amore ritrovato o piuttosto quello della rassegnazione? Marlene Dietrich è bellissima, misteriosa ed enigmatica: il suo personaggio ha molte ombre nel proprio passato (è stata un'escort di lusso?), eppure prova più volte a confessare tutto al marito (come nella scena in cui, durante la colazione, gli rivela di avere un amante, anche se sembra solo una provocazione fatta per gioco); Marshall e Douglas (entrambi già attori lubitschiani) sono soltanto satelliti che ruotano attorno a lei, perfetti nelle parti del flemmatico marito inglese che nemmeno si accorge di trascurare la consorte e dell'appassionato amante pronto a tutto pur di rivedere la sua adorata. Per queste caratteristiche ambigue, il film fu un flop ed è considerato uno dei meno popolari di Lubitsch: eppure non mancano i consueti "tocchi" di genio del regista, come nella scena in cui Marlene parla del brano che ha appena suonato al pianoforte alludendo invece alla sua avventura sentimentale ("Quando l'inizio di una cosa è molto bello, mi domando se è bene portarla a termine...") e naturalmente in quella – citatissima, anche da Truffaut nel saggio "I film della mia vita" – in cui la tensione durante la cena viene risolta senza inquadrare la sala da pranzo ma mostrando invece la cucina, attraverso i commenti dei camerieri che osservano i piatti man mano che ritornano: la signora non ha toccato cibo, l'invitato ha tagliato la bistecca in cento pezzettini senza mangiare nulla, e invece il marito – che sollievo! – ha fatto piazza pulita! A parte questi picchi, la pellicola (di cui è evidente l'origine teatrale) ha una consistenza strana e impalpabile, quasi come un sogno a occhi aperti. E il regista si adegua, mostrando personaggi che svaniscono nel nulla (Marlene nel parco di Parigi, quando lascia la fioraia e le violette sole sullo schermo) o risparmiandoci momenti chiave della storia (l'amante che, osservando il ritratto, capisce che "Angelo" è la moglie del suo anfitrione). Pessimo l'audio (non restaurato) del DVD italiano.

8 novembre 2010

Malcolm X (Spike Lee, 1992)

Malcolm X (id.)
di Spike Lee – USA 1992
con Denzel Washington, Angela Bassett
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Monumentale (dura tre ore e quaranta minuti) biopic su una figura cardine delle lotte e delle rivendicazioni degli afroamericani negli anni cinquanta e sessanta, il film è tratto dalla "Autobiografia di Malcolm X" scritta da Alex Haley e racconta con dovizia di dettagli la movimentata vita di uno dei personaggi più carismatici e controversi della cultura statunitense del ventesimo secolo, considerato da alcuni un paladino dei diritti civili e da altri un seminatore di odio. Anche il ritratto che ne fa Spike Lee non è privo di contraddizioni: se da un lato il film ne mostra tutti gli aspetti più scomodi (le origini umili a Boston, le attività criminali in gioventù, la tossicodipendenza, il carcere, la conversione all'Islam, le violente prediche contro la razza bianca, i dissidi con gli altri leader neri, il pellegrinaggio alla Mecca, la svolta verso una riappacificazione sociale e razziale, e infine l'assassinio durante un comizio a Manhattan di cui sono tuttora ignoti i mandanti – benché la sceneggiatura suggerisca una complicità fra i suoi ex compagni della Nazione dell'Islam e i servizi segreti americani), dall'altro utilizza spezzoni e immagini di repertorio per celebrare l'importanza e l'influenza che Malcolm X – come persona, ma anche come simbolo – ha avuto e continua ad avere tuttora per la comunità nera negli Stati Uniti e nel mondo (c'è anche un frammento di un discorso di Nelson Mandela). Altrettanto controverso è l'incipit, che fonde insieme l'immagine di una bandiera americana in fiamme – fino a quando non ne rimane che un brandello a forma di X – con quelle del pestaggio di Rodney King da parte della polizia di Los Angeles, avvenuto l'anno prima dell'uscita della pellicola. La visione del film, dunque, non chiarisce le idee: chi era Malcolm X? Un fanatico idealista o un maestro da seguire? Ogni fase della sua vita sembra contraddire quella precedente, eppure la sua figura nel complesso ha saputo catalizzare come poche altre l'attenzione sulla discriminazione dei cittadini di colore negli Stati Uniti: e se oggi la situazione è migliorata, lo si deve sicuramente anche a lui. Per tutta la sua durata, il film poggia su alcuni pilastri – l'interpretazione solida di Denzel Washington e la regia classica di Lee – che non cedono mai. Il cast è completato da Angela Bassett (la moglie Betty), lo stesso Spike Lee (Shorty, il compagno di bravate in gioventù), Delroy Lindo (Archie, il piccolo boss di Harlem per il quale Malcolm lavora da giovane), Albert Hall (Baines, colui che lo converte alla religione musulmana) e Al Freeman jr. (Elijah Muhammed, il leader della Nazione dell'Islam, l'organizzazione per la quale Malcolm predica per anni prima di rompere ogni contatto). Inizialmente la pellicola avrebbe dovuto essere diretta da Norman Jewison, ma proteste e discussioni sull'opportunità di lasciare un'icona nera in mano a un regista bianco hanno spinto i produttori a dare le redini del film a Spike Lee, che ne ha riscritto la sceneggiatura mantenendo però il protagonista già scelto da Jewison (con Denzel Washington, peraltro, aveva già lavorato in "Mo' better blues"). Per consentirgli di portare a termine le riprese, molte personalità di colore dello sport e dello spettacolo hanno contribuito al finanziamento della pellicola, alcune delle quali apparendo anche con un cameo. Per la prima volta, inoltre, una troupe statunitense ha avuto il permesso di girare alcune scene di un film di finzione all'interno della Mecca.

6 novembre 2010

L'illusionista (Sylvain Chomet, 2010)

L'illusionista (L'illusionniste)
di Sylvain Chomet – Francia/GB 2010
animazione tradizionale
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Paola.

Un prestigiatore francese, che si sposta di teatro in teatro e di città in città in cerca di scritture, giunge fino in Scozia dove conosce una ragazzina che lo seguirà per qualche tempo, affascinata dalla sua capacità di trasformare la grigia realtà in qualcosa di sempre nuovo e sorprendente. Ma sullo sfondo c'è tutta la malinconia e la tristezza di un mondo che sta cambiando a grande velocità. Tratto da un soggetto e da una sceneggiatura inedita di Jacques Tati, il secondo lungometraggio di Chomet (che già nel suo primo film, "Appuntamento a Belleville", aveva reso omaggio all'arte del grande comico) sembra in molte cose un film di Monsieur Hulot, a partire dalla rinuncia al linguaggio parlato (il film non è propriamente muto, ma i dialoghi sono del tutto inessenziali). Il protagonista, modellato anche fisicamente su Tati (il cui vero nome è lo stesso del personaggio, Tatischeff), si muove con gentilezza ma fuori posto in un mondo in cui gli spettacoli di magia e di varietà non riscuotono più l'interesse del pubblico, contagiato da nuove mode (esilarante la parodia dei complessi rock che elettrizzano le folle di giovani a Londra), distratto dai venti di guerra, dal consumismo o dalle nuove tecnologie. Come l'illusionista, anche gli altri abitanti di questo microcosmo sono destinati al fallimento: si veda il clown che tenta il suicidio o il ventriloquo che, costretto a impegnare il suo pupazzo, finisce col chiedere l'elemosina (altri, come gli acrobati, si riciclano con più facilità lavorando nel campo del marketing). E anche il nostro mago, nel finale, sembra abbracciare la disillusione, rinunciando ai giochi di prestigio (esemplare quando non sostituisce la matita della bambina in treno con una più lunga) e facendo aprire gli occhi alla ragazzina con il suo ultimo messaggio: "I maghi non esistono". Alla fine, rassegnato, stringe fra le mani la foto della figlia (Sophie Tatischeff, la vera figlia di Tati, alla quale Chomet dedica il film con gratitudine per avergli dato il permesso di realizzare quello che era un suo sogno da tempo: riportare sullo schermo lo spirito un artista unico e indimenticabile). Per un breve momento, nel buio di una sala che proietta "Mio zio", il Tati disegnato e quello in carne e ossa hanno anche l'occasione di incontrarsi e di confrontarsi. Splendidi i disegni e soprattutto i fondali e le scenografie ad acquarello, che rendono giustizia agli scenari dell'Europa degli anni cinquanta (Parigi, Londra, le isole scozzesi e soprattutto Edimburgo).

4 novembre 2010

Vendicami (Johnnie To, 2009)

Vendicami (Vengeance)
di Johnnie To – Hong Kong/Francia 2009
con Johnny Hallyday, Anthony Wong
***

Visto in DVD, con Hiromi.

Francis Costello (Hallyday), cuoco francese che nasconde un passato da killer (e il cui cognome riecheggia inevitabilmente quello del protagonista del leggendario "Le samourai" di Jean-Pierre Melville, da noi intitolato per l'appunto "Frank Costello faccia d'angelo"), giunge a Macao dove la famiglia di sua figlia (Sylvie Testud) è stata sterminata da misteriosi sicari. Per rintracciare i colpevoli e ottenere la giusta vendetta, assolda tre gunmen esperti del luogo (Anthony Wong, Lam Ka-Tung e Lam Suet) affinché lo aiutino a individuare la pista giusta e a seguirla fino a Hong Kong. I tre uomini, quando scopriranno che il mandante dell'omicidio è lo stesso boss per il quale solitamente lavorano, Mister Fung (Simon Yam), sceglieranno di rimanere dalla parte del francese e di tener fede alla parola datagli, sacrificando la propria vita in nome della lealtà e dell'amicizia. Ma Costello, nel frattempo, ha perso la memoria per colpa di una pallottola nella testa ("a bullet in the head"!)... E "a che serve la vendetta se non ricordi più niente?". Proprio il tema della memoria dona a questo malinconico noir d'azione, frutto della collaudata coppia Johnnie To-Wai Ka-Fai (il primo regista, il secondo sceneggiatore), una patina tutta particolare, quasi alla "Memento" (come il protagonista del film di Nolan, Hallyday ricorre a fotografie e ad appunti per riconoscere o distinguere gli amici e i nemici). Ma anche se To, alle prese con una coproduzione internazionale, aggiunge qualche ingrediente europeo alla solita ricetta, i temi rimangono gli stessi dei suoi lavori migliori: l'amicizia (che viene cementata dai consueti momenti di condivisione attorno a un tavolo), il cameratismo (anche fra nemici: vedi la scena del picnic che precede la sparatoria al parco), la famiglia, il tradimento, la vendetta. Nelle intenzioni originarie, il personaggio di Costello avrebbe dovuto essere interpretato proprio da Alain Delon, esplicitando ancora di più il richiamo a Melville: di fronte al suo rifiuto, il regista ha dovuto ripiegare su un altro attore transalpino, Johnny Hallyday, che comunque non se la cava affatto male con il suo volto scavato e lo sguardo che sembra adombrare un tragico passato, la cui cancellazione è forse un sollievo e un'occasione per ricominciare da capo. Numerose le scene da antologia, fra cui vanno ricordati almeno gli inseguimenti sotto la pioggia (magnifica la fotografia di Cheng Siu-keung) e lo scontro a fuoco nella discarica, con i personaggi che si fanno scudo con le enormi balle di carta riciclata.

3 novembre 2010

Wild Wild West (B. Sonnenfeld, 1999)

Wild Wild West (id.)
di Barry Sonnenfeld – USA 1999
con Will Smith, Kevin Kline
*1/2

Visto in TV.

Nel 1869, due agenti speciali al servizio del presidente Grant (l'eroe di guerra nero James West e il bizzarro sceriffo-inventore Artemus Gordon) cercano di salvare gli Stati Uniti dalla minaccia di un folle scienziato sudista, il dottor Loveless. Assurdi meccanismi pseudoscientifici, treni a vapore superaccessoriati, letali armi magnetiche, gadget anacronistici, gigantesche tarantole meccaniche: poteva essere una buona occasione per portare finalmente alla ribalta un genere poco frequentato dal cinema come lo steampunk (per l'occasione in salsa western). E invece, se pure l'abbinamento fra la tecnologia ottocentesca e gli scenari di frontiera si conferma intrigante, il resto del film è un vero disastro: l'avventura non decolla mai (anche perché per tener desti gli spettatori si ricorre a una lunga serie di capitomboli e inseguimenti degni di "Mamma, ho perso l'aereo"), i personaggi non sono che macchiette (in alcuni casi, vedi quello interpretato da Salma Hayek, del tutto inutili ai fini della trama), il cast è poco ispirato (l'unico a salvarsi è Kevin Kline, grazie anche ai suoi molteplici travestimenti, mentre Will Smith è quasi impresentabile e Kenneth Branagh nei panni del cattivo fa il minimo sindacale), stereotipi e luoghi comuni si sprecano, ma soprattutto la regia è anonima e la sceneggiatura è sciatta e pedestre. Più immaturo che infantile (non si contano le imbarazzanti gag a sfondo sessuale), il lungometraggio – tratto da una serie televisiva degli anni sessanta, poco nota da noi – si rivela alla resa dei conti un giocattolone costoso, vuoto e disarmante, da ricordare solo per la contaminazione di generi e per due fugaci inquadrature dei fondoschiena di Salma Hayek e Bai Ling.